logoMatt & Andrej Koymasky Home
una storia originale di Andrej Koymasky


pin GLI OTTO LIBRI
DEL COLLARE D'ORO
di Andrej Koymasky © 2008
scritto il 7 gennaio 1995
LIBRO 1
DOVE SI NARRA
DEL LUNGO VIAGGIO DI AMICO
FINO ALLA CAPITALE

Il fiume Pescoso, dopo aver corso veloce verso nord-ovest, con un gomito volge ad ovest ampio e maestoso fino a gettarsi placido nell'oceano e le sue dolci acque sembrano restie a mescolarsi con quelle salate del mare, sì che per un tratto ancora si distingue il flusso chiaro del Pescoso fra le più scure acque aperte.

Là dove il Pescoso forma il gomito, con un'alta cascata spumeggiante, il piccolo fiume Rude dona le sue acque al fratello maggiore. Specialmente ora che anche sugli alti monti la primavera ha fatto il suo ingresso, il Rude è pieno e generoso e la cascata romba con voce potente nel suo canto solenne ed eterno. Al sole brilla l'alta cortina di minute goccioline che come un velo s'alzano dalle acque rumoreggianti.

Fra le rocce che fronteggiano la cascata, dove il lucente velo d'acqua non si posa, vi è un bastone, un fagotto, pochi abiti che paiono abbandonati in fretta. Poco più in là, nell'acqua, un giovane di diciannove anni di nome Bell'Uomo Dal Caro Sguardo, guazza cantando allegro, lavandosi di dosso la polvere e lo sporco del lungo viaggio che l'ha condotto dall'alta valle del Pescoso fino a quel punto. Il suo corpo sodo e forte brilla al sole al guizzare dei muscoli pieni, mentre con vigore si sfrega la pelle dorata.

Belcaro, così lo chiamano, ha deciso di lasciare il villaggio natio fra i monti: si vuole recare alla capitale per diventare un soldato dell'Imperatore. La sua forza, la sua statura, la sua agilità sono buone carte. Ma deve fermarsi prima a Città del Porto Angusto, dove un amico del capo-villaggio gli darà una lettera di raccomandazione per presentarsi al reclutamento.

Frattanto, sceso dalla valle del Rude, L'Ultimo Amico Della Luna, chiamato Amico, esile nei suoi sedici anni ma il cui corpo mostra già chiari i primi segni della virilità, scende con cautela di roccia in roccia di fianco alla cascata e si ferma a guardare Belcaro: si chiede come possa il giovane resistere in quelle acque gelide e frattanto ne gode le belle forme mentre questi, ancora ignaro di avere un ammiratore, continua a sfregarsi con vigore il corpo seducente.

Amico scende ancora, si ferma di nuovo a godere quella scena pervaso da una lieve sensazione di piacere. Il dolce vento che proviene dai monti disperde la luminescente cortina d'acqua che s'accende in un mezzo arcobaleno che svanisce nell'aria, formando quasi un arco trionfale sul sensuale corpo di Belcaro. Amico trattiene il respiro e per un attimo immagina di stare accanto a quel giovane e di poterne sfregare il corpo sodo con le sue mani.

Belcaro lo vede e grida qualcosa ma la sua voce è sovrastata dal rombo delle acque. Gli fa un cenno di saluto col braccio alzato, gli fa segno di avvicinarsi. Amico risponde al saluto e riprende la discesa e vede il volto di Belcaro aprirsi in un sorriso. Giunto in fondo alla cascata, accanto ai panni e alle cose di Belcaro, si ferma. Questi, portate le mani a coppa sulla bocca, gli grida:

"Vieni, si sta bene qui!"

"Non è fredda l'acqua?"

"Gelida, perciò splendida!" grida l'altro.

Amico esita, ma poi posa il suo bastone e il suo fagotto, si slaccia il gonnellino formato da due quadrati azzurri bordati di giallo, i colori del suo popolo e del suo villaggio, poi il bianco perizoma nuovo che la madre gli ha cucito per l'occasione, ripone tutto con cura e con un piede saggia l'acqua.

Belcaro gli si avvicina: "È solo all'inizio che sembra difficile. Gettati!"

Amico sorride incerto, vede l'altro tendere le braccia verso di lui e allora, fatto un profondo respiro, a pié pari salta nell'acqua rabbrividendo.

Belcaro lo accoglie e si mette a sfregargli il corpo: "Tra poco starai bene." gli dice con un ampio sorriso.

Amico trema, sarebbe tentato di uscire subito, ma la sensazione delle mani dell'altro sul suo corpo è troppo piacevole per rinunciare.

"Non va già meglio?" gli chiede l'altro continuando a sfregargli vigorosamente la pelle.

"Sì, un po'."

"Mi chiamo Belcaro, e tu?"

"Amico."

"Dove stai andando?"

"Alla capitale."

"Anch'io, per diventare soldato. Ma tu?"

"Per entrare nella scuola imperiale."

"Ah, lo dicevo io, non hai il fisico del soldato, tu. Però sei bello." aggiunge iniziando a carezzarlo in modo intimo.

Amico chiude gli occhi fremendo a quelle carezze.

Belcaro gli passa un dito sulle labbra, gli dice: "Mi piaci." e lo stringe a sé.

Amico gli si abbandona fra le braccia e carezza lieve quel corpo sodo e quei muscoli forti.

"Vieni." gli dice Belcaro sospingendolo fuori dall'acqua verso la riva, in un punto in cui, fra le rocce, vi è un tratto erboso.

Qui lo fa stendere: Amico guarda le sue gambe solide e ben tornite, la vita snella, il ventre stretto e piano, il petto muscoloso con un lievissimo ciuffo di scuri peli, le spalle ampie e si sente pieno di desiderio.

"Ti voglio." gli dice Belcaro guardandolo con occhi pieni di lussuria, scendendogli sopra col corpo.

Amico è compiaciuto per aver saputo far eccitare quel bel giovane maschio ed è felice di essere desiderabile ai suoi occhi.

Si stringono, i due corpi nudi, con impaziente desiderio e Amico accoglie in sé l'altro, che con mani esperte lo carezza nei punti più sensibili, dandogli un forte piacere mentre lo gode con fiera determinazione. Amico è quasi stupito per come tutto sia avvenuto con estrema naturalezza, quasi senza parole, come se entrambi avessero saputo da sempre che sarebbe accaduto. Due sconosciuti, uniti come due amanti. Due sconosciuti che hanno acceso l'uno il desiderio dell'altro, che l'hanno riconosciuto, accettato e ora lo stanno consumando sotto il caldo sole primaverile pieni di passione.

Quando più tardi i loro corpi appagati si staccano, Amico si sente stranamente pieno di contrastanti emozioni: piacere per quanto è avvenuto, al tempo stesso stupore per averlo fatto con un perfetto sconosciuto e desiderio di andar via al più presto. Invece Belcaro sembra pienamente soddisfatto.

Carezzandolo, con un senso di possesso, fra le gambe, gli dice: "Facciamo il viaggio assieme. Io mi fermo a Città del Porto Angusto, poi andiamo assieme alla capitale."

"Non posso, devo arrivare in fretta, non ho abbastanza tempo." mente lievemente a disagio Amico.

"Peccato. Ma alla capitale ci rivedremo. Io sarò nell'esercito imperiale, tu alla scuola imperiale: non dovrebbe essere difficile ritrovarci."

"La capitale è enorme, non è uno dei nostri piccoli villaggi dove tutti si conoscono." risponde Amico mentre si riveste.

"Ma io ti voglio ancora, Amico, perciò ci rivedremo." risponde sicuro Belcaro rivestendosi a sua volta.

Scendono a valle assieme, in silenzio. Amico cerca di analizzare quello che prova per Belcaro: ne è fortemente attratto ma al tempo stesso lo sente estraneo, lontano. L'altro ha un bel corpo, sensuale, fa l'amore in modo estremamente piacevole, eppure Amico sente di non volerlo come amante. No, decide dentro di sé, lui non l'avrebbe cercato, alla capitale. Era stato bello, ma tutto finisce qui. Non è come con il suo Roccia, l'amico di un anno più vecchio di lui, là al villaggio. Con Roccia c'era affetto e proprio per questo, quando il sacerdote aveva detto alla famiglia di Amico che dovevano mandarlo alla scuola imperiale, Amico aveva esitato a lungo: non avrebbe voluto separarsi da Roccia. Ma questi aveva insistito con lui perché andasse.

Erano stati amanti per due anni, lui e Roccia. La prima volta era stata un inverno, quando un'improvvisa nevicata aveva bloccato i due amici per cinque giorni nella capanna di montagna con le loro pecore. Avevano dormito sotto la stessa coperta, addossandosi per mitigare il freddo e darsi calore a vicenda. Roccia allora lo aveva abbracciato, carezzato, lo aveva fatto eccitare a poco a poco finché gli aveva insegnato a fare l'amore. Era stato bellissimo. La loro antica amicizia ne era uscita rafforzata. Roccia non era bello come Belcaro, eppure gli aveva dato, fin dalla prima volta, qualcosa che Belcaro sembrava quasi non conoscere: tenerezza, affetto, non solo piacere.

Con Roccia facevano anche bellissime, lunghe chiacchierate. Belcaro invece sembra non aver nulla da dire e ai tentativi di conversazione di Amico risponde poco più che a monosillabi. Certo, anche ora, camminando a fianco, Amico sente il potere sensuale che emana dal corpo dell'altro, che risveglia nuovamente il suo desiderio.

Quando giungono alle porte della città, si separano. Non c'è nessuno in quel punto, perciò Belcaro lo prende fra le braccia.

"Mi verrai a cercare, alla capitale?" chiede con voce calda, infilando una mano sotto il gonnellino del ragazzo e frugando nel suo perizoma.

"Sì... certo..." mente Amico sentendosi però eccitato.

Ecco, ora Roccia lo avrebbe baciato, ma Belcaro si stacca da lui e disse: "Ci conto." e si avvia a passo svelto nella città, senza neppure girarsi indietro a guardarlo.

Amico prosegue per la strada costiera, a nord, verso la capitale.

Tutto sommato Amico è contento di entrare nella scuola imperiale: al villaggio, alla scuola del tempio, era sempre stato il migliore ed il sacerdote gli aveva dato una lettera di presentazione piena di encomi. Solo i migliori fra i migliori vengono mandati alla scuola imperiale e dal suo villaggio Amico è il primo dopo molti anni. Il villaggio aveva dato una gran festa, prima della partenza, con una gara oratoria in suo onore. I compaesani, la sua famiglia, Roccia erano fieri. La madre gli aveva cucito apposta i due quadrati del gonnellino ed il perizoma bianco che, come aveva spiegato il sacerdote, solo gli allievi della scuola imperiale ed i nobili possono portare.

Amico cammina a passo veloce. Al tramonto giunge in un villaggio di pescatori. Siede in piazza come è costume che facciano i viandanti. Dopo poco una donna gli si accosta con una tazza d'acqua, che gli porge, e gli chiede:

"Di dove vieni, ragazzo?"

"Dal villaggio di Sonora."

"Ah... e dove vai?"

"Alla capitale."

"Un lungo viaggio... come mai vai alla capitale?"

"Devo entrare alla scuola imperiale."

La donna fa un gran gesto di meraviglia e lancia un alto grido, quindi, lasciatagli la tazza, corre ad affacciarsi alle case del villaggio comunicando la notizia. Presto in molti si radunano attorno ad Amico, a rispettosa distanza, osservandolo.

Poi la donna di prima gli dice: "Il viaggio è lungo e tu, nobile studente avrai bisogno di riposo per questa notte. Se vuoi venire nella mia umile casa..."

"Vieni nella mia, nobile studente, è più grande e comoda e ti darò il mio letto..." dice un uomo. E subito tutti fanno a gara ad offrirgli ospitalità.

Amico un po' stupito, si alza in piedi e li guarda: non si aspettava una simile calorosa accoglienza. Sta cercando di decidere da chi accettare l'invito, quando si fa avanti il capo del villaggio che lui riconosce per il bastone istoriato ed il collare di rame.

"Verrai a casa mia, nobile studente. Ho già fatto preparare il cibo. Vieni."

Amico lo segue ringraziandolo. Entrati nella casa lo fanno sedere ad un tavolo e la moglie del capo gli mette davanti abbondanza di cibi.

"Mangia tutto ciò che desideri, nobile studente..."

Amico non si fa pregare: ha fame. Ringrazia e comincia a mangiare. A poco a poco entrano nella stanza i figli del capo, che si schierano dall'altro lato del tavolo osservandolo. Amico li guarda: sono cinque, il più grande un ragazzo della sua età, il più piccolo una bimba di cinque anni circa.

Quando la bimba si vede guardata, gli chiede timida: "Come ti chiami?"

"L'Ultimo Amico Della Luna."

"E ti chiamano Ultimo?"

"No, Amico. E tu?"

"Io sono Fiore Del Campo Di Maggio e mi chiamano Maggio, lui è Pietra, lei è Pozzo, lui è Giunco e lui Falce." presenta la piccola in ordine di età fratelli e sorelle.

"Falce?" chiede Amico al più grande.

"Sì, nobile studente, il mio nome è Riflesso Di Sole Sulla Falce."

"E quanti anni hai?"

"Sedici."

"Come me."

Finito di mangiare, i ragazzi iniziano a riempire di domande Amico. Solo Falce ascolta e tace. Falce ha un corpo da nuotatore, snello e sodo, e un'espressione seria. Ad Amico piace abbastanza e pensa che se fossero stati dello stesso villaggio, sicuramente sarebbero diventati amici. Il sole è calato ed hanno acceso le lanterne. I grandi mandano a letto i piccoli e, attorno al tavolo rimangono solo il capo, la moglie e Falce assieme ad Amico.

Il capo fa altre domande ad Amico, poi, più tardi dice al figlio: "Mostra al nostro ospite dove dormirà, è ora che riposi."

"Sì padre. Vieni, nobile studente."

Amico lo segue fino a una stanzetta.

"Ecco, questo è il mio letto, tu puoi dormire qui."

"Ma... e tu?"

"Io dormirò qui in terra."

"No, non è giusto. Il letto è abbastanza grande per dormirci in due."

"Non vorrei disturbarti, nella notte, con i miei movimenti."

"No, davvero, non voglio privarti del tuo letto."

"Beh, solo per una notte, e poi tu devi viaggiare, hai bisogno di riposare bene."

"No, insisto." dice Amico togliendosi di dosso il gonnellino e stendendosi sul letto in modo di occuparne solo mezzo.

Falce allora si stende nel posto lasciatogli libero: "Grazie, sei molto gentile."

"Sei gentile tu ad avermi offerto il tuo letto." risponde Amico.

Falce spegne la lucerna. Amico ne sente il tepore accanto a sé ed è lievemente eccitato, ma non osa fare avances.

"Mi piacerebbe andare alla capitale: non ci sono mai stato." sussurra Falce.

"Neanche io. Dicono che sia molto bella."

"Infatti la chiamano anche La Bella, e La Grande e anche la Città D'Oro." dice Falce con voce sognante. "Ma è lontana, dicono che di qui ci vogliono venti giorni di cammino e anche più." aggiunge poi.

"Sì, un lungo viaggio." dice Amico.

"Devi essere molto bravo se ti hanno mandato alla scuola imperiale." mormora Falce.

Amico non risponde.

Falce, dopo poco, sussurra: "Hai il perizoma bianco come i nobili."

"Sì, gli allievi della scuola imperiale devono indossarlo." rispose Amico.

"Ed è di tela morbida." dice Falce passandovi sopra lieve una mano.

Amico freme eccitato. L'altro se ne rende conto e carezza con più forza. Amico emette un lieve gemito di piacere. L'altro vi infila la mano sotto e gli afferra il turgore, palpandolo. Amico allarga le gambe gemendo ancora in ansiosa attesa.

"Scioglilo..." mormora Falce chinandosi fra le sue gambe e serra fra le labbra il membro del suo ospite.

Lo sugge con evidente piacere e bravura e muove le labbra e la lingua in modo così speciale da far provare all'ospite un piacere intenso. Mentre lo succhia, il ragazzo accarezza tutto il corpo dell'altro e Amico, a poco a poco, prova un piacere sempre intenso che culmina nell'esplosione finale.

Il ragazzo beve quasi avidamente, e alla fine si stacca con un sospiro, mormorando: "Hai un ottimo sapore, grazie."

Stranamente Falce non vuole esser toccato, non s'è neppure sciolto il perizoma. Mentre Amico si addormenta, pensa che il suo viaggio è iniziato in modo decisamente piacevole: due avventure, con sconosciuti, solo il primo giorno.

La mattina dopo, quando riprende il cammino, il capo-villaggio gli consiglia, dopo aver traversato il villaggio seguente, di prendere la strada di destra, una nuova strada fatta costruire dall'Imperatore, che, passando un po' più all'interno, evitava tutte le curve della costiera. Amico ringrazia e si avvia di buon passo. Raggiunge il villaggio a metà mattina e, giunto al bivio, prende la strada di destra.

All'inizio è solo uno stradello esiguo che gli fa dubitare di aver sbagliato, ma dopo poco sbuca su un'ampia strada lastricata e Amico vede, nella direzione opposta a quella in cui deve andare, cioè a sud, squadre di uomini che stanno lavorando per prolungarla. Ai due lati della strada, dopo poco che cammina, vede un'altra squadra di uomini che sta piantando alberelli. Nel giro di pochi anni, pensa Amico, questa strada sarà splendida.

Cammina a lungo: il paesaggio della primavera, man mano che sale a nord, è d'una bellezza dolce, pieno di profumi e di colori. Sulla sua sinistra, un po' più in basso, il grande oceano lambisce le coste frastagliate. Nel cielo sereno volano alti uccelli a stormi in una specie di fluida e solenne danza. A sera arriva ad una specie di locanda, una costruzione nuova sorta di recente di lato alla strada per i viandanti. Mentre ci passa davanti, una ragazza che sta ritta sulla porta gli rivolge la parola con un ampio sorriso.

"Giovane viandante, sta per calare la notte, perché non ti fermi a mangiare e riposare da noi?"

"Sì, mi fermerei volentieri."

"Qui costa poco: mangiare e dormire solo due piastre."

"Due piastre? Ma io ne ho dieci in tutto e devo viaggiare per venti giorni, non potrei fare una spesa così."

"Ah, allora, mi dispiace." dice la giovane improvvisamente scontrosa.

In quel momento compare sulla porta un uomo: "Dove vai ragazzo, in venti giorni, alla capitale?"

"Sì. Devo entrare nella scuola imperiale."

"Ah, allora avrai la lettera di presentazione."

"Certo, eccola." dice Amico togliendola dal fagotto e mostrandola.

L'uomo la prende e la legge. "Bene," dice rendendogliela, "se è così, ti offro io la sosta in questa locanda. Entra. Sii mio ospite."

"Ti ringrazio. Chi sei?"

"Il funzionario delle strade imperiali. Sto andando a controllare i lavori di questa strada. Vieni, mangeremo e parleremo assieme."

L'uomo è di piacevole compagnia. Dice ad Amico che ha un figlio di venti anni nella guardia imperiale e che abita in una nuova casa alla periferia della capitale e lo invita ad andarlo a trovare qualche volta, spiegandogli come può trovare la sua casa. Quindi, più tardi, dopo avergli fatto assegnare un letto nella stanza comune, lo saluta e si ritira nella sua stanza. Amico è colpito dalla generosità disinteressata del funzionario, dalla sua gentilezza di modi, dal suo parlare elegante.

Il funzionario parla logicamente la "lingua fiorita" cioè la lingua franca ufficiale dell'impero che Amico aveva imparato alla scuola del tempio. Mentre Amico è del popolo della Montagna Bianca, il funzionario è del popolo del Giaguaro: lo si vedeva dal colore un po' più scuro della pelle, dagli occhi più tondi, dal mento quadro e dal naso aquilino. Si diceva che una volta il popolo del Giaguaro avesse dominato tutta la parte nord dell'impero, molto prima che il popolo del Sole fondasse l'attuale impero. Si diceva che la gente del popolo del Sole fosse la più bella e forte dell'impero e quella del Giaguaro la più raffinata e decadente. Ad Amico quel funzionario aveva dato l'idea di un uomo raffinato ma non certo decadente.

Il mattino seguente, ringraziato il funzionario, Amico riprende il cammino verso nord. Avvicinandosi all'equatore, e passando i giorni, fa sempre più caldo, sì che a volte Amico passa la notte anche all'aperto senza problemi. Avvicinandosi alla capitale, la strada è sempre più piena di traffico: corrieri dell'imperatore, mercanti, ricchi e poveri, di popoli diversi; Amico osserva pieno di curiosità i mille tipi che incrocia. A volte fa anche un tratto di strada con qualcuno, sì che camminando conversa e il tempo passava più veloce.

L'undicesimo giorno di viaggio, da una via laterale si immette sulla strada imperiale una coppia di giovani che Amico giudica essere marito e moglie. Si salutano, camminano per un po' assieme. I due non vanno alla capitale ma si fermano a Granmasso, città famosa per le sue miniere di oro, dove abitano. Lui è un fonditore di oro. A sera i due decidono di fermarsi in una locanda ed offrono ad Amico di fermarsi con loro. Mangiano assieme, poi lei si ritira a dormire.

Allora lui dice ad Amico: "Tu piaci molto a mia sorella: se volessi, lei ti aspetta in camera."

Amico, stupito, gli dice: "Credevo fosse tua moglie."

"No, siamo fratello e sorella. Lei è rimasta vedova e sono andato a prenderla per riportarla a casa con noi, perché lei non stava bene con la famiglia del defunto marito. Allora, se vuoi andare..."

"Io..." dice allora lievemente imbarazzato Amico, "sono molto giovane, non ho mai avuto una donna."

"Mai?" chiede stupito il giovane, "e non vorresti provare?"

"Non so, non credo." dice esitante Amico.

L'altro lo studia un attimo, poi dice: "Allora, se vuoi venire in camera con me..." e, sotto il tavolo, gli mette una mano sotto il gonnellino carezzandolo arditamente.

Amico, che da dieci giorni non fa più l'amore, si eccita subito.

L'altro lo sente e con un sorriso disse: "Vieni?"

Amico annuisce. Salgono nella camera del giovane. Posata la lanterna, questi sospinge Amico a sedere sul bordo del letto, s'inginocchia fra le sue gambe e, alzatogli il gonnellino, sfrega una guancia sulla sua erezione, spingendo il naso nella piega dell'inguine, passandovi la punta della lingua. Amico si stende con la schiena sul letto, allargando ancora un po' le gambe, pienamente eccitato. Sente i denti dell'altro stringere lievi sul suo turgore, attraverso la stoffa del perizoma, mentre con le mani gli fruga sul nodo per scioglierlo. Amico chiude gli occhi fremendo, abbandonandosi alla crescente libidine dell'altro.

Il giovanotto lo denuda e si denuda, lo sistema meglio sul letto, si inginocchia fra le sue gambe mettendogli le proprie ginocchia divaricate sotto le cosce, di fianco al sedere e si spinge in avanti deciso, sicuro, forte, e come un esercito che risale una valle incuneandovisi deciso e la conquista senza incontrare resistenza, lo prende. Amico si rilassa assaporando a pieno quell'assalto virile e le sue mani spaziano in delirio sul corpo che guizza su di lui e in lui ad ogni spinta.

Quando infine il giovane si rilassa su di lui, gli sussurra: "Sei meglio di mia moglie: mi sono sempre piaciuti i ragazzi giovani come te."

"Sei sposato?"

"Sì, certo. Ho due figli. E ho un garzone della tua età, con cui a volte mi diverto. Ma non è bello come te."

Si addormentano. La mattina l'altro vuole di nuovo fare l'amore e Amico accetta di buon grado, gli piace sentire il forte membro del bel giovanotto scivolargli dentro con tanta irruenza. Gli piace anche vedere come l'altro gli sorride soddisfatto mentre lo prende. Sente che l'orgasmo è prossimo, allora sale a mordicchiargli i capezzoli e l'uomo si scarica in lui con poche poderose spinte. Amico viene anche lui, fra i due ventri tesi, stringendosi al giovane uomo che ora giace su di lui, ansando soddisfatto.

Poi il ragazzo riprende la strada mentre il giovane uomo va a svegliare la sorella.

Il quindicesimo giorno di viaggio, verso mezzogiorno, mentre splende il sole, inizia a cadere una fitta pioggerella lieve che forma veli luminescenti che ricordano ad Amico la cascata e l'incontro con Belcaro. Dei tre con cui ha fatto l'amore da quando ha iniziato il suo viaggio, questi era stato certamente il più sensuale. Si chiede se l'avrebbe rivisto, ed i suoi sentimenti sono contrastanti. Da una parte, indubbiamente, gli è piaciuto molto, ma dall'altra lo sente come un perfetto estraneo.

La pioggerellina sottile cessa poco dopo e il sole asciuga rapidamente la pelle di Amico: solo il gonnellino ci mette più tempo ad asciugarsi e il sentore di umido sulle cosce è piacevole. Amico cammina fino a sera. Si ferma di lato alla strada, dove, poco lontano, vede una casetta di contadini. Il terreno è umido, perciò va a bussare a quella casupola ed ottiene ospitalità per la notte.

Il giorno seguente riprende la via. Ora la strada taglia dentro una foresta, non molto fitta, bella. Canti di uccelli, richiami di animali, il sole che filtra luminoso fra gli alberi, rendono affascinante quel tratto di strada. Amico si guarda attorno godendo lo spettacolo. Si ferma quando il sole è alto, siede in una piccola radura e prende un po' del cibo che ha nel fagotto, mettendosi a mangiare. Gli viene sete, perciò si alza per cercare un ruscello. Lo trova dopo poco, si china a bere con le mani a coppa. Poi, sentendo un bisogno corporale, si allontana dalla strada costeggiando il ruscello, si acquatta fra i cespugli, si scioglie il perizoma e si libera.

Sta rimettendosi in ordine, quando qualcosa sfiora con un sibilo la sua guancia e il fagotto che sta per mettersi a spalla cade a terra trafitto da una lancia. Amico lancia un grido e vede sbucare fra le fronde un giovane atletico e forte che, vistolo, si ferma interdetto.

"Sei pazzo ad acquattarti così fra i cespugli? Ho rischiato di ucciderti!" dice l'altro con aria accigliata, andando a riprendere la propria lancia.

"Dovevo andare di corpo..." si scusa allora Amico inchinandosi, perché ha notato il collare d'oro e il perizoma bianco e ha capito di trovarsi di fronte ad un nobile.

Al centro dell'esile collare d'oro c'è un'aquila con le ali distese, il simbolo della tribù del nobile.

"Questa è zona di caccia, incosciente!" gli dice l'altro e, girategli le spalle, si allontana a passo svelto nel folto del bosco senza dire altro.

Amico torna rapidamente alla strada. Ma negli occhi ha ancora l'immagine del giovane seminudo, di una bellezza incredibile: aveva i capelli neri e lisci, luminosi, a caschetto. Spalle ampie, vita stretta, braccia e gambe possenti. Occhi scuri, penetranti, labbra dolci ed esili e, nonostante l'aria accigliata, un'espressione gentile. Amico aveva rischiato di essere trafitto, e in realtà lo era stato, non dalla lancia ma dalla visione di quel giovane maschio. Come una visione gli era comparso davanti, come una visione era svanito, ma Amico ne ha pieni gli occhi ed il cuore.

Quando finalmente Amico giunge in vista della Bella, della Grande, è l'imbrunire: la città si stende a sinistra fino al grande mare ed a destra su per il pendio, immensa, bianca, punteggiata dalle alte costruzioni dei templi. Amico trattiene il respiro. Il sole, che sta scendendo in mare, arrossa il cielo e le acque sì che tutto pare soffuso di una luce calda come di un incendio senza fiamme e senza fumo. La bianca pietra pare d'oro puro.

Amico pensa che gli sarebbe convenuto dormire lì, in modo di entrare nella città di mattina e di cercare così la scuola imperiale con comodo. Si allontana leggermente dalla strada cercando un punto comodo per stendersi e che, al tempo stesso, gli permetta di godersi la visione della capitale. Trovatolo, rimane a lungo a sedere. Il sole lambisce le acque ed un lungo nastro luminoso traversa l'ampia distesa del mare unendo il disco alla città, come un'ampia strada di oro liquido. Da mille tetti si levano esili linee di fumo che si alzano ritte e morbide nell'aria immota. Il sole ora è stato quasi completamente inghiottito dalle acque ed il cielo si sta facendo scuro. Qua e là appaiono tenui punti di luce di lontane lucerne, quasi a far da specchio alle stelle che si stanno accendendo nella volta del cielo.

Amico pensa ai due dei che, trasformati in possenti alberi, hanno sollevato il cielo separandolo dalla terra nella quinta creazione e li ringrazia mentalmente per quanto hanno fatto. Ora il cielo è scuro e buio, perché il dio Luna ancora non si è ancora affacciato sul mondo. La città è divenuta invisibile se non per i vaghi e distanti punti di luce. Amico si stende, il cuore pieno di pace e di gioia: sta per entrare nella città dell'Imperatore. Per lui sta per iniziare una vita completamente nuova. Se si fosse fatto onore, sarebbe potuto diventare un funzionario imperiale, o tornare al villaggio colmo di onori e di prestigio. Amico non è ambizioso, ma ha una gran sete di sapere e di imparare. È stato fortunato ad essere il prescelto per la scuola imperiale e Roccia, che gli vuole bene, ha fatto bene a spingerlo ad accettare.

Non si addormenta subito, Amico: la sottile eccitazione che si è impadronita di lui alla vista della capitale, lo tiene ancora sveglio. Nella sua mente si affollano pensieri, fantasie, ricordi. Ripensa a Roccia e si chiede se stia dormendo, se stia pensando a lui. Più Duro Della Roccia, forte e tenero, dolce e appassionato, con cui era stato così bello scoprire e vivere la via dell'amore. Avrebbe voluto averlo ora lì, accanto a lui. Carezzarne le forme familiari che avrebbe saputo riconoscere anche al buio. Svegliarne il desiderio, assaporarne i baci intimi e profondi, sentirne il respiro odoroso di menta, suggerne il nettare come l'ape fa nei fiori, unirsi infine dopo estenuanti carezze, fino all'esplosione finale dell'uno nell'altro.

Si addormenta eccitato a questi caldi ricordi, a questi dolci pensieri, chiedendosi se avrebbe mai trovato un altro amante così completo. Il suo Roccia... Non bello come il nobile che per poco l'aveva ucciso, non sensuale come Belcaro alla cascata, eppure così perfetto.

La mattina è svegliato dal primo sole che gli lambisce il corpo scaldandolo come l'abbraccio del suo amante. Si alza, si stira voluttuosamente, prende a spalla il suo fagotto dopo averne estratto la lettera che infila nella fessura sulla punta del bastone e si avvia a passo svelto entrando nella città.

Chiede più volte la direzione della scuola imperiale, finché giunge in vista di un poderoso complesso di costruzioni: a destra, verso il monte, la residenza imperiale, a sinistra, verso il mare, la scuola, affacciate su una ampia piazza su cui danno anche il tempio del Sole, la caserma della guardia, ed altre importanti residenze.



Copertina e indice
INDICE
5oScaffale
shelf 1
Pagina seguente
next


navigation map
recommend
corner
corner
If you can't use the map, use these links.
HALL Lounge Livingroom Memorial
Our Bedroom Guestroom Library Workshop
Links Awards Map
corner
corner


© Matt & Andrej Koymasky, 1997 - 2008