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una storia originale di Andrej Koymasky


pin GLI OTTO LIBRI
DEL COLLARE D'ORO
LIBRO 5
DOVE SI NARRA
DI COME AMICO TERMINI A PIENI VOTI
LA SCUOLA IMPERIALE

Viene la fine del secondo anno. Amico vince di nuovo tutte le gare in tutte le materie. E viene il giorno della premiazione e della visita dell'Imperatore. Amico si prepara con un lungo bagno e si spalma sul corpo uno degli unguenti che ha ricevuto in dono, dall'odore tenue e muschiato.

Inconsciamente vuole fare bella figura quando salirà sulla pedana di fronte all'Imperatore per ricevere il nuovo gonnellino ed il nuovo copricapo. Bella figura non di fronte agli altri, ma all'Imperatore.

Quando Amico è di fronte all'Imperatore, questi, dopo avergli dato le insegne, gli sorride.

Gli dice: "Ah, Ultimo Amico Della Luna, vedo che hai mantenuto le promesse: non mi hai deluso. Mi congratulo. Dicono i tuoi maestri che non hanno mai avuto un allievo così compiuto. Vedo che sei stato adottato dalla gente dell'Aquila. E che stai crescendo bene. Ti terrò d'occhio, non mi deludere."

"Mai." mormora Amico istintivamente, ma rompendo così l'etichetta, e subito ha uno sguardo preoccupato.

L'Imperatore gli sorride e sussurra: "Non ti ha sentito nessuno. Puoi ritirarti, ora."

Amico torna al suo posto confuso, emozionato. Ha sentito un particolare calore nelle parole dell'Imperatore, specialmente dopo il suo errore: nessuno parla all'Imperatore se non è questi a dirgli espressamente di farlo. Non solo non si è arrabbiato con lui, ma gli ha sorriso. E si è ricordato che l'anno precedente non aveva il collare dell'aquila. Si ricordava di lui, veramente. Lo teneva d'occhio davvero. Il dio in terra si degnava di posare il suo sguardo su lui. Sarebbe riuscito a non deluderlo?

I compagni, dopo la cerimonia, questa volta non lo prendono in giro, ma Amico si accorge che lo trattano con sempre maggiore freddezza e cortesia formale: sentono che può diventare qualcuno, perciò non vogliono inimicarselo, però non provano simpatia per lui. Amico, in parte, ne soffre. Lui avrebbe voluto essere almeno in buoni rapporti con tutti, se non proprio amico.

Quando se ne duole con gli amici, Cielo gli dice: "E che te ne importa? Tu appartieni a noi, non a loro. Non curartene. Con loro devi passare solo un altro anno. Sono invidiosi, è tutto."

"Sì, certo, ma che ho fatto io di male, a loro?"

"Nulla: tu hai molte doti e le usi, loro ne hanno meno di te o non le usano: li fai sentire in colpa. Vorrebbero darsi alla bella vita come fanno ed avere i premi che hai tu e sanno che non è possibile. Ma tu, con la tua presenza, glielo ricordi. La mediocrità si crogiola nella mediocrità: l'eccellenza dà fastidio, è una spina che punge." dice Gazzella.

"Ma anche fra i miei compagni, non c'è mediocrità: sono tutti molto bravi." protesta Amico.

"Ma lo potrebbero essere di più e non lo sono: in questo sta la loro mediocrità." dice Gazzella.

Durante le vacanze primaverili, un giorno, Amico sta nel bagno degli studenti. È solo: come al solito sono pochi gli studenti rimasti. Non c'è l'animazione dei giorni di scuola. Ad Amico piace quella quiete nella grande sala ed ha la vasca tutta per sé. Si è lavato ed ora si sta rilassando nella tiepida acqua lievemente profumata. Entra un ragazzo dal gonnellino bianco dei nuovi ammessi, dall'aria timida:

"Posso bagnarmi?" chiede in lingua fiorita con un forte accento del popolo dell'Albero.

"Certo. Prima lavati là, poi puoi venire a rilassarti qui nella grande vasca."

"Grazie." dice il ragazzo.

Si toglie i due quadrati del gonnellino, si scioglie il lungo perizoma bianco, lo ripiega accuratamente ed inizia a lavarsi in silenzio. Quindi, sciacquatosi, entra nella grande vasca.

"Mi chiamo Amico, e tu?"

"Leprotto... Cioè, mi chiamo Lepre Dal Manto Bianco Come La Neve."

"Allora è meglio che dici Lepre, qui dentro, o resterai un Leprotto anche a sessant'anni." gli dice con un sorriso Amico.

"Di che anno sei tu?"

"Entro nel terzo. Ma ricordati, qui quelli che entrano nel primo, non hanno diritto di parlare agli anziani."

"Scusami, non lo sapevo."

"Ora non c'è nessuno, non importa. Quanti anni hai?"

"Quindici."

"Ah, io diciotto. Sei giovane. Di solito si entra qui a sedici o diciassette anni. Devi essere molto bravo."

"Non so, sono qui per imparare."

"E se ti applicherai, imparerai un sacco di cose interessanti, e vedrai l'Imperatore."

"L'Imperatore? Da vicino?"

"Come me e te ora, se vincerai almeno qualcuna delle gare di fine d'anno."

Lepre fa altre domande a cui Amico risponde con simpatia, poi esce dalla vasca ringraziandolo, si asciuga, si riveste e lascia il bagno. Anche io ero così, due anni fa... pensa Amico con simpatia. Esce anche lui dall'acqua, si asciuga, si mette il solo perizoma, mettendo a spalla i quadrati del gonnellino, e si avvia verso la propria cella.

Entrato, vede Belcaro seduto sul suo letto.

"Che fai qui? Ti ho detto che non volevo più vederti. Esci." gli dice deciso.

"Volevo vederti io. Sai che in questo periodo è facile entrare, no?"

"Esci o chiamo il guardiano."

"Gli ho dato abbastanza piastre da renderlo sordo, cieco e muto. Sa che forse sentirà rumore, l'ho avvertito. Ha detto di fare con comodo. È un uomo di mondo."

"Vattene!"

"No no." dice Belcaro e con un balzo afferra Amico che sta cercando di uscire, lo trascina fino al letto sciogliendogli il perizoma. "Vieni qui, Amico... lo sai che ti piacerà..." gli dice carezzandolo in modo di farlo eccitare. Il suo corpo, anche se lui non vuole, lo tradisce e risponde subito a quegli stimoli sapienti. "Vedi?" dice trionfante il soldato denudandosi rapidamente.

"Non voglio..."

"Come no? Questo non mente!" dice Belcaro stringendogli lieve i genitali turgidi.

Amico lotta brevemente, ma sente le forze abbandonarlo man mano che l'eccitazione aumenta.

Quando Belcaro, stringendolo a sé con un braccio poderoso, lo bacia in bocca e contemporaneamente gli infila un dito dietro, Amico cede di colpo. Spoglia il soldato, baciandolo, leccandolo, carezzandolo, succhiandolo per tutto il corpo come in delirio. Si odia, ma non riesce a farne a meno: vuole unirsi ancora a quel corpo che trasuda erotismo animale. Da troppo tempo non fa più sesso e ne sente l'urgenza.

Belcaro se lo mette sotto, gli prende le gambe e se le fa passare sulle spalle. Amico si prepara all'atto finale aspettando pieno di desiderio l'unione dei loro corpi. Belcaro gonfia i muscoli e inizia a penetrarlo, e gli sta trionfalmente scivolando dentro quando da dietro la porta, una voce chiama:

"Amico? Posso entrare? Sono Lepre..."

"No!" dice Amico cercando di togliersi di sotto all'altro, ma Belcaro lo immobilizza.

"Chi è?" gli chiede in un sussurro.

"Uno nuovo, un ragazzino."

"Fallo entrare."

"No."

Belcaro gli chiude la bocca con una mano e dice ad alta voce: "Entra!" e finisce di penetrare Amico con un vigoroso colpo.

Lepre entra sorridendo incerto, vede i due sul letto e si ferma interdetto.

Arrossisce: "Scusate, ho capito male, mi spiace." balbetta confuso.

"No, va bene. Vieni qui, invece." gli dice Belcaro con un sorriso invitante, continuando a tenere una mano sulla bocca di Amico e pompandogli lentamente dentro. "Avvicinati. Lo sai che cosa stiamo facendo io e lui, no?"

"Sì, certo, perciò credo che..."

"Non l'hai mai fatto, tu?"

"Io?" chiede il ragazzo confuso.

"Sì, tu, Lepre. Vieni vicino."

Lepre, come in trance, si avvicina.

Belcaro lo prende per un braccio: "Spogliati, vieni sul letto con noi: ce n'è anche per te. Sei un bel ragazzo." dice il soldato.

Amico ha chiuso gli occhi. Avrebbe voluto sprofondare sotto terra. Belcaro con una mano sta carezzando Lepre sì che il ragazzo, un po' per le carezze, un po' per la scena che vede, si eccita rapidamente.

"Spogliati, su, Lepre." insiste il soldato continunado a stantuffare in Amico.

Lepre obbedisce. Belcaro lo fa salire sul letto mentre continua a prendere Amico guida ed istruisce il ragazzo a succhiare il membro di Amico e Lepre lo fa, con goffo ma evidente piacere. Dopo un po' il soldato lascia Amico e penetra Lepre. Il ragazzino ha una smorfia di dolore, ma continua a succhiare alacremente il suo compagno e non cerca di sottrarsi al soldato. Amico inizia a sua volta a succhiare il duro e teso membro del ragazzino, che ora geme scompostamente in preda al piacere. Si rende conto che il soldato sta cercando di controllarsi per non fare troppo male al ragazzino di cui ha appena preso la verginità. Lepre si agita fra i loro corpi, in preda ad un crescente piacere.

Quando Belcaro si è sfogato, si riveste ed va via senza dire nulla, lasciando i due ragazzi nudi sul giaciglio.

Amico allora dice a Lepre con tono secco, scendendo dal letto: "Rivestiti, dai!"

Il ragazzo si riveste: "Sei arrabbiato con me?"

"No."

"Avrei dovuto andare via, non intromettermi fra te e il tuo amante, vero?"

"Non è il mio amante." disse Amico e, d'impulso, racconta tutta la storia della sua relazione con Belcaro a Lepre.

Il ragazzino alla fine gli chiede: "Ma se fisicamente ti piace tanto, perché vuoi interrompere? Non capisco. Io, al posto tuo, uno così..."

"Perché sono innamorato di un altro uomo, ecco perché."

"Innamorato? Due uomini possono anche innamorarsi fra loro?"

"Certo."

"Ma come?"

"Come una qualsiasi coppia, no? L'altro diventa così importante per te che tu vuoi vivere solo per lui, che lui è più importante di te stesso."

"Ma questa è amicizia!"

"Un'amicizia ad un grado assoluto, sì, e in più desiderio di unirsi anche fisicamente: amore completo."

"Io ho avuto amici così, ma non ci ho mai fatto sesso."

"Amore senza sesso e sesso senza amore, eh?" chiese sorridendo Amico.

"Come?"

"Niente. Il giorno in cui troverai che amore e sesso possono provarsi con la stessa persona, sarai un adulto, Lepre. Io credo che lo sto diventando, perciò non voglio più fare l'amore con Belcaro."

"A me piacerebbe, invece, farlo di nuovo con lui." dice timidamente il ragazzino ed arrossisce.

"Credo che tu gli piaccia. Se vuoi rivederlo io posso dirti come e dove. E chissà che finalmente rinunci a me."

"Magari! Davvero farai in modo di farmi incontrare ancora con lui?"

"Volentieri."

"E non sei arrabbiato con me?"

"Assolutamente."

"Però è stato bello anche con te." dice timidamente Lepre.

"Dimenticami. Restiamo solo amici, vuoi?"

"Certo, Amico, grazie. Sei il mio primo amico qui alla capitale. Mi sento meno solo, ora."

Lepre diventa così il ragazzo di Belcaro.

Questi, un giorno, incontra Amico per la strada.

"Ehi." lo apostrofa.

"Ciao, Belcaro. Ho fretta."

"Voglio solo parlarti."

"Solo?"

"Solo, parola d'onore. Possiamo camminare assieme: per via non corri pericoli, no?" gli dice con un certo sarcasmo.

"Certo." risponde Amico.

"Mi hai scaricato davvero, stavolta, eh?"

"Ho cercato di fartelo capire prima."

"Lepre mi piace: non sei tu, ma è pieno di calore. Ma tu... tu sei strano, lasciatelo dire."

"Strano? Io?"

"Sì: tu mi desideri, anche ora, lo sento. Ma tu ti credi superiore a me, solo perché io non so leggere e scrivere, non so dire le cose bene come te. Tu avresti voluto da me cose che non sapevo, non potevo darti, anche se avrei voluto. Non mi credere così stupido."

"Non ho mai pensato che tu lo fossi." dice Amico, lievemente stupito per la sensibilità che l'altro sta rivelando.

"No? In me hai sempre e solo visto un animale da monta, lo so. E questo mi ha ferito. Sei egoista, spietato. Io ti andavo bene per scopare, finché ne avevi voglia tu. E mi hai rimproverato di non pensare a che cosa tu potevi desiderare. Ah, sai giocare bene con le parole tu. Sai come usare gli altri. Farai strada."

"Io non ti ho mai usato, mai voluto usare."

"No? Ne sei convinto? Allora mi fai più pietà di prima. Lepre è un ragazzo pulito: dice chiaro quello che pensa, quello che prova, quello che sente: mi piace. In te non sono mai riuscito a leggere. Chissà perché ero tanto attratto da te? Chissà perché lo sono ancora?"

Amico è turbato dalle parole di Belcaro, non sa che dire.

Il soldato continua: "Tu dici di essere innamorato di un altro uomo, e di non averci mai fatto l'amore e lo preferisci a me. Che ha lui? Soldi, nobiltà, fascino... È il tuo protettore, vero? Ti porta nel bel mondo, ti fa sentire importante. Ma non ti dà quello che ti davo io, no? Sei meschino, Amico, sei solo un arrivista. Farai strada, certo, come tutti gli arrivisti. Ma verrà il giorno in cui faremo i conti, io e te. In cui..."

"Mi odii?"

"No, non lo meriti nemmeno. Buona fortuna, Amico. Che tu non debba mai pentirti di quello che fai, che sei. E grazie per Lepre: di questo devo esserti grato. Con lui c'è intesa, mi fa sentire un essere umano, non come con te. Ah, e poi, dimenticavo. Questo è tuo, comunque. Se non ti interessa, puoi anche gettarlo via, a me non interessa più." dice cacciandogli in mano un pacchetto ed andandosene.

Amico resta lì, in mezzo alla strada, immobile, il pacchetto in mano; sa che cosa contiene: è la piastrina d'oro che aveva fatto fare Belcaro apposta per lui. Torna in scuola, nella sua cella. Posa il pacchettino senza aprirlo e si getta sul letto. Ha voglia di piangere, ma non ci riesce. Le parole di Belcaro gli risuonano nella testa, ad una ad una. È profondamente turbato: si rende conto di aver forse meritato lo sfogo del giovanotto; quello che ha detto di lui, però, è vero?

Cerca di non pensarci, di immergersi negli studi, ma quelle accuse continuano a rigirargli dentro, implacabili, giorno dopo giorno. Non riesce a dimenticarle. Davvero lui è solo un egoista, un arrivista? Davvero gli interessa Cielo solo perché è di una classe superiore e grazie a Cielo lui ora ha amici fra i nobili? Forse per questo non è simpatico ai compagni? In effetti lui, in due anni, non ha fatto amicizia con nessuno delle classi sociali più umili da cui lui stesso proviene, a parte Lepre.

Comincia a girare per i quartieri più bassi della città: ma non è che si possa fare amicizia con la gente così. Anche perché, quando vedono che lui è un "nobile studente" lo trattano con deferenza e distacco. Deferenza che fino ad allora non gli era mai pesata, ma che ora lo imbarazza.

È nel quartiere artigiano, quando vede la bottega di uno scultore di calendari. È attratto dalla bellezza di alcune opere e si ferma a guardarle: calendari murali, enormi, in pietra colorata, calendari di pietre dure intarsiati o a mosaico, calendari portabili in metalli preziosi lavorati a sbalzo o incisi. Il costruttore di calendari è un giovane uomo sui trenta anni.

"Nobile studente, desideri un calendario?"

"Non posso permettermelo ancora, purtroppo: ma i tuoi calendari sono veramente belli!"

"Lavoriamo per i templi e per la nobiltà. Mio padre fece anche un calendario per il precedente imperatore." dice con fierezza l'artigiano.

"Posso guardare, anche se non compero?"

"Certamente. Senza complimenti." risponde l'uomo con un sorriso.

In un angolo della bottega, su un ripiano, Amico vede alcuni piccoli calendari di metallo diversi da tutti gli altri: sono fatti con cerchi concentrici imperniati in centro, che si possono far ruotare e posizionare reciprocamente in modi diversi. Ne prende uno in mano, lo studia e vede che può allineare l'era, l'anno, il mese e il giorno in modo di formare qualsiasi data, anche quella odierna.

"Fantastico, questo calendario! Non ho mai visto niente del genere! È molto comodo, sia per chi studia la storia, sia per chi deve trovare i giorni fausti e quelli infausti: risparmia un sacco di calcoli e di tempo!" esclama Amico ammirato.

L'uomo sorride: "Mi fa piacere che apprezzi il mio lavoro."

"L'hai inventato tu?"

"Sì, circa tre anni fa."

"È davvero notevole. E con questi segni abbreviati è piccolo, maneggevole come un ciondolo! Devi venderne molti!"

"No, purtroppo: i sacerdoti, poiché non è fatto nel modo tradizionale, non lo apprezzano, non l'hanno approvato. Dicono che questo non è un vero calendario. In tre anni ne ho venduti solo cinque."

"Ma certo che è un vero calendario! Ed è molto più comodo ed utile dei calendari soliti."

"Ma sai, la gente che conosce e sa usare il calendario compra i calendari che ripetono gli schemi che si vedono nei templi. Così questa che a me era sembrata un'idea intelligente, comoda, non ha avuto successo. La gente vuole i calendari figurati. Questo, in cui ho usato solo le abbreviazioni fonetiche, non attira. I pochi che ho venduto, li han presi più come giocattoli o ciondoli che non come calendari. Tu sei il primo che veramente li ha capiti, li apprezza. Ne vuoi uno?"

"Mi piacerebbe, ma quanto costa?" chiede Amico.

"Li vendevo per tre piastre, ma per te mezza piastra, il costo del metallo, mi va bene. E puoi scegliere quello che ti piace di più. Tanto, non li venderò mai."

"Mezza piastra? è davvero poco. Ecco a te."

"Quale vuoi? Scegli."

"Questo, il più piccolo. Così lo porterò sempre con me. Mi sarà molto utile per i miei studi. Ti sono veramente molto grato."

"Io sono grato a te, fa piacere vedere apprezzato il proprio lavoro."

Amico si appende il piccolo calendario mobile al gonnellino. Ringrazia l'artigiano e continua a girare per le botteghe. Ad un certo punto nota un sacerdote che lo osserva. Gli fa un cenno di saluto.

L'altro allora gli si avvicina e, indicando il calendario, gli dice con severa aria di rimprovero: "Mi sorprende che un nobile studente usi un calendario non approvato! Dovrebbero proibirne la vendita!"

Amico capisce che non ha senso discutere ed allora, assumendo un'aria stupita, dice: "Calendario? Questo è solo un ciondolo buffo che costa poco, sacerdote."

"Ah, credevo... Il calendario è un dono degli dei e non deve essere cambiato. Le novità sono pericolose."

"Già."

"Le cose giuste sono quelle immutabili, ricordalo sempre, ragazzo."

"Già." ripete Amico lievemente infastidito dalla prosopopea del sacerdote.

"Ogni mutamento, ogni novità, è fonte di disordine."

"Stan costruendo un nuovo tempio al limite nord della città, ho sentito dire." dice Amico con una certa malizia.

"Ah sì, il tempio per il dio della Pioggia."

"È vero che avrà solo quattro terrazze e non avrà la cella in punta?" chiede Amico divertendosi.

"Sì, è vero. Non avrà la cella perché non vi sia parte che la pioggia non possa bagnare ed avrà quattro livelli per ricordare le quattro creazioni precedenti: il quinto livello è la terra di questa creazione."

"Ah, interessante. Al mio paese avevamo un tempio della pioggia, ma era a cinque livelli e con la cella."

"Ah, mio giovane amico, la teologia evolve."

"Ah, evolve." dice Amico con un sorriso lievemente ironico, "Non tutte le novità sono male, perciò?"

"Oh, ma questa non è novità. Non cogli la differenza? No, certo, sei così giovane!" risponde il sacerdote un po' incerto, poi si affretta a salutare e ad andarsene.

Stupido ottuso! pensa Amico divertito. Riprende a gironzolare quando incontra Fiore.

"Ehi, Est!" lo saluta.

"Ciao Nord, come mai da queste parti?"

"Stavo andando dal mio fornitore di unguenti. Ti va di accompagnarmi?"

"Volentieri."

"Ti vedo pensieroso, Amico."

"Sì, ho alcuni pensieri."

"Quali?"

"Ero venuto qui per divagarmi."

"Ah, devono essere pensieri importuni, se hai addirittura rinunciato a studiare e se vuoi divagarti. Non ti va di parlarne alla tua amica Fiore?"

"Sì, forse. Ma prima andiamo a comprare i tuoi unguenti."

È la prima volta che Amico mette piede nella bottega di un fabbricante di unguenti. Un gradevole insieme di indefinibili odori impregna l'aria. Lavoranti stanno macinando ingredienti diversi, setacciando polveri, miscelando olii e creme, filtrando composti, con un allegro e sommesso chiacchierio. Un'anziana donna in un angolo del locale annusa, prova, saggia i prodotti e a volte li rimanda indietro perché si aggiunga un ingrediente, a volte li dà ad un altro gruppo di lavoranti che vi riempiono minuscoli vasi, scatoline, anforette, che poi mettono in bell'ordine sugli scaffali della bottega.

Fiore ordina a colpo sicuro quel che le necessita. Quando ha fatto la sua scelta, il proprietario della bottega prende una scatola di legno a otto scomparti e vi inserisce i minuscoli contenitori scelti da Fiore.

"Il nobile studente non compera qualche unguento? Ne abbiamo di ottimi anche per i maschi." dice l'uomo.

"Sì, scegline quattro di tuo gusto, te li offro io!" dice Fiore allegra.

Amico per due o tre volte rifiuta per gentilezza, ma infine accetta.

"Nobile studente, se posso consigliarti..." dice l'uomo.

Alla fine Amico ha scelto un unguento per la mattina, fresco, dal profumo lievemente acuto, uno per il pomeriggio, soave, dal profumo dolce-amaro, uno per la sera, muschiato e misterioso ed uno per i momenti di stanchezza, lievemente pungente ma delicato. Per lui il commerciante prepara una scatola di legno a quattro scomparti.

Con i loro acquisti, escono dalla bottega.

"Allora?" chiede Fiore.

"Grazie per gli unguenti."

"Sì. E poi?" insiste la donna.

"È una storia lunga e complicata, non so da dove iniziare."

"Dall'inizio, no?" dice tranquilla Fiore.

Allora Amico le racconta della sua storia con Belcaro, dall'incontro alla cascata fino al loro ultimo incontro di pochi giorni prima. Fiore ascolta annuendo.

Poi dice: "Ragazzo mio, in questo gli uomini e le donne a volte non sono diversi: chi si sente rifiutato getta la colpa sull'altro, per non sentirsi in colpa. Tu un profittatore? Non l'ho mai pensato, non lo penso. Se così fosse, non credi che noi per primi ce ne saremmo accorti? Tu egoista? Forse, ma sicuramente meno della media della gente che conosco. Non ci hai mai chiesto nulla per te, non ci hai mai mostrato di pensare solo o soprattutto a te. Se Belcomesichiama non era la persona adatta a te, è logico che tu abbia voluto troncare, mi pare."

"Ma fin quando mi andava bene, sono andato a cercarlo. Per poi mollarlo nel momento in cui non mi andava più."

"Secondo me, finché non avevi le idee chiare hai subito il suo fascino, ma poi sei maturato, e accorgendoti che era altro che volevi, pur piacendoti fisicamente, hai rinunciato a lui. Vedi, ogni cosa può essere vista da due lati, no?"

"Fiore, dici questo solo perché mi sei amica, per potermi tranquillizzare."

"No, dovresti conoscermi abbastanza, ormai, dico quello che penso anche se volta risulto importuna. E sai che non ho mai avuto il dono della diplomazia. E non regalerei mai quattro ottimi unguenti ad un profittatore opportunista. E poi, il fatto stesso che tu ti ponga questi problemi, dimostra che non lo sei. E infine, non credo che saresti tanto importante per Cielo se non fossi un ragazzo eccezionale: Cielo è un tipo difficile, particolare, esigente, lo sai bene anche tu. No, davvero, al tuo posto scrollerei le spalle e mi lascerei scivolare di dosso quelle ridicole accuse."

Amico si è tranquillizzato e riprende a studiare di buona lena. Anche Lepre, con cui è rimasto amico, contribuisce a fargli dissipare quel problema:

"Belcaro è un tipo semplice, vede tutto solo a due dimensioni: dritto e rovescio, buono e cattivo, bello e brutto, con me o contro di me. Non è cattivo, ma non devi dare peso alle parole che ti ha detto."

"Ci stai bene?"

"Sì, molto. Ci stiamo affezionando. No, non innamorando, almeno per ora. Ma forse proprio grazie al fatto che ha perso te, ora sta molto attento a che io sia contento di lui. Quella volta che... beh, che l'abbiamo fatto in tre, è stata fortunata per me, ma ora anche lui capisce di aver sbagliato."

"Anche dagli sbagli può nascere qualcosa di buono, dunque."

"Certo. Proprio perché nulla è mai o tutto buono o tutto cattivo, no?"

"Sei più giovane di me, ma più saggio." gli dice Amico con un sorriso.

"Mah, saggio. Cerco di capire le cose, semplicemente." risponde con modestia il ragazzo.

L'esame del terzo anno è il più difficile di tutti, poiché le domande vertono su tutto quanto studiato nei tre anni. Amico si prepara perciò con particolare cura. Tutto l'inverno, accoccolato accanto allo scaldino, ripassa, rilegge, ripete, verifica, usando anche il suo minuscolo calendario mobile. Quando si sente stanco usa l'unguento che gli ha regalato Fiore, che gli dà davvero più forza e resistenza. La sua cella è piena di schemi appesi alle pareti, che Amico ha scritto in bella calligrafia, per allenarsi anche nella scrittura. E infine prepara il discorso di diploma, cercando di usare al meglio le potenzialità della lingua fiorita, prendendo espressioni classiche dalle poesie, dai discorsi, dalle cronache, dai miti e dagli inni. Anche il discorso lo scrive e riscrive finché è soddisfatto anche dell'aspetto grafico.

Quando giungono i giorni degli esami, Amico è sicuro di sé e pronto all'ultima tenzone.

Il primo giorno lo interrogano sui miti i sacerdoti del tempio del Sole, che alla fine di una serie di domande meticolose, lo dichiarano vincitore.

Il secondo giorno sono gli annalisti di corte ad interrogarlo sulle cronache, chiedendogli anche particolari del tutto secondari, a cui Amico risponde con esaurienti esposizioni in bello stile, sì che risulta il primo.

Il terzo giorno, i cantori dei cinque templi secondari della capitale gli chiedono quali canti, e con quali accompagnamenti, si dovessero fare nelle feste secondarie e Amico non ne sbaglia neppure uno ed è giudicato il migliore di tutti.

Il quarto giorno i poeti di corte lo interrogano sui canti di guerra, sui poemi per gli sponsali, per le nascite, sui canti dei fiori, sui canti degli oggetti, sui canti del bere e sui poemi d'amore e Amico li stupisce per la perfetta padronanza, la grazia e la bella voce con cui li declama, sì che gli assegnano concordi la vittoria.

Il quinto giorno i narratori dei sette quartieri della capitale lo interrogano sui racconti comici, sui discorsi celebri, sulle favole e lo sfidano a creare giochi di parole e tanto si divertono che lo proclamano vincitore.

Il sesto giorno, di fronte ai capifamiglia delle antiche famiglie del popolo del Sole, tra cui il padre di Cielo, declama il proprio discorso che ha intitolato: "Tre anni di studio e il desiderio di ricominciare." Soltanto il padre del suo amico Cielo, essendo lui entrato nella gente dell'Aquila, non vota per lui per correttezza, e ciò non ostante Amico ha il massimo di voti per il suo discorso.

Il settimo giorno deve scrivere sotto dettatura, calcolare sul calendario divinatorio i giorni fausti ed infausti per varie attività, comporre per scritto una ballata su un tema estratto a sorte, riconoscere dodici tipi di fiori, dodici tipi di profumi, dodici piume di uccelli. E anche in queste prove ha il punteggio massimo pur avendo commesso qualche errore.

Così giunge il giorno della visita imperiale e della premiazione finale. L'Imperatore, questa volta, lo chiama per primo. Lui personalmente gli toglie il grembiule rosso con il sole con gli occhi e la bocca aperti e gli cinge il grembiule azzurro con il sole d'oro sul quadrato anteriore e l'aquila d'argento su quello posteriore, poi gli pone in capo il copricapo con le piume di tutte le prove superate.

"Ultimo Amico Della Luna, ti dichiaro il campione della scuola imperiale, e il campione di questi ultimi tredici anni. Sono fiero di te: se questa scuola fosse stata aperta solo per te, sarebbe già un motivo sufficiente. Ti addito a tutti gli allievi come esempio e modello. E ti dono questo bracciale che ti darà diritto di entrare a corte per qualsiasi cerimonia ufficiale. Per ultima cosa, visto il tuo eccezionale valore, ti invio a visitare tutte le province ed i popoli dell'impero, ospite dei Governatori e dei Nomi: il tuo viaggio inizierà dopo la prossima festa del Giorno Crescente e dovrai essere di ritorno per la festa del Sole Nascente del prossimo anno. Così ho deciso, così ordino, così sia!"

Amico è profondamente emozionato, non solo e non tanto per l'eccezionalità del premio, quanto per la vicinanza all'Imperatore e per il fatto che questi, mentre gli parla, gli tiene le mani fra le sue. Si sente pronto a tutto per il suo Imperatore e pensa che mai ha conosciuto uomo di tale fascino, bellezza, sensualità. Sì, lo ama, lo ama con tutto se stesso.

Cielo, dopo la cerimonia, passa a prenderlo e lo porta a casa sua, dopo aver mandato alcuni schiavi a prendere tutte le cose di Amico dalla cella che deve lasciare. Amico dona alcune cose a Lepre, e, con un certo senso di nostalgia, lascia la scuola in cui ha vissuto per tre anni e si stabilisce provvisoriamente, in attesa di iniziare il viaggio, in casa di Cielo. Questi, assieme agli amici, gli fa una grande festa e finalmente Amico può bere birra a volontà, sì che alla fine è completamente ubriaco e gli amici devono portarlo a casa quasi di peso.

Cielo, dopo averlo spogliato, lo mette a letto e lo copre con cura rimboccandogli il lenzuolo sulle spalle.

"Sono proprio fra... fraci... fradicio, eh?" dice Amico sentendosi un po' vergognoso.

"Era la cosa giusta da fare, no? Adesso dormi, vedrai che domani starai meglio."

"Te ne vai? Mi lasci solo? Pun... pus... puzzo troppo di birra?" chiede Amico.

"No, solo che anche io ho bisogno di dormire: anche se reggo l'alcool meglio di te, ne ho bevuto parecchio anche io." dice Cielo dandogli un bacio lieve sulle labbra.

"Baciami ancora..." chiede Amico con voce strascicata, ma prima che l'amico possa farlo, piomba addormentato profondamente.

Cielo sorride scuotendo il capo, gli dà un altro bacio lieve sulle labbra, lo carezza in volto con tenerezza e lo lascia ritirandosi nella propria stanza.


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