Amico si libera delle vesti che ripiega accuratamente. Cielo batte con la mano sulla stuoia di fianco a sé invitando Amico a sdraiarglisi accanto. Amico gli siede vicino, felice. Cielo gli sorride.
"Allora, pare proprio che io abbia fatto un buon investimento a diventare il tuo protettore!" gli dice dandogli un lieve carezza sul petto, "Complimenti."
"Grazie..." risponde Amico abbassando gli occhi emozionato.
"Hai vinto tutte le gare," dice Cielo sottolineando la parola tutte, "quindi ti sei meritato un premio speciale, prendi." gli dice Cielo porgendogli una piatta scatola di legno quadrata.
Amico la apre: contiene un sottile collare d'oro con un'aquila al centro. "Ma... è troppo... io non sono un nobile, non posso portarla!" dice Amico sfiorandola con le dita.
"Io sono il primogenito della linea primogenita della mia famiglia, posso quindi farti diventare un membro della mia gente. Qui sotto c'è la carta di appartenenza col mio sigillo che testimonia il tuo diritto a portare l'aquila."
"Non so come ringraziarti, non avrei mai sognato una cosa del genere."
"E quindi, ora puoi anche togliere il bracciale con l'aquila, non hai più bisogno di un protettore, ora che sei della famiglia. Quando torneremo ti accompagnerò a scuola e farò registrare il tuo nome come membro dell'Aquila."
"Cielo, i miei compagni sono già gelosi di me e ora..."
"Che ti importa dei tuoi compagni? Ora dovranno rispettarti più di prima, o dovranno fare i conti con la mia gente, e con me prima di tutti."
"Anche noi volevamo farti un regalo, Amico. Ecco, questo da parte di Gazzella, Mattino e mia." gli dice Fiore porgendogli un altro pacchetto.
Amico lo apre: è una scatola che contiene alcuni eleganti vasetti di preziosi unguenti profumati. "Voi mi viziate." dice Amico ringraziando commosso.
"Ti piace qui?" gli chiede Gazzella.
"Sì, non sapevo che ci fosse questo posto. È... particolare."
"Qui viene solo la gioventù della nobiltà. Vedi quei cespugli? Là di solito si viene iniziati dai più grandi ai misteri del sesso."
"Ma non solamente iniziati," dice maliziosamente Fiore, "quando tu mi ci hai portato la prima volta, non ero più una novellina."
"Io sì. Io sono stato iniziato proprio là, nell'estate del mio quattordicesimo anno." dice Mattino sorridendo.
"Non ce l'avevi mai detto? Chi è stato?" chiede Fiore.
"Un uomo di trenta anni, del giaguaro. Stavo nuotando, mi venne vicino, mi disse che ero bello, mi carezzò fra le gambe... poi mi disse: vieni con me e mi portò fra i cespugli."
"E tu, di corsa, ci scommetto!" dice ridendo Fiore.
"Beh, ero attratto, eccitato. Ma ora nessuno più mi invita fra i cespugli." dice con aria buffa.
"E tu, quanti ne hai invitati fra i cespugli?" chiede Fiore maliziosa.
"Molti, devo ammetterlo. Ma oggi trovare un ragazzo o una ragazza da iniziare, è diventato difficile: sono tutti già esperti prima ancora di sbocciare nella pubertà. Ecco, guarda per esempio quei due ragazzetti che camminano là: quelli stanno cercando qualcuno che li porti fra i cespugli, ci scommetto."
"Perché non ce li porti tu?" gli chiede Fiore insinuante.
"Quasi quasi..." dice Mattino ridendo, ma non si muove.
"E tu? Come sei stato iniziato?" chiede Cielo ad Amico.
Questi allora racconta di lui e di Roccia, dell'inverno in cui la neve li aveva bloccati.
"Fra le pecore! Che puzza!" esclama Fiore facendo una smorfia scherzosa.
"Non sentivo più nessun altro odore che quello del mio compagno, ti assicuro." dice Amico ridendo.
Cielo annuisce con un sorriso: "Ha ragione Amico." dice.
"La tua prima volta, Cielo?" chiese Mattino.
"Quasi non la ricordo, è stato dieci anni fa. Un giovane schiavo."
"Con uno schiavo?" chiede Fiore stupita.
"Sì. Mi stava insegnando un tipo di lotta della sua gente e ci eccitammo. Lui allora mi disse che fra la sua gente, chi vinceva alla lotta poteva usare l'altro per il proprio piacere."
"E allora hai perso subito, scommetto!" dice Fiore ridendo.
"No, perse lui, quella volta, e mi spiegò come godere di lui."
"Quella volta?" chiede Gazzella con un sorriso.
"Quella volta." risponde Cielo tranquillo.
"Io, invece, proprio qui, fra i cespugli. Giocavo a nascondino con le amichette, quando mi accorsi che c'era una giovane coppia che stava facendo l'amore. La stavo guardando affascinata, si accorsero di me e mi invitarono ad unirmi a loro..." dice Gazzella, "e prima lei mi fece eccitare, poi lui mi prese. Mi fece male, e allora lei mi consolò. Fu un'esperienza strana, bella. Lei era molto dolce."
"E tu, Fiore?" chiede Mattino.
"Visto che siamo in vena di confidenze sessuali... Alla festa dei fiori, avevo dodici anni. Volevo agghindarmi con i fiori bianchi, ma era stato deciso che i fiori bianchi li avrebbe messi una mia compagna. Allora andai dalla nostra capogruppo e le dissi: voglio io i fiori bianchi. Lei mi disse: solo le vergini possono portare i fiori bianchi. Ma io sono vergine! le dissi. Davvero? disse lei, Vieni con me, voglio essere sicura. Mi portò in una camera, mi fece togliere il perizoma e mi infilò un dito qui. Lo muoveva lieve, era piacevole. Si accorse che mi stavo eccitando. Se fai l'amore con me, ti farò mettere i fiori bianchi, mi disse continuando ad eccitarmi col dito. Tutto quello che vuoi, dissi io. E così lei si divertì con me ed io ebbi i miei fiori bianchi." conclude allegra Fiore.
Gazzella tira fuori il cibo e Mattino la birra e mangiano e bevono. Amico, dopo molte insistenze da parte dei compagni, accetta di bere un po' di birra. Il gusto asprigno è gradevole, ma non vuole berne ancora. Parlano ancora un po', finché Mattino propone: "Andiamo alle Sorgenti del drago?"
"Cosa sono?" chiese Amico.
"Ehi, vivi da un anno alla capitale e non hai mai sentito parlare delle Sorgenti del drago? Allora dobbiamo proprio andarci!" esclama Cielo.
Raccolgono la loro roba, Amico mette per la prima volta il collare d'oro, poi risalgono fra le dune di sabbia fino ad una bassa costruzione di pietra da cui si leva una vaga nuvola di vapore. È una sorgente d'acqua calda e all'interno della costruzione vi sono diverse vasche a cielo aperto con cascatelle d'acqua da cui s'alza il vapore. Cielo ne prende una solo per loro, entrano, si denudano e vi si immergono. Dalle vasche delle stanze vicine, divise dalla loro da pareti di legno, vengono risate e chiacchiericci.
"Non è piacevole?" chiede Gazzella.
"Straordinario!" dice Amico guazzando felice nella vasca.
Arrivano tre ragazzi e due ragazze con cesti di cibo, teli ed unguenti. I cinque escono dall'acqua, si stendono sui teli e, mentre spiluzzicavano il cibo, i cinque servi iniziano a spalmare il loro corpo con gli unguenti ed a massaggiarli. È un massaggio esperto, sensuale, e Amico si accorge che gli sta procurando un'erezione. Vergognoso guarda verso i compagni e vede che sia Cielo che Mattino sono eccitati e che non se ne curano. Allora si rilassa e gode quel massaggio che il suo ragazzo sta rendendo sempre più intimo e piacevole. Quando vede il ragazzo che massaggia Mattino chinarsi fra le gambe del giovane uomo e cominciare a dargli piacere con le labbra, sussulta. Guarda verso Cielo e vede che questi sta già ricevendo lo stesso trattamento, e in quel momento sente le labbra del suo ragazzo posarsi sul suo membro eretto.
Freme, continuando a guardare Cielo. Questi ha chiuso gli occhi e sta evidentemente godendo quell'esperto trattamento. Amico prova invidia per il servo chino su Cielo, avrebbe voluto esserci lui... Sente un lieve gemito e vide che anche le due donne stanno ricevendo analogo trattamento dalle loro due serve. Guarda di nuovo Cielo e vede l'espressione beata del suo volto. E Amico viene con un lungo gemito nella calda ed accogliente bocca del suo ragazzo che beve tutto il suo seme con cura. Cielo apre gli occhi, lo guarda con un sorriso dolce, allunga una mano e sfiora il petto di Amico in un'unica, lieve carezza, poi chiude gli occhi e sussulta in preda al piacere. I servi riprendono il massaggio con arte, in silenzio, quindi, quando tutti sono soddisfatti, si ritirano in silenzio.
"Ah," dice Mattino alzandosi a sedere con aria soddisfatta, "sono proprio bravi, qui. Ci voleva, dopo i discorsi che abbiamo fatto, vero, amici?"
"Si." dice Fiore baciando Gazzella, poi le due ragazze si alzano e si immergono di nuovo nella vasca, seguiti da Mattino.
"Non vieni a bagnarti, tu?" gli chiede Cielo.
"Sì, vengo." dice Amico sentendosi la testa lieve come se fosse un po' ubriaco.
"Dai, allora." dice Cielo con dolcezza, prendendolo per un braccio e portandolo in acqua.
Si immergono vicini. In acqua Fiore e Gazzella stanno abbracciate e si baciano. Perché non mi abbraccia, non mi bacia Cielo? si chiede Amico. Sa che il giovane lo desidera, lo sente chiaramente. Gazzella lo aveva messo in guardia: non fare tu il primo passo, o lo farai scappare via. Ma era sempre più difficile.
Escono dalla costruzione della sorgente calda, e Gazzella propone di andare in una locanda sulla via della capitale: potrebbero mangiare e dormire là. Si avviano lentamente, cantando canzoni, raccontandosi storielle comiche, facendo giochi di parole. Sembrano cinque ragazzini in vacanza, allegri, spensierati.
Giungono a sera alla locanda.
"Hanno solo due stanze, quindi noi tre maschi in una e voi donne nell'altra." dice Cielo.
"No, vogliamo che Mattino dorma con noi. Vero Mattino?" dice Gazzella.
"Sì, certo." risponde questi.
Amico è grato agli amici per questo: così avrebbe dormito da solo con Cielo.
Cenano in allegria, e Fiore, puntando gli altri clienti della locanda, spettegola su tutti, ma senza cattiveria e Amico la ascolta divertito. Sembra che Fiore conosca tutti ed i fatti di tutti. Quanto fossero puri pettegolezzi, quanto realtà, Amico non saprebbe dirlo, ma le osservazioni ed i commenti di Fiore sono divertenti. A parte Amico, bevono tutti birra in abbondanza.
Finalmente decidono di andare a dormire. Cielo e Amico entrano nella loro stanza. Vi è un grande letto, uno solo, nota con piacere Amico. Vede Cielo denudarsi e anche lui lo imita e spera che questa notte, finalmente, accada. Amico si stende sul letto, Cielo soffia sulla lucerna e, al buio, sale anche lui sul letto e il suo corpo sfiora quello di Amico che immediatamente si eccita. Cielo si gira verso di lui e Amico ne sente l'erezione premergli contro il fianco, un braccio gli cinge il petto. Amico trattiene il respiro.
Cielo gli sussurra con voce impastata: "Sono contento che siamo soli."
"Sì." mormora Amico emozionato.
Cielo gli bacia lieve una guancia. Poi Amico sente il braccio sul suo petto farsi pesante, il respiro di Cielo farsi profondo e capisce che l'altro, proprio mentre stava prendendo l'iniziativa, è crollato addormentato per la troppa birra bevuta. Amico prova la voglia di gridare, di svegliarlo, di costringerlo a fare l'amore con lui. Ma si contenta di carezzarne lievemente il corpo abbandonato, in cui l'erezione è ormai svanita. Non riesce a dormire, è troppo eccitato. Gli piace sentire la liscia pelle, i sodi muscoli a riposo, sotto i suoi polpastrelli. Più tardi scivola anche lui nel sonno, un sonno profondo ma agitato.
La mattina, la voce di Fiore che li chiama lo sveglia.
"Sì, veniamo." risponde Amico.
Cielo dorme ancora. Amico ne ammira la dolce nudità e prova il desiderio di svegliarlo accarezzandolo. Invece, scende da letto, si veste, siede sul letto accanto a Cielo e lo scuote delicatamente per un braccio.
"Sveglia... ci aspettano giù." gli dice quando questi risponde con un brontolio indistinto.
Cielo apre gli occhi e lo guarda: "Ho mal di testa. Ho bevuto troppo, ieri sera."
"Sì, hai bevuto troppo." gli dice Amico in tono di dolce rimprovero, pensando che se avesse bevuto di meno, forse sarebbe stata la volta buona in cui avrebbero fatto l'amore.
"Sei arrabbiato con me?" chiede Cielo alzandosi a sedere con aria intontita.
"No."
"Deluso?" chiede allora Cielo.
"Beh... no." dice Amico.
"Cioè un po'." dice Cielo annuendo gravemente, "Mi dispiace. Senti, di' agli altri che io resto ancora a letto, non mi sento ancora di alzarmi."
"Va bene, Cielo."
"Ti prometto che berrò di meno, la prossima volta."
"Va bene."
"Non mi fai un sorriso, prima di scendere?" chiede il giovane quasi timidamente.
Amico gli sorride: l'avrebbe abbracciato, baciato, ma Cielo risponde al sorriso e si stende pesantemente.
Amico, sceso, dice agli altri che vuole tornare in città: deve studiare. Insistono un po', inutilmente, poi Gazzella decide di accompagnarlo per un tratto.
"Niente, vero?" gli chiede ad un certo punto.
"No, niente."
"Peccato." risponde la donna.
Amico è felice che bastino così poche parole per capirsi. "Aspetto." dice il ragazzo.
"Già. Non è facile."
"Neanche difficile."
"Lo ami?"
"Lo amo."
"Anche lui."
"Lo so."
"Ma è così complicato."
"Trovi?"
"Tu no?"
"No."
"Meglio così."
Camminano ancora un po' in silenzio, poi Gazzella dice: "Tu sei quello giusto."
"Grazie."
"Ma deve convincersene lui."
"Già."
"Mattino dice che sei splendido."
"Ah..."
"Fra noi ci si dice tutto."
"Capisco."
"Non studiare troppo, comunque."
"No, non è troppo."
"Tu diventerai qualcuno."
"Mi basterebbe..." inizia Amico e si interrompe.
Gazzella gli sorride dolce: "Sì, certo."
Si sono capiti di nuovo.
"Vedi, Cielo è molto forte, in tutto, ma quando è innamorato diventa debole; lo sa e ne ha paura. È molto coraggioso, eppure in amore è timido. Ma guai a forzarlo. È molto dolce, ma può diventare più duro del più duro granito. Capisci che cosa voglio dire?"
"Sì, Gazzella. E mi piace da morire così. Lo aspetterò."
"Bene."
Riprende la scuola e c'è il nuovo discorso dell'Imperatore. Amico si riaccende di amore per lui. Non capisce: è possibile amare due persone contemporaneamente? L'avrebbe creduto impossibile, eppure è esattamente ciò che sta capitando a lui. Se per caso avesse dovuto scegliere, non avrebbe saputo che fare. Ma per fortuna, non c'è quel problema: per l'Imperatore lui è solo uno dei tanti sudditi. Non c'è assolutamente speranza, da quella parte. Eppure Cielo è tutt'altro che un ripiego.
Si vede spesso con gli amici, sia pure ogni volta per poche ore. Sanno che deve studiare, perciò non insistono troppo con lui. Ma gli fanno sentire che è sempre e comunque uno di loro. All'inizio dell'estate, Cielo lo porta per la prima volta nella sua casa della capitale, e lo presenta alla sua famiglia. Avevano sentito già parlare di lui, come di un allievo eccezionale e lo trattano con gentilezza cordiale. Cielo poi lo porta nella propria stanza che si apre, dall'alto della collina su un vasto panorama e da cui si vede il mare a due o tre chilometri di distanza.
"Ecco, così sai dove passo le mie notti."
"È bella."
"Trovi? Beh, non è male."
Amico ammira le armi di Cielo appese ad una parete: "Non ti ho mai visto vestito da guerriero."
"Faccio bella figura."
"Mi piacerebbe vederti."
"Un giorno, forse."
"Promesso?"
"D'accordo."
"Mi accompagni fino a scuola? Non conosco questa parte della città."
"Impara la strada allora." gli dice Cielo con un sorriso dolcissimo.
Per la festa del Dio Pesce, che si svolge dopo il calare del sole al tempio del porto, gli studenti hanno il permesso di rientrare la mattina seguente. Amico scende al porto con i compagni. Gira fra le bancherelle guardando la mercanzia esposta, i dolciumi, i portafortuna. A poco a poco, senza accorgersene, si trova da solo. Ma in fondo preferisce così: non ha mai legato molto con i compagni.
Mentre passa in un vicolo semibuio per andare al tempio, un mezzano di prostitute gli si avvicina: "Nobile studente, per una sola piastra ti posso procurare una ragazza che allieti la tua serata. Perché non vieni a vedere?"
"No, grazie, non mi interessa." risponde Amico.
L'altro allora lo prende per un braccio: "Se preferisci un ragazzo, ne ho anche una buona scelta, attivi, passivi, fanno di tutto per una sola piastra. Vieni nella nostra casa dell'amore."
"Non ho una piastra, e non mi va. Lasciami."
"Sei un nobile studente, ed hai il collare dell'aquila: ti faccio credito, sai? E in prima serata ti puoi scegliere il ragazzo o la ragazza che preferisci, per il tuo nobile godimento."
"Ti ho detto di no, lasciami!" disse Amico infastidito e fa per divincolarsi, ma l'altro non lo molla.
"Lasciami!" grida quasi Amico incollerito.
Un soldato prende l'uomo per i capelli e lo allontana bruscamente da Amico: è Belcaro.
"Non ti sei più fatto vedere!" gli dice.
"Non sono più libero, nel giorno del topo."
"Ah no? E in che giorno?"
"Che importa?" dice Amico per fargli capire che è tutto finito.
L'altro sembra non capire: "Ma ora sei libero, vieni." gli dice spingendolo in un angolo buio.
"No, ora voglio andare al tempio." protesta debolmente Amico mentre l'altro gli si addossa e lo carezza deciso sotto il gonnellino.
Sente il corpo del giovanotto cercarlo, eccitato, e come al solito, anche lui si eccita.
"No, Belcaro, ti prego..." dice ancora.
Ma l'altro, con voce roca, continuando a carezzarlo fra le gambe, gli dice: "No, me l'avevi promesso. Ora vieni con me."
Lo porta quasi di peso, cingendogli la vita, a passo veloce, fino alla solita locanda, getta una moneta al proprietario, salgono le scale e, giunti nella solita stanzetta, gli cinge la vita con un braccio e, per la prima volta da quando si sono conosciuti, lo bacia profondamente in bocca mentre lo inizia a spogliare. Amico è come ubriacato dal vigore animale dell'altro, dal suo odore asprigno e maschio, dalla sua sessualità allo stato puro. A sua volta spoglia il soldato, cercandone con le mani la forte eccitazione, palpandola. Belcaro lo trascina con sé sul letto, Amico gli sale sul corpo, gli succhia i capezzoli turgidi, lo stringe con forza, mentre l'altro gli cinge la schiena e lo carezza lungo la spina dorsale, fino a raggiungerli con un dito inquisitore il solco fra le piccole natiche sode.
Sono entrambi scatenati. Amico ci fa l'amore quasi con rabbia, e l'altro pare piacevolmente stupito per quel cambiamento ed è più eccitato del solito.
"Ti voglio!" dice, gli occhi pieni di cupidigia.
"Fottimi, allora!" risponde Amico offrendoglisi prontamente e lo sente calare su di sé, in sé con vigore, come un torrente in piena che tutto travolge: Amico è sopraffatto dal piacere.
Quando riemergono dallo stupore dell'orgasmo, Belcaro si alza da letto.
Fruga fra le sue cose, poi si avvicina ad Amico con un gran sorriso sulle labbra: "Non me ne sono dimenticato: questo è per te." gli dice porgendogli un piccolo involto.
"Che cos'è?" chiede Amico alzandosi a sedere, lievemente sudato.
"Apri. È il regalo. Lo porto con me da tanto, aspettando di incontrarti." dice Belcaro grattandosi il pube e sorridendo soddisfatto.
Amico apre lentamente il pacchetto; contiene una piastrina d'oro con una figura in bassorilievo: rappresenta due maschi nudi uniti in un amplesso:
"Siamo noi due!" dice fiero Belcaro, "L'ho fatta fare apposta. Bella, no?"
Amico scuote la testa incredulo: "Questo... che dovrei farne? Appenderlo al collo?"
"No, è come un talismano. Lo puoi cucire dentro al tuo perizoma, così ogni volta che lo metti o lo togli, ti ricordi di me e di quanto ti piace farlo con me."
"Belcaro, io credo che questa sia stata l'ultima volta." dice deciso Amico.
"Eh? Scherzi?"
"No."
"Ma che ti piglia? Vieni qui! Tu non puoi lasciarmi così."
"Sì, Belcaro. Sono innamorato di un altro uomo. Non lo sono mai stato di te."
"Palle! Tu sei mio!"
"No ti sbagli Belcaro, non sono mai stato tuo."
Il soldato lo afferra: "Tu, Amico, sei..." inizia con veemenza, poi si interrompe, lo lascia. "Perché?" chiede con tono quasi accorato.
"Non lo so. Con te mi è piaciuto, ma fra noi due c'è solo sesso. Io ho bisogno di altro."
"Altro?"
"Sì, di amore."
Belcaro si mette a ridere, una risata forzata, poi dice: "Amore! Tu hai bisogno di cazzo, non di amore."
"Sbagli, amico."
"Hai trovato un altro che ti fotte meglio di me."
"No."
"Quello che dici che ne sei innamorato."
"Non ci ho mai fatto niente."
"Allora sei matto. Va bene, come vuoi tu. Tanto so che tornerai da me. Io sono paziente, io."
"Non posso accettare il tuo regalo."
"Lo terrò io, per quando tornerai."
"Non mi cercare, Belcaro."
"Non c'è bisogno, mi cercherai tu."
Amico si riveste. Saluta Belcaro, esce e si avvia al tempio per guardare i riti. Si sente sollevato: finalmente è riuscito a troncare con Belcaro, a chiarire. Se lui vuole illudersi che torni, peggio per lui. Col tempo, si arrenderà. E lui imparerà a fare a meno del sesso: niente sesso senza amore, si dice sorridendo, d'ora in poi. Attenderà Cielo.
Rivede Cielo da solo, a fine estate. È andato a prenderlo nel suo pomeriggio libero e gli ha proposto una passeggiata fuori città. Amico ci va volentieri. Camminano ai bordi del bosco.
Cielo gli dice: "La prima volta che ti ho visto, eri in un bosco, fra i cespugli."
"Ma... allora te ne ricordi!" dice Amico guardandolo.
"Certo: ho rischiato di ucciderti, vuoi che non lo ricordi?"
"Credevo di no. Avevi detto, quando ci siamo riincontrati la seconda volta, che ti ricordavo qualcuno."
"Mi vergognavo per averti quasi ucciso: proprio te! Non me lo sarei mai perdonato."
"Mica l'avresti fatto apposta e poi, neppure mi conoscevi."
"Sì, mi pareva di conoscerti. Il tuo sguardo, sorpreso, ma non impaurito, mi aveva conquistato."
"Pareva quasi che tu mi sgridassi, allora, quasi che fosse colpa mia."
"Era per mascherare il mio imbarazzo e l'attrazione che ho provato per te, immediatamente."
"Attrazione." fa eco pensieroso Amico.
Vedono in lontananza una lupa con i suoi lupacchiotti.
"È difficile addomesticare un animale selvatico, sai?" gli dice Cielo indicandoli. "Ci vuole tempo e pazienza, ma ci si può riuscire."
"Sì, certo, con tempo e pazienza." Amico capisce che stanno parlando di loro due.
Cielo riprende: "Un animale che sia stato addomesticato, se si inselvatichisce di nuovo, è più difficile da riaddomesticare."
"Lo so, deve imparare che, questa volta, può fidarsi."
"Appunto. Vorrebbe fidarsi, ma la paura è più forte della ragione. Perciò mantiene le distanze, pronto a scappare." dice Cielo con voce bassa.
"Ha le orecchie ritte, vedi? Fiuta il pericolo."
"Che non c'è: noi non vogliamo farle del male, né a lei né ai lupacchiotti."
"Ma lei non lo sa. Ha passato troppe esperienze negative con gli esseri umani."
"Perché è un animale, non sa distinguere."
"Gli uomini buoni e quelli cattivi sono fatti uguali; due gambe, due braccia... come distinguerli?"
"Non la prima volta, né la seconda, ma se ci vedesse abbastanza di frequente e abbastanza a lungo, a poco a poco ci permetterebbe di avvicinarci, e un giorno anche di carezzare i suoi lupacchiotti, di giocarci assieme."
La lupa continua a guardarli di lontano, senza perdere di vista i suoi cuccioli. Cielo e Amico si allontanano lentamente, seguiti a lungo dallo sguardo della bella bestia. Il cielo si sta oscurando rapidamente, il vento porta grandi nuvole scure, cariche di pioggia.
"Vuoi rientrare?" chiede Cielo.
"No."
"Pioverà, presto."
"Bene." risponde Amico.
Cielo sorride. Continuano a camminare. Lontano, un tuono rimbomba a lungo come rotolando fra le nuvole.
"Arriva."
"Arriva."
L'aria è pesante, afosa, un vento forte ma caldo scompiglia i loro capelli, solleva i loro gonnellini mentre continuano a camminare in silenzio, godendosi semplicemente l'uno la vicinanza dell'altro.
"Non hai paura dei temporali?" gli chiede Cielo.
"No, perché? è solo acqua."
"Il secondo mondo fu distrutto da un uragano."
"Vuol dire che diventeremo scimmie." risponde sorridendo Amico.
"E il quarto da un'alluvione."
"E allora diventeremo pesci."
"Che cosa distruggerà questo mondo?"
"E che cosa diventeremo?"
"Io vorrei diventare... non lo so. Vorrei restare quello che sono." dice Cielo.
"Allora, speriamo che non finisca, questo mondo, durante le nostre vite." risponde Amico.
Improvvisa, l'acqua inizia a scrosciare con violenza. Sferza i due amici, gli alberi, tutta la natura che pare gemere per la violenza del vento e della pioggia. L'erba giace appiattita al suolo, i fiori smembrati, spargono i petali qua e là, gli animali tacciono e sembrano quasi trattenere il respiro.
"È fantastico!" grida Amico per sovrastare l'urlio del vento.
"La fine del mondo!" dice ridendo Cielo.
"E un dio ci trasformerà!" grida Amico.
"Ma in che cosa?"
"Te, in Cielo e me in Amico!"
"Cieli nuovi e amici nuovi?" chiede Cielo scostandosi dagli occhi i capelli ruscellanti acqua.
"Certo, in cieli amici!" risponde Amico alzando le braccia verso le nubi.
Un tuono fortissimo li avvolge.
"Sì, hai sentito? Ha detto di sì il dio buono!" esclama Cielo ed i due si mettono a danzare godendo le frustate dell'acqua sul corpo, sul volto, e guardandosi ridenti.
Il temporale va allontanandosi.
"Ma come? Non è finito il mondo?" chiede Cielo facendo un'espressione sorpresa.
"Come no! Questo è un mondo nuovo! Il nostro mondo."
"Mi piace! Ci sei ancora tu, ci siamo ancora noi."
"Ma non lo sa nessuno che è un mondo nuovo."
"È il nostro segreto."
Rapidamente come era scomparso, il sole torna a brillare. Sugli alberi, sulle foglie, brillano gocce come gemme. L'aria è profumata. Gli uccelli riprendono a cantare. Cielo ed Amico allora si guardano e vedono che c'è una luce particolare negli occhi dell'altro. Si sorridono e riprendono la strada verso la città. Il cielo a nord-ovest è d'un azzurro purissimo e le scure nuvole si stanno ritirando rapidamente in direzione opposta. Il mare brilla d'una luce dorata.
"Ehi!" dice ad un tratto Cielo.
"Ehi." risponde Amico e si sorridono.
Non hanno bisogno di dirsi altro. Amico sente che il cuore gli canta. Sì, ha assistito alla fine del vecchio mondo ed al sorgere del nuovo, accanto all'uomo che ama. Tutto sembra come prima eppure...
"Buono studio." gli dice Cielo sul portale della scuola.
"A presto." risponde Amico.
Amico studia con immutato impegno. La sua ottima memoria, la sua intelligenza vivace, lo assistono prodigiosamente e anche gli insegnanti sono fieri di lui. Un giorno il maestro di storia, mentre Amico sta copiando alcune pagine di cronache nella biblioteca, gli si accosta.
"Sempre al lavoro?"
"Mi affascina la storia."
"Già, belle favole per adulti..."
"Favole? Tutto questo è accaduto, no?"
"Credi? Tutto quello che leggi in quelle pagine è solo come ha vissuto, ricordato, interpretato le cose chi le ha scritte. Non è la realtà. La realtà esiste solo nel momento in cui si svolge, e ognuno di noi ne coglie solo un piccolissimo riflesso e lo interpreta, e già non è più realtà. Vedi, io ti parlo, ma quando tu volessi scrivere ciò che ti ho detto, non scriveresti certo quello che io ho detto, ma ciò che tu hai colto, capito, interpretato. Ma poi, sotto, ci scriveresti: autentiche parole del maestro Acacia. Non è così?"
"Ma se scrivessi tu le tue parole?"
"Sarebbe lo stesso. Non ti accorgi che mentre parli, mille altri pensieri si sovrappongono a quanto dici, che le parole che dici sono solo un pallido riflesso della realtà che le ha provocate?"
"Ma allora, la storia, che valore ha?"
"Lo stesso della poesia, dei miti, degli inni e delle barzellette. È elegante letteratura. Creazione dell'ingegno umano. Passatempo per chi scrive e per chi legge."
"Ma qui, ad esempio, è scritto che il popolo del Sole ha sconfitto il popolo del Giaguaro: è reale, è accaduto."
"Sì? E come? Alcuni del popolo del Sole han fatto quel gioco crudele che chiamiamo guerra ad alcuni del popolo del Giaguaro, ma gli altri? Per quanti, fra i cosiddetti vincitori e per quanti dei cosiddetti vinti la vita è veramente cambiata? Come al gioco della pallamuro: il nostro preferito fa volare la palla nell'anello e noi diciamo: abbiamo fatto un punto! Noi! Non capisci che il tutto non ha senso?"
"Ma tu, maestro di storia, hai questa visione delle cose?"
"E questo ti scandalizza? Se te ne parlo è perché tu sei un allievo eccezionale, penso che tu possa capire. So che puoi capire. La storia è tramandare ai posteri le gesta degli antenati, così ti insegno. Ma ci sono là i miei, i tuoi antenati? E quanti fra i miei, i tuoi posteri la leggeranno e vi leggeranno ciò che si è pensato di scrivere? E che sapranno di me e te?"
"Ma gli antenati dell'imperatore, ad esempio..."
"Ed i suoi discendenti? Quanti figli di imperatori, divenuti poi imperatori, sono in realtà figli di sconosciuti? Questo non è scritto quasi mai là dentro. No, ricorda, la storia è uno dei tanti esercizi letterari, non il minore, certo. Affascinante. La storia è ciò che chi ha scritto, chi l'ha conservata, ha voluto raccontare agli altri, né più né meno. I cinque libri si dividono per cinque stili, non per cinque contenuti. Io non credo a quel che leggo. A dire il vero, io non credo neppure a ciò che vedo. Impara."
Amico riflette a lungo sulle parole del maestro: se non si può credere neppure a ciò che si vede, a che cosa si può credere, dunque? A nulla. Eppure, l'uomo ha bisogno di credere in qualcosa, o diversamente impazzisce. L'uomo crede a ciò a cui vuole credere, forse. Finché qualcosa non scalfisce le sue convinzioni, e allora, se ne fa delle nuove... Tutto è vero finché non si dimostra falso.