Amico si presenta alla porta della scuola.
Il custode lo introduce e chiama un addetto, che lo porta in una stanza: "Aspetta qui." gli dice.
Amico guarda con ammirazione la grande struttura di pietra in cui è entrato, le pietre enormi, perfettamente sovrapposte, lavorate in modo di incastrarsi senza lasciare la minima fessura fra di esse. Che differenza con le case del suo villaggio, di legno e fango! Tutto dà l'impressione di maestà, di potenza, di solidità imperitura. Finché fosse durata la quinta creazione, pensa Amico, quella costruzione severa e maestosa sarebbe durata. Il suo fagotto ai piedi, il bastone poggiatovi sopra, la lettera di presentazione in mano, Amico attende.
Arriva un uomo dal gonnellino rosso intessuto con il simbolo del sole, un esile collare d'oro con al centro il simbolo del giaguaro, una scatoletta di legno ed alcuni fogli in mano.
Fa sedere Amico, legge la lettera con attenzione, la ripone sotto i propri fogli.
Quindi gli dice: "Bene, per essere ammesso, da quest'anno, si deve anche superare un esame. Ora ti faccio cinque domande: tu le scriverai su questi fogli, una per foglio, quindi dovrai rispondere. Se risponderai esattamente ad almeno tre domande, sarai ammesso alla scuola, se no, dovrai tornartene al tuo villaggio."
Amico, che non sapeva nulla di quell'esame, annuisce un po' preoccupato, ma non dice nulla. L'uomo apre la scatoletta di legno che contiene colori e pennelli e la porge ad Amico, quindi, nella più elegante "lingua fiorita" gli detta alcuni passaggi dei classici. L'esame consiste nel continuare quei passaggi, spiegare da che libro sono presi, poi spiegarne il significato.
Amico, mentre scrive sotto dettato, usando il solo pennello nero per fare in fretta, riconosce i brani che aveva imparato al tempio. Non è affatto difficile, quell'esame, pensa rilassandosi di mano in mano che l'altro detta. Finito il dettato, mentre Amico stende anche i colori, pensa alle risposte. Quindi le stila con attenzione, un foglio dopo l'altro. Solo uno dei cinque testi non conosce, ma ha la forma e la struttura di un discorso di ideali civici e come tale lo definisce, pur non potendo proseguirlo. Quindi tende i cinque fogli all'uomo.
Questi aveva osservato in silenzio mentre Amico scriveva. Prende i fogli, chiude la scatola degli inchiostri, si alza e gli dice di aspettare. Chissà perché, ora che l'uomo è andato via, ad Amico vengono in mente risposte anche migliori, più belle. Si chiede se quello che ha scritto, e anche come l'ha scritto, sarebbe stato giudicato sufficiente. Ma ormai era fatta.
Entra un altro uomo, più anziano: indossa lo stesso gonnellino dell'altro, ma un collare d'oro più ampio, con il simbolo del pesce al centro.
"Amico di Sonora, ho letto le tue prove: la calligrafia può migliorare, ma è discreta, non vi sono errori di lingua, anche se hai usato uno stile molto semplice, e le risposte sono tutte esatte, perciò sei ammesso nella scuola imperiale. La lettera di presentazione ti fa onore. Se ti impegnerai, faremo di te un buon allievo. Ora ti sarà assegnata la tua cella, il gonnellino bianco dei postulanti, il materiale per la scrittura. La scuola inizia fra cinque giorni: se hai piacere puoi profittarne per visitare la capitale, visto che è la prima volta che ci vieni, penso. L'importante è che tu rientri prima del tramonto o dovrai dormire fuori. Per mangiare, puoi mangiare qui alla scuola o fuori, se hai denaro. La scuola non ti darà denaro, comunque." gli dice ed aggiunge altre spiegazioni, quindi lo porta dal responsabile dei dormitori e glielo affida.
Questi per prima cosa mostra ad Amico la sua cella: una stanzetta al secondo piano, che si affaccia nell'ampio cortile, con una pedana di pietra su cui è il letto, un tavolo ed uno sgabello, un armadio di legno per le sue cose. Gli fa vedere dove sono i gabinetti ed il bagno e gliene spiega l'uso, gli mostra il refettorio, le aule, la stanza dei rifornimenti e qui gli fa dare il gonnellino bianco da principiante, una scatoletta dei colori, un fascio di fogli, una lucerna con un vaso di olio. Poi, dopo che il ragazzo ha riportato tutto nella propria cella ed ha indossato il bianco gonnellino, l'uomo lo porta nelle altre celle già abitate e gli fa conoscere i compagni, alcuni principianti come lui, altri del primo, secondo e terzo anno.
Quelli del primo anno hanno, ricamato sul gonnellino bianco, un sole giallo con occhi e bocca chiusi, quelli del secondo un sole arancio con occhi aperti e bocca chiusa, quelli del terzo un sole rosso con occhi e bocca aperti. Un compagno del terzo gli spiega la simbologia.
"Quelli come te, devono ancora nascere, non sono nulla. Poi, al primo anno devi solo ascoltare, senza parlare, al secondo puoi chiedere, vedere, ma ancora non parlare, non dare opinioni, al terzo puoi iniziare ad esprimere le tue opinioni. Dopo il terzo, l'esame finale e la destinazione." Poi gli chiede: "Hai un protettore?"
"Un protettore? Che cosa è?"
"Chi è, bestia! Un nobile che ti dia denaro, che ti segua, che ti protegga insomma. Senza un protettore, per quanto tu sia bravo, non farai mai carriera."
"E come si fa ad avere un protettore?"
"Ogni anno noi allievi siamo invitati alle quattro feste solari. Se piacerai a qualcuno, lui ti offrirà di farti da protettore. Vedi, questo bracciale? C'è il simbolo del falcone, perché il mio protettore è il gran sacerdote del dio Falcone."
"E che cosa deve fare un allievo per il suo protettore?"
"Dipende dal protettore: deve accompagnarlo nelle feste, servirlo, adularlo, comporre poemi o discorsi per lui, essere pronto a fare quanto gli richiede, nel tempo libero da scuola. Fargli onore alle competizioni di fine d'anno."
Amico assente.
L'altro gli dice: "La prima festa sarà tra pochi giorni, la festa del Giorno Crescente, cioè dell'Equinozio di Primavera, o del Nuovo Anno. Cerca di farti notare da qualche nobile o sacerdote, di farti apprezzare, se ci riesci. Senza un protettore, sarai sempre sottomesso a tutti, qui dentro, non lo auguro neppure al più antipatico degli allievi, e tu mi sembri simpatico."
Amico inizia ad uscire. Per prima cosa visita il grande tempio del Sole, il tempio imperiale per eccellenza. Si aggira ammirato sulla sommità, fra altri visitatori, guardando un po' i bassorilievi di pietra variopinta, un po' il panorama. Di là si ha anche una visione completa del complesso del palazzo imperiale con i suoi giardini, e di tutta la città che digrada fino al porto.
Ad un tratto un giovane nobile, con il gonnellino rosso intessuto col disegno di un'aquila, il collare d'oro, un copricapo di piume, gli si accosta, gli sfiora il petto e gli dice con un sorriso:
"Ah, un principiante. Quale è il tuo nome?"
"Sono Amico Della Luna, signore." risponde Amico guardandolo stupito: è il giovane nobile che per poco l'aveva ucciso nella foresta, e ora lo sta praticamente carezzando davanti a tutti.
Amico provava piacere a quel contatto ed arrossisce. L'altro ritira la mano ma continua a guardarlo con una curiosa mistura di desiderio, soddisfazione, umorismo. Poi lo guarda da capo a piedi e gli dice:
"Ho la vaga sensazione di averti già visto." Amico si chiede se lo sta prendendo in giro: possibile che non ricordi il loro incontro nella foresta solo cinque giorni prima?
Senza sapere neanche lui perché, Amico risponde: "È il mio primo giorno qui nella capitale..."
"Ah, allora sicuramente mi sbaglio. È stato un piacere conoscerti, Amico, non credo ti chiamino Luna. Sei un ragazzo molto attraente. Addio!" e si allontana scendendo la gradinata a grandi passi veloci.
Amico freme, provando un senso di rammarico e si chiede perché non gli ha ricordato l'incidente del loro primo incontro. Ma poi si dice che forse ha fatto bene: forse il nobile non vuole ricordarlo. Si guarda attorno temendo che tutti gli occhi della gente siano fissi su di lui, ma con sollievo si accorge che nessuno lo sta guardando. Termina la visita, quindi scende verso la città.
Cinque giorni dopo c'è la festa del Giorno Crescente. Il cortile della scuola è affollato di tutti gli allievi, i maestri, e da nobili, sacerdoti, guerrieri. Torno torno, su pedane, profusione di cibi e bevande. Dopo la cerimonia, tutti si mettono a mangiare e parlare. Amico, a parte pochi allievi, non conosce nessuno e si sente quasi un estraneo, un intruso in quel posto. Prova un lieve senso di imbarazzo, di vergogna. Ma si decide ad andare a prendersi qualcosa da mangiare. Quando si gira con il cibo in mano, si trova di fronte quel bel giovanotto dalle spalle ampie e la vita stretta, con l'aquila tessuta sul gonnellino ed inserita al centro del collare.
"Amico!" lo saluta con un ampio sorriso, e il ragazzo prova piacere che l'altro ricordi il suo nome, "Vieni, vieni con me, ti voglio presentare alcuni amici miei." lo prende per un braccio e lo guida fra la calca.
"Ecco, Gazzella, questo è Amico, il ragazzo che ho incontrato sul tempio del Sole." poi si gira verso Amico: "Mi sei mancato, in questi cinque giorni, volevo quasi venire a cercarti nella scuola."
Continua a tenerlo per un braccio in una stretta quasi possessiva che Amico non è sicuro di gradire, ma a cui sente di non saper resistere.
"Controllati, Cielo!" lo rimprovera Gazzella che poi si rivolge ad Amico: "Non puoi immaginare l'impressione che hai fatto su Cielo: non ha fatto che fantasticare di te in tutti questi giorni."
Amico, con un sorriso schivo, risponde alla ragazza: "Posso dire lo stesso di me, benché ci si sia incontrati solo per un minuto."
Un'altra giovane donna lì accanto dice allegra: "Di solito, basta un solo minuto, no?" poi aggiunge: "Io comunque mi chiamo Fiore, Radioso Fiore D'Inverno. Sono lieta di conoscerti, Amico! E lui..." dice indicando un altro giovane piuttosto tarchiato, dall'aria accigliata, "...si chiama Mattino. Primo Mattino Del Mese Del Gallo. È della nobiltà minore, come vedi, ha la folgore come emblema."
Mattino dice un semplice "Salve."
"È altrove, non farci caso!" dice Fiore.
"Altrove? In che senso?" chiede Amico confuso.
"È stato tradito dall'amante, non pensa ad altro. L'abbiamo trascinato a forza qui alla festa per farlo divagare ma pare che non ci riusciamo. Se vuoi provarci tu..." dice Gazzella.
"No, è un principiante, Amico, e necessita protezione lui stesso. Non vedi che non ha ancora il bracciale?" dice Cielo guardando l'aria un po' smarrita del ragazzo.
"Giusto: perché non ti offri tu di fargli da protettore?" chiede Gazzella.
"Non so se lui lo gradirebbe: forse può trovare un protettore più importante di me, bello come è." dice Cielo carezzandolo con lo sguardo.
Amico si sente emozionato: certo che avrebbe voluto quel bellissimo giovane nobile per protettore.
Gazzella gli chiede: "Amico, ti andrebbe Calmo Cielo D'Autunno come tuo protettore? La porteresti volentieri l'aquila sul bracciale?"
"Con una domanda così diretta, lo metti in imbarazzo!" dice Fiore.
Amico allora dice: "Ne sarei molto onorato. Che devo fare per meritare tanta premura?"
"Sentilo come parla bene! Allora, Cielo, che deve fare per compiacerti?" chiede Gazzella.
Cielo guarda negli occhi Amico: "Nulla. Essermi amico, come dice il suo nome."
"Accetti, Amico?" gli chiede Fiore.
"Con immenso piacere e gratitudine." dice il ragazzo con un nodo alla gola.
"Allora, presto passerò a portarti il bracciale con l'aquila, Amico." dice Cielo in un tono basso e caldo che suscita fremiti nel ragazzo.
Iniziano i corsi: scrittura, lettura, dizione, etichetta; poi lo studio approfondito dei Cinque Libri: in realtà ogni libro era composto di più volumi. Il Libro degli Dei, con la cosmogonia, la mitologia, il calendario divinatorio, le Storie delle Cinque Creazioni; Il Libro delle Cronache, con la storia dei vari popoli dell'impero, e poi gli annali del popolo del Sole, con la storia dal primo imperatore all'attuale: Inno Potente Cantato All'Eterno Dio Sole, Sessantatreesimo Discendente Del Sole, Luce Del Mondo E Dei Popoli, Fiore Inebriante Che Mai Appassisce; il Libro degli Inni, con i testi delle cerimonie religiose, i testi dei canti e per la musica con i sacri tamburi, le prescrizioni per le feste civili e religiose; il Libro della Poesia, con i canti di guerra, i canti dei fiori, i canti nuziali, i canti d'amore, i canti di lutto, e così via; il Libro dei Discorsi, con i discorsi civili, i discorsi morali, il libro dei proverbi, il libro dei consigli, i discorsi degli antichi, il libro delle gare d'eloquenza.
Amico segue con passione le varie lezioni e spende quasi tutto il suo tempo libero ad esercitarsi, sia nella scrittura che per imparare a memoria tutti i testi e saperne dare in modo esauriente, chiaro e piacevole le spiegazioni. Si allena anche molto in composizione e dizione. A volte, però, trova anche il tempo per vagare per la città. Ha conosciuto un macinatore di colori, a cui Amico è simpatico, che gli ha regalato una bella scatola di scrittura ricca di colori purissimi e di raffinati pennelli.
Cielo una sera va a prenderlo a scuola, e lo invita ad andare con lui; Amico obietta che presto sarebbe tramontato il sole e non avrebbe avuto molto tempo.
"Dormirai fuori, avverto io il guardiano. E domattina ti riaccompagnerò a scuola in tempo per la prima lezione. Fuori ci sono gli amici che ci aspettano." dice deciso Cielo.
Amico annuisce contento all'idea e, ottenuto il permesso, lo segue. Fuori ci sono Gazzella, Fiore e Mattino. Le due ragazze prendono Amico in mezzo e tutti assieme si avviano verso la città alta.
"Ecco, questa è casa mia." dice Gazzella indicando una piccola ma bella costruzione in pietra, "È comoda: come vedi di fronte c'è il venditore di tacchino cotto, quindi non devo neppure mantenere il servo per cucinare."
"A proposito," dice Cielo allegro, "andate in casa voi, io compro un po' di cibo e vi raggiungo. Tu vieni con me, Amico!"
Gli altri tre assentono ed entrano in casa, Cielo porta Amico nella bottega da cui provengono odori deliziosi. Questi guarda le donne affaccendate a cucinare su grandi focolari, mentre Cielo ordina al padrone i cibi che questi dispone con cura in grandi foglie che lega accuratamente. Cielo paga, porge alcuni fagotti ad Amico, prende gli altri e vanno nella casa di Gazzella. Uno schiavo apre loro la porta. Cielo guida Amico attraverso stanze, illuminate ognuna da una lanterna, finché giungono nella stanza in cui gli altri tre sono seduti su morbidi ed ampi cuscini azzurri attorno ad un basso tavolo. In quella stanza le lanterne sono cinque sì che la luce è forte.
Gazzella sta recitando una poesia d'amore. Cielo, senza interromperla, depone sul tavolo i fagotti di cibo. Mattino si alza e torna dopo poco con alcune anfore. Amico nota che una di queste ha per manico un albero, ricurvo ad arco, sotto cui è poggiato un uomo nudo, il cui enorme membro eretto funge da beccuccio.
Gazzella si interrompe e ride: "Mattino, dovrò regalarti quell'anfora, vedo che ti piace troppo. Sai, Amico, lui non ci beve come tutti, ma vi attacca con le labbra... è un libidinoso, il nostro Mattino!"
"Si consola come può." dice Fiore ridendo a sua volta, "Fai vedere ad Amico come ci bevi, tu."
Mattino sorride, si attacca con le labbra al grosso pene di ceramica e succhia una sorsata di liquore. Tutti ridono.
"Vuoi bere anche tu, Amico?" gli propone Mattino.
"Che cosa contiene?"
"Birra di mais, si capisce."
"Non possiamo berne, noi allievi, ci è proibito."
"Ma qui, nessuno ti vede." dice Mattino.
"No, grazie." insiste Amico.
Le due ragazze aprono i fagotti da cui si leva subito un vapore profumato ed invitante ed iniziano a distribuire il cibo. Si mettono a mangiare allegramente chiacchierando e ridendo, bevendo, Cielo, Mattino e Fiore birra di mais, Gazzella e Amico acqua o matè.
"La tua casa è grande, Gazzella, piena di stanze: dove hai intenzione di farci dormire?" chiede Cielo.
"Ognuno di voi è libero di scegliersi la stanza che preferisce. Io e Fiore, comunque, dormiremo nella stanza qui dietro, come sempre. E noi due sole."
Amico allora intuisce che le due donne devono essere amanti. In un primo momento aveva pensato che una delle due, forse proprio Fiore, potesse essere la compagna di Cielo.
Mattino dice: "Io dormo nella stanza accanto alle dispense. E voi due? Nella stanza accanto al bagno?" chiede poi a Cielo con un sorriso furbetto.
"Mattino è sempre malizioso, Amico, non far caso alle sue insinuazioni, fai finta di non capirle."
"Non è necessario che io finga, non capisco." dice Amico confuso, chiedendosi che senso nascosto ci possa essere nella domanda di Mattino.
"Meglio così, l'innocenza è la tua migliore difesa, Amico." dice Gazzella con un accento di simpatia.
"Ma di che state parlando?" chiede Fiore con aria di falsa innocenza.
Ad Amico di colpo è chiaro: ricorda una poesia d'amore, dove era scritto: dopo l'amore non v'è cosa più dolce che immergerci nelle profumate acque del bagno... Allora cita i primi versi della poesia:
"Quando la notte è sì fonda che che anche il bianco sembra nero, quando il silenzio tutto avvolge di mistero..."
Cielo lo guarda con un sorriso soddisfatto, posa il cibo che sta mangiando, annuisce e continua: "...in petto dolce canzone mi risuona e suscita eco profondi nell'amata persona... Vedete che Amico non è uno sprovveduto. Sì, dammi il braccio, Amico, ecco il bracciale che ti avevo promesso..." dice e cinge il bracciale con l'insegna dell'aquila al ragazzo.
"Grazie, Cielo."
"Grazie a te di averlo accettato." dice Cielo con un sorriso schivo che sorprende il ragazzo: di solito Cielo sembra molto sicuro di sé, non s'aspettava quella lieve espressione di imbarazzo in lui.
Finito di mangiare, lo schiavo porta l'acqua calda per le abluzioni delle mani, e toglie dal tavolo i resti del cibo. Quindi Gazzella gli dice di stendere i letti. Decide che Cielo e Amico dormano nella stanza che dà sul piccolo giardino interno. Cielo non obietta nulla. Più tardi, Mattino per primo saluta e va a dormire, leggermente brillo, portandosi appresso l'anfora che Gazzella gli ha donato. Allora anche Cielo si alza e guida Amico nella stanza in cui avrebbero dormito.
Qui sono stesi due materassi, l'uno accanto all'altro, di fronte alla porta aperta verso il giardino illuminato dalla luna. Cielo spegne la lanterna, si toglie il collare, il copricapo, il gonnellino. Anche Amico toglie il gonnellino mentre ammira il bel corpo del suo protettore. Questi si stende su uno dei due materassi e Amico sull'altro.
"Sono contento." dice dopo poco Cielo.
Amico attende che dica altro, ma Cielo tace. È troppo tardi per dire: anche io, perciò anche Amico preferisce tacere. Si sente terribilmente attratto dal corpo dell'altro, lì accanto, a portata di mano. Ma non riesce a muoversi, a respirare quasi. Eccitato, attende, sperando che Cielo prenda l'iniziativa. Per molto tempo non accade nulla, sente il respiro lieve dell'altro. Ha voglia di girarsi su un fianco per ammirarlo, ma non ne ha il coraggio.
Poi sente una mano di Cielo posarglisi sul petto, lieve, senza muoversi. Attende.
"Ora dormi, Amico. E che i tuoi sogni possano essere belli." sussurra Cielo.
Amico, lievemente deluso, mormora: "Lo saranno senz'altro..."
"Sì, certo." risponde Cielo.
Amico ha voglia di carezzare la mano che ancora gli posa sul petto, di portarla alle labbra, di baciarla, ma il fatto che l'altro non la muove, non lo carezzi, gli fa pensare che a Cielo basti quel lieve contatto e perciò non fa nulla.
La mattina dopo, di buon'ora, mentre ancora gli altri dormono, Cielo vuole accompagnarlo fino alla scuola. Sulla porta lo saluta.
"Ci vedremo presto. Grazie, Amico."
"Grazie a te, Cielo."
Non c'è bisogno che si dicano altro, Amico lo sente perfettamente. Fa un cenno di saluto e va svelto nella propria cella a prendere il necessario per le lezioni del giorno, mentre anche gli altri studenti si stanno avviando.
Viene il giorno dell'annunciata visita dell'Imperatore alla scuola. Gli allievi si schierano nel cortile di prima mattina, in ordine di anno, ogni schiera perfettamente ordinata, affiancata dai maestri e dagli istruttori vestiti a festa. Anche gli allievi hanno avuto una fascia da mettere sul capo, con le corte piume colorate che indicano i premi ottenuti da ognuno alle gare annuali. Amico ed i suoi compagni, non avendo ancora sostenuto nessuna gara, hanno solo la bianca fascia senza piume.
Di fronte a loro è stato allestito il palco imperiale, coperto completamente di fiori, che compongono il disegno del sole, e sormontato da una tenda di piume che copre il piccolo trono di legno placcato di foglie d'oro. Un rullo di tamburi annuncia l'ingresso del giovane imperatore. Tutti si prostrano a terra senza guardare il palco. Amico è emozionato: avrebbe finalmente visto l'Imperatore, l'avrebbe udito. Si diceva che fosse uno dei più compiuti poeti mai esistiti nonostante i suoi ventiquattro anni.
Ad un ordine del decano, tutti si alzano in ginocchio, quindi si prostrano di nuovo per tre volte. Amico ha una fugace visione dell'Imperatore, un giovane snello e forte, fieramente dritto, con l'alta corona di piume ed il mantello primaverile di piume, un ampio collare d'oro, il gonnellino bianco e oro, bracciali, cavigliere d'oro e le scarpe di piume. E ne rimane affascinato.
L'Imperatore fa un cenno lieve ed elegante con la mano, che significa di mettersi comodi, e tutti si alzano in piedi nella posizione di rispettoso ascolto. Allora anche l'Imperatore si alza dal trono, un dignitario gli slaccia il mantello, l'Imperatore avanza di un passo in segno di premurosa attenzione, quindi inizia a parlare.
Usa la lingua fiorita con eleganza, modulando la voce, usando termini appropriati, in frasi semplici ma piene di poesia. Parla loro del futuro dell'impero: "L'impero," dice, "si difende con le armi, ma si costruisce con la cultura. Si consolida con la solidarietà e la fedeltà reciproca. Voi, che sarete i depositari della cultura, siete chiamati ad affiancarmi per edificare un impero splendente come il Sole che veneriamo. Conto su di voi," dice a voce chiara con un sorriso accattivante, poi, con sorpresa di tutti, recita i nomi completi di tutti gli allievi, senza leggerli. Quando giunge a dire: "... su te, Ultimo Amico Della Luna," Amico prova un'emozione fortissima e sente di essere totalmente innamorato dell'Imperatore. La sua bellezza, la sua voce, il suo sguardo, l'aura che emanava da lui, lo conquistano completamente.
In cuor suo Amico giura: potrai senz'altro contare su di me, Inno Potente Cantato All'Eterno Dio Sole, Dio Sole In Terra. A stento trattiene lacrime di commozione mentre l'Imperatore termina di recitare i quasi duecento nomi degli allievi. Un lungo urlo di gioia prorompe spontaneo da tutte le gole quando l'Imperatore fa un passo indietro ed il funzionario gli rimette sulle spalle il mantello di piume. Tutti si prostrano profondamente mentre l'Imperatore esce.
Sono tutti profondamente colpiti dal fatto che l'Imperatore abbia recitato a memoria tutti i loro nomi, ma Amico, più ancora, cova in cuore quella frase: "conto su di te". Nei giorni seguenti, Amico si applica agli studi con raddoppiata intensità, sì che ad un certo punto il guardiano gli deve imporre di uscire, di divagarsi qualche volta.
Amico è sceso verso il porto, passeggia nel caldo pomeriggio estivo, ripassando mentalmente le lezioni della giornata, quando si sente chiamare per nome: si gira e si trova di fronte Belcaro. L'aveva quasi dimenticato. È vestito con il gonnellino azzurro dei soldati, ha la spada al fianco ed il pettorale di lucido rame.
"Amico! Non speravo più di vederti, non sei mai venuto a cercarmi." gli dice in tono di rimprovero.
"Neanche tu." ritorce pronto Amico, "... e lo studio mi assorbe molto."
"Anche io sono molto preso dalle esercitazioni. Ma sono già diventato capodecina. Anche tu sei libero nel pomeriggio del giorno del topo?"
"Sì."
"Molto bene, così ci possiamo vedere. Ma vieni, ora, ti porto all'osteria. Offro io, ci hanno appena dato il soldo."
"Ma non possiamo bere alcolici, noi studenti." si schermisce Amico: si sente terribilmente attratto dal soldato, la sola sua vicinanza lo eccita, eppure sa che non è l'uomo adatto a lui.
"Berrò solo io. Vieni. Lì hanno una stanza che posso affittare. Anzi, la prenoterò, tu impara la strada, così ogni pomeriggio del giorno del topo ti aspetterò là."
"Non so se potrò sempre venire." dice Amico seguendolo.
"Certo che verrai." dice l'altro sicuro di sé.
Belcaro parla brevemente con l'oste, quindi, una caraffa di birra in mano, guida Amico al piano superiore, lo fa entrare in una piccola stanza in cui c'è solo un letto che la occupa quasi completamente. Posa l'anfora, si toglie rapido la spada, il pettorale, il grembiule ed abbraccia Amico, stringendogli a piene mani le natiche. Amico è fortemente eccitato. Belcaro lo sente e gli sciolse gonnellino e perizoma che scivolano a terra.
"Toglimi il perizoma." gli ordina.
Amico obbedisce prontamente: si sente come affamato, assetato di quel corpo sensuale e forte. da più di un mese non fa l'amore: ne ha bisogno. Belcaro lo solleva di peso e lo depone sul letto, gli sale sopra.
"Mi piaci troppo, tu. Sei il ragazzo più caldo che abbia mai avuto, e ne ho avuti tanti. Tu adori fare l'amore, vero?"
Amico lo trova particolarmente loquace, evidentemente felice di averlo ritrovato, di poterlo godere ancora. La passione con cui l'altro gli si agita sopra, infiamma Amico, che, senza pensare più a nulla, gli risponde con pari passione. Belcaro gli prende le gambe e se le fa passare sulle spalle, quindi, con forti ed abili mosse, lo infila e comincia a muoverglisi dentro. Amico geme in preda ad un forte piacere e risponde alle spinte dell'altro facendo roteare il bacino e palpitare lo sfintere. Il soldato sorride soddisfatto ed aumenta il ritmo delle sue poderose spinte. È un amplesso lungo, forte, che li lascia entrambi spossati, ma soddisfatti. Belcaro sembra ricordare la birra e presa l'anfora se ne fa zampillare in gola alcune sorsate.
Amico, prova improvviso, fortissimo, l'istinto di andarsene. Ora che tutto è finito, sente di nuovo Belcaro come un estraneo. Con cui è stato molto piacevole fare l'amore, ma con cui non può avere altro in comune.
"Io... devo andare..."
"Voglio offrirti da mangiare. Ora scendiamo, qui si mangia bene. Te l'ho detto, offro io. Lo so che voi studenti non avete soldi. Ho già avuto occasione di portare qui qualche tuo compagno." dice con fierezza sottintendendo che ha fatto l'amore con altri studenti.
Si vestono. Scendono e Belcaro ordina da mangiare. Mentre mangiano Belcaro, messa una mano sotto il tavolo, lo tocca intimamente facendolo eccitare di nuovo.
"Ehi, perché non saliamo di nuovo? Io lo rifarei." dice con voce eccitata.
"No, davvero, devo andare." dice Amico.
"Pazienza. Allora ci vediamo nel prossimo pomeriggio del topo, ti aspetto qui." risponde Belcaro, salutandolo come se niente fosse.
Amico gli è grato che non abbia insistito, perché sa che non avrebbe saputo dirgli di no. Torna rapidamente verso la scuola, in tempo per la cena che, sebbene avesse mangiato con Belcaro, divora con appetito, quasi come se, mangiando, potesse dimenticare Belcaro. No, si dice, non ci andrò un'altra volta... Piuttosto, se Cielo si decidesse... Sono sicuro di piacergli, che è attratto da me. Chissà perché non fa mai la minima avance?
Quando è nella propria cella, dopo aver studiato ancora un po', si stende a dormire. Spenta la lanterna, guarda il rettangolo argentato che la luce della luna proietta sul muro e pensa. L'immagine dell'Imperatore, le sue parole, gli tornano in mente mentre si assopisce, come in un sogno. Solo che nel sogno c'è l'Imperatore e lui gli sta prostrato davanti e non c'è nessun altro nel cortile. E l'Imperatore, quando si fa scivolare dalle spalle il ricco mantello di piume policrome, resta completamente nudo e la sua bellezza è abbagliante come la luce del sole, sì che Amico deve chiudere gli occhi, e allora sente su di sé la mano dell'imperatore che gli carezza i capelli e gli dice: "Amico, conto su di te".
Si sveglia di colpo, eccitato e tremante, col cuore che gli batte all'impazzata. Quasi deluso si rende conto che era stato solo un sogno, la visione è svanita, solo la luce della luna, che si è spostata, ora lambisce il suo corpo rendendo la sua pelle dorata.
Si riaddormenta pensando che comunque lui, per il suo Imperatore, sarebbe diventato il migliore allievo della scuola: sì, può davvero contare su di lui, l'Imperatore, al cento per cento.