Amico è a corte da un anno, quando incontra per i corridoi Belcaro. Per un attimo si guardano lievemente imbarazzati, poi Belcaro, essendo di rango inferiore, gli si inchina.
"Sono lieto di vederti, Amico."
"Anche io." risponde incerto il giovane.
"Sono entrato a far parte delle guardie di palazzo. Ci incontreremo spesso, d'ora in poi."
"Sei ancora irato con me, Belcaro?"
"No. Lepre mi ha fatto riflettere. Credo di averti giudicato male e mi dispiace. Mi ha detto Lepre che le mie parole ti avevano ferito. Sono io a doverti chiedere scusa, penso."
"Lepre... Sta bene? Siete ancora assieme?"
"Sì, certo. Quest'anno finirà anche lui e spero che sia preso a corte."
"Posso far sì che lo prendano, se vuoi."
"Te ne sarei veramente grato. Grazie, Amico."
"Grazie a te per avermi perdonato. E per non giudicarmi male." risponde Amico lieto.
Quando il ragazzo termina, in modo eccellente, la scuola, Amico riesce a far prendere Lepre come aiuto dei cronisti di corte ed è contento di rivedere il suo unico amico della scuola. Lepre si sta facendo adulto ed è un ragazzo simpatico e dolce, sì che la loro amicizia si rinsalda.
Ma il partito avverso ad Amico trama nell'ombra ed ha preparato accuratamente una trappola per liberarsi di lui. Hanno istruito un giovane funzionario della sezione del cerimoniale. Una volta in cui Amico non aspetta l'Imperatore, il giovane, in una notte senza luna, si introduce furtivamente nella camera di Amico che, al suo solito, dorme nudo. Si denuda in silenzio ed attende al buio di vedere il segnale convenuto dalla finestra. Un servo personale dell'Imperatore, d'accordo con i congiurati, quando questi esce dalla stanza della sua terza concubina, gli dice che Amico lo tradisce. I congiurati vedono l'Imperatore avviarsi corrucciato verso la camera di Amico e fanno il segnale dalla finestra al giovane che attende nella stanza. Questi allora, appena sente aprire la porta esterna dell'appartamento, si infila nel letto di Amico ed inizia a carezzarlo e baciarlo.
Amico pensa che sia Potente e svegliatosi eccitato, lo abbraccia. Proprio in quel momento Potente entra nella stanza con una lucerna in mano. Amico si accorge dell'intruso nel suo letto e si alza respingendolo con un'esclamazione confusa. Ma Potente vede l'erezione dei due, ed interpreta la confusione di Amico come stupore per essere stato sorpreso.
"Amico! Eri tranquillo, avendo fatto tu il calendario, eh?" dice l'Imperatore addolorato e furioso al tempo stesso.
"No, no! Non so chi è! Che ci fa nel mio letto! Io dormivo... Non lo conosco!"
"Ah, e dovrei crederti? Tu, se vuoi salva la vita, dimmi la verità!" dice rivolto al giovane funzionario.
Questi si prostra a terra: "Perdonami, potente signore, ma lui mi aveva fatto credere che tu sapevi, che non ti importava. Mi ha ingannato."
"Mente!" grida Amico precipitandosi giù dal letto e guardando confuso, agitato il giovane, "Non lo conosco."
"Da quanto fate l'amore?" chiede allora l'Imperatore.
"No mai, mai, non ho mai fatto l'amore con lui!"
"Da un mese circa, Signore!" dice con voce chiara il giovane funzionario restando prostrato a terra.
"Mente, mente, credimi!"
"Perché dovrebbe mentire? Tu menti."
"No. Si è infilato nel mio letto proprio ora, mentre dormivo..."
"Chi si infila nel letto di uno sconosciuto? Del mio amasio, poi! Come puoi pensare che ti creda? Mi hai deluso, Amico. Tu sapevi che proprio questa notte ero nella camera della mia concubina, la più lontana di qui... Eri tranquillo, eh?"
"Ma no... no..." geme Amico.
"Tu, scompari! Non voglio più vederti." dice l'Imperatore al giovane, che raccolti i propri abiti, scivola via silenzioso.
"Quanto a te... meriteresti la morte."
"Se non mi credi, la morte sarà dolce, Potente."
"No, non sono più Potente, per te. Sono il tuo Imperatore, non dimenticarlo."
"Perché non mi uccidi?"
"Non lo meriti. E non sono un sanguinario, io. Resta nella tua stanza. Saprai che cosa ho deciso per te, presto."
Amico si prostra a terra: "Signore, se non mi credi..."
"Come potrei? Vi ho sorpresi a fare l'amore."
"No, mi ero appena svegliato... credevo fossi tu, al buio..."
"Sapevi che ero dalla mia concubina, hai scelto tu i giorni. E sai che io non amo fare l'amore al buio, non con te."
"Mi sono appena svegliato, non ho fatto in tempo a rendermi conto... lui è entrato qui..."
"Taci, basta con le menzogne, non fai che peggiorare la tua situazione." dice l'Imperatore.
"Interroga i miei servi..."
"Sono i tuoi servi, è logico che ti proteggano. Abbi il buon gusto di tacere, almeno." dice ed esce dalla stanza.
Appena è uscito Dono e Meriggio entrarono nella stanza e corrono accanto al loro padrone ancora prostrato a terra, facendolo sollevare.
"Che c'è padrone? Che è successo?" chiede Dono premuroso.
Amico spiega loro con voce rotta, e siede sul letto: "Non capisco. No, non capisco..." dice sconsolato.
"Padrone, non è strano che quel giovane si sia infilato nel tuo letto proprio un attimo prima che entrasse l'Imperatore? O che l'Imperatore sia entrato proprio un attimo dopo che quel giovane si era infilato nel tuo letto?"
"Neanche tu mi credi, Dono?"
"No, padrone, io ti credo. Dico semplicemente che era stato tutto preparato per farti sorprendere dall'Imperatore, per farti cadere in disgrazia." dice Dono.
"Sì, deve essere così." dice Meriggio.
Amico capisce che hanno ragione. "Ma come potrei dimostrarlo all'Imperatore? Mi hanno incastrato. Mi hanno distrutto. Aveva ragione Cielo. Non so che cosa deciderà l'Imperatore per me, ma non voglio che questo danneggi anche voi. Vi darò una lettera per Cielo e gli chiederò che si prenda cura di voi."
"Noi non ti abbandoneremo: sei un padrone buono, tu. Ti sei preoccupato per noi."
"Grazie per le vostre parole, ma farete come vi ordino." dice Amico, si mette il perizoma e va allo scrittoio a preparare la lettera per Cielo.
"Ecco, domattina, quando apriranno le porte del palazzo, andrete subito da lui e lo avvertirete di quanto è accaduto."
Attende la mattina senza dormire. All'alba fa andar via Dono e Meriggio ed attende ancora. Arrivano quattro soldati.
"Ultimo Amico Della Luna, seguici."
"Dove mi portate?"
"L'Imperatore ha deciso che tu sia rinchiuso nelle celle dei sotterranei."
"Va bene." dice Amico.
Gli legano i polsi e lo portano fino nei sotterranei. È rinchiuso in una cella, e il rumore delle pesanti sbarre di legno che si chiudono dietro di lui gli risuona tristemente nel cuore.
Passano alcuni giorni in cui gli portano da mangiare regolarmente, ma non riesce a sapere nulla. Poi, un giorno, arriva Belcaro.
"Amico, ho saputo da Cielo. Ha presentato una petizione all'Imperatore, spiegando come ti hanno incastrato, ma purtroppo è stata respinta. Non ha neppure ottenuto di poter scendere a vederti. Mi dispiace per te, molto."
"Non sai che sorte mi attende?"
"Il capo guardia della prigione dice che ha solo l'ordine di non farti uscire di qui, ma di non farti mancare nulla. Temo che l'Imperatore voglia... dimenticarti qui. Perché non chiedi che ti portino almeno da scrivere? Io verrò a trovarti, ma... il tempo, quaggiù, non passerà mai, se non trovi un'occupazione."
"Vorrei morire."
"No, non dirlo. Tu sei un tipo forte, non farti abbattere così."
"Non mi ha creduto! Credevo che mi conoscesse. Tu, almeno, credi alla mia innocenza?"
"Sì, e anche Cielo ci crede, ma purtroppo... Non ti dimenticheremo, se potremo faremo qualcosa per te. Hai molti amici, non dimenticarlo."
Passano mesi. Ottiene di avere nella cella libri, il suo piccolo calendario, la scatola dei colori, fogli. Non lo trattano male. Ma vede il sole solo dallo stretto finestrino sul soffitto, per poche ore al giorno. Belcaro va a trovarlo una volta a settimana e gli racconta quello che capita fuori, gli porta messaggi di Cielo, Gazzella, Mattino, Fiore e Lepre, nonché di Dono e Meriggio. Tutto questo fa sentire un po' meno solo Amico, ma la tristezza lo consuma a poco a poco. S'è messo a scrivere un lungo poema in cui racconta, sotto forma di allegoria, come in una favola, la propria vita, i propri pensieri, i propri ricordi.
Un giorno Belcaro gli porta una notizia: l'Imperatore sta partendo verso il nord con l'esercito per fronteggiare una invasione del popolo delle terre calde.
"Anche Cielo, Mattino ed io dovremo andare in guerra. Non potremo vederci per un po', mi dispiace. Il capo guardia mi ha promesso che continuerà a non farti mancare nulla e che verrà lui a darti notizie di tanto in tanto."
"Buona fortuna, Belcaro. Grazie di tutto. E che il dio della guerra vi protegga: l'Imperatore, te, Cielo, Mattino."
"Preghi ancora per l'Imperatore?"
"Certo. Io lo amo ancora."
"Povero Amico. Anche noi pregheremo per te. Addio."
"Arrivederci."
L'esercito parte. Amico ha di tanto in tanto notizie dal capo delle guardie. Un giorno arriva una guardia nuova. Questa parla con Amico, mostrandogli simpatia e il giovane ne ha piacere.
Un giorno, Lince, la guardia, gli dice: "Amico, io sento di desiderarti."
"Non è possibile." gli risponde Amico, un po' stupito per quella improvvisa dichiarazione.
"Anche se non posso aprire il cancello, possiamo farlo attraverso le sbarre... Se venisse qualcuno, sentiremmo in tempo il cancello di sopra aprirsi. Mi piaci, guarda qui come me lo fai venire duro." dice sollevando il quadrato anteriore e mostrandogli il perizoma gonfio e teso e carezzandoselo.
"Non è possibile Lince, io appartengo all'Imperatore."
"Ma ti ha gettato via come un coccio rotto. Io... io ti desidero, Amico, molto. Mi piaci. Vorrei davvero fare l'amore con te."
"Ti ringrazio, anche tu mi piaci molto, ma io appartengo all'Imperatore, non posso."
"Ma lui non ti ha creduto."
"Non importa. Lui è l'Imperatore. Io gli appartengo."
"Mi dispiace, Amico. Ti desidero e mi sarebbe piaciuto poter alleviare un po' la tua prigionia. Ti desidero molto. Se per caso tu dovessi cambiare idea, dillo: potremmo carezzarci, baciarci, unirci nonostante le sbarre. Sei molto bello, Amico."
"Grazie." risponde Amico con un sorriso.
La guerra dura solo tre mesi e il popolo del Sole vince. Cielo si è distinto con svariati atti di eroismo, e una volta ha anche salvato la vita all'Imperatore. Belcaro è stato ferito, ma torna vivo. Mattino invece è morto in battaglia. È lo stesso Belcaro che porta queste notizie ad Amico.
"Fra cinque giorni vi sarà la sfilata della vittoria ed uno speciale rito di ringraziamento al tempio del dio Sole che ci ha guidati alla vittoria. E l'Imperatore ci darà i premi promessi. Io pensavo, approfittando di questa occasione, di chiedere clemenza per te all'Imperatore. Chissà che, nell'euforia della vittoria..."
"Non voglio che tu debba rischiare di contrariarlo per causa mia."
"Lo farò volentieri."
Il giorno della cerimonia al tempio del Sole l'Imperatore inizia a dare le ricompense ai più valorosi guerrieri. Quando chiama Cielo, gli dà il collare d'oro di eroe, una spada cesellata, una scatola di piastre d'oro.
Quindi gli dice: "Con te ho un debito personale di gratitudine, mio valoroso Calmo Cielo D'Autunno. Perciò tu meriti anche un premio personale, non dal tesoro dello stato ma dal mio tesoro personale: dimmi, c'è una cosa che desideri?"
"Sì, Inno Potente Cantato All'Eterno Dio Sole, c'è."
"Bene, dimmi."
"C'è qualcosa nel tuo palazzo che mi piace particolarmente."
"Dimmi che cosa e te ne farò dono." risponde l'Imperatore con un sorriso.
"È un giovane, si chiama Amico, è..."
"Sì. Va bene, ho promesso, non posso negartelo. Il giovane è tuo: ma dovrai portarlo via dalla capitale, non dovrà mai più metterci piede, non voglio vederlo. O lo farò uccidere. Ti darò la lettera per portarlo via." dice con una certa durezza l'Imperatore e lo congeda con un gesto brusco.
Cielo si ritira inchinandosi profondamente. Il giorno dopo un messaggero gli porta la lettera dell'imperatore. Allora, assieme a Belcaro, Dono e Meriggio, si reca subito alla prigione e prelevano Amico. Questi è commosso. Cielo lo conduce subito fuori dalla capitale, in una locanda e gli lascia Dono e Meriggio.
"Io devo sistemare alcune cose, poi tornerò. Non ti muovere di qui, per favore. Io sono responsabile di te, ora."
"Ti appartengo, no?" dice con un sorriso dolce Amico, "l'Imperatore mi ha donato a te."
"Vedila come vuoi, Amico. Per me, tu non sei un dono: tu sei l'est, io l'ovest, non ti ricordi più?"
"Sì, scusami."
"Bene, allora. A presto."
Cielo torna dopo pochi giorni: "Ho ottenuto da mio padre la mia parte dei beni. Andremo là, sulla montagna, dove possiedo una valletta. C'è una piccola casa. Provvisoriamente vivremo là. Ma farò costruire una nuova casa, dove tu potrai studiare, scrivere."
"Da una prigione ad un esilio." dice con dolce tristezza Amico.
"Ci vivremo assieme. Sono stanco della vita nella capitale, l'ho sempre sognato. Noi due e loro due. Gazzella e Fiore hanno promesso di venire a trovarci, anche Belcaro e Lepre: tutti i tuoi amici, i nostri amici."
"Perché fai tutto questo per me?"
"Già, chissà perché?" risponde Cielo con un sorriso.
Per raggiungere la valletta camminano tutta la giornata. La casetta di pietra è rustica, composta di una cucina e due stanze. In una stanza si sistema Cielo, in una Amico e nella cucina mettono il giaciglio per Dono e Meriggio. Mentre Amico sistema le sue poche cose, Cielo scende al villaggio per contattare i costruttori. Tornati, assieme ad Amico scelgono il punto in cui far sorgere la nuova casa e ne disegnano la pianta: un piccolo giardino centrale su cui danno le stanze di Amico, di Cielo, due stanze per gli ospiti e la sala. Il quarto lato ha la stanza per Dono e Meriggio, la cucina l'ingresso ed il deposito. Fuori dalla porta sarebbe stato fatto il pozzo e, dalla parte opposta, il bagno ed i cessi, uniti da una corridoio coperto alla casa. Gli uomini promettono di completare la costruzione entro l'inizio dell'autunno. Cielo poi, tornato al villaggio, fa costruire anche la mobilia per la casa: cassapanche, scaffali, letti, sedili, tavoli, e fa tessere coperte, tende, tappeti.
"Stai spendendo una fortuna."
"Il premio di guerra, a parte il collare e la spada, più una parte di quello che mi ha dato mio padre. Ci resta abbastanza per vivere cento anni. Per mangiare Meriggio e Dono coltiveranno l'orto, e noi andremo a caccia e pesca. Vedrai che non ci mancherà nulla e che andrà tutto bene. Prima dell'inverno potremo andare ad abitare nella casa nuova." dice Cielo.
Amico si sente attratto da Cielo, ma ora più di prima si vergogna a dimostrarglielo. Cielo, da parte sua, tratta Amico con attenzione, affetto, ma non gli da segni di provare altro per lui. Amico si dice più volte che non avrebbe dovuto accettare l'offerta dell'imperatore: forse ora sarebbe stato il felice amante di Cielo e invece... S'è lasciato abbagliare dal sole, bruciare... e ancora brucia, proprio come gli aveva detto Cielo. È ancora innamorato dell'Imperatore eppure è anche innamorato di Cielo. E non ha né l'uno né l'altro.
Gazzella e Fiore arrivano a trovarli: la nuova casa è costruita fino a metà altezza e già se ne vede l'impianto. Passano la giornata passeggiando per il bosco che costeggia la valletta, mangiano, scherzano, come ai vecchi tempi.
Poi, a sera, Cielo chiede: "Bene, come volete passare la notte? Chi dorme con me di voi due?"
"Con te? Ci mancherebbe altro. Noi due dormiremo assieme, e tu andrai a dormire con Amico, no?"
"Se ad Amico va bene." dice Cielo guardandolo.
"Sì, certo..." dice il giovane, sentendosi però un po' turbato per quella prospettiva.
"Amico, devo aver dimenticato il mio bracciale nella casa in costruzione! Ti dispiace andarmelo a cercare?" dice Fiore ad un tratto.
"Lo possiamo cercare domattina, no?" dice Gazzella stupita.
"No, ti prego, Amico, lo voglio subito. Sai quanto ci tengo, Gazzella: non riuscirei a dormire temendo di averlo perso!"
"Sì, vado. È questione di un attimo." dice Amico prendendo una lucerna ed uscendo.
Appena è uscito Fiore mostra il bracciale: "Lo cercherà per un po'. Volevo restare sola con te Cielo. Tu ami Amico, no?"
"Me lo chiedi? Lo amo da anni."
"Appunto. Stanotte dormirete assieme. Diglielo. Non credi che sia ora?"
"Ma lui... lui ama l'Imperatore, nonostante tutto. Non ama me."
"Cielo, Cielo!" dice Gazzella, "Lui ama te. Si era lasciato affascinare dall'Imperatore, forse ne è anche innamorato, in un certo senso, ma ama te, da sempre. E se tu gli avessi dichiarato il tuo amore prima, non sarebbe accaduto tutto questo, non te ne rendi conto?"
"Io... io lo amo, certo."
"Diglielo, dunque, stanotte. Lui ama te."
"Perché non me l'ha mai detto?"
"E perché tu non glielo hai mai detto? Se uno di voi due non si decide... Ora poi, dopo che tu l'hai liberato, gli è ancora più difficile dirtelo, non lo capisci? Perciò devi deciderti tu, una buona volta!"
Amico torna: "Non sono riuscito a trovarlo, mi dispiace. Forse domattina con la luce..." dice con rammarico.
"Sì, certo. Grazie, comunque, Amico, sei stato gentile. Beh, io mi sento un po' stanca. Andiamo a dormire, Gazzella?"
"Sì certo. Buona notte, amici."
Le due donne si ritirano nella stanza di Cielo.
Questi dice: "Che facciamo, andiamo a letto anche noi due?"
"Sì. Ma staremo un po' stretti penso. Vuoi che io dorma a terra?" gli chiede Amico.
"No, perché? La notte è fresca, ci terremo caldo." dice Cielo cercando di mascherare la sua emozione.
Si tolgono il poncho di lana e, col solo perizoma indosso, si infilano sotto le coperte. Amico, al contatto del corpo di Cielo, freme e cerca di farsi di lato.
"No, vieni qui, non ti scostare." dice Cielo cingendogli il corpo con un braccio.
"Cielo... così... io mi sto..."
"Eccitando? Anche io lo sono... Perché non mi togli il perizoma..."
"Lo vuoi?" chiese Amico sentendosi girare la testa.
"Certo, tu no?"
"Io... quello che vuoi tu, Cielo..."
"Amico... non ti sto chiedendo di... farmi divertire. Io... quello che volevo dirti... che volevo farti capire..." sussurra emozionato Cielo carezzandolo lieve, "È che... ti amo. Vuoi diventare il mio amante?"
"Oh... Cielo! Mi piacerebbe, ma..."
"Ma?" chiede teso Cielo, temendo di sentirgli dire che non poteva, che amava un altro...
Ma Amico dice: "Non merito il tuo amore. Non l'ho meritato, non ho saputo aspettare te, lo sai."
"Ma tu, mi ami?"
"Ti ho sempre amato. Prima credevo di amare sia te che l'Imperatore ed ero confuso. Ancora lo amo, in qualche modo, ma lui non mi ha creduto, tu sì, invece, ed ora capisco che amo te... ma non è troppo tardi?"
"Tardi? No, non direi, se mi ami. Io ti ho creduto perché ti conosco. Ti amo perché ti conosco."
"Sì, ora lo capisco. E mi hai aspettato per tutti questi anni. Avevo sedici anni, ora ne ho ventidue, quasi ventitré."
"È colpa mia, ho aspettato troppo. Vuoi finalmente diventare il mio amante?"
"Sì, sì sì... oh sì!" dice Amico provando una gran voglia di piangere per la felicità che prova.
"Allora, perché non mi togli il perizoma?" dice con dolcezza Cielo iniziando a sciogliere quello dell'altro.
"Io ti sarò fedele, a costo della vita, Cielo."
"Lo so. Non c'è bisogno di dirci queste cose, fra noi, no?" gli dice Cielo carezzandolo intimamente ed iniziando a baciarlo con passione.
Amico gli si aggrappa addosso, e si rende conto che la felicità che prova è maggiore, infinitamente maggiore di quella che aveva provato quando Potente l'aveva preso fra le sue braccia. Sì, lui appartiene a Cielo, gli è sempre appartenuto, in realtà. Si baciano, si stringono, si carezzano a lungo, dicendosi con il corpo tutto quello che hanno provato l'uno per l'altro fin dal primo momento in cui si erano incontrati, e che non erano mai riusciti a dirsi.
Amico sente che in Cielo c'è la dolcezza di Roccia, la sensualità e la forza di Belcaro, l'allegria e la tenerezza del povero Mattino, il fascino e la bellezza di Potente, la dedizione di Dono e molto, molto di più: sì, Cielo è veramente il suo uomo, il suo amato, il suo tutto. E quando finalmente i loro corpi si uniscono, Amico sente che quell'unione è reale, profonda, intima, completa, vera, totale.
Mentre Cielo si muove gioiosamente in lui, Amico sente che sì, lui ha accolto molti maschi in sèe ma che questo, e solo questo e il vero padrone di casa, il vero re, il vero amante.
Dopo lunghe ore di appassionate unioni, raggiungono l'apice del piacere e finalmente giacciono languidamente allacciati, appagati.
"Sei felice, Amico?"
"Sì, amore e tu sei felice?"
"Enormemente. Ti amo!"
"Anche io, ti adoro."
"Vuoi riposare, ora, amore?"
"E tu, Cielo?"
"Non ancora. È così bello stringerti, carezzarti... sapere che finalmente sei mio. Non riuscirei a dormire, sono troppo felice."
"Baciami ancora. Ti desidero troppo."
"Anche io, amore. È così bello unirsi a te. Quanto sono stato sciocco ad aspettare così a lungo. Mi perdoni?"
"Perdonarti io? Di che? Di avermi atteso sei anni? Di essermi stato sempre fedele nonostante io non lo sia stato a te?"
Si rimettono a fare l'amore, con tenera passione. La mattina sentono le amiche ed i servi alzarsi e allora, senza aver dormito, ma sentendosi pieni di vigore, si alzano anche loro.
Prima di raggiungere gli altri nella cucina, Cielo dice: "Glielo diciamo, no?"
"Certo." risponde radioso Amico.
Ma appena mettono piede nella cucina, Dono dà di gomito a Meriggio indicando i volti radiosi dei due.
Fiore esclama: "Ecco, guardate, il sole crescente e sole calante si sono incontrati, non esistono più i quattro punti cardinali, c'è solo il sole splendente di mezzogiorno, amore e sesso si son trovati, sposati, finalmente."
"Sì, amici cari, è proprio così." dice Cielo gongolante cingendo la vita di Amico.
Festeggiano, poi le due amiche li lasciano. Cielo le accompagna fino al villaggio; ha una commissione urgente da fare: uno dei letti che aveva commissionato doveva essere più grande, ora. Torna con alcune anfore di birra e ne offre anche a Dono e Meriggio perché festeggino la felicità dei loro padroni.
La casa è pronta per la data prevista e dal villaggio portano su la mobilia e le stoffe e Dono e Meriggio la arredano. Quando è pronta, vi si installano facendo un'altra festa con Belcaro, Lepre, Fiore e Gazzella che sono andati a trovarli per l'occasione. Lepre racconta che l'Imperatore s'è fatto un altro amante, un giovane funzionario dei magazzini imperiali, ma lo fa andare da lui ogni volta che lo desidera, non lo fa vivere nel recinto della residenza privata come aveva fatto con Amico.
Viene l'inverno. Le stanze in uso sono riscaldate da grandi bracieri e vi si sta comodi. Anche l'acqua del bagno la scaldano in appositi paioli da cui la versano nella vasca foderata di legno, poi vanno a fare il bagno tutti e quattro assieme per risparmiare il legname. Viene anche la neve: resta per pochi giorni ma tutti e quattro vanno a giocarci felici come bambini, specialmente Meriggio che viene da una parte dell'impero dove le nevicate sono lunghe ed abbondanti. Dono, invece, è solo la seconda volta che la vede in vita sua, perché nella sua foresta non nevica mai, né mai fa così freddo, ma è rosso e felice, affascinato da quello spettacolo.
Viene la primavera e piantano il giardino all'interno della casa e davanti alla stessa, fino alla via che porta a valle. Meriggio ripianta anche l'orto e Dono si mette ad allevare tacchini, sì che ora hanno sempre uova fresche. La vita scorre serena e tranquilla. A volte Cielo e Amico scendono fino al villaggio o anche fino alla piccola città in fondo alla valle, ma Amico non supera mai quel limite che si è imposto.
Qualche volta Cielo va fino alla capitale ed allora manca anche per una settimana, poiché ci voleva circa una giornata e mezzo ad andare ed altrettanto a tornare. Gli amici continuano ad andarli a trovare di tanto in tanto in quel loro ritiro montano, che sta diventando un piccolo Eden.
La gente del villaggio a volte sale fino alla "Casa dei nobili" come è stata chiamata dai paesani, per dirimere qualche controversia, o chiedere consiglio, specialmente ad Amico, nonostante sia giovane, perché la fama del suo sapere s'è sparsa per la valle. Amico li riceve nella sala, dove fanno bella figura l'armatura di Cielo e il collare e il copricapo di Amico. La gente non arriva mai a mani vuote, ma porta doni.
Vivono serenamente nella loro nuova casa da due anni e il loro amore è forte e bello. È piena estate, Cielo è appena partito per la capitale per procurare ad Amico fogli e colori. A metà pomeriggio improvvisamente scoppia un temporale. Amico sta leggendo nella sala, quando arriva trafelato Dono.
"Padrone, padrone!"
"Che c'è? Che succede?" chiede Amico vedendo l'espressione del servo.
"Alla porta... c'è..." inizia, ma in quel momento Amico vide la figura che traversa il giardino sotto lo scroscio di pioggia e, sentendo un tuffo al cuore, si alza e si prostra profondamente a terra mentre l'Imperatore entra nella sala.
"Meno male che ho trovato una casa. Aspetterò qui che smetta di piovere." dice guardandosi attorno.
Amico non ha il coraggio di alzarsi da terra. "Alzati, e fammi portare qualcosa da bere dai servi." dice con tono autoritario l'Imperatore, ma a quel punto riconosce l'armatura di Cielo e, subito dopo, il copricapo ed il collare di Amico. "Amico? Alzati..." dice con voce incerta.
Amico, restando in ginocchio, fa cenno a Dono di andare a prendere le bevande e dice: "La mia casa è tua, Signore."
"Amico! Dunque è qui che vivi, ora? Assieme a Cielo dell'Aquila, vedo. Dove è Cielo?"
"È partito stamane per la capitale, Signore."
Dono porta l'anfora della birra e la posa accanto all'Imperatore ritirandosi.
Potente beve. "Alzati, non stare così: è casa tua, questa. Ti trovo bene."
"Grazie, Signore."
"Ogni volta che ti vedo ti fai più bello. Qual è il tuo segreto?" chiede con un sorriso.
Amico non risponde, avvicina il più bel sedile all'Imperatore che siede.
"Siedi anche tu, Amico." dice questi.
Amico obbedisce.
"Ero a caccia da queste parti con la corte. Mi ha sorpreso il temporale. È bello qui: mi fermerei qui a dormire, quasi. Spero che non ti dispiaccia."
"No, Signore. Vuoi che ti faccia preparare un pasto? Quassù mangiamo cose semplici, ma se gradisci..."
"Sì, grazie. Verranno a cercarmi, immagino. Fammi portare abiti asciutti e metti ad asciugare questi."
"Certamente, Signore." dice Amico.
Batte le mani e Dono compare immediatamente. Gli dà gli ordini per la cena, per gli abiti e di preparare la camera degli ospiti. Dono torna con un perizoma ed un gonnellino. L'Imperatore si alza e, lì davanti ad Amico, si denuda completamente, togliendosi anche collare e bracciali, quindi indossa il perizoma ed il gonnellino asciutti e siede di nuovo, bevendo un po' di birra.
Amico non ha potuto impedirsi di guardarlo e di provare un brivido di eccitazione nel vedere il bel corpo maschio che lui aveva conosciuto così intimamente. L'Imperatore se n'è reso conto.
"Sei davvero bello, Amico. E gentile: ti ringrazio per l'ospitalità che mi offri, nonostante tutto."
"Sei il mio Signore, tu."
"Solo per questo? Vederti... ha il potere di riaccendere la mia antica fiamma. Perché non mi porti nella tua camera, prima di cena?" chiede con un sorriso invitante.
Amico si alza, prende dalle armi di Cielo la spada e si accosta all'Imperatore. Questi si alza in piedi allarmato, ma Amico gli si inginocchia davanti e gli porge la spada.
"Signore, nessuno ha il diritto di dirti di no, tu sei il padrone di tutto. Perciò, ti prego, uccidimi, perché io non sia costretto a dirti di no."
L'Imperatore lo guarda e gli dice: "Dunque è un no, il tuo? Sei in collera con me?"
"No, mio Signore."
"Non mi desideri?"
"Sì, mio Signore, ti desidero."
"Allora non capisco."
"Sono l'amante di Cielo, non posso tradirlo. Uccidimi, Signore."
"Ma lui non c'è. Non lo saprà."
"Lo saprei io e non posso, Signore. Sono suo, ora: tu mi hai dato a lui, liberandomi dalla fedeltà a te."
"Ma via, Amico, come avevi tradito me, allora, puoi, se non altro per rimediare, tradire lui per me, ora, no?"
"Signore, tu non mi hai creduto, ma io non ti avevo tradito, allora. Quel giovane era stato pagato da qualcuno per farsi sorprendere con me. Da qualcuno che non mi voleva al tuo fianco. E c'è riuscito. Io non ti avrei mai tradito, mai. E speravo che tu lo sapessi, mi credessi, ma così non è stato."
"Davvero tu sei disposto a morire per non tradire l'uomo che ami?"
"Uccidimi, Signore. Sono qui, pronto, ai tuoi piedi."
L'Imperatore è evidentemente scosso.
"Già, ora che ci penso... mi hanno aspettato all'uscita dalla stanza della concubina per avvertirmi del tuo tradimento... dunque, era tutto un complotto? Davvero tu non ne sapevi nulla?"
"Mi sono svegliato sentendomi toccare da un corpo nudo e subito dopo sei entrato tu, Signore. Come ti avevo detto... Quel giovane mentiva."
"E io non ti ho creduto... Non ti ho creduto! Che sciocco sono stato. E ti ho messo in prigione e ci saresti ancora se Cielo... Oh, Amico! Il tuo Imperatore ti chiede perdono, Potente, l'uomo, ti chiede perdono. Come sono stato cieco, ingiusto." dice l'Imperatore, turbato, facendolo alzare.