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una storia originale di Andrej Koymasky


pin TRAFFICO INFAME di Andrej Koymasky © 2008
scritto il 20 luglio 1995
CAPITOLO 1

SEOUL - DICEMBRE 1988


Tornava nella sua casa di Seoul in una mattina fredda e grigia. Veniva da Taipei ed aveva con se un chihuahua e dieci milioni di sterline in contanti. Il chihuahua era un regalo per il suo amante, un sedicenne inglese che aveva acquistato a Londra due anni prima per cinquantaduemila sterline. Il ragazzino si chiamava Elton.

I dieci milioni invece doveva portarli al Generale Kim Jong, il cugino del Presidente e capo della KCIA, il servizio segreto sud-coreano. Gli doveva trenta milioni ed aveva tre settimane di tempo, se non voleva fare un'orribile fine. Doveva trovarli assolutamente, ma era sicuro di riuscire e di poter tornare a tirare il respiro.

Si chiamava Yung Chem, ma era soprannominato Clown per la sua abitudine di ridacchiare nei momenti più inopportuni. In realtà rideva quando era imbarazzato, ma questo lo sapevano solo i suoi intimi. Aveva compiuto trentacinque anni, era magro, aveva lineamenti spigolosi, capelli di un nero intenso, anche per un coreano, occhi grandi ma perennemente socchiusi, anche se non gli sfuggiva mai nulla, denti perfetti, bianchissimi e, suo vanto, tutti suoi.

Si occupava di riciclare denaro sporco, ma la sua attività principale era la compravendita di ragazzini da avviare alla prostituzione maschile. Tutti profughi da zone in guerra, o colpite da carestia. La prima selezione la facevano quelli che speculavano sul trasporto delle masse in fuga: dovevano essere ragazzini sani, non brutti, fra i dodici ed i sedici anni, orfani o abilmente sottratti alle famiglie. La seconda selezione la facevano i suoi uomini, lui faceva quella finale. Ma per sé voleva il meglio del meglio e rigorosamente ragazzini occidentali e di buona famiglia: perciò li pagava tanto cari.

Si era arricchito rapidamente ed aveva investito i suoi guadagni comprando un albergo di lusso a Tokyo, grazie ai suoi contatti con gli yakuza, alcuni bordelli a Bangkok, un negozio di antiquariato a Roma, una birreria in Scozia. Sperava di non doverli vendere, ora, per pagare il generale.

Stava ancora nevicando quando uscì dall'aeroporto senza passar dogana, al solito: questo era uno dei vantaggi a lavorare per Kim Jong. Uno dei più piccoli. Yung raggiunse la mercedes che lo aspettava. Ordinò a Jeff Dalton, un ex mercenario in Mozambico suo coetaneo, un fascio di muscoli che aveva salvato dal braccio della morte dove era rinchiuso per aver violentato ed ucciso un giovane soldato dell'Onu, e ne aveva fatto la propria guardia del corpo, di prendersi cura del cagnolino ed a Naoki Sato, il suo autista e guardia del corpo giapponese di ventinove anni, campione mondiale dal 1980 al 1983 di karate che aveva dovuto abbandonare il Giappone perché scoperto a scoparsi il figlio diciassettenne di uno dei più potenti uomini politici giapponesi, di occuparsi dei bagagli. Sedette nel sedile posteriore e si versò da bere mentre Jeff, un kalashnikoff celato sotto l'impermeabile, teneva d'occhio il movimento attorno all'auto. Finalmente partirono.

Yung ripensava al giorno precedente, quando aveva piazzato ragazzini per quattro milioni di dollari ad un suo contatto in Siria: il mercato arabo restava sempre il migliore. Aveva venduto "a catalogo" cioè mostrando l'album con le fotografie dei ragazzini nudi: l'intermediario sapeva che la sua merce era buona: quella di scarto finiva nei bordelli, non gliel'avrebbe mai rifilata. Ne aveva spuntato un buon prezzo, era soddisfatto. La merce sarebbe stata consegnata da una nave che doveva star attraccando in quel momento ad Aden. I ragazzini narcotizzati poco prima dello sbarco e sistemati in appositi container, sarebbero stati presi in carico dall'intermediario che li avrebbe smistati. Sapeva che l'uomo ricaricava il prezzo del venti per cento, ma quelli erano affari suoi. Era lui ad avere i contatti giusti con l'aristocrazia araba che voleva sempre ragazzini freschi per i propri harem. Gli altri seimila dollari li aveva ricavati vendendo, senza aver tempo di contrattare e perciò sotto prezzo, il suo veliero da regata che aveva ad Adelaide e tre suoi bordelli ad Hong Kong. Gli bruciava il cattivo affare ma le minacce di Kim Jung non potevano essere prese alla leggera. D'altronde Kim era il suo onnipotente protettore, grazie a lui poteva sfuggire a quelli che volevano incastrarlo per i suoi omicidi e traffici illeciti.

Ed ora aveva altre tre settimane per racimolare gli altri venti milioni. Doveva riuscire. Kim gli aveva affidato quella somma da investire in America e lui se l'era fatta soffiare come un pivello! Non riusciva a perdonarselo. Lui aveva pensato di affidarli ad un banchiere italiano con cui aveva concluso in passato ottimi affari, ma questi era stato coinvolto in un crac finanziario e la polizia, trovandogli quella somma non registrata nei conti ufficiali, l'aveva requisita. E ora Kim ne pretendeva da lui la restituzione...

Yung s'era fatto le ossa facendo il servizio militare prima in Corea, poi in Vietnam. Era un duro, senza scrupoli, intelligente e spietato. Ma contro Kim non poteva nulla: il capo del KCIA era l'uomo più potente in Corea dopo il Presidente e il suo enorme potere gli permetteva di compiere crimini enormi senza conseguenze: far assassinare Yung, dopo averlo fatto torturare a piacere, sarebbe stato un gioco da ragazzini per Kim.

"Se non mi porterai tutti i soldi entro quattro settimane, prima ti farò tagliare il tuo prezioso uccello da pervertito e te lo farò mettere in culo, poi ti farò spellare vivo, un millimetro di pelle per ogni sterlina che mi devi, chiaro? Uno alla volta."

Sapeva che non scherzava affatto, avrebbe mantenuto le minacce alla lettera.

Doveva pagarlo. Ma dopo... avrebbe trovato il modo di fargliela pagare: odiava ferocemente Kim. Gli avrebbe reso la pariglia... e sapeva come fare...

La casa di Yung a Seoul era un antico padiglione di campagna della corte reale, che i giapponesi avevano usato come residenza degli alti ufficiali durante la guerra. L'aveva comprata che era ridotta male. Aveva fatto restaurare l'esterno e rifare completamente l'interno, rendendola una residenza lussuosa. Una delle prime cose che aveva voluto era che fosse tutta climatizzata, ed aveva voluto una serra interna in cui coltivava orchidee: era il suo hobby. Specialmente le orchidee bianche che usava solo quando era ora di cambiare amante.

Tornato a casa aveva fatto una serie di telefonate per pianificare la raccolta degli altri soldi. I suoi soci americani gli avevano garantito che avrebbero organizzato tutto a puntino. Poi era andato a recidere tutte le orchidee bianche e ne aveva riempito l'alloggio. Jeff e Naoki, che ne conoscevano il significato, avevano sorriso e si erano preparati. Quindi entrò nella vasca da bagno di legno di rosa che s'era fatto costruire appositamente da mastri bottai francesi: migliaia di piccole, perfette doghe del prezioso e raro legname. Era una grande vasca circolare di quattro metri di diametro, fatta a tre livelli concentrici,: il centrale, un cerchio di un metro e mezzo di diametro, era a venticinque centimetri dal pelo dell'acqua, poi c'erano due anelli, uno profondo settantacinque centimetri e il più esterno un metro e venticinque. Dodici bocchettoni di argento, torno torno, a forma di draghi, versavano acqua calda e profumata di cedro, nella vasca. Si rilassò, quindi chiamò Elton, che aveva appena lasciato in camera da letto felice ed eccitato per il chihuahua che desiderava. Yung aveva fatto di Elton un cagnolino fedele: quando prendeva un nuovo amante, per Yung era entusiasmante prima sottometterlo, poi educarlo. Ne faceva dei veri gioielli che potevano rivaleggiare con le antiche e famose cortigiane del re: persone selezionate per il loro fascino e talento, educate a cantare, danzare, suonare antichi strumenti, a far calligrafia e comporre poesie, a servire da bere e da mangiare ponendo delicati bocconcini con le dita sulle labbra del commensale, a conversare amabilmente e alle più raffinate prestazioni sessuali: le chiamavano creature per la ricreazione.

Yung trasformava i ragazzini spaventati in perfette creature per la ricreazione: era il suo vanto, la sua specialità. La preparazione di Elton era completa, perfetta: s'era dimostrato un allievo pieno di talento. In tutti i sensi. Yung curava personalmente la formazione ed ingaggiava i migliori insegnanti per educare i suoi ragazzini. Elton aveva assimilato gli insegnamenti con entusiasmo e facilità, ansioso di compiacerlo. Elton veniva da una famiglia ridotta in miseria, aveva avuto una vita grama: quando era stato rapito per venderlo a lui, era un cucciolo impaurito, bisognoso di sicurezza. Lui gliel'aveva data: una bella casa, deliziosi pasti, ottimi vestiti. E il ragazzino s'era sottomesso alle richieste di Yung e si era lasciato trasformare in un essere estremamente sensuale, asservito ai desideri di un eccellente amante. Sul piano sessuale Elton esaudiva prontamente ogni suo desiderio con entusiasmo e passione.

Yung era stato generoso con lui: ogni regalo che gli faceva, gli aveva spiegato, era un modo per dirgli quanto Elton fosse importante per lui, era come donargli un po' di se stesso. E Elton gli era grato. Da questo viaggio, oltre al cagnolino, gli aveva portato una splendida tuta di pelle di struzzo di Kenzo che il ragazzo aveva subito indossato estasiato.

"Elton, vieni qui. Ora!"

Quando Elton arrivò, Yung era già eccitato: "Lascia il cane a terra, togliti la tuta e vieni nella vasca. Prima chiudi la porta, non voglio che qualcuno ci disturbi."

Il ragazzino obbedì: dopo poco era ritto davanti alla vasca, nudo e sorridente. Aveva i bracciali d'oro sulle braccia e alle caviglie.

"Toglili." disse Yung guardandolo: era snello, aveva glutei piccoli e sodi, occhi verdi luminosi, capelli biondi con la scriminatura in centro, i peli pubici perfettamente rasati che lo facevano sembrare ancora un adolescente, ma già con un eccitante accenno di maturità.

Yung uscì dalla vasca e si stese sul lettino accanto alla vasca: "Radimi... prima." disse e si coprì il volto con l'asciugamano caldo e umido.

Sentì dopo poco il ragazzino spalmargli la schiuma sul petto, le braccia e le gambe. Quindi sentì i lunghi e piacevoli passaggi dell'affilatissimo rasoio sulla pelle. Il ragazzino aveva una mano leggera e sicura. Era piacevole farsi rasare da lui. Ma fra poco avrebbe provato ben altro, più intenso piacere.

Elton finì di rasarlo, quindi lo risciacquò con cura. Yung si tolse l'asciugamano dal volto ed entrò nella vasca, nella parte più profonda, ed aveva l'acqua alle ascelle. Fece cenno al ragazzino di raggiungerlo. Elton scavalcò il bordo della vasca e scivolò nel forte abbraccio di Yung, felice di sentire la sua pelle scivolare su quella dell'uomo. Senza pronunciare una parola si mise a leccargli i capezzoli trattenendoli dolcemente fra le labbra sensuali. Una sua mano scese a carezzare fra le gambe dell'uomo il membro fieramente eretto: per lui. Yung, tenendolo dolcemente abbracciato, arretrò fino ai due gradoni di legno e sedette sul più alto. Il ragazzetto, tuffata la testa sott'acqua, prese in bocca il duro membro di Yung. Questi pian piano scivolò sulla piattaforma centrale e si stese: l'acqua gli copriva il corpo, ma ora il membro ne emergeva e il ragazzino, senza lasciare la golosa presa, poteva continuare nella sua opera senza timore che gli mancasse l'aria.

Yung lo guardava, devotamente chino su di lui, i capelli grondanti acqua, che muoveva espertamente il capo su e giù sulla sua virilità esposta. Sì, era davvero diventato bravo: applicava la giusta pressione delle labbra, muoveva ad arte la lingua, gli stava dando un intenso piacere. Lo lasciò fare per un po', poi si rizzò a sedere e scivolò di nuovo nell'acqua. Elton continuava a suggere con perfette movenze, ma dopo diversi secondi, dovette riemergere. Si scostò i capelli bagnati dal viso e sorrise all'uomo. Yung rispose con un sorriso, per fargli capire che era contento di lui.

Lo tirò a sé in un lieve abbraccio quasi cullandolo, e gli disse: "Sei felice, Elton? Dimmi la verità: tanto sai che capisco sempre se mi nascondi qualcosa."

Il ragazzo appoggiò la guancia sul petto di Yung e con un dito gli tracciava lievemente circoletti attorno ad uno dei capezzoli: "Io ti amo, Chem. Voglio essere tuo per sempre."

"Non ti ho chiesto questo. Ti ho chiesto se sei veramente, completamente felice."

"Sì... mi dai tutto quello che potrei desiderare... e di più. E mi lasci amare il tuo corpo. E mi dai gioia e piacere. Davvero, voglio restare con te tutta la vita..."

Elton si alzò a guardarlo: il suo giovane volto incorniciato dai capelli ancora stillanti era illuminato in un sorriso fiducioso che gli brillava negli occhi e gli dava una piega sensuale alle labbra. Yung gli baciò gli occhi e assaporò l'acqua che li bagnava, poi scese a baciarlo sulle labbra tenere.

Elton gli leccò un orecchio strofinandosi contro di lui e gli bisbigliò tenero: "Voglio essere sempre felice come sono adesso, fra le tue braccia..."

Yung lo baciò di nuovo teneramente sulle labbra e gli carezzò la nuca, Poi prese il ragazzino, gli fece allargare le gambe attorno alle sue anche e, con una sola mossa esperta, lo tirò a sé e lo penetrò mentre gli affondava la lingua nella bocca. Il ragazzetto fremette tutto a quella doppia, contemporanea, veloce invasione dalle due estremità. Yung si girò, lo fece poggiare sul gradino sommerso in modo che solo il capo del ragazzo affiorasse, ed iniziò a prenderlo. Elton, mentre lo accoglieva felice in sé, gli suggeva la lingua, gli carezzava la schiena e i fianchi gli titillava i capezzoli, godendo di essere preso dall'uomo e procurando di dargli il massimo piacere, come lui gli aveva insegnato. Yung godette a lungo del ragazzetto, poi finalmente riversò tutto il proprio seme in lui. Elton fremeva ad occhi chiusi.

Soddisfatte pienamente le sue necessità sessuali, Yung, senza lasciarlo, si spostò verso il bordo della vasca e silenziosamente suonò il campanello.

Non arrivò, come altre volte, il cameriere con i due accappatoi: entrarono invece Jeff e Naoki, entrambi già nudi. Elton non li vide, né li sentì avvicinarsi: si stava ancora godendo il forte membro virile profondamente infisso in lui.

"Prendetelo, è tutto vostro." disse semplicemente Yung.

Elton vide che guardava alle sue spalle e si girò proprio mentre Jeff lo afferrava per le ascelle e lo tirava fuori dall'acqua di peso, maneggiandolo come un fuscello.

Vide il sorriso di Jeff, il membro eretto di Naoki e capì: "Perché?" chiese semplicemente girandosi a guardare Yung pieno di orripilato stupore.

L'uomo non rispose. Frattanto Jeff aveva steso Elton sul lettino accanto alla vasca e, aiutato da Naoki, stava accingendosi a prenderlo.

"Ma io sono tuo, solo tuo! Perché? Non andare via, rispondimi!" ripeté disperato Elton guardando Yung che stava uscendo dalla vasca.

"No, non vado via: voglio godermi la scena..." rispose Yung accostandosi e sedendo su un prezioso sgabello.

"Ma perché?" gemette il ragazzo mentre Jeff, salitogli sopra, già gli puntava il membro fra le piccole natiche sode ed iniziava a spingere.

"Perché è finite, Elton. Domani sarai portato a vendere all'asta e ti comprerà un nuovo padrone e dovrai farlo godere, godere, godere. Quindi, comincia a farmi vedere come ora fai godere i miei uomini."

"No..." gemette il ragazzo rabbrividendo.

"Fammi vedere come li fai godere, oppure... vedi che fine farai?" disse Yung con voce calma.

Prese il piccolo chihuahua e lo immerse nella vasca, tenendovelo finché la bestiola, fatti gli ultimi scatti, cessò di vivere. La estrasse grondante d'acqua e ne mostrò il cadavere al ragazzino che chiuse gli occhi. Jeff lo impalò.

"Apri gli occhi. Fai divertire Jeff come si deve. Fammi vedere che hai imparato bene come far godere il tuo padrone!" disse Yung con voce suadente.

Un paio d'ore più tardi Yung stava curando le sue orchidee: si sentiva perfettamente in forma. Elton era già stato fatto vestire ed accompagnato all'aeroporto da due suoi dipendenti, destinazione New York. Era seduto in una carrozzella, in stato di incoscienza per un'iniezione fattagli. I certificati medici dicevano che andava portato immediatamente ad una clinica specializzata e qualificavano i due accompagnatori di Elton come il suo medico e la sua infermiera. Il solito piccolo favore da parte del generale Kim...

Gli piaceva assistere alla fine dei suoi amanti, si eccitava sessualmente nel leggere nei loro occhi, a seconda dei ragazzi, disperazione, delusione, ribellione, dolore, amarezza, rassegnazione... Lui le aveva provate tutte, e molto più giovane di loro.

Ed erano un ottimo investimento: le creature per la ricreazione educate da lui, alle aste spuntavano sempre prezzi altissimi. Il precedente di Elton, un ragazzino spagnolo di nome Adelio era stato comprato dall'inviato del Sultano del Brunei dopo una lunga battaglia a colpi di mazzette di dollari con l'emissario di un anonimo ma ricchissimo generale africano. La carne bianca rendeva meglio di quella gialla o nera, a certi livelli.

Yung, lasciate le sue orchidee, andò nel suo studio privato. Si servì un drink, vi aggiunse tre cubetti di ghiaccio e prese la cartellina di pelle che stava sul tavolo. Ne estrasse una serie di foto a colori formato ritratto: erano quelle del suo prossimo ragazzetto. Veramente un magnifico adolescente. Capelli biondi più scuri di quelli di Elton, occhi celesti, nessuna imperfezione fisica, nessun disturbo mentale. Gli piacevano soprattutto la foto scattata ai bordi di una piscina, in costumino da bagno, ed un primo piano del volto: ne avrebbe fatto una splendida creatura per la ricreazione, meglio ancora di Elton.

L'avrebbe comprato a New York, la sua prossima tappa, e portato a Seoul per iniziarlo, plasmarlo, educarlo. La breve ma felice permanenza con lui sarebbe stata per il ragazzino una vita dorata e per lui fonte di infiniti piaceri. Yung ne aveva letto e riletto i dati nell'ultima settimana, li sapeva a memoria. Aveva tredici anni appena compiuti, ed era vergine, secondo le indagini. Il rito della deflorazione gli piaceva quasi quanto quello del momento in cui dava il suo amante ai suoi uomini.


SEOUL - APRILE 1961


Era una tiepida mattina e l'undicenne Yung Chem entrò in una banca dell'elegante quartiere di Myong-Dong tenendo per mano la madre e sforzandosi di combattere la paura che lo attanagliava. Sua madre l'aveva ammonito: se avesse mostrato paura, il banchiere avrebbe potuto insospettirsi e il piano sarebbe andato a monte.

La madre di Chem aveva trentanove anni: era una donna snella, dotata di un'eleganza naturale e discreta, con uno sguardo magnetico. Era stata una famosa creatura per la ricreazione, amante di molti influenti personaggi politici e militari: ma col passare degli anni la sua bellezza era sfiorita e lei aveva perso tutte le protezioni. Grazie alla sua abilità s'era data all'attività di ricettazione e falsaria che alternava con quella di istruttrice di nuove cortigiane da avviare alla prostituzione d'alto rango. Chem ammirava in sua madre lo spirito d'avventura e l'energia che attirava le persone attorno a lei.

Suo padre, Song, era un bellissimo uomo di trentacinque anni. Da giovane era andato in America, dove aveva lavorato per cinque anni come valletto nella casa di famose stelle del cinema. Così aveva visto da vicino molti divi e dive in occasione dei fastosi ricevimenti. Chem ascoltava rapito i racconti del padre e i racconti di Song avevano lasciato una profonda impronta sulla fantasia di Chem. Soprattutto quando gli aveva raccontato di aver conosciuto personalmente il grande Clark Gable: ci aveva passato assieme una breve vacanza nel Colorado, e non come servo, come amico...

Quello che il padre non gli aveva rivelato era che in realtà era stato ingaggiato dall'attore per rallegrare le notti di un suo intimo amico... e che il motivo per cui passava le giornate a dormire steso al sole era che passava nottate intere a soddisfare il giovane ospite della star. D'altronde quello non era né il primo né l'ultimo uomo o donna che aveva indifferentemente soddisfatto in quegli anni giovanili. Ma poi s'era stancato della sua vita ed era tornato in Corea. Qui aveva conosciuto Shin, la madre di Chem ed i due s'erano innamorati, sposati e dopo nemmeno un anno era nato lui ed era cresciuto in un ambiente di soldi facili, di parole sussurrate e di emozioni.

Chem assisteva sempre alle lezioni che la madre dava alle ragazzine e beveva letteralmente gli insegnamenti della madre. Aveva anche partecipato a parecchie truffe dei genitori, in cui la presenza di un bambino era un elemento determinante per portarle a buon termine. Ma mai ad una truffa di quella importanza alla National Bank of Korea. Quel colpo, un affare di titoli falsificati era una questione di vita o di morte, letteralmente. Servivano per corrompere un agente della CIA che aveva scoperto che Song e Shin erano gli artefici di una truffa ad alcuni generali americani riguardante un'inesistente miniera di diamanti in Siam.

Il detective, Charles Wade, era il classico americano tipo Marlboro-man, ma con un'enorme autostima e con un carattere duro e irritabile. Da tre giorni teneva prigioniero Song nella casa di due suoi complici coreani: o Shin gli portava un'ingente somma di denaro entro mezzogiorno o Song sarebbe stato ucciso, Shin arrestata come falsaria e Chem rinchiuso in un orfanotrofio o abbandonato per la strada.

Le rassicurazioni di Shin che tutto sarebbe andato bene non riuscivano a tranquillizzare il bambino sulla sorte del padre che adorava. Il piccolo Chem viveva con i genitori in un piccolo ma lussuoso appartamento a Tong Dae Mun, il più grande mercato della Corea del Sud, vicino alla Grande Porta dell'Est. Era socievole ed educato, introverso, abituato a mentire conservando un'espressione candida e sincera e coltivava fantasie di grandezza e di potere.

Poche settimane prima alcuni turisti avevano sorpreso Chem nel parco dell'ex Palazzo Reale, mentre montava un ragazzino di dieci anni che aveva denudato, imbavagliato e legato. La polizia e i parenti del ragazzino erano stati messi a tacere pagandoli.

I genitori di Chem erano perfettamente al corrente delle inclinazioni sessuali del figlio, già prima l'avevano sorpreso a farsi succhiare l'uccello da un ragazzetto di otto anni, figlio di vicini. Chem era precoce: aveva avuto la pubertà a dieci anni non compiuti ed aveva subito rivelato un completo disinteresse per le ragazzine ed una sviscerata attrazione per i maschi. Insidiava i piccoli e i coetanei e li piegava alle proprie voglie, e riguardo ai grandi, si andava a sedere in grembo agli amici del padre e gli si agitava addosso finché riusciva a sentirne le erezioni premere attraverso i panni. Allora li guardava fingendo stupore e li lasciava, dando ai poveretti un senso di colpa per quelle erezioni che lui aveva provocato e goduto fino a un attimo prima.

I suoi genitori, abituati ad ingannare gli altri, in quel caso avevano ingannato se stessi continuando a considerare la sessualità del figlio del tutto normale. Il fatto che credesse tutto permesso pur di soddisfare le sue voglie sessuali, che considerasse il compagno di giochi un puro oggetto di piacere da piegare alle sue voglie, usare e gettare, lo giustificavano sorridendo e dicendo: sono solo birichinate di un ragazzino sessualmente "un po' esuberante".

Shin l'aveva spinto a frequentare corsi di danza e karate per rafforzare il suo fisico e a undici anni Chem, nudo, poteva sembrare già un quindicenne. Eppure, vestito da ragazzino, il suo volto apparentemente innocente, pulito, pareva quello di un decenne.

Abili truffatori quali erano, Shin, Song e anche il piccolo Chem erano abituati ad ottenere il massimo concedendo il minimo. Ciò in cui Chem era diverso dai genitori era la sua completa insensibilità ai sentimenti degli altri, unita alla sua determinazione di abbattere qualsiasi ostacolo si fosse interposto fra lui e ciò che voleva. Per il bambino i soldi non erano solo il mezzo per comprarsi un giocattolo o un dolcetto: erano il mezzo per raggiungere il potere. Chem lo sentiva, lo sapeva, ne era profondamente convinto.

Nell'ufficio al secondo piano del signor Khitan, primo vicepresidente della National Bank of Korea, Chem sedeva alla scrivania del banchiere giocando con un cofanetto portasigarette come qualsiasi bambino che si annoia ai discorsi dei grandi. Sua madre e Khitan, un ometto sui cinquant'anni, grassottello e impomatato, dal completo blu scuro, erano accanto alla finestra che si affacciava sulla via costellata di costose boutique, bar e ristoranti di classe. Chem non poteva sentire che cosa si stessero dicendo, ma vedeva la mano del banchiere che le carezzava il sedere. La donna sussurrò qualcosa all'orecchio del banchiere ridacchiando. L'uomo le sorrise in risposta compiaciuto. L'aspetto di Shin non era più quello di un tempo, ma emanava ancora un fascino che usava abilmente per affascinare le sue vittime.

Agli occhi di Chem la madre non aveva mai cessato di essere una donna stupenda. E secondo Shin il banchiere aveva un debole per le donne sposate, una debolezza che poteva essere usata per confondere le sue capacità di giudizio e convincerlo ad anticipare una grossa somma in cambio di titoli falsi. E ora Chem vedeva sua madre esercitare tutto il suo misterioso fascino sull'ometto da cui dipendeva la vita del padre. Chem era angosciato: l'uomo sarebbe caduto nella rete? Guardò l'orologio di vetro di Murano sulla scrivania e vide che segnava le dieci e trenta: ancora solo novanta minuti... sarebbero bastati?

Sentì un lieve rumore di passi, guardò verso la finestra e vide che Khitan si stava allontanando dalla madre e stava uscendo. L'uomo era serio: il ragazzino pensò che avesse rifiutato. Chiuse gli occhi e lagrime cominciarono a scendere silenziose e lo stomaco gli si torceva per la disperazione. Si sentì toccare la spalla: aprì gli occhi e vide la madre, seduta nuovamente accanto a lui, che gli sorrideva. La donna gli asciugò le lacrime, gli sorrise, gli fece cenno di tacere ed annuì col capo. Poi rimasero in silenzio, guardando l'orologio sulla scrivania, senza parlarsi né rivolgersi lo sguardo, come se fossero assorti ad ascoltare il ticchettio del massiccio orologio da tavolo.

Il banchiere fece ritorno. Traversò la stanza e, sfilata dalla giacca una busta marrone, la porse alla donna. Chem, eccitatissimo, osservò la madre che controllava il contenuto della busta: non aveva mai visto tanto denaro in una volta sola. Song sarebbe sopravvissuto. L'incubo stava per finire e loro tre sarebbero tornati ancora assieme come sempre. Chem non era mai stato così orgoglioso della sua affascinante madre. Avrebbe voluto stringerla fra le braccia e gridarle quanto era meravigliosa, invece restò ad osservarla contare il denaro, in silenzio.

Shin spinse Chem verso la finestra e gli diede le ultime istruzioni: doveva lasciare immediatamente la banca ed andarla ad aspettare nella sala da tè che sapeva. Lei doveva sbrigare ancora alcune questioni con il signor Khitan poi l'avrebbe raggiunto.

Il bambino non fece domande, non era necessario che la madre entrasse in particolari. Mentre usciva svelto dall'ufficio, il pensiero della sua meravigliosa madre che soggiaceva a quello sgorbio laido lo fece fremere: Khitan aveva anche un figlio sui dodici anni circa, l'aveva visto sulla foto della scrivania, con l'arcigna moglie ed una figlia più grande. Lui l'avrebbe scovato e se lo sarebbe messo sotto e l'avrebbe fottuto per vendicare la madre. Lo giurò.

In uno squallido appartamento all'ultimo piano di un grosso casamento disabitato che si affacciava sulla base militare americana, il detective Charles Wade stava contando il denaro della busta marrone. Nella stanza, oltre a loro tre, c'erano due grossi coreani, che Wade aveva presentato come membri della polizia coreana: Chem non ne era del tutto convinto, avevano un aspetto molto più spaventoso dei seducenti truffatori e ladri che il bambino aveva incontrato con i suoi genitori. I due uomini trasudavano malvagità già nel loro aspetto.

Song era in qualche altra stanza di quell'appartamento: presto l'avrebbero rivisto e portato via con loro. Dovevano solo aspettare che l'americano finisse di contare i soldi. Chem si strinse alla madre: sentiva che erano tutti in balia di quello spaventoso terzetto.

Terminato il conteggio, Wade ripose la busta in un cassetto che chiuse a chiave e lanciò un'occhiata ai suoi compari. Chem non vi lesse niente di buono. Poi il detective guardò Chem con un sorriso freddo, da capo a piedi, quindi si rivolse alla donna: "I miei uomini hanno sentito dire che un tempo eri una creatura per la ricreazione fra le migliori della Corea. Ho promesso loro che avrebbero potuto averti, in cambio della vostra libertà. Cerca di compiacere i miei uomini. Se non ti dovessero trovare eccitante, ti assicuro che non uscirete vivi da qui. Quanto a me..." disse passandosi inconsciamente la punta della lingua sulle labbra e guardando di nuovo Chem, "preferisco divertirmi in un altro modo: io e il giovanotto andremo a spassarcela di là, vero bel maschietto?"

Shin disse, tesa, mettendo un braccio sulle spalle di Chem in un gesto protettivo: "Non era nei patti..."

"Non puoi certo mettere tu le condizioni, donna!" disse Wade alzandosi.

"Prima facci vedere mio marito: se è vivo e sta bene... faremo quello che ci chiede. Vero Chem? Tu farai divertire il signor Wade per salvare papà, vero Chem? Gli obbedirai e lo compiacerai in tutto, vero Chem?"

Il piccolo annuì serio. Aveva imparato dalla madre, quando questa dava lezioni alle ragazzine destinate alla prostituzione, come una creatura per la ricreazione può dare il sommo piacere ad un uomo: l'avrebbe fatto, l'avrebbe messo in pratica per quell'uomo odioso. Per salvare suo padre lo avrebbe fatto volentieri.

Wade fece loro un cenno e li guidò in un corridoio spoglio, seguiti dai due coreani. Si fermarono davanti ad una porta con uno spioncino.

Wade l'aprì e disse verso l'interno: "Visite, Yung Song!" e si scostò per lasciar posto alla madre.

Chem avrebbe voluto guardare, vedere il padre, ma era troppo basso. Shin guardò dentro, disse un ciao a metà voce al marito che rispose da dentro con un ciao.

Poi Wade la scostò e richiuse lo spioncino. "Soddisfatta? Ora tu vai con loro. Tu qua, piccolo!" disse prendendo per un braccio Chem.

La madre gli annuì e seguì i due coreani. Chem fu portato in una stanza in cui c'era solo un gran letto spoglio, con un materasso senza lenzuola. Wade chiuse a chiave la porta, poi, giratosi verso il ragazzino con un sorriso freddo, lo spogliò con mani sudaticce. Quando l'ebbe denudato, i suoi occhi brillarono di lussuria. Lo sollevò e lo portò sul letto, dove lo depose a pancia sotto. Ritto accanto al letto, si spogliò con gesti febbrili. Chem ne guardò il grosso membro circonciso che si stava rizzando minaccioso verso di lui.

Wade avanzò, gli prese il capo fra le mani: "Spalanca la bocca, piccolo e succhialo!" disse.

Chem chiuse gli occhi e spalancò la bocca: sentì l'uomo spingerglielo dentro. Richiuse labbra ed iniziò a succhiare e muovere la lingua su quel palo enorme. L'uomo iniziò a fotterlo in bocca con vigore. A volte se lo sentiva spingere giù fino in gola e gli venivano conati di vomito, ma il piccolo resistette. Sentì le mani dell'uomo lasciarlo e dopo poco ne sentì un dito frugargli fra le chiappette, individuare il foro e spingervi dentro con forza. Chem rabbrividì e provò dolore ma continuò nella sua incombenza.

L'uomo grugnì soddisfatto: "Sei ancora vergine, piccolo... Mi è sempre piaciuto sverginare voi piccoli coreani. Tra poco assaggerai la mia stanga nel tuo bel culetto. Ti farà male, ma se gridi o ti lamenti o cerchi di toglierti, tuo padre... lo sgozzerò come un agnello, ricordati."

Chem era impaurito ma si disse che l'avrebbe accontentato in ogni modo: qualunque prezzo per salvare il padre. D'altronde in qualche altra stanza, anche sua madre stava pagando un simile prezzo, e con quei due esseri schifosi.

Wade si sfilò senza dire una parola, salì sul letto, allargò le chiappette del ragazzino, vi sputò centrando il piccolo ano inviolato e vi appoggiò la punta della propria arma di carne. E spinse. Chem era stretto, il massiccio arnese pareva non dovesse entrare. Chem ebbe paura che l'uomo si arrabbiasse. Ricordando gli insegnamenti della madre, si rilassò completamente nonostante il fastidio che provava a quelle spinte forsennate. L'uomo gli era tutto sopra, lo stringeva con forza, muoveva solo il bacino in una serie di colpi vigorosi, violenti. Infine Chem sentì come uno strappo violento, un dolore lancinante e si sentì squarciare, invadere, riempire e l'uomo grugnì di nuovo soddisfatto ed iniziò ad agitarsi su di lui ansimando con forza e stringendolo per la vita.

Chem odiò quell'uomo bestiale e in lui tutti gli occidentali. Si sarebbe vendicato: avrebbe preso i loro figli e li avrebbe deflorati, usati, gettati via, giurò mentre silenziose lagrime gli rigavano le gote. Il dolore era così intenso, così immenso che presto fu come un anestetico e Chem ora sentiva solo il corpo dell'altro agitarsi su di lui. Sembrava che non dovesse smettere mai. Ma finalmente l'americano venne, mordendogli una spalla, stringendolo con mani d'acciaio, emettendo suoni gutturali ad ogni spinta.

Poi l'americano si alzò, scese dal letto e gli presentò l'asta sporca del suo sangue: "Puliscimelo!" ordinò.

Chem obbedì: no, quel porco non aveva usato una creatura per la ricreazione, l'aveva semplicemente violentato e godeva a farlo soffrire: era perverso. Ma Chem obbedì, pieno di odio. Chem obbedì e mentre sentiva il gusto del suo proprio sangue, di nuovo giurò di vendicarsi. L'uomo si rivestì, lo fece rivestire.

Poi lo accompagnò alla porta dell'appartamento: "Vai di sotto, tra poco scenderanno tuo padre e tua madre..."

"No, li aspetto qui..." protestò il piccolo dimenticando il dolore.

Sentiva che qualcosa non andava per il verso giusto. Aveva di nuovo paura, ma era deciso a resistere e voleva rivedere subito, lì, suo padre e sua madre. L'uomo semplicemente lo spinse fuori con violenza e chiuse la porta. Chem martellò la porta a lungo, urlando, ma dall'interno non giunse risposta. Alla fine, affranto, decise di sedere contro la porta e di aspettare: prima o poi sarebbero dovuti uscire di lì!

Attese a lungo. Poi sentì sirene della polizia, tante. Un presentimento lo colse e scese di corsa le scale. C'erano anche due ambulanze. Chem si avvicinò col cuore in tumulto e li riconobbe, nonostante il mare di sangue: i corpi nudi del padre e della madre, precipitati dall'appartamento dell'ottavo piano. Allora disse ai poliziotti dell'americano. Risalì con loro: l'appartamento era vuoto, non c'era traccia dei tre uomini.

Accanto ad una finestra aperta c'erano gli abiti del padre e della madre, a terra, ripiegati con cura, e su un foglietto era tracciato un messaggio: "Perdonaci, Chem. Non volevamo finire in prigione."

Chem gridò che non era vero, non s'erano uccisi. L'americano li aveva uccisi e s'era preso i soldi e l'aveva violentato e... Non gli credettero. Gli dissero di andare via, infastiditi. E Chem capì: anche loro erano stati pagati per non dargli ascolto. Ma, si chiese, perché l'americano non aveva ucciso anche lui? Aveva commesso un errore, lui si sarebbe vendicato. Lui si sarebbe vendicato su tutti, su tutti, su tutti.

Doveva solo diventare grande, ricco, potente. Allora avrebbero tremato davanti a lui.



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