Notte fonda. Chem, con una pistola in pugno, avanzava lungo il corridoio di un edificio abbandonato. Sia lui che Tao Sim, un tipo massiccio che camminava a fianco a lui, indossavano le uniformi con i gradi di capitano e le insegne della divisione Tigre dell'esercito sud-coreano. Pochi passi più indietro c'erano tre soldati coreani armati di fucili d'assalto. Il loro obiettivo erano le bobine con tutti i nomi degli uomini che lavoravano per il servizio segreto sudvietnamita. Il KCIA le voleva ed aveva mandato i suoi due migliori uomini.
Chem aveva condotto una vita dura nelle strade, nei riformatori. Si era guadagnato da vivere lavorando nel fetore dei mattatoi e delle fogne. Era stato in prigione per borseggio. Per non morire di fame aveva dormito sotto i ponti e spacciato droga. Si era anche prostituito e la sua vita era migliorata. Ma frattanto aveva raggiunto due scopi: aveva violentato il figlio di Khitna ed era riuscito ad uccidere Wade. Dopo averlo attirato prospettandogli di sverginare un ragazzino per pochi soldi: Wade non aveva riconosciuto nel magro diciassettenne che gli proponeva l'affare il piccolo Chem. Era caduto nella rete. Mentre si portava via il ragazzino che Chem gli aveva fornito, questi l'aveva seguito e in un vicolo stretto, lo aveva freddato con un colpo di pistola col silenziatore alla nuca. L'uomo era caduto senza un grido. Il ragazzino era fuggito. Chem aveva calato i calzoni al cadavere riverso in terra e gli aveva sparato tre rapidi colpi in successione nell'ano, gli ci aveva infilato la pistola e l'aveva lasciato lì, soddisfatto.
Quando s'era trovato di fronte alla scelta di finire in galera per aver ricattato un influente ministro omosessuale o di arruolarsi nell'esercito, aveva optato per questa seconda scelta. Come graduato di fresca nomina aveva giocato il ruolo del giovane sempre pronto a soddisfare le richieste dei superiori, specialmente quelle sessuali, fornendo loro ragazzine o ragazzini. Il suo servilismo gli era valso parecchie promozioni. Poi aveva conosciuto Kim Jong ed era entrato nel servizio segreto. Trafficando con gli spacciatori di droga ed i fornitori di materiale militare, aveva cominciato ad arricchirsi. I soldi non l'avevano consolato della perdita dei genitori, ma lo compensavano dandogli una vita agiata dopo tante sofferenze.
Ed ora stava andando alla sede della polizia segreta a prendere quelle bobine: prima di consegnarle al KCIA aveva intenzione di farne delle copie: un giorno gli sarebbero state utili personalmente. Apparentemente tutti gli occupanti di quel labirintico edificio avevano disertato, pensando solo a far perdere le loro tracce prima che arrivassero i vietcong. Il drappello avanzava silenzioso e sicuro nell'intrico dei corridoi deserti.
Arrivarono alla stanza delle bobine e si fermarono ad un gesto di Chem: dentro tre poliziotti in uniforme vietnamita le stavano impilando in una valigia. Cinque contro tre: ne avrebbero avuto facilmente ragione.
"Non lasciamo testimoni." aveva bisbigliato al compagno.
Sim annuì con un sorriso divertito. Entrò di colpo assieme ai compagni e spararono a bruciapelo: prima che potessero rendersi conto di che cosa stava succedendo, i tre vietnamiti erano morti. Entrarono e Chem dette ordine ai tre soldati di finire di riempire la valigia. Era fatta. Era stato semplice, facile.
Kevin Black, venticinquenne caporale dei marines, stava entrando, col fucile mitragliatore spianato, nell'edificio della polizia segreta sudvietnamita. Black, con i marines Juan LaPorte e Maxey Twentyman, scortavano l'agente della CIA Brian Show che doveva andare alla stanza dei computer per prelevare scottanti bobine con gli elenchi degli uomini del servizio segreto vietnamita: non dovevano assolutamente cadere in mano ai vietcong. Era la lista di circa diecimila cittadini sudvietnamiti che avevano lavorato per il governo del sud e per gli americani.
Black di solito svolgeva incarichi di addetto alla sicurezza dell'ambasciata americana con i due compagni.
Maxey, un ventitreenne agricoltore della Georgia, che era stato soprannominato TBF, The Big Fucker, il grande chiavatore, aveva detto a Black: "Se mi fottono, fai in modo che rimandino le mie chiappe a casa, non lasciare che mi seppelliscano qui, dove hanno cazzi così piccoli che se sono duri li puoi usare come stuzzicadenti."
Juan non voleva neppure sentir parlare della morte: diceva che nominarla l'avrebbe attirata. Era un bel giovanotto portoricano di Brooklyn. S'era arruolato nei marines assieme a Black, e avevano fatto il loro addestramento in California. Erano diventati amici. E assieme erano stati spediti in Vietnam dove avevano conosciuto Maxey quando erano stati assegnati al servizio di sicurezza. Juan era sposato ed aveva lasciato un figlio piccolo a casa. Black li aveva conosciuti alla cerimonia del giuramento, poco prima di partire. Kevin era stato il migliore del corso, era molto fiero. Aveva anche vinto i tornei di karate, battendo anche Juan che era bravo e pieno di fegato.
Black aveva trascorso buoni momenti nel Corpo prima di partire: lo doveva a Grace, la sua ragazza, che volava da lui ogni volta che era libera. Non ci aveva ancora mai fatto l'amore: lei voleva aspettare il matrimonio. A lui non dispiaceva la cosa, la trovava giusta. E lei gli stava accanto con affetto e Kevin aveva bisogno di affetto, più che di sesso. A volte pensava che Grace era per lui quasi più una sorella che una fidanzata. Lei, e non i suoi genitori, era andata per condividere il giorno più esaltante della sua vita, quando era diventato marine effettivo. Quella giornata chiudeva le undici settimane dell'addestramento in cui aveva sperimentato, e superato, tutto il sadismo che gli istruttori scaricano sulle reclute.
Black era un campione di karate, aveva vinto ben trentadue trofei affrontando e vincendo i migliori combattenti americani. Ma nessuna esperienza poteva venire paragonata con l'emozione che aveva provato quando si era trovato sotto un sole cocente, nel campo di parata con la sua compagnia, ed aveva sentito chiamare il suo nome come migliore elemento del suo plotone ed aveva fatto un passo avanti. La banda aveva suonato l'inno, Black aveva ricacciato giù le lacrime sentendo un groppo alla gola e aveva capito di essere più che mai innamorato di Grace che era venuta ad assistere al suo trionfo. Solo lei aveva capito quanto fosse importante quel giorno per lui e quando il ristorante in cui lavorava non aveva voluto concederle il giorno di permesso, lei s'era licenziata senza pensarci due volte.
Sua madre, una mediocre attrice nei teatri di second'ordine che si credeva un genio incompreso, e suo padre, un agente sempre indaffarato a correr dietro agli affari, non avevano neppure preso in considerazione l'idea di affrontare quel viaggio. Black aveva presto capito che non aveva nulla da spartire con la sua famiglia e s'era aggrappato a Grace. L'unico amico che avesse avuto era Dan Robson, un sergente reclutatore calvo, un vero tipaccio, brutto come la fame. Lui ne era cosciente e si divertiva a dire che il Signore l'aveva fatto brutto e poi colpito con un badile in faccia per la vergogna. Era stato il suo primo istruttore di karate e gli aveva insegnato a vincere la solitudine diventando bravo in qualcosa. Lo aveva trasformato da un adolescente timoroso in un disciplinato lottatore e l'aveva dotato dell'arma più temibile ed efficace: una volontà imbattibile.
Poi Dan era stato richiamato in Vietnam e lì era morto. Allora Kevin aveva deciso di arruolarsi. Dopo la nomina a marine effettivo, Kevin era stato destinato assieme a Juan alla Marine Security Guard School, dove i soldati erano addestrati a provvedere alla sicurezza delle ambasciate e dei consolati americani. Prima di partire per il Vietnam aveva trascorso le due settimane di licenza a casa di Grace, che lei condivideva con due amiche: lei gli aveva lasciato la sua camera ed era andata a dormire con una delle amiche. Aveva passato giorni incantevoli accanto a Grace, tenera e affettuosa come sempre.
Ma il Vietnam aveva cambiato Kevin e non aveva certo giovato ai suoi rapporti con lei. Un anno prima aveva ucciso per la prima volta quando aveva contribuito a ricacciare un gruppo di terroristi viet che tentavano di infiltrarsi nel parco dell'ambasciata. Uccidere un uomo ad un metro di distanza, leggere il terrore nei suoi occhi mentre cadeva, aveva scosso non poco Kevin. E quella notte aveva pianto dando sfogo alla sua tensione: non si vergognava dell'amico con cui divideva la stanza all'ultimo piano dell'ambasciata. Juan era sceso dal letto accanto, si era seduto sul suo letto e l'aveva abbracciato dicendo di calmarsi...
E il contatto fra i loro corpi, fra le pelli nude (avevano indosso solo i boxer d'uniforme) aveva suscitato qualcosa d'inatteso, di impensato, e dopo poco erano entrambi completamente nudi, abbracciati stretti, che si baciavano e facevano l'amore. In realtà s'erano limitati a sfregarsi l'uno contro l'altro, eccitati, fino a venire. Kevin, dopo, s'era addormentato di colpo.
La mattina seguente, svegliatosi, ricordando improvvisamente quanto aveva fatto la notte appena trascorsa, avvampò di vergogna. Guardò verso il letto di Juan: questi ancora dormiva. Pensò che, se non era troppo tardi, doveva chiedergli scusa: chissà che cosa gli aveva preso... Così si alzò, si rimise le mutande, sedette sul letto di Juan e lo scosse delicatamente, col cuore che gli batteva forte forte.
Dopo poco Juan aprì gli occhi, sorrise e gli disse: "Ehi, amico! Come stai?"
"Volevo... chiederti scusa per stanotte..." balbettò Kevin arrossendo.
L'altro lo guardò stupito: "E di cosa? Ne avevamo bisogno tutti e due. Siamo o non siamo amici?"
"Pensi... avevamo bisogno di sfogare la tensione?" chiese con un accento di speranza Kevin che in quello trovava una risposta soddisfacente all'eccitazione che l'aveva pervaso la notte prima.
"No, amico... avevamo bisogno io di te e tu di me... avevamo bisogno di affetto e ce lo siamo dato, ed è stato grande, no?"
Kevin era confuso. Guardò l'amico e gli disse in un soffio: "Ma noi due non siamo... tu sei sposato, io ho la ragazza..."
"E con ciò? Semplicemente ora io ho bisogno di te e tu di me. E abbiamo la camera assieme e nessuno deve saperne niente. E io... vieni qui... ho ancora voglia di te..." gli disse scoprendosi e mostrandogli la sua forte erezione.
Kevin la guardò quasi affascinato e sentì qualcosa muoverglisi dentro e istintivamente scese a carezzarla. Si lasciò tirar giù dall'amico, sfilare le mutande, abbracciare. Quando Juan tentò di baciarlo in bocca, s'arrese quasi subito, anzi, partecipò con avidità. E quando, dopo pochi minuti che si brancicavano per tutto il corpo in preda al delirio Juan gli aveva sussurrato che lo voleva sentire in sé e gli si era offerto, lui aveva capito che non solo avrebbe fatto contento l'amico, ma che dopo anche lui voleva provare la stessa emozione. E si erano presi a vicenda, godendo terribilmente.
Juan non era gay: semplicemente fin da ragazzino gli era piaciuto anche farlo con i maschi. Sempre e solo amici, in un virile scambio di tenerezza. Non l'aveva mai fatto con sconosciuti, e tanto meno per soldi anche se spesso, specialmente da ragazzo, aveva ricevuto offerte in quel senso. Per Juan quella era la suprema prova di amicizia.
Ma Kevin si accorse che per lui era molto di più: ora capiva perché Grace gli era sembrata sempre più una sorella che la sua ragazza, perché aveva accettato senza problemi di non far l'amore con lei, perché accanto a lei provava dolcezza, tenerezza ma mai eccitazione: lui era gay! Non arrivò subito a questa conclusione, ma ci arrivò, aiutato dal ripetersi degli scambi di affetto-sesso, con Juan.
Proprio in quei giorni avevano fatto amicizia con un altro marine, Maxey. A Natale erano andati in un bar assieme. Kevin si stava chiedendo se scrivere tutto a Grace, o dirglielo per telefono, o aspettare di tornare: le doveva comunque onestà. Ma in quel momento non avrebbe saputo come dirglielo. E per telefono, a Natale... non gli sembrava opportuno.
In quel momento Maxey s'era messo a litigare con uno dell'esercito per avergli detto che aveva un "attiracazzi" sulla maglietta. Quello gli aveva chiesto bellicoso cosa fosse un attiracazzi. Maxey gli aveva risposto che se non lo sapeva, non glielo avrebbe certo spiegato lui.
Il soldato, grande e grosso come un armadio, era sceso dallo sgabello e gli aveva detto: "Ehi, faccia di merda, stai dicendo che sono un frocio?"
Kevin e Juan s'erano dovuti interporre e trascinare Maxey fuori prima che i due s'ammazzassero o che arrivasse la polizia.
Usciti Maxey s'era messo a ridere convulsamente, quasi isterico, e, quasi in un singhiozzo, aveva detto: "Se quello sapesse che in realtà il gran frocio sono io!"
Kevin l'aveva guardato incredulo: "Tu, TBF, frocio? Ma a chi la vuoi dare a bere? Hai sempre una piccola vietnamita attaccata al braccio che ti guarda con occhi adoranti, tu! Lo sanno tutti che sei il più grande chiavatore fra noi!"
Maxey rise: "Non lo sai che quelle fraschette, pur di guadagnare qualcosa, dopo averti portato a casa sono disposte anche a procurarti i loro fratelli? Mai toccato una donna in vita mia, amici, parola d'onore."
"Sei ubriaco..." aveva detto Juan.
Maxey l'aveva guardato quasi stupito: "L'hai visto quanto ho bevuto, sai che non è vero. Cos'è, ti disturba avere un amico frocio? Hai paura di essere contagiato? Sapete Manny Lee, il marine nero che hanno ammazzato il mese scorso? Quello che s'era arruolato riuscendo a nascondere che aveva solo sedici anni? Quello che stava in camera con me? Era il mio amante, se vuoi saperlo! Era mio amante..."
"Amico, per noi non cambia niente. Ma non dirlo in giro così: lo sai che non conviene, no?" gli disse Juan.
Maxey rise ancora: "Voi due non siete... in giro. Siete i miei due unici amici. E lo so che scopate anche voi due: la notte vi sento, attraverso il muro. Per fortuna ci sono io lì e dall'altra parte le scale. Siete voi che dovete essere più prudenti..."
Dopo quella volta i tre erano diventati inseparabili. Tanto inseparabili che erano riusciti a fare servizio sempre assieme. Ed ora erano lì, in missione con l'uomo della CIA.
Udirono voci maschili, e s'irrigidirono: dunque c'era qualcuno. Non riuscivano a distinguere che cosa stessero dicendo. Un quarto marine era rimasto fuori, davanti alla porta, di guardia alla jeep per impedire che cadesse nelle mani dei disertori che in quelle ore, fuggendo, arraffavano tutto quello che potevano. Kevin sfiorò la ricetrasmittente pensando di chiamarlo in aiuto: Al Bellini, un oriundo italiano di ventidue anni forte come un toro. Ma pensò che era meglio restasse di guardia alla jeep.
Fece un cenno agli altri ed avanzarono ai due lati del corridoio, rasente ai muri, mentre Maxey controllava le spalle. L'uomo della CIA seguiva pavido. Arrivarono ai due lati della porta di vetro e videro i soldati coreani, i vietnamiti morti a terra.
Irruppero attraverso la soglia e si gettarono dietro le scrivanie, le armi spianate verso i coreani: "Fermi, nessuno si muova, giù le armi, sul pavimento!" abbaiò.
I coreani erano rimasti come congelati. Rimasero tutti immobili ma nessuno lasciò cadere il fucile. Kevin riconobbe i due ufficiali coreani: spesso erano venuti all'ambasciata: facevano parte del servizio segreto coreano. Erano alleati, dopotutto. Però stavano prendendo quello che avrebbero dovuto prendere loro.
"Che cosa state facendo qui?" chiese Kevin ai due ufficiali coreani.
Chem con un sorriso rimise la pistola che aveva in mano nella fondina, mentre Sim rispondeva tranquillo: "Il Capitano Yung è stato assegnato qui per chiudere alcuni affari. L'ambasciatore era preoccupato per la sua sicurezza, così gli siamo stati assegnati come scorta."
"Siete venuti a piedi o con un mezzo dell'ambasciata? Non abbiamo visto nessun mezzo qui fuori. Chi vi ha accompagnati? Come mai nessuno vi aspetta se siete in missione ufficiale?" chiese Kevin sempre tenendoli sotto tiro.
Chem allora avanzò verso lui e disse con un sorriso: "Non sono tenuto a rispondervi. Se volete informazioni andate alla nostra ambasciata."
Kevin lesse in quel sorriso un odio profondo, una minaccia. Alzo l'arma verso il petto dell'ufficiale: "Fermo!" gridò.
I soldati coreani alzarono i fucili pronti a sparare, Kevin si disse: oddio, qui succede un macello... e sparò un po' di fianco a Chem colpendo uno dei grandi elaboratori contro la parete alle sue spalle. Chem, imperturbabile, lanciò un ordine in coreano, senza girarsi a guardare i suoi soldati. Kevin capì che l'ufficiale aveva intuito che cosa stesse succedendo e che, nonostante loro fossero più numerosi, gli americani, sparando da postazioni coperte, avrebbero avuto ragione di loro con facilità. I soldati abbassarono le armi.
Kevin allora disse: "Via di qui... e senza la valigia."
"Sono un ufficiale, il mio grado è superiore al tuo. Quella valigia la prendo io."
"Tu non prendi niente. Vattene coi tuoi cagnolini."
"Hai salva la vita, amico, Non essere avido." gli disse Juan da dietro la scrivania brandendo la sua arma.
"E niente scherzi, chiaro?" rincarò Maxey dalla sua postazione.
I coreani, ad un cenno di Chem, se ne andarono senza ribattere. Li sentirono allontanare lungo il corridoio.
"Ci siamo andati fottutmente vicini. Mi sono venuti i crampi allo stomaco..." disse Juan drizzandosi.
Kevin gli mise sulla spalla: "Calma, amico. Stiamo per tornare nel mondo civile. Portiamoci via quelle bobine e vedrai: fra una settimana sarai a Brooklyn con tua figlia e la tua donna. Adesso sento da Al se i coreani hanno lasciato questo cesso di posto..." disse tranquillo sfilando la ricetrasmittente dalla cintura e girandosi verso la porta.
L'aveva appena avvicinata alle lebbra quando vide Show piombare nella stanza oltrepassando Juan e Maxey come se fosse stato spinto. L'agente barcollò e si piegò sulle ginocchia reclinando la testa. C'era sangue sulla sua nuca e sul suo giubbotto antiproiettile. Giacque inerte mentre Maxey urlava un'imprecazione. Juan vide il sangue e si gettò accanto a Show per soccorrerlo mentre Maxey si girava con l'arma spianata verso la porta. Fu allora che Show esplose letteralmente: una granata, una di quelle col timer. L'avevano ammazzato tagliandogli la gola, gli avevano infilato la granata in tasca e l'avevano spinto nella stanza.
Juan urlando fu avvolto dalle fiamme, Maxey fu scaraventato nel corridoio dallo spostamento d'aria, Kevin che aveva appena schivato il morto cadendo indietro dovette a questo la sua salvezza. Gli effetti dell'esplosione furono comunque sufficienti per farlo andare a sbattere con il capo contro una scrivania e perse i sensi. Non sentì il colpo che finì Maxey in corridoio. Non vide Chem entrare ed afferrare la valigia.
Pochi minuti dopo che Chem era uscito, Kevin riaprì gli occhi e avvertì un dolore pungente alla schiena. Sentiva un ronzio insistente alle orecchie ed era coperto di calcinacci, di carte e di vetri schizzati dai monitor. Sentì l'odore acre dl fumo e il gusto del suo stesso sangue. Udì lo sfrigolio delle fiamme che ancora bruciavano qua e là e le urla dei suoi compagni agonizzanti. Sconvolto e senza fiato mosse appena le braccia, poi le gambe, il busto: ogni cosa pareva a suo posto. Lottò per non cadere di nuovo nell'incoscienza, per mantenere gli occhi aperti. Aveva paura, una paura folle, ma oltre alla paura provava anche un odio feroce per Chem. Con cautela, con fatica riuscì ad alzarsi, fece due passi barcollando e sentendosi la testa pesante come se volesse rotolargli giù dal collo, fece appena in tempo a notare che la valigia con i nastri magnetici del computer era scomparsa e svenne di nuovo afflosciandosi riverso sul corpo dilaniato ma ormai immoto di Juan, che aveva finalmente smesso di soffrire, e premendo inconsciamente il bottoncino di comunicazione del suo ricetrasmettitore che in qualche modo gli era rimasto ancora in mano...