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una storia originale di Andrej Koymasky


pin TRAFFICO INFAME CAPITOLO 3

MANHATTAN - DICEMBRE 1988


Alle sedici e trentadue il detective Kevin Black entrò in un ristorante semivuoto di Columbus Avenue. Si diresse verso una donna sola che sedeva al bar. Kevin osservò la donna che stava fumando nervosamente e che guardava l'orologio al suo polso. E allora lei si accorse della presenza di Kevin. Sforzandosi di sorridere scese dallo sgabello e si gettò fra le braccia del detective.

Alla memoria di Kevin, mentre la stringeva a sé, si affacciarono un migliaio di ricordi sepolti. La donna era Grace Dos Santos. Un tempo avevano progettato di sposarsi, ma questo era avvenuto prima che dal Vietnam tornasse un uomo molto cambiato. Kevin le aveva confessato di essere gay, le aveva detto che l'uomo che glielo aveva fatto capire era ora morto, che non poteva comunque sposarla. Grace, delusa, aveva sposato un altro uomo, Peter Dos Santos, un discendente di spagnoli, ma di cui conservava solo il cognome: era completamente americano.

"Otto anni, otto lunghi anni... Non posso credere che sia passato tanto tempo dall'ultima volta che ci siamo visti, Kevin!"

"Sei sempre più bella."

"Bugiardo! Ma grazie. Dio, sei sempre solido come una roccia. Fai ancora karate?"

"Sempre. Il mio vecchio diceva sempre che l'esercizio fisico è una perdita di tempo. Diceva che se sei sano non ne hai bisogno e se non lo sei non ti serve..."

"Un saggio, il tuo vecchio. Avevo tanta paura che non ti facessi vivo, dopo quel nostro litigio... Grazie per essere venuto."

Con il capo chino, Grace piangeva silenziosamente. Kevin le pose una mano su un braccio in un gesto tenero. Aveva sofferto per quel litigio ma l'aveva perdonata, perché sapeva che aveva ragione lei: lui guardava davvero con desiderio suo marito, anche se aveva negato. E ora, due giorni prima lei gli aveva telefonato al distretto: il figlio adolescente Terence, Terry, era uscito come al solito di casa per andare alla scuola privata che frequentava nella 73a, ma non vi era mai arrivato. Grace era completamente terrorizzata, voleva che Kevin glielo ritrovasse.

Kevin Black aveva trentacinque anni, era snello e muscoloso, un casco di capelli castano scuro e un sorriso che lo faceva apparire una persona compiacente, cosa che in realtà non era. Tornato dal Vietnam, aveva ottenuto il distintivo di detective in meno di due anni. Era riuscito a tenere segreta la sua omosessualità, sia perché in quei due anni il ricordo del corpo dilaniato di Juan era troppo cocente e non aveva più avuto nessun rapporto sessuale, sia perché dopo, tornato ad un buon equilibrio psichico e risentito il desiderio, aveva fatto molta attenzione a tenere ben divise la sua vita professionale e la sua vita sessuale. Aveva conosciuto un tranquillo ragazzo di ventiquattro anni agli allenamenti di karate, erano diventati amici sempre più stretti finché avevano scoperto di essere entrambi gay e di essere attratti l'uno dall'altro. Così ogni tanto si trovavano a casa dell'uno o dell'altro e facevano l'amore. Quietamente, senza essere innamorati, come due buoni amici si davano reciproco sollievo senza complicazioni sentimentali, ma con affetto, tenerezza e virilità. Il giovane si chiamava Dean, era operatore TV alla CCB.

Kevin, oltre agli incarichi ufficiali che svolgeva al distretto di polizia, era stato assunto segretamente anche nella Divisione Affari Interni che lo aveva reclutato direttamente all'Accademia di polizia. Gli agenti sul campo avevano l'incarico di riferire direttamente al Quartier Generale i casi di comportamento scorretto dei poliziotti, compito che li rendeva gli uomini più detestati del corpo.

Se venivano scoperti venivano isolati, minacciati, a volte aggrediti fisicamente dai colleghi che avevano soprannominato gli agenti sul campo agenti succhiacazzi. Un lavoro rischioso, che a volte comportava seri pericoli e che a Kevin piaceva.

Per ridurre i rischi, gli agenti sul campo mantenevano al Quartier Generale un solo contatto. Di solito trattavano con un tenente o un capitano. Usavano nomi in codice e gli incontri si svolgevano in posti fuori mano. Kevin aveva insistito perché lui e il suo contatto, che conosceva solo come Ron, non si incontrassero mai direttamente. Comunicavano solo telefonicamente ed era sempre Kevin a chiamare per primo, di solito da telefoni pubblici.

Kevin si levo il cappello appoggiandolo sul bancone accanto ad una ghirlanda natalizia di quelle che di solito si appendono al battente della porta di casa, e si slacciò il cappotto. Faticò a richiamare l'attenzione di un giovane barista assorto a guardare alla TV la partita di baseball e gli ordinò due caffè neri.

Grace gli afferrò una mano. Piccola, bruna, aveva anche lei trentacinque anni, ma ne dimostrava di più. Indossava un elegante vestito nero ed aveva scarpe e cappello bianco. L'aveva vista sfiorire dopo il matrimonio con Peter Dos Santos, uno snello ed elegante pubblicitario che possedeva in proprio una prospera ditta di pubblicità televisiva. Durante la telefonata a Kevin Grace gli aveva anche detto che la sua vita stava per cambiare: dopo tredici anni, pochi giorni prima della scomparsa di Terry, il marito le aveva detto che voleva divorziare. S'era innamorato di un'altra, così, all'improvviso... Ma Grace lo aveva sorpreso dicendogli che anche lei era stanca della loro relazione che aveva sempre meno sapore. Peter le avrebbe concesso quello che voleva, alimenti, danaro, una parte della ditta pubblicitaria, l'affidamento di Terry, purché lei gli concedesse subito il divorzio per poter sposare subito la sua nuova fiamma. Grace accetto senza battere ciglio. Liberarsi di Peter avrebbe permesso a Grace di dedicarsi a tempo pieno alla casa editrice per ragazzi in cui lavorava, specialmente ora che Terry stava crescendo. Il lavoro le piaceva, lo stipendio era ottimo ed era sul punto di essere promossa assistente. Il futuro sembrava sorridere di nuovo a Grace, che si sentiva sollevata per quella decisione. Oltretutto sarebbero finiti i litigi fra padre e figlio: Peter era chiuso, poco espansivo, ipercritico nei confronti di tutti, specialmente del figlio. Terry invece era indipendente, impulsivo, estroverso e non si faceva problemi a dire quello che pensava, sentiva.

Kevin aveva visto l'ultima volta il piccolo quando questi aveva cinque anni, ma gli piaceva la descrizione che ne faceva la madre. Una fotografia fornitagli da Grace lo raffigurava come un ragazzino biondo di straordinaria bellezza, che mostrava una toccante mescolanza di insicurezza e di desiderio di sfidare il mondo. Gli occhi in particolare erano molto belli, affascinanti. Kevin pensò che quel ragazzo da grande avrebbe avuto tutte le donne ai suoi piedi. E non solo le donne, aggiunse dentro di sé con un sorriso.

Quando Terry aveva saputo che i suoi volevano divorziare, aveva detto che era contento, e che lui comunque voleva restare con la madre. Peter s'era arrabbiato, l'aveva presa come un'offesa ed i due avevano litigato per l'ennesima volta. Terry era andato a chiudersi in camera dichiarando che non sarebbe uscito finché ci fosse stato il padre in casa. Peter furibondo s'era messo a prendere a pugni la porta della camera del figlio, e allora Grace aveva litigato con lui. Lui l'aveva schiaffeggiata e lei l'aveva cacciato di casa prendendolo a schiaffi a sua volta. Una scena penosa, ma alla fine, andato via Peter, era tornata la pace. Il giorno dopo Terry era uscito per andare a scuola e da quel momento nessuno l'aveva più visto.

"Hai ricevuto qualche richiesta di riscatto?" chiese Kevin a Grace.

"Magari fossero arrivate. Almeno avrei una prova che è ancora vivo..."

"Ho sentito le unità volanti della polizia, gli ospedali, gli obitori: Non c'è nessuno che corrisponda alla descrizione di Terry."

"E l'FBI? Avevi accennato alla possibilità di contattarli..."

"L'ho fatto. Purtroppo, a meno che non si tratti di un caso che coinvolga due stati, non si occupano di scomparsi. Non sappiamo dove si trovi Terry. Speriamo che sia ancor a New York. Avremo maggiori possibilità di ritrovarlo. Un collega dell'FBI mi ha promesso che invieranno una nota su di lui al Quartier Generale di Washington. È tutto quello che possono fare."

"Non voglio parole, voglio indietro mio figlio!"

"Senti, Grace. Il collega all'FBI dice che c'è un problema: non ci sono prove che Terry sia stato rapito, nessuna richiesta di riscatto, nessuna chiamata telefonica, nessuno che l'abbia visto portar via contro la sua volontà. Dice che tutto quello che possiamo fare è collaborare con la polizia locale e sperare che tutto finisca bene. Guarda, io mi occupo di droga, di sesso, di denaro sporco e di altre schifezze di cui non voglio neppure parlarti. Ma purtroppo non ne so nulla di bambini scomparsi, e neppure i miei informatori. Terrò tutti i contatti che posso, andrò a recuperare quelli vecchi, ma abbiamo bisogno di tutto l'aiuto possibile, inclusi i poliziotti del tuo quartiere..."

Grace lasciò ricadere il mento sul petto: "Peter si sta dando da fare, anche lui. Si sente colpevole per quel brutto litigio. È stato a scuola, ha telefonato agli amici di Terry, ai loro genitori..."

Kevin le mise un braccio attorno alle spalle: "Grace, il novanta per cento dei bambini scomparsi torna dai genitori nelle ventiquattr'ore dopo la fuga. So bene che sono passati almeno due giorni, ma Terry potrebbe essere sulla via di casa anche in questo momento."

Non le disse che la maggior parte dei bambini scappati tornavano dopo aver ricevuto, subito, molestie sessuali. O che migliaia di loro non tornavano a casa perché uccisi, coinvolti nella crescente ondata di omicidi rituali o dai serial killer che preferivano come bersagli i bambini. Kevin rabbrividì dentro di sé.

"Ho detto alla polizia di Terry, come m'hai consigliato tu..."

"Lo so, li ho contattati per avvertirli che sono coinvolto nelle indagini come amico di famiglia. Hanno detto che non ci sono problemi, basta che li tenga informati. Faranno indagini sia a scuola che nel vicinato e lungo la strada da casa tua a scuola."

Kevin sapeva perché i poliziotti del distretto non consideravano il caso di Terry urgente. Urgente era il caso degli otto dominicani massacrati, il più piccolo di otto anni ed il più vecchio di settantadue, perché uno di loro aveva cercato di fregare uno spacciatore di droga. Un caso urgente era il poliziotto di ventidue anni a cui avevano sparato alla testa perché qualche grosso trafficante voleva far sapere al quartiere che non conveniva collaborare con la polizia. Non era un caso urgente un tredicenne scappato di casa e che vi sarebbe tornato probabilmente appena avesse avuto fame o paura o freddo.

"Peter ha anche fatto pubblicare due annunci sulla prima pagina del Time. Uno dice: Terry, torna a casa, ti vogliamo bene. L'altro invece offre venticinquemila dollari di ricompensa a chi ce lo riporta..."

"Quei soldi attireranno pazzi e mitomani, profittatori: giureranno di avere informazioni che invece non hanno. Ma non ci possiamo far nulla. Bevi il tuo caffè."

"Non so come ci si sente se ti ammazzano qualcuno che ami... Ma so come si sta quando scompare una persona e non sai che cosa le sia successo: è orribile. Gesù, e io me ne sto qui seduta e non so se mio figlio se n'è andato per sempre o..."

Kevin la strinse lieve, con affetto: sì era davvero sua sorella, Grace. Per lei avrebbe fatto tutto il possibile. Pregò in cuor suo che a Terry non fosse capitato nulla di irrimediabile... che fosse ancora vivo. Poteva essere morto in un incidente, poteva anche essersi suicidato. Ma forse era già a casa che razziava il frigorifero mentre pensava ad una scusa per giustificare la sua fuga. O era incatenato nella cantina di un pazzo che gli stava facendo cose che avrebbero scosso il più duro dei poliziotti... Kevin chiese a Grace se Terry di fosse mai drogato.

"Buon dio, no! Certo non mio figlio. Terry non avrebbe mai toccato quello schifo!"

Kevin fece cenno al barista per un bis. Ora questi stava guardando un episodio della serie "Magic Love Island". Pensò che, lasciata Grace, avrebbe dovuto mangiare qualcosa.

In fretta. Il comandante del suo distretto, il vice ispettore Donald Stantford, un uomo di poche parole, non permetteva che Kevin si dedicasse al caso di Terry Dos Santos se non nel tempo libero. E tempo libero non è che ne avesse poi molto. Così Kevin s'era messo sotto a tempo pieno: mentre faceva altre indagini, ne aveva approfittato per rompere le scatole ai poliziotti di ronda alla stazione degli autobus, mostrando loro la foto di Terry. Aveva strapazzato i ragazzotti che gironzolavano attorno alle slot machines, aveva minacciato i vagabondi che vivevano di furti ai camion sui moli del West Side, aveva mostrato la foto di Terry a prostitute e prostituti, ai truffatori che giocavano alle tre carte ed ai proprietari dei negozi di articoli porno.

Aveva anche contattato anche vari truffatori e quelli delle scommesse clandestine, al proprietario di un bowling ventiquattrore, ai buttafuori delle discoteche per giovanissimi. S'era spinto in luoghi in cui un poliziotto era più mal visto della peste nera, posti in cui era necessario muoversi con prudenza ma dove si potevano apprendere cose interessanti.

Era tornato dai suoi giri a mani vuote.

Nessuna testimonianza, nessuna voce, nessun indizio in nessun quartiere. Apparentemente nessuno aveva neppure intravisto o sentito parlare di Terry Dos Santos. Da una parte Kevin accettava quella realtà, ma dall'altra non aveva mai amato perdere e perciò non poteva rassegnarsi ad una sconfitta.

"Dimmi che è vivo..." gemette quasi Grace mentre lui l'aiutava ad infilarsi la giacca di agnellino.

"È vivo." disse Kevin domandandosi se fosse caduto ancora una volta nel suo errore: le aveva mentito come mentiva ad altri perché era un poliziotto.

Poco dopo stava osservando Grace entrare in un taxi ed andare via. Ordinò qualcosa da mettere sotto i denti: gli era sembrato inopportuno mangiare davanti all'amica in angoscia: una specie di strano, delicato pudore. Ma aveva fame.

Poi al lavoro. Aveva altri casi da seguire. Da almeno dieci giorni stava investigando sull'assassinio di due loro infiltrati uccisi durante indagini sul mondo della droga. Uno dei due agenti era Danny Masterson, un ragazzo di ventiquattro anni reclutato all'Accademia come lui. L'altro, Steve Shallow, venticinque anni, era stato reclutato da fuori. Erano estranei, sconosciuti ai narcotrafficanti, ottimamente addestrati, forti ma prudenti, eppure non era bastato. Entrambi erano stati trovati morti nel distretto di Kevin fra la 59a e l'86a Ovest, tra Central Park e Riverside Drive. Entrambi freddati con una calibro 22. Danny era stato allievo di karate di Kevin dall'età di diciassette anni, gli era affezionato. In un primo momento Kevin aveva pensato che i due fossero stati fatti fuori da qualche balordo che aveva pensato che valesse la pena di sottrarre a quei due presunti trafficanti danaro e droga. O che avessero commesso un'imprudenza. Ma le voci che circolavano in strada era che i due fossero stati venduti. Venduti da poliziotti e uccisi da poliziotti. Perciò la gente taceva, impaurita.

Kevin non faceva parte della squadra omicidi e quando aveva chiesto di occuparsi del caso, per la sua vecchia amicizia con Danny e la sua famiglia, con sua sorpresa il caso gli era stato affidato. Certamente per questo caso la competenza e l'esperienza di Kevin potevano essere preziose.

Per prima cosa telefonò al suo contatto, Ron: "Sì, anche la Divisione Affari Interni è convinta che ci sia una falla in giro e finché non la tappiamo, tutte le operazioni sono compromesse. Altri due sono stati fatti fuori poco prima dei tuoi due ragazzi. Becca il bastardo che vende i nostri, prima che la stampa ne abbia sentore, o saranno guai seri: già la polizia non gode di una buona fama in questi giorni."

"Mi sto concentrando su Danny: con chi faceva affari, chi vendeva, chi erano suoi nemici..."

"Comincia dai suoi rapporti."

"Ottima idea."

"Se hai bisogno di qualsiasi cosa, dico qualsiasi cosa davvero, basta che mi chiami. Ah, un'ultima cosa..."

"Sì?"

"Quello o quelli che cerchiamo possono essere molto vicini. Ci siamo capiti?"

"Perfettamente."

"Non fidarti di nessuno."

"Non mi fiderei neanche di mia madre che è morta da quindici anni..." rispose Kevin.


La mattina dopo Kevin andò al Decs, la banca dati predisposta dagli agenti federali della narcotici per evitare di fare sforzi inutili cercando cose che già altri avevano trovato: lì confluivano da tutta la nazione i rapporti di tutti gli agenti. Gli agenti che lavoravano al Decs facevano da dirigenti del traffico, evitando che casi differenti andassero a toccare lo stesso terreno e fornendo le informazioni in possesso a chi le chiedeva per le proprie indagini.

Kevin era interessato a tutti i profili dei trafficanti che Danny aveva passato al Decs. I profili contenevano la descrizione fisica del trafficante, la storia familiare e personale, eventuali altre identità, i nomi dei pregiudicati che frequentava.

Prima di mettersi al lavoro Kevin si dedicò al suo abituale scambio di pettegolezzi con i colleghi, agenti e segretarie, su chi era stato trasferito, chi era andato in pensione per diventare la guardia del corpo di un qualche predicatore televisivo, chi stava progettando di allevare cani a tempo libero e chi durante un'irruzione in un bordello s'era preso un calcio nei coglioni da una prostituta furibonda.

L'episodio che raccontò Kevin e che riscosse molto successo, riguardava un boss della famiglia Pescia. Il giudice l'aveva praticamente sepolto in galera: prima imputazione trent'anni, seconda imputazione cinquant'anni, terza dieci anni e così via per un totale di trecentoventisei anni di carcere.

Il boss, esasperato, s'era alzato in piedi ed aveva chiesto ad alta voce: "Ma cose pensa che sia, io, una sequoia?"

Quaranta minuti dopo aver raccontato questo episodio, Kevin stava entrando nell'archivio del Decs. Abbracciò e baciò Susan Decker, una donna di trentaquattro anni bisognosa di affetto che raccoglieva i profili. Negli ultimi anni Kevin gliene aveva passati un gran numero, si conoscevano bene. Era una strenua lavoratrice, divorziata tre volte e con la fama di essere molto erotica e sempre in caccia. Era perennemente invischiata in storie d'amore, di solito con poliziotti di colore, che iniziavano e finivano con la stessa velocità.

Susan amava viaggiare. La bacheca alle sue spalle era piena di fotografie che lei s'era fatta scattare ai Caraibi, in settimane bianche ad Aspen, a Las Vegas, Nei momenti di pausa Susan non faceva che raccontare di gite a Miami o alle Bahamas. Era una chiacchierona congenita, fonte di pettegolezzi.

Stava per chiederle i profili consegnati da Danny quando Felicia, la giovane assistente d'origine ispanica, le disse che c'era una chiamata per lei sulla linea due. Il modo in cui inarcò appena il sopracciglio sul suo viso infantile significava che era una chiamata personale. Quando prese la linea Susan si trasformò in un'altra persona. Con una mano si carezzò istintivamente il seno ed il suo viso si addolcì. Girò la schiena a Kevin e Felicia e bisbigliava al telefono. Scoppiò a ridere con un suono così pregno di promesse lussuriose che Kevin desiderò che qualcuno ridesse così per lui.

"Sta ancora con Russell?" chiese a Felicia.

"Sai com'è... Peccato che gli abbiano chiuso il negozio di scarpe..."

Kevin annuì, davvero un peccato. Russell Fort era un ex poliziotto di colore coetaneo di Kevin, col cranio rasato ed una voce profonda e seducente. Kevin l'aveva visto una volta sotto le docce ed aveva pensato che aveva qualcos'altro di seducente oltre la voce, peccato che era un famoso sciupafemmine. S'era ritirato dal servizio attivo per un'invalidità parziale procuratagli dal crollo di un'impalcatura durante un inseguimento. Così s'era messo in affari aprendo un negozio di scarpe sportive nell'elegante zona di Columbus Avenue. Niente di quello che vendeva era a buon prezzo, solo i facoltosi yuppies potevano farsi borseggiare così da Russell. Ma ai colleghi offriva il trenta per cento di sconto, e allora si comprava bene. Scarpe italiane straordinariamente morbide e ben rifinite, resistenti. A Kevin piacevano le scarpe di Russell, ma l'ex poliziotto gli piaceva meno. Fort era il tipo che davanti alle clienti se la prendeva con i ragazzini sottopagati che gli facevano da commessi, e poi, andate via, se la prendeva con i clienti. Era il tipo che risponde prima che tu abbia finito la domanda. Il tipo che si crede spiritoso, intelligente, migliore di te. Aveva dovuto chiudere perché aveva evaso per l'ennesima volta le tasse, sia statali che cittadine.

Susan stava continuando nella sua conversazione telefonica, sussurrata e apparentemente indecente, dimentica di Kevin e di Felicia.

"Ho un po' di cose da fare. Potresti farmi le copie di tutti i profili consegnati da Danny Masterson?"

Il detective e Felicia parlarono brevemente della morte di Danny. Quando la ragazza gli disse quanto Danny era carino e di come le sarebbe piaciuto uscire con lui, Kevin, con gentilezza, tagliò corto ricordandole che aveva fretta. Qualche minuto dopo Felicia gli consegnava una busta con le copie che aveva richiesto.

In quel momento Susan esclamò: "Evviva! Davvero ci mandano a prendere in limousine anche stavolta? È fantastico! Sono così eccitata che mi sono bagnata... Ho con me il bagaglio: a che ora devo scendere?"

"Di che si tratta?" chiese Kevin sottovoce a Felicia facendo un cenno col capo verso Susan.

"Russell. Porta Susan ad Atlantic City per il week end. Ci vanno spesso. Lei ne parla continuamente: le piace che la gente la invidi. Russell adora gli spettacoli e il gioco, anche lei credo. L'hotel manda sempre la limousine a prenderlo."

Gli occhi di Kevin si spostarono avanti e dietro fra Susan e Felicia. Cercando di avere un tono naturale, casuale, le chiese: "Sai mica in che albergo vanno?"

"Il Gold's Castle, se mi ricordo bene. Sai, mica la sto veramente a sentire quando comincia a vantarsi. La lascio parlare..."

Kevin le strizzò l'occhio e le fece un cenno di saluto: "Ti capisco. Beh, grazie per le fotocopie. Devo scappare, ora! Ciao."

Lasciato il Decs, Kevin andò in una cabina telefonica e chiamò Ron. Gli raccontò del fallimento dell'attività commerciale di Fort, della sua relazione con Susan, della loro prossima gita ad Atlantic City a bordo di una limousine mandata dall'albergo Gold's Castle. L'hotel offriva passaggi gratuiti solo ai grossi giocatori. Il negozio di Fort era chiuso. Dove prendeva i soldi per giocare là? La mente curiosa di Kevin voleva conoscere la verità. Voleva scoprire chi forniva i soldi a Fort e perché: non era per caso che tramite la ragazza aveva accesso ad informazioni che gli spacciatori avrebbero pagato a peso d'oro? E a proposito di ragazze: Fort era fedele a Susan o immergeva il biscotto anche altrove?

Trentasei ore dopo Kevin seppe da Ron che il Gold's Castle forniva a Fort molto più di qualche passaggio in limousine: pasti, bevande, i biglietti per tutti gli spettacoli e una suite che si affacciava sul viale principale di Atlantic City. Disponeva inoltre di un credito di cinquantamila dollari e dell'uso di un'auto quando si trovava in città: il trattamento riservato ai migliori clienti. E tutto per un uomo chiaramente privo di mezzi.

Fort era un giocatore incallito: due mesi prima aveva vinto centonovantamila dollari. La notte successiva li aveva persi tutti più altri quindicimila dollari. La sua ex moglie aveva chiesto e ottenuto il divorzio perché lui l'aveva costretta ad avere rapporti sessuali con due uomini con cui aveva un debito di poker.

Fort aveva aperto il suo negozio con un prestito della Li-Mac Associates Inc., una finanziaria del New Jersey che si occupava di proprietà commerciali e prestiti su ipoteca. La Li-Mac era un'attività di copertura della mafia, apparteneva, non ufficialmente ma di fatto, alla famiglia Pescia. Quando Fort aveva dovuto chiudere, la Li-Mac aveva rilevato il negozio.

"Fort ha preso i soldi in prestito da Paulie Pescia e non li ha potuti restituire. Il bastardo è stato fortunato ad avere qualcosa che interessava Pescia: hanno potenziato il negozio e lo usano per lavare i soldi sporchi." concluse Ron.

"Sì, ma... come mai Fort è ancora vivo? Mi puzza..."

"Perché è protetto da un uomo con cui né io né tu né la gente di Pescia e quella delle altre quattro famiglie vorrebbe aver mai a che fare. Fort è protetto da Dan Firestone."

"Oh Cristo! Questa non ci voleva! Dan Firestone?" disse Kevin rabbrividendo per un freddo peggiore di quello dell'inverno.

Don Firestone era un quarantenne massiccio; era stato un poliziotto furbo e violento, prima di lasciare il corpo in circostanze nebulose. Parlava sempre in un tono gentile, calmo, monotono e si comportava sempre con perfetta educazione. Si sussurrava che quando era nel corpo avesse fatto un bel po' di soldi taglieggiando spacciatori, padroni di locali notturni e gestori di bar gay, tutta gente che non era nelle condizioni di lamentarsi. Farlo sarebbe stato rischioso: Firestone era conosciuto per sparare prima di chiedere i documenti: aveva un cognome appropriato. Era conosciuto come il duro dei duri, in servizio.

La sua carriera di difensore dell'ordine era cessata quando era stato accusato di aver tentato di vendere, per cinquantamila dollari, un ragazzino portoricano di dieci anni ad un uomo d'affari belga che si sospettava gestisse un giro di prostituzione infantile internazionale. Ma tutto era rientrato quando la madre ed il ragazzino erano partiti per il Sudamerica e il belga si era "suicidato" saltando dal ventottesimo piano di un hotel di Londra. Nessun testimone: il caso era stato archiviato. E Firestone aveva dato le dimissioni.

Ora Firestone dirigeva la Dan Firestone Associates, una compagnia di investigazioni private con fama sospetta. Firestone ingaggiava solo ex poliziotti che erano stati cacciati a calci dal corpo per i loro metodi violenti e per aver infranto le regole. Si sospettava che Dan e i suoi uomini svolgessero l'attività di sicari per la malavita, ma non c'erano prove. Sapevano lavorare in modo pulito, conoscendo i metodi della polizia.

Dan Firestone era un enigma per la maggior parte della gente, Kevin compreso. Aveva raccolto non poche menzioni al valore, aveva ottenuto il distintivo dorato dopo una sparatoria che era costata la vita al suo compagno: li aveva freddati tutti e otto! E aveva un quoziente d'intelligenza decisamente superiore alla media. E allora come spiegare le sue scelte? Follia, sadismo o semplicemente noia? Il fatto era che anche la mafia e la malavita temeva e rispettava Dan Firestone: mettersi contro di lui voleva dire avere i giorni contati.

E proteggeva Fort. Perché? Forse tramite Susan veniva a sapere degli infiltrati e... Se lasci intendere ad un trafficante che puoi identificare un infiltrato, non hai che da stabilire il prezzo.

Kevin chiese ancora a Ron un'ultima cosa: Fort si vedeva con altre donne?

"Se fa il porco? Ad Atlantic City per ogni volta che ci va con Susan ci va altre quattro volte con donne diverse. E tutte giovani e carine più della nostra Susan. Temo che abbia ragione tu: Susan per lui è solo la gallina dalle uova d'oro."

Ron rideva, ma i pensieri di Kevin erano altrove: se era Dan Firestone il suo avversario, non poteva permettersi mosse sbagliate o affrettate. Il fottuto Dan Firestone. Quel pomeriggio, mentre in ufficio stava leggendo i profili fatti da Danny, ricevette una telefonata dalla centrale: doveva recarsi immediatamente in un ufficio del Dipartimento del Tesoro americano, in Church Street: di nuovo aveva a che fare con i federali. Per ordine diretto del suo più alto superiore, Kevin Black doveva assistere, fino a nuovo ordine, l'agente del Tesoro Silvan York. Non poteva permettersi di rifiutare. Dicevano, loro, che il nuovo incarico non avrebbe interferito con gli altri casi che stava seguendo.

Aveva già lavorato con i federali, raramente di sua spontanea volontà, ed ogni volta era stato fregato. Erano veri specialisti nell'attribuirsi il merito delle indagini che andavano a buon fine; in più avevano fondi, mezzi e autorità che i poliziotti locali avrebbero solo potuto sognare.

Silvan York era sui quarant'anni, grosso o meglio imponente, col mento prominente, il collo massiccio e il naso camuso. Pesava circa quindici chili più di Kevin che ne pesava ottanta. Tre quarti del peso di York erano muscoli e da solo bastava a riempire la stanza.

Aveva scritto in faccia e nel modo di vestire di essere un texano e se si poteva avere qualche dubbio, bastava la sua parlata per fugarlo. Gli stava parlando proteso sulla scrivania, la tazza di caffè fumante in mano e sottolineava quello che diceva con una mimica straordinaria: Kevin pensò che fosse uno dei migliori attori che avesse visto in vita sua. L'agente del tesoro era interessato all'indagine che Kevin stava iniziando su Dan Firestone.

"Mi hanno detto che stai per stringere un bel nodo alla gola di quello stronzo."

"Sì, direi che stiamo lavorando con quell'obiettivo..." rispose Kevin con un brutto presentimento.

"Mi piace come stai prendendo in mano le cose. Sissignore, mi aspetto che pianterai su un bel casino. Mi sbaglio o i tuoi capi diretti non sanno niente di questa indagine?"

"No, niente. Per ora mi sto concentrando sui rapporti fra Dan Firestone e Russell Fort. Qualcosa mi dice che sai già di che si tratta."

"Non fare il furbo, moschino! Io so quel che so, il resto non conta. Il che ci porta al motivo del nostro incontro. Non sono qui per impedirti di fare la tua indagine: solo sono incaricato di fissare certi limiti in relazione a qualcosa che noi del Tesoro stiamo facendo. Diciamo che non vogliamo farti perdere tempo."

"Due agenti infiltrati, forse quattro, sono stati uccisi e pensiamo che Firestone possa entrarci. Non mi dirai che il Dipartimento vuole insabbiare un'indagine per omicidio di due agenti!"

"Calmati, figliolo! Nessuno vuole insabbiare niente. Se riesci a mettere a nudo le porcate di Firestone, fai: anche a noi interessa che il porco abbia il fatto suo."

York gli spiegò che Dan Firestone era sospettato di passare informazioni a certi falsari a cui il Dipartimento stava dando la caccia. Quel falsario si vantava di avere un sesto senso riguardo alla polizia e i suoi clienti. Ma in realtà il sesto senso poteva chiamarsi Dan Firestone e le informazioni erano ottenute in molti modi, uno dei quali era metter le mani nei computer della polizia, una cosa molto difficile da provarsi.

Firestone era anche sospettato di trafficare in carne umana per il mercato della prostituzione, ma questo non riguardava il Dipartimento. Di lì, però, aveva un altro modo per spacciare dollari falsi. York voleva che Kevin proseguisse nella sua indagine, ma che passasse tutte le informazioni di cui veniva in possesso anche a lui. York era abilissimo nei rapporti interpersonali. Ma Kevin, sul chi vive, non si sarebbe lasciato fregare tanto facilmente.

E finalmente York arrivò al punto: "Firestone ha un grosso cliente, il più importante, con cui ha scambi di somme enormi. Questo cliente sta per venire a New York. Firestone è... gli occhi e le orecchie di questo cliente qui in America: lo tiene informato di tutto, e intendo proprio tutto. Questo cliente è sulla nostra lista nera dal... 1975. È un coreano, ha fatto fuori alcuni nostri uomini allora, e anche per questo gliela vogliamo far pagare, ma... prima dobbiamo capire come funziona il suo giro di dollari esentasse... E non vorremmo che tu..."

"Yung Chem!" esclamò Kevin sbarrando gli occhi e sentendo il cuore sobbalzargli nel petto: "E tu pensi che io possa incasinare al cosa mettendo i bastoni fra le ruote a Yung, magari facendogli la pelle, giusto?"

"Diciamo che ci è giunta la voce che hai un conto personale in sospeso con lui e che sei un tipo dalla memoria lunga e che temiamo che tu possa fare il passo più lungo della gamba. Non deve accadere, chiaro? Ah... mi dicono anche che non hai una grande fortuna nelle tue ricerche di quel ragazzino... Terry qualcosa. Forse dovresti dimenticartene, lasciar perdere, almeno per un po'. Concentrati solo su Dan Firestone e su quei due infiltrati fatti fuori e vedi se riesci a risolvere la faccenda: se incastriamo Firestone, per cominciare, tagliamo le gambe a Yung. Natale s'avvicina, hai già fatto i tuoi acquisti per i regali?"

"Non hai dimenticato di dirmi qualcosa?"

"Per esempio?"

"Quando presto giuramento?"

"Che cavolo dici?"

Kevin glielo spiegò: insistette per essere nominato assistente marshal. L'esperienza gli aveva insegnato che era il solo modo per sopravvivere se si doveva lavorare con i federali. Kevin avrebbe avuto così accesso ai mandati federali e ai risultati delle investigazioni fra stato e stato. Poteva portare un'arma attraverso i confini e sugli aerei. E se fossero sorte complicazioni i federali non avrebbero potuto scaricarlo tanto facilmente. I federali non erano soliti concedere quei privilegi agli agenti statali e York non pareva fare eccezione.

"Mica ti stiamo chiedendo di invadere Grenada, no? Devi solo rimanere in contatto con me e ricordarti di stare alla larga quando Yung entrerà in scena."

"O mi arruolate regolarmente oppure dovrai aspettare un bel pezzo i miei rapporti. E voglio dire proprio per un bel pezzo..."

"Un piccolo ricatto, vero? Si direbbe che tu voglia farmi vedere subito di che pasta sei fatto. Bene: allora alle nove e mezzo domattina. Ci troviamo all'ufficio del procuratore distrettuale. Ah, sergente Black?"

Il detective che era già sulla porta si voltò verso l'agente federale. Il sorriso, che si era spento alla sua richiesta, era tornato sul volto dell'uomo. "Non mi piace che tu mi costringa a fare qualcosa. Sei arrivato sulla mia strada come una merda di cane puzzolente. Voglio che ti ricordi che in futuro sarai tu quello che abbassa la voce nelle nostre conversazioni. Stammi bene."

A Kevin non gliene fregava niente di aver pestato un piede al federale. E non intendeva certo smettere le ricerche di Terry: l'aveva promesso a Grace e tanto bastava. Comunque, avrebbe cercato di tenersi alla larga dal fottuto Yung ed avrebbe passato a York tutte le informazioni che trovava indagando su Fort e Firestone. Tutto sommato, domani avrebbe giurato e anche lui avrebbe avuto mezzi e potere, molto più di ora.


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