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una storia originale di Andrej Koymasky


pin TRAFFICO INFAME CAPITOLO 4

MANHATTAN - DICEMBRE 1988


Sei mesi prima Dan Firestone era entrato in società nella gestione della discoteca Power-Book, un edificio di quattro piani che un tempo era stato un mattatoio sulla 14-a Ovest, di fronte alla West Side Highway e ai moli abbandonati che costeggiavano il fiume Hudson.

La zona, desolata e cadente, ospitava le fabbriche cittadine di carne in scatola e come unica attrattiva solo ritrovi per sado-maso e negozi di abbigliamento di pelle e borchie per gli stessi. In quella parte della città ci si poteva mettere d'accordo per pagare l'affitto ogni mese invece che anticipato ogni anno come nel resto di Manhattan. Firestone aveva contrattato a lungo perché alla fine l'affare risultasse uno scambio in cui le due parti fossero convinte di aver fregato l'altro. L'affitto del suo club, comunque, era stato un affare solo per Firestone: in una zona in cui uno spazio commerciale poteva valere fino a quattrocento dollari a metro quadro, lui aveva spuntato quindici dollari a metro quadro e con un affitto decennale: se qualcuno era stato fregato, non era cero Firestone.

Aveva fatto ristrutturare l'intera costruzione. Al primo piano del PB, al posto di un bagno turco per gay che vi aveva vivacchiato per tre anni, aveva allestito una grande pista da ballo strutturata come una palestra di un liceo: con tanto di spalliere, cavalline e cesti da pallacanestro e con i baristi vestiti come bidelli di una scuola, i giovani camerieri con calzoncini e canottiera da basket con tanto di numeri e il DJ come un istruttore di ginnastica. Il secondo piano ospitava orchestre che suonavano dal vivo e c'erano solo cameriere vestite con un'attillatissima calzamaglia con i colori dell'arcobaleno in tenue tinte pastello. Il terzo piano offriva performance di artisti che proponevano video, poesie, balletti e film e ogni tipo di rappresentazione intellettuale: i camerieri, maschi e femmine, erano vestiti con un sobrio completo di pantaloni e gilet neri, camicia bianca e papillon bordeaux. Il quarto piano, che un tempo aveva ospitato gli uffici del complesso, era riservato ai VIP: una serie di ampie ed eleganti salette in cui questi potevano fare ciò che desideravano nella più assoluta discrezione.

Quella sera Firestone attendeva Fort in una saletta isolata. Firestone aveva quarantatré anni, una corpo massiccio ma senza un filo di grasso, capelli color sabbia sempre più radi e un sorriso da lupo che tradiva la sua propensione a complottare e manipolare la gente. Aveva una gran forza di carattere ed imponeva il suo modo di comportarsi e le sue regole: nessuno poteva imporgli nulla. Se veniva offeso trovava sempre il modo di vendicarsi, prima o poi. Visto che non lo interessava assolutamente il benessere degli altri, non si sentiva in dovere di frenare la sua radicata propensione per la violenza a sangue freddo. La discoteca, l'agenzia di investigazioni ed i tre bar per gay che possedeva in diverse zone della città gli rendevano ottimamente. Il suo scopo tuttavia non era di ammassare soldi ma di ottenere il totale controllo sui suoi soci. La vita del club gli permetteva di avere un palcoscenico in cui poteva vedere gli attori, e cioè dipendenti e clienti, recitare sotto la sua direzione.

Nella spaziosa saletta al quarto piano rivestita di pannelli di mogano in cui Firestone aspettava Fort, seduto tranquillamente su una poltrona bianca di vimini, uno stereo diffondeva una melodia barocca di liuti. Accanto a lui c'erano due poltroncine vuote. Posata su un tavolinetto fra le tre poltroncine, una scatola da backgammon di ebano chiusa da una pesante cerniera metallica. Firestone sorseggiava caffè e fumava una Lucky Strike intento ad osservare il suo cane che stava mangiando una scodella di carne tritata mescolata a uova. Il cane, chiamato Oscar in onore di Oscar Wilde, era un labrador nero con sole tre zampe, un animale di grosse dimensioni dall'aspetto intelligente che Firestone aveva comprato il giorno dopo aver dato le dimissioni dalla polizia. Oscar era un cane socievole che voleva piacere a tutti.

Firestone e Fort dovevano parlare di soldi: nonostante i suoi lauti guadagni Dan Firestone aveva un disperato bisogno di soldi, perché quasi tutto quello che guadagnava era destinato alle costosissime cure per il suo amante, uno psicologo francese di quaranta anni di nome Jacques Roux, ammalato di leucemia. Da un anno Jacques era ormai più a letto che in piedi e quello che costava caro erano le tre infermiere che lo assistevano a turno ed il plasma per le trasfusioni che Dan comprava privatamente per paura che quello passato gratis dall'assistenza nazionale fosse infetto di AIDS. L'amore che l'ex poliziotto nutriva per Jacques ormai vicino alla fine rasentava il fanatismo.

Al momento attuale il conto in banca di Firestone ammontava a soli duemila dollari. Guidava una Honda Civic vecchia di otto anni, aveva solo due completi nel suo guardaroba, viveva frugalmente. Non aveva difficoltà a vivere in modo così spartano: avrebbe potuto continuare così per il resto della sua esistenza. L'amore per Jacques tuttavia costringeva Dan a guadagnare tutti i soldi che poteva per prolungare ancora un po' la vita del francese. Era sempre stato un uomo pieno di risorse, ma quando avevano scoperto il male che stava minando Jacques, s'era reso conto che c'erano cose che lui non avrebbe potuto fare e che anche il denaro non garantiva: coi soldi poteva far vivere un po' di più Jacques, ma non farlo guarire.

Il PB era un buon affare perché Dan Firestone aveva seguito il consiglio di Jacques: in quei tempi gli asiatici più ricchi, residenti o turisti, erano i giapponesi ed erano fra i più spendaccioni fra i frequentatori della vita notturna di New York. Perciò parte del personale assunto era di giapponesi bilingui ed un cuoco giapponese preparava gli stuzzichini per i bar: era stato un successo, i clienti giapponesi si passavano parola e fioccavano e lasciavano dollari in quantità. E ragazzi e ragazze del personale, giapponesi e no, erano tutti disponibili alle richieste dei facoltosi clienti, anche alle più intime. Ma sempre e solo nelle apposite "salette da relax" all'interno del PB, che un cliente conosciuto e autorizzato da Dan poteva affittare e dove poteva chiedere che un certo cameriere o una certa cameriera portasse da bere e si fermasse a tenergli compagnia. I clienti erano sempre soddisfatti sia per l'accurato servizio che per le prestazioni extra dei camerieri.

Nella saletta dei VIP, Oscar alzò lo sguardo dalla sua ciotola occhieggiando l'impianto stereo. Firestone lanciò in aria un anello di fumo verso il soffitto, ricordando come Jacques l'avesse introdotto alla musica barocca spiegandogli che era stata scritta in un'epoca più colta che non aveva paragone con le schifezze prodotte nei tempi moderni.

Oscar tornò al suo pasto smettendo di mangiare pochi attimi dopo per volgere la sua grande testa scura verso la porta. Mentre il cane guardava verso la porta qualcuno dall'altra parte cercò di aprirla.

"Che c'è? Non si apre. Dan, ci sei? Han detto che eri qui..."

Dan lasciò la poltroncina, si avvicinò alla porta, lanciò un'occhiata al piccolo schermo della telecamera esterna, vide che Russell era solo ed aprì rivolgendogli un gesto per invitarlo ad entrare.

I due si strinsero la mano poi Dan disse con un sorriso: "Bene arrivato." e gli indicò una delle poltroncine.

Quella sera Russell, un uomo snello e alto, indossava una tuta di velluto viola con borchie metalliche, un vistoso orecchino d'oro, stivali di serpente. Morbido sulle spalle aveva un leggero soprabito di vigogna bianca ed aveva tanto oro addosso che pareva avesse appena saccheggiato una chiesa messicana. Gli occhi erano nascosti da un paio di Ray-ban dalle lenti ambrate e la testa accuratamente rasata luccicava. C'era un leggero accento caraibico nella sua parlata, ricordo dei primi sedici anni della sua vita trascorsi in un sobborgo di Kingston.

Dan notò il drink che Russell aveva in mano. Da quel che sembrava aveva impiegato venti minuti per salire dall'ingresso al quarto piano, sicuramente aveva messo il liquore in conto a Dan, che si domandò con quante donne si fosse fermato prima di giungere lì. Dan conosceva i punti deboli dell'afroamericano: era uno schiavo del piacere, in particolare di gioco e donne. La sua vita era tutta volta a cogliere gratificazioni immediate, non avrebbe aspettato un'ora per soddisfare un suo desiderio il che lo rendeva facilmente manovrabile da gente come Dan.

Russell fece volteggiare il soprabito su una delle poltroncine e sedette sull'altra. Ammiccò verso Dan che stava sedendo a sua volta, come per brindare.

"Scommetto che ti sei innamorato di nuovo, venendo su..." gli disse Dan in un sussurro dal tono spiacevole.

Russell sorseggiò il suo scotch: "Non sono venuto a caccia, amico. Ma cazzo, sono sempre pronto per un piccolo assaggio di carne cruda. Ho ballato con una giapponesina niente male, una cosina giovane sui diciotto, e stavo pensando di farle vedere il mio due centimetri..."

"Due centimetri?"

"Due centimetri dal pavimento, amico: ce l'ho lungo così quando mi si sveglia... In ogni modo è arrivato un giapponese impomatato e se l'è portata via. Ero pronto a spaccargli il muso, ma poi ho pensato che non potevo farti uno sgarbo così nel tuo locale e ho rinunciato."

"Tu sei uno che si complica la vita..."

"Non posso scopare tutte le fighette che mi tirano ma posso sempre provarci. In ogni caso mi piacerebbe prendere a calci nelle palle il manichino che ci ha interrotto. Quella si sfregava già tutta contro il mio serpente boa... Vedo che hai portato il tuo cagnaccio con te..."

"Oggi è il compleanno di Oscar. Quattro anni."

"Quattro anni con tre zampe... meglio viceversa, non so se mi spiego." disse Russell ridendo per la sua battuta.

Dan annuì, si accese un'altra sigaretta e soffiò un anello di fumo verso il soffitto. Una vena gli pulsava sulla tempia destra. Cristo, se solo Russell avesse avuto meno cazzo e più cervello! Lo guardò in silenzio per alcuni secondi e sospirò. Il sorriso di Dan era glaciale. Se Russell l'avesse osservato meglio avrebbe intuito il pericolo, ma dietro i Ray-ban gli occhi erano chiusi così perse ogni segnale di allarme.

Russell doveva pagare alcuni debiti, altrimenti non avrebbe voluto trovarsi nella stessa stanza, soli, con quel finocchio dal sangue freddo che non conosceva il significato della parola umanità. Qualcuno aveva detto che era impossibile uccidere Dan perché era già morto.

Aprendo gli occhi Russell guardò verso lo stereo: "Cristo santo, Dan, che cosa è questa stronzata? Siamo in una discoteca, metti qualcosa di giusto. La vera musica si fa a tutto volume come la facciamo noi neri. Su, da bravo, metti qualcosa di decente. È un mortorio 'sta lagna..." disse alzandosi ed avviandosi verso lo stereo.

Anche Dan si era alzato, aveva schiacciato la sigaretta nel portacenere e seguì il suo ospite. Nel momento in cui Russell stava per spegnere lo stereo, Dan sollevò la pesante scatola da backgammon sopra la testa e la abbatté di taglio sull'avambraccio sinistro di Russell. Con un urlo questi cadde in ginocchio tenendosi il braccio colpito. Dan sollevò di nuovo la scatola e lo colpì di piatto sulla testa, sulla nuca e sulle spalle.

Russell era steso sul pavimento, aggrappato al tavolo ed invocava aiuto: non era stato mai colpito così forte. Provava dolore dappertutto, gli sembrava che gli occhi gli stessero per scoppiare. Lottò per continuare a respirare mentre il suo cervello formulava una domanda disperata: che cosa aveva fatto per provocare Dan in quel modo?

Mentre cercava una risposta Dan aveva lanciato la scatola lontana e lo stava prendendo a calci. Dopo un po' si fermò e tornò a sedere sulla sua poltroncina e rimase a guardare Russell che, in posizione fetale, ansimava e tossiva tremando tutto. Oscar guardava verso Russell scodinzolando e pareva chiedersi se il nero aveva ancora voglia di giocare.

"Se non avessi bisogno di te ti avrei già fatto fuori, qui, adesso. Siediti adesso, non mi va di parlare con uno che mi gira le spalle." disse Dan riaccendendosi una sigaretta.

Russell scivolò fino alla poltroncina e con fatica vi sedette di nuovo, guardando con occhi stralunati l'altro: "Ma che cazzo ho fatto per..."

"Quando ho bisogno di te, devi esserci, chiaro? Hai rischiato di mandare a monte un ottimo affare fra me e Mister Fox."

Mister Fox era lo pseudonimo del socio di Firestone, un inglese che poteva definirsi lo sfruttatore dotato di maggior classe nella storia del mercato del sesso. Viveva a Londra, aveva un gran cervello per gli affari e nessuno scrupolo. L'unico suo difetto era l'avarizia: se mai avesse deciso di suicidarsi, si sarebbe appeso al soffitto con una mano strangolandosi con l'altra per risparmiare il prezzo della corda.

"Ti ho già spiegato che io e Mister Fox abbiamo riservato Terry Dos Santos a Clown. E ci guadagnerò venticinquemila dollari in un colpo solo. Sai che ho bisogno di soldi."

Russell annuì. Dan accese un'altra sigaretta.

"E i miei uomini ti han visto gironzolare attorno alla casa dei Dos Santos... cos'è? Mica ti sarai messo in testa di andare a prendere i soldi che il padre ha promesso, no?"

"Cazzo, ti giuro che non avrei detto niente ai Dos Santos: volevo solo fregarli..."

"E mettere la polizia sulle tue tracce e quindi sulle mie? Con cosa ragioni, tu? Con le palle o col culo? Sei completamente deficiente. Non lo sai che per Black è un affare personale, che sta facendo il diavolo a quattro per ritrovare il ragazzino? No, se sei ancora vivo è perché Terry vale venticinquemila dollari ed abbiamo ancora bisogno delle informazioni che ci può fornire la tua Fichettina, caro Mister America Due Centimetri."

"Ma cazzo, Susan mi ha raccontato di Terry e che Black è andato da lei dicendo che la cercava e poi i soldi erano sul giornale, lo sanno tutti che il padre li ha offerti e io ho bisogno di soldi per un debito che..."

"Basta con queste cazzate. Non voglio più sentire una parola su questo argomento. Terry è un affare mio e di Mister Fox e tu devi scordarti che esiste, chiaro? Io ti aiuto con Paulie Pescia e tu ti metti di nuovo in un casino con qualche stronzo. Chi è stavolta?"

"Ruby Spindler..."

"Ruby Spindler. Strozzino, bookmaker clandestino e taglieggiatore. Sta con la famiglia Lo Casio di Brooklyn."

"Spindler lavora per i Lo Casio?"

"Una volta eri uno sbirro, te ne ricordi ancora? Lo sai che quei coglioni imbrillantinati controllano tutto il gioco d'azzardo in quest'area. Spindler non potrebbe lavorare se non avesse un accordo con gli italiani. Ora ascoltami attentamente. Quanto devi a Spindler?"

"Un testone."

"Diecimila. Bene. Ti farò avere i diecimila e tu liquiderai subito Spindler. Prova a giocarti questi soldi e ti farò pentire d'essere nato. Non ti ammazzerò ma farò in modo che tu mi preghi di farlo, sono stato chiaro?"

Russell assentì.

"Fantastico. E dato che a questo mondo nessuno regala niente, tu mi ripagherai. Ho un altro lavoro da affidarti. Fammi questo piccolo favore e consideriamo chiuso questo episodio. Hai qualche problema?"

"Nessun problema."

"Bene, prima di tutto andrai in Messico per controllare una partita di ragazzini che deve partire per l'Asia. Clown ne ha urgente bisogno, ma non mi fido dei messicani, vai tu a controllare che sia merce di primo ordine. Parti domani sera. Solita routine che segui quando vai a controllare una partita di merce. E torna con gli elenchi dettagliati."

"Dio santo, questo braccio mi fa male. Devo andare da un dottore..."

"Non ho finito. Porta quella troia con te: deve convincersi che la ami alla follia. Susan deve fornirti le copie di tutti i rapporti di Black, è importante."

"Te lo dico subito, amico, Susan non lo farà. È spaventata a morte. Sa che Black ha chiesto i rapporti di Danny per scoprire chi lo ha fregato. Non sapeva che quei due ragazzi sarebbero stati fatti fuori. Adesso non vuole darmi più niente."

"Non si può rimettere il dentifricio nel tubetto. Raccontale una palla, dille che anche tu non ne sapevi niente che li avrebbero ammazzati, che non è certo per quelle informazioni, che li hanno ammazzati per altri motivi. Falla impazzire di godimento e convincila."

"Susan non mi passerà più un cazzo di informazione, te lo dico io."

"Davvero?" la voce di Dan si era addolcita.

Si alzò, sorrise ad Oscar e gli grattò la testa. Quindi, avvicinatosi al falso caminetto, prese un attizzatoio, lo impugnò dalla punta e giratosi improvvisamente, col manico fatto con una doppia spirale di ferro battuto, menò un gran colpo sulla schiena di Russell che cadde in ginocchio con un grido.

Dan gli fu sopra, lo placcò a terra con una presa implacabile e gli puntò il manico con violenza fra le chiappe: "Ti piace la musica moderna, urlata, vero? Allora che ne diresti di cantare un po' per me? Magari con questo di due centimetri che rovista in quel tuo culo nero fino a uscirti dalla bocca? Che ne dici, eh, stronzo?"

Russell tentò invano di sottrarsi alla presa di Dan: "No, no..."

Dan gli spinse con più violenza il ferro contro la fessura fra le natiche e si sentì il rumore del velluto che si strappava, ma non spinse oltre. "Allora posso contare sul fatto che convincerai Susan a continuare a cantare lei?"

"La convincerò, te lo giuro..." gemette Russell sudando freddo.

Sentiva che fra il ferro e il suo foro restava solo la leggera tela delle mutande. Dan lo lasciò e rimise a posto l'attizzatoio, quindi si avvicinò al negro che stava sedendo a terra sconvolto.

"Io vendo informazioni: le vendo ai trafficanti che vogliono sapere a chi possono vendere la roba e da chi guardarsi, le vendo ai mariti che vogliono sapere se le loro mogli passano nei motel pomeriggi di fuoco sotto i loro maestri di aerobica, le vendo a ragazze che vogliono sapere se i loro fidanzati sono spiantati con problemi mentali o davvero ricchi rampolli, vendo informazioni ai ricchi che vogliono esser sicuri di portarsi via i loro schiavetti senza essere bloccati dalla polizia... Ma vedi, prima di venderle, queste informazioni, devo averle. È un'attività affascinante la raccolta e la vendita delle informazioni. Quand'ero poliziotto ho lavorato col servizio informazioni e ho anche fatto lavoretti con la CIA e l'FBI. C'è un sacco di tecnologia in questo affare, sai? A volte uso io stesso il computer per raccogliere informazioni. Ma niente può sostituire il fattore umano."

Russell aveva il volto rigato di lacrime di dolore, frustrazione, paura.

Dan gli sorrise: "Fattore umano: scopri qualcosa e me lo racconti. Nessun computer, nessun microchip, nessun satellite, nessuna stazione spaziale. Solo due esseri umani. Ed è qui che entrate in scena tu e Susan. È così che faccio affari, amico mio. Io racconto a gente come il Clown o Mister Fox tutto quello che vogliono sapere e loro mi pagano per questo, profumatamente. Perciò ho bisogno del tuo aiuto. Altrimenti ti avrei cancellato da un pezzo, non dimenticarlo mai. Non puoi permettertelo." Dan sedette comodamente sulla poltroncina guardando con un sorriso Russell: "Mettiti in moto, quindi. Adesso devo andarmi ad occupare della discoteca. Dovresti far vedere quel braccio ad un medico, devi essere in forma."

"Se beccano Susan sono fregato... Va a finire che mi mandano ad Atlanta o a Leawenwort, due posti proprio di merda. Là dentro la gente si ammazza per una cazzata e poi è pieno di..." stava per dire di froci, ma si fermò appena in tempo.

Dan sorrise: "So tutto sulle prigioni federali. Mi occupo io di Kevin Black. Tu pensa a far cantare la tua troia, e non solo ficcandole il tuo aggeggio in bocca o in culo o nella fessa. Dio, come gorgheggia la bambina mentre la fotti: pare Cenerentola che canta nel pozzo: fottimi, cioccolatino, fottimi dai!" ridacchiò Firestone.

Russell, che era già accanto all porta si girò sgranando gli occhi: "Come fai a saperlo?"

"Non ti perdo d'occhio, stallone. No, stai tranquillo, niente telecamere, solo il sonoro. Basta e avanza. Ma anche tu fai bei versetti di piacere, mentre te la spupazzi: mi piacciono. O sai recitare bene la parte o la troietta ci sa proprio fare, con te... Ma stai attento che non debba toccare a te di assaggiare le sue emozioni, ma con l'attrezzo che ho usato prima: non credo proprio che guairesti di piacere, no..."


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