Yung Chem aveva prenotato una suite in un albergo di Piccadilly di quindici piani, costruito nello stile dei castelli francesi. Si era registrato sotto il nome di Henry Yue Luan con un passaporto che lo qualificava come agente di borsa cinese, nato a Taiwan ma residente a Macao.
L'hotel Piccadilly era rivestito all'esterno di pietra di Portland, l'ingresso era invece di marmo con soffitti adorni di fregi dorati, una galleria di negozi esclusivi e, nel lobby arredato in stile Art Déco, c'era una statua a grandezza naturale raffigurante un giovane pescatore seminudo. Si diceva che ritraesse un irlandese vissuto nel diciannovesimo secolo. Era colui che aveva costruito l'albergo con le trecentomila sterline che un diplomatico della Compagnia delle Indie Orientali gli aveva pagato per poter trascorrere le notti di un mese con lui. Chem aveva trovato molto divertente che il giovane fosse morto quando una giovane lady gli aveva chiesto di diventare il suo amante: il bel e ricco pescatore aveva rifiutato scoppiando a ridere e lei gli aveva sparato seduta stante. Si diceva che lei fosse stata condannata a morte per questo.
Il ristorante francese dell'albergo si affacciava su un giardino privato, offriva ben trentuno qualità di champagne nella lista dei vini e serviva il miglior soufflé di salmone affumicato che Chem avesse mai guastato. La sua passione per la buona cucina non era un vezzo: per eccellere in qualsiasi attività era necessario nutrirsi adeguatamente.
Alle sei e quarantatré della mattina successiva al suo incontro con Rowland Preston, Chem entrò nel salotto della sua suite ed accese prima il lampadario poi i due lumi di bronzo. Indossava una tuta da ginnastica nera bordata di verde, una fascia verde per la fronte e pantofole di paglia di riso. Intorno al collo portava un asciugamano bianco.
Aveva stabilito di dedicarsi per un'ora all'allenamento del Tae Kwan Do, quindi avrebbe fatto colazione con Jeff Dalton e Naoki Sato. Poi sarebbe venuto il momento di pensare agli affari: la vendita di due stock di ragazzini a catalogo. La destinazione successiva era New York, ultima tappa di quel viaggio che doveva salvargli la vita. Lì avrebbe raccolto la maggior parte del denaro e preso il ragazzino americano che aveva comprato da Rowland.
Giunto ad una finestra dalle tende damascate, Chem appoggiò l'asciugamano sul davanzale che si affacciava su Buckingham Palace, dodici piani sotto. Non si vedeva nulla. Tenebre e pioggia nascondevano il panorama. Respirando profondamente Chem scrutava attraverso la finestra massaggiandosi vigorosamente la nuca con entrambi i pollici. Poi attraversò la stanza avvicinandosi al caminetto di marmo di Carrara dove posò l'asciugamano. Scalciati via i sandali, cominciò a correre con le ginocchia alte mentre le braccia si muovevano ritmicamente a scatti. Si fermò cinque minuti dopo eseguendo alcune torsioni del collo e qualche movimento circolare delle braccia.
Eseguiva lo stretching con cautela, permettendo ai muscoli di allungarsi secondo le loro possibilità, compiendo lentamente ogni movimento, senza sforzi o pressioni pericolose per le giunture e per i legamenti. La disciplina fisica e mentale del Tae Kwan Do era impegnativa. Ma la ricompensa per quest'arte marziale, le cui origini risalivano a millecinquecento anni prima, erano un coraggio formidabile ed uno spirito indomabile.
Dopo essersi inumidito viso e nuca, raggiunse il caminetto, ripassando mentalmente il programma della giornata. Raccogliere denaro e decidere se lasciare i soldi, ricavati dalla vendita, a Londra da Rowland o spedirli direttamente a Seoul. Mandare Jeff a confermare i biglietti aerei da Londra a Montreal.
Da Montreal avrebbero raggiunto gli Stati Uniti con un'auto a noleggio attraverso la frontiera, evitando gli agenti della dogana e le pattuglie. Chem sorrise: tutte le strade portavano al magnifico ragazzino di nome Terry. All'inizio sarebbe stato riluttante, ma nelle sue mani, alla fine, sarebbe diventato dolce come il miele ed un'esperta creatura per la ricreazione. Per la sua ricreazione, innanzitutto.
Quel giorno doveva guadagnare sui quattro milioni da due soli clienti. Uno di essi era un nigeriano alto un metro e novanta che, quando non era occupato a frodare le assicurazioni, a falsificare carte di credito e a dirigere un'agenzia di viaggi a Turloe Street, gestiva una serie di bordelli esclusivi per ricchi militari ed uomini politici gay in sette nazioni africane. L'altro cliente era un indiano che organizzava matrimoni come attività di copertura per il contrabbando di oro e diamanti e che gestiva una catena di bordelli in India. Ad ogni ora la sua tabella di marcia diventava più severa. Aveva solo pochi altri giorni per racimolare quanto gli mancava per raggiungere i venti milioni che ancora doveva versare al generale Kim Jong. A New York, l'ultima tappa, aveva previsto vendite che gli avrebbero permesso di guadagnare undici milioni di dollari come minimo: le aste potevano facilmente portare su i guadagni. Questo doveva riportarlo a galla e dargli anche alcuni milioni di profitto. Nelle prossime ore doveva avere la fortuna dalla sua oppure sarebbe morto.
La parte migliore dell'intero affare sarebbe stato il profitto che doveva essere sui tre milioni di dollari o più. Quella somma gli avrebbe permesso di comprare altri ragazzini da mandare all'isola, e di essere libero per alcuni mesi per dedicarsi a pieno al compito di trasformare il ragazzino americano in qualcosa di perfetto, di sensuale, erotico, lussurioso e fedele.
La luce del giorno stava facendosi faticosamente strada attraverso la finestra dell'hotel quando Jeff Dalton, a piedi nudi e con indosso solo un corto accappatoio di spugna, entrò nel salotto. Ignorando Chem sedette sul morbido sofà e prese il telefono appoggiato sul tavolinetto. Ordinò la colazione per tre persone. L'ex mercenario era un uomo sicuro di sé, che non esitava ad esprimere liberamente il proprio pensiero. Non si fece scrupolo di schernire Chem per la scelta della sua colazione: uova bollite e cracker integrali.
"La colazione da convalescente è in arrivo." annunciò dopo aver posato il telefono.
"Naoki è sveglio?"
"Si è alzato. Ha anche aperto tutte e due le finestre: cominciava a congelarmisi l'uccello."
Chem aveva una camera singola, mentre i due uomini dovevano condividere la stanza. Jeff non era entusiasta della cosa. Avrebbe preferito dividerla con qualcuno da portarsi a letto. Jeff e Naoki non avevano mai fatto sesso assieme, fra loro, anche se spesso l'avevano fatto con lo stesso ragazzo, ma sempre uno dopo l'altro. Uno stava a guardare, l'altro di divertiva, poi si scambiavano le parti. Solo tre o quattro volte avevano fottuto contemporaneamente lo stesso ragazzo, uno in bocca e l'altro in culo. L'ultima era stato quell'Elton quando il padrone gli aveva dato il benservito. Ma mentre Naoki si eccitava a farlo davanti a lui, Jeff preferiva scopare da solo, a quattr'occhi. Si sentiva più libero di seguire le proprie fantasie e di fare e far fare all'altro quello che gli piaceva.
"Devo passare in banca, devo spedire dei soldi a mia madre." disse Jeff.
"Fallo dopo che sei andato all'ambasciata. Non mi va che tu e Naoki vi fermiate in giro mentre portate i miei soldi. Voglio lasciare l'Inghilterra stanotte, il che significa che tutto deve procedere secondo i piani stabiliti."
Jeff schiacciò la sigaretta che aveva appena acceso: "Ogni volta che veniamo qui c'è sempre questo tempo del cavolo. Odio questo paese grigiastro, odio il freddo, odio la gente fredda. Se dovessi vivere qui diventerei matto. E preferisco i ragazzi latini, per scopare."
Chem terminò l'allenamento e si asciugò il volto: "Ho sentito che a New York si gela; portati i vestiti pesanti."
Jeff infilò le mani nelle tasche dell'accappatoio: "A proposito di New York, come sta il suo amico Jacques Roux?"
Chem appoggiò l'asciugamano sulla mensola: "Male. Rifiuta di vedere chiunque eccetto il suo amato Dan. Tratteremo con Dan Firestone, e con Preston, naturalmente."
Jeff non è che condividesse quel commercio: prendere bambini che sfuggivano da guerra e fame per farne schiavi sessuali... Ma si era reso conto che comunque le persone non sono altro che branchi di lupi che si sbranano a vicenda, e che era inevitabile che il più debole soccombesse: bisognava stare sempre nel branco più forte e sopraffare gli altri. Anche se ci rimettevano i cuccioli. Era la guerra, continua. Persino Machiavelli, il suo scrittore preferito, aveva detto che l'uomo è una bestia feroce. In ogni caso la moralità era un vizio che un mercenario non poteva permettersi. Non si ingaggia un soldato di ventura perché crede in Dio.
Jeff accettava l'idea che il suo lavoro lo costringeva a fare cose che nessun pastore, nessun prete o rabbino o bonzo avrebbe mai potuto benedire. La cosa che gli piaceva di più era l'adrenalina che gli scorreva dentro al momento dell'azione. Era meglio di un orgasmo.
A parte sua madre, una donna di cinquantotto anni vedova di un paracadutista, non c'era nulla di cui gli importasse al mondo. Tutto sommato neppure della compravendita di ragazzini la cui vita sarebbe trascorsa da un cazzo da soddisfare ad un altro: sempre meglio che morire di fame o dilaniati da una bomba. Un cazzo ti può solo dilaniare la prima volta... pensò divertito.
Poco dopo l'una del pomeriggio Yung Chem, abbigliato con una vestaglia di seta rossa e pantofole abbinate, concludeva la sua prima vendita della giornata nella suite dell'albergo oscurata da un acquazzone invernale.
I clienti erano il signore e la signora Pokash, una gioviale coppia di indiani che dopo aver osservato i cataloghi e scelto alcune decine di ragazzini di sette diverse nazionalità, gli versarono una somma di due milioni e venticinquemila dollari in contanti. La signora Pokash, una donna massiccia sulla sessantina con capelli grigi, vestita con un sari giallo e rosa sotto l'impermeabile stazzonato, sostenne la maggior parte della contrattazione.
Suo marito, un bengalese sui cinquant'anni magro e con un sorriso permanente sul viso, la trattava con deferenza e si limitava a levarsi di tanto in tanto la pipa spenta dalla bocca per dire: "Molto bene, molto bene."
La coppia era accompagnata dai due figli maggiori, uno vestito con un abito a tre pezzi, l'altro in jeans e maglietta dei Chicago Bears. Chem aveva acconsentito alla richiesta della donna permettendo che i due giovanottelli partecipassero all'acquisto. Era necessario, aveva spiegato, perché i due ragazzi presto avrebbero aperto delle succursali e proceduto ai futuri acquisti indipendentemente: dovevano imparare. Chem aveva accettato pur di non perdere quell'affare di cui aveva disperatamente bisogno. Niente nei rapporti che riguardavano i Pokash indicava che nei loro affari avessero mai usato la violenza, tuttavia Chem aveva chiesto che arrivassero disarmati e li aveva fatti perquisire. Erano puliti.
Mentre sfogliavano i cataloghi e sceglievano i ragazzini, la madre spiegava rapidamente in hindi ai figli i criteri di una scelta a catalogo, indicando i prezzi e particolari delle fotografie o righe delle brevi descrizioni in inglese. Il maggiore dei due figli guardava quelle foto con una bramosia che Chem si chiese fosse dovuta alla prospettiva dei futuri guadagni o non piuttosto ad una fame sessuale: protendeva per questa seconda ipotesi.
Discussero brevemente sui prezzi, ma al suo solito Chem non li modificò di un solo dollaro. Alla fine, fatti i conteggi, semplicemente arrotondò la cifra per difetto, facendo in pratica uno sconto di quattromila dollari: il misero cinque per mille.
Jeff frattanto passeggiava per la stanza con una Taurus munita di silenziatore in mano, un mitra Uzi a spalla ed una Magnum infilata nella cintura. L'aria minacciosa che aleggiava attorno all'uomo intimidiva i quattro indiani. I suoi occhi passavano dai Pokash alla porta d'ingresso e di là al telefono poi di nuovo ai Pokash. Come un serpente, persino quando era calmo Jeff ispirava una sottintesa carica di violenza.
Naoki, sobrio col suo vestito scuro e con le scarpe bianche, stava con la schiena rivolta alla porta, le braccia incrociate sul petto muscoloso, mentre osservava a sua volta i Pokash. Al contrario di Jeff non si mosse mai. La sua respirazione era impercettibile. L'unico suono che si udiva nella stanza era quello della pioggia e del vento contro le finestre.
Concluso l'affare, contati i soldi, consegnate le foto dei ragazzini comprati, Chem strinse la mano ai membri della famiglia Pokash e li scortò fino alla porta. Erano ansiosi di andarsene come lui lo era di liberarsi di loro. Tra non molto sarebbe arrivato il nigeriano. Concluso anche quell'affare Chem sarebbe partito per l'America.
Una volta che i Pokash se ne furono andati, si sentì così entusiasta che si sarebbe messo a ballare. Era più ricco di quanto lo fosse stato un'ora prima e questa era la causa della sua felicità. Consultò il suo orologio di Topolino, un souvenir di un suo viaggio a Disneyland di Tokyo dove era stato tre anni prima. Mancavano venti minuti alle tre. Venti minuti prima che Jonathan Katsina, il gigantesco nigeriano, facesse la sua comparsa con un paio di milioni di dollari. Erano in perfetto orario con la tabella di marcia. Sarebbe stato Chem a decidere il proprio futuro, non il generale Jong.
Jeff e Naoki avevano finito di sistemare il denaro dei Pokash nella camera di Chem e stavano sedendosi in salotto quando si udirono tre secchi colpi alla porta: "Polizia, aprite."
Chem si alzò dal sofà. Avvertì un dolore al petto, il fiato gli si fece corto. Nel tentativo di arrestare l'improvvisa emicrania premette i palmi di entrambe le mani sulle tempie.
Dall'altra parte del battente una voce parlò con accento cockney: "Signor Henry Yue Lan, sappiamo che è in camera. Per favore, apra la porta. Vorremmo che ci aiutasse per una nostra indagine, per favore."
Chem fece alcuni passi avanti e indietro. Fermandosi improvvisamente estrasse un fazzoletto di seta rossa da una tasca della vestaglia e lo morse. Non vide Jeff avvicinarsi al telefono, prendere il ricevitore e mettersi in ascolto. Vicino a lui Naoki, silenzioso, si alzò dal sofà impassibile come al solito: guardando Chem aspettava istruzioni.
Sbattendo giù la cornetta Jeff disse: "La linea è morta. Non sono poliziotti, è una rapina."
Chem smise di mordere il fazzoletto: "Come puoi esserne sicuro?"
Jeff fece scivolare la sua Magnum nella tasca della vestaglia di Chem: "Come posso esserne sicuro? Perché ho il sospetto che la linea telefonica sia stata tagliata appena lei ha avuto in mano quei due milioni di dollari. Perché con la sua fama la polizia prima le punterebbe una pistola alla testa e poi si presenterebbe..."
Chem lanciò uno sguardo alla porta: "E che facciamo se ti sbagli? Se questi sono veri poliziotti?"
Jeff sussurrò qualcosa all'orecchio di Chem. Quando il coreano ebbe udito ciò che l'altro gli aveva detto, chiamò Naoki al suo fianco mentre Jeff attraversò la stanza e si diresse alla camera di Chem lasciando che questi informasse rapidamente Naoki sul da farsi.
"Signor Yue Lan, la prego, non renda le cose più difficili per lei. Vogliamo solo rivolgerle qualche domanda."
"Sto arrivando, agente. Sto arrivando." disse Chem.
Il tono deferente della sua voce era ingannevole. Ogni segno di paura o di indecisione era scomparso. Guardò freddamente Jeff che stava sparendo nella sua camera da letto poi verso l'ingresso. L'odio che provava verso chi cercava di fregarlo non aveva limiti. Se i poliziotti erano veramente ladri, li avrebbe annientati.
Naoki, dal canto suo, era eccitato dalla prospettiva di un combattimento. Sentiva un'ira fredda emanare da Chem e sapeva quanto esplosiva potesse essere la rabbia di quell'uomo. Chem era un padrone generoso, ma era anche un uomo orgoglioso che non amava essere insultato, minacciato o truffato.
Seguito a breve distanza da Naoki, Chem si avvicinò alla porta d'ingresso. Quando l'aprì esibiva un sorriso amichevole e caloroso: "Buongiorno, agenti. Io sono Henry Yue Lan. Che cosa posso fare per voi?"
"Potrebbe cominciare a scostarsi e permetterci di entrare. Che ne dice?"
L'uomo che aveva parlato era un londinese massiccio sui trent'anni, con lineamenti piccoli su un volto largo e rubizzo. Era accompagnato da due uomini più giovani con i volti seminascosti dagli elmetti della polizia. Tutti e tre indossavano mantelli scuri sopra le impeccabili uniformi blu marina.
Con le mani infilate nelle tasche della vestaglia Chem arretrò di un passo nella stanza, seguito dai tre poliziotti. Il capo, quello col viso rubizzo, e il poliziotto con la dentatura sporgente, passarono con indifferenza oltre Chem controllando la stanza. Il terzo uomo, un giovanotto dall'aria preoccupata, si fermo dietro a Chem e Naoki. Sempre voltando le spalle a Chem, l'uomo con il volto rubizzo disse:
"Sono l'agente Fowler. Vorrei parlare con lei di alcuni problemi riguardanti il suo passaporto, se è possibile." e si girò ad affrontare Chem e Naoki.
Chem continuava a sorridere: "C'è qualcosa che non va? Pensavo che il mio passaporto fosse in regola."
Fowler girò gli occhi lentamente per la stanza: "Prima che affrontiamo l'argomento, credo che ci sia un terzo signore che viaggia con lei. Non sa dove si trovi adesso?"
Chem accennò con il capo alla sua stanza: "Al momento credo che stia prendendo un bagno caldo. Non è abituato a questo tipo di clima, penso che il maltempo l'abbia fiaccato."
Fowler si soffiò fra le mani giunte: "Capisco. Un tempo d'inferno, questo. Fuori di qui il freddo potrebbe congelare le palle di una scimmia di bronzo. Dolore e piacere, così dicono; è un'espressione cockney per indicare la pioggia fredda."
"Davvero? Non lo sapevo!" disse Chem amabilmente.
Fowler sospirò: "Lei dice che il suo amico sta facendo un bagno. Bene. Mi hanno insegnato che la pulizia è la prima delle virtù. Mi permetta di complimentarmi con lei per la scelta delle pantofole: rosse bordate in oro. Un perfetto abbinamento con la sua preziosa vestaglia. Molto elegante. Niente a che fare con la roba che ero abituato a portare io d'inverno da ragazzo. Sembra che voi persone raffinate abbiate un senso dell'abbigliamento che manca a noi."
Mentre il poliziotto alle loro spalle ridacchiava, l'uomo con i capelli rossi si avvicinò a Fowler e gli sussurrò qualcosa all'orecchio.
Fowler assentì, poi accennando alla camera da letto, disse: "L'agente Quillan, qui, andrà in bagno a controllare se il suo amico si sta lavando bene le orecchie. Dopodiché verremo agli affari. Agente Quillan, faccia il suo dovere."
Quillan sfilò le mani dal mantello impugnando un fucile a canne mozze. Chem non abbozzò ad alcuna reazione, il sorriso rimase impresso sul suo viso.
Mentre Quillan si avvicinava alla camera da letto, Fowler disse: "Sono certo che a voi signorini non spiace rimanere qui con me e l'agente Dawson mentre l'agente Quillan compie la sua piccola ricognizione alla ricerca del vostro amico. Dawson?"
Arretrando verso il caminetto Dawson impugnò il suo fucile a canne mozze puntandolo su Chem e Naoki.
"Pensavo che i poliziotti inglesi non fossero armati." osservò Chem.
Fowler infilò le mani in tasca: "Oh, ma noi sì, signore. In casi speciali, assolutamente speciali, sì."
"E questo è uno di quei casi speciali?"
"Direi di sì, signore. Ah, adesso che ci penso... non vi dispiace se vi perquisiamo? Una formalità, sono certo che lei capisce..."
Requisì la Magnum di Chem e la pistola cecoslovacca di Naoki.
"Vergogna, girarsene per l'Inghilterra armati come pirati assetati di sangue. Non avete fiducia in noialtri poliziotti?" Posò le due pistole sulla mensola e tornò accanto al sofà ed aggiunse: "Non mi piacciono le armi: è più facile spararsi che far male a qualcuno."
Togliendosi l'elmetto, Fowler passò il palmo della mano sulla fronte, poi si rimise il copricapo. Un bello scherzo, quello di vestirsi da sbirro. Lui che aveva passato in galera gli ultimi tre anni per rapina, furto e frode.
Patrick Quillan si servì della canna del fucile per aprire la porta della camera da letto. Fowler aveva parlato di milioni di dollari, e ora stavano per metterci le mani sopra. Loro tre e il tizio che li aveva mandati lì. Quillan fece tre passi nella stanza vuota con due letti gemelli illuminata solo da una lampadina sul comodino.
Tre passi, poi si fermò impietrito a guardare il denaro: "Dio santo!" sussurrò.
Udiva l'acqua scendere nel bagno in fondo alla stanza, ma la sua mente era cieca a tutto salvo che ai soldi. Sparpagliate sul letto c'erano mazzette e mazzette di dollari americani.
"Sono morto e mi trovo in paradiso. Deve essere così." pensò Quillan.
Anche a Patrick Ian Quillan era toccato un colpo di fortuna. Non avrebbe più dovuto spacciare con gli Yardies, la fottuta banda di giamaicani abituati a sparare prima di salutare. E neppure avrebbe più dovuto far squadra con Dawson per recuperare il denaro prestato da squali che gli chiedevano sempre di rompere le ginocchia di qualche poveraccio come avvertimento per gli altri debitori. Quel giorno di pioggia a Piccadilly era il migliore della sua vita, un'esistenza fino ad allora poco brillante.
Quei pensieri occuparono solo pochi secondi, ma furono secondi durante i quali Quillan dimenticò il motivo per cui era andato in quella stanza, secondi nei quali fu distratto dal suo compito. Staccandosi con riluttanza dal denaro si rivolse verso il bagno la cui porta era appena socchiusa. Il rumore dell'acqua proveniente dall'interno significava che l'uomo là dentro preferiva lavarsi in una vasca piena. Un paio di mutande di seta appoggiate sull'altro letto gli fece ripensare all'orientale in vestaglia nella stanza di là: gli dava l'impressione di un frocio, probabilmente doveva prenderlo in culo dai suoi due compari. Mantenendo stretta la presa del fucile Quillan si avvicinò al bagno, sicuro di sé: non aveva niente da temere da quel branco di checche. Ripensò con un sorriso divertito quando da ragazzo andava con gli amici a pestare le checche: una volta, prima di pestarlo a sangue, s'erano anche inculati un frocetto ventenne: come gridava mentre lo tenevano fermo e se lo facevano uno dopo l'altro tutti e sei!
Il suo pensiero tuttavia era ancora attratto dal denaro: avrebbe potuto intascarne una mazzetta prima di tornare a riferire a Fowler... Perché no? Ognuno pensa a sé, a questo mondo. Giunto sulla soglia del bagno si fermò accanto ad una poltrona ed appoggiò leggermente la canna contro la porta. Preso dai suoi ragionamenti non vide neppure Jeff che emergeva dalla poltrona afferrando la canna del fucile con una mano ed appoggiando la sua Taurus col silenziatore contro il sottogola dell'elmetto di Quillan. Quillan si sentì congelare e si irrigidì. La mano che teneva la canna del fucile la lasciò e volteggiò rapidamente e Quillan si abbatté, prontamente sostenuto da Jeff che gli tolse di mano il fucile. Lo legò rapidamente da professionista, gli tolse l'elmetto e lo imbavagliò. Quello non avrebbe potuto più dare fastidio.
Dal soggiorno Fowler alzò la voce: "Agente Quillan, vuol dirci cortesemente che cosa accade di là?"
Jeff irruppe attraverso la porta della camera di Chem e puntò la pistola sulla testa di Fowler, mentre con l'altra mano spianava il fucile a canne mozze verso l'altro falso agente: "Quillan non può più rispondere, sta sognando."
Fowler trasalì per un attimo scorgendo Jeff, poi urlò: "Uccidilo, Dawson!"
Questi fece un passo allontanandosi dal caminetto. Pensava che a quella distanza non poteva centrare l'avversario. Un fucile a canne mozze è un'arma efficace solo da vicino. Doveva avvicinarsi solo di un poco e l'avrebbe avuto sotto tiro. Nell'eccitazione del momento dimenticò Chem e Naoki, disarmati. Fece un altro passo e girò le spalle ai due orientali. Naoki afferrò Dawson da dietro stringendogli le braccia attorno ai fianchi e sollevandolo dal pavimento. Mentre Dawson urlava Chem gli tirò un calcio dritto al plesso solare e anche Dawson si afflosciò sul pavimento esanime. Jeff, la pistola ancora puntata verso la testa di Fowler, entrò nel salotto.
Chem alzò una mano: "Non sparare, lo voglio vivo, è lui il capo."
Fowler lanciò un'occhiata verso l'uscita: c'era solo Chem fra lui e la porta.
"Fotti il bastardo, e sarai libero come un uccellino! Peggio per te, Yue Lan, per te e le tue pantofoline rosse." pensò Fowler.
Non aveva bisogno di armi, quello aveva detto di non sparare. Bene, sarebbero bastate le sue mani nude a far secco quel frocetto elegantone. Un paio di pugni e gli avrebbe riformato la faccia per sempre, tanto più che l'altro orientale era chinato sul povero Dawson e lo stava legando con le sua cintura.
Si scagliò in avanti e caricò Chem che si abbassò come se volesse scappare. Mentre Chem scalciava via le pantofole, Fowler con i pugni chiusi all'altezza delle spalle pronti a scattare, gli si avventò addosso. Chem attese un paio di secondi poi compì una veloce giravolta all'indietro colpendo col tallone il naso del cockney.
Con le braccia abbassate Fowler barcollò all'indietro mentre un dolore lancinante gli martellava la testa. Il sangue scorreva dal naso rotto, la vista gli si appannava. A gambe larghe scosse il capo per schiarirsi la vista. Il maledetto bastardo l'aveva colpito con un colpo fortunato. Ma lui l'avrebbe abbattuto, maledizione se l'avrebbe abbattuto.
Si avventò nuovamente in avanti con gli avambracci davanti al viso per proteggersi. Vide Chem fare due passi a destra, aspettare poi tornare un passo verso sinistra. Forse Fowler ora era un po' più cauto ma non era impressionato dalla mobilità del coreano. Ora gli avrebbe fatto vedere che anche lui ci sapeva fare con il gioco di gambe: era stato un bravo pugile. E avrebbe staccato quel muso giallo dal suo collo giallo.
Ma il dolore al capo non lo abbandonava. Scosse di nuovo la testa per recuperare lucidità e quello fu il momento in cui Chem lo colpì di nuovo lanciando il lato del piede destro nella cassa toracica dell'uomo. Il calcio mozzò il respiro all'inglese che si sentì come se l'avesse investito un camion. Incapace di respirare cadde in preda al panico. Volgendo la schiena al coreano cercò disperatamente una via di fuga ma Chem lo colpì alla spina dorsale facendolo cadere in ginocchio. Chem saltò di lato e lo colpì con la mano di taglio dietro l'orecchio sinistro atterrandolo privo di sensi.
"Bel lavoro. Ma credevo che lo volessi vivo. I suoi amici non so se sanno chi li ha mandati." disse Jeff avvicinandosi a Fowler e gli controllò il battito da una vena sul collo.
"Beh, direi che anche lui è ancora fra noi."
"Questo no... È tornato dai suoi avi." disse Naoki che aveva rinunciato a legare Dawson.
Chem, che s'era dimostrato di una freddezza eccezionale durante il combattimento, alzò la voce quasi isterico: "Come sapevano dove eravamo?"
"La sua presenza a Londra non è esattamente un segreto. Rowland, i Pokash, Katsina, il generale Jong, Firestone. Tutti loro sapevano della sua presenza qui."
"Costi quel che costi scoprirò chi mi ha tradito e gliela farò pagare. Non voglio che nessun fottuto bastardo se ne vada in giro pensando di potermi fregare. Assolutamente no."
"Io scommetto sul nigeriano. Preston non deve muovere un dito per mettere le mani sui suoi soldi, lei stesso glieli ha dati."
"Ma se morissi non dovrebbe restituirmeli."
"Anche questo è vero. Ma se il negro non si presenta all'appuntamento, allora vuol dire che è il nostro uomo."
"Se è così non lascerò l'Inghilterra finché non sarà morto. Per il momento voglio dedicarmi all'agente Fowler o come cazzo si chiama questo bastardo."
"Sì, lo faremo cantare, mi creda. E a me piacerebbe anche occuparmi di quel Quillan... E dopo chiuderemo la bocca a tutti e due, ce ne andremo e la sua ambasciata si occuperà di ripulire questo casino. Chiunque ha mandato questa gente sa che siamo qui. Non mi piace. Dobbiamo trovare un altro buco dove stare tranquilli, e in fretta."
"Non c'è due senza tre, è una legge di natura. La storia con questi poliziotti è solo il primo di tre colpi. Devono ancora capitarmi due cose, ricordati." disse Chem in un soffio.
Jeff sorrise e disse sicuro: "Beh, non è che non ci sia uno senza tre. E comunque lei è sopravvissuto a questo colpo, quindi sopravviverà anche agli altri, eventualmente."
"Lo pensi veramente? Pensi veramente che sopravviverò anche agli altri?"
Jeff pensò che se non fosse stato così, avrebbe dovuto dare l'addio ai suoi soldi, ad un ottimo lavoro. Ma rispose: "Non vedo motivo per cui non dovrebbe raggiungere i suoi obiettivi."
Con un sorriso Chem posò una mano sulla spalla del mercenario: "Grazie, amico. Devo riprendere il controllo di me stesso, capisci? Se vuoi divertirti con Quillan mentre io mi occupo di Fowler... Anche tu Naoki, se ti va quel Quillan..."
Jeff fece un cenno di assenso: naturale che lo capiva. Chem non sarebbe stato tranquillo finché non avesse sistemato chi aveva tentato di fregarlo.
Naoki sorrise: "No, grazie, non è il mio tipo. Se crede le do una mano con Fowler..."
"Aiutami solo a sistemare Quillan, vuoi?" chiese Jeff avviandosi alla camera da letto di Chem. Naoki lo seguì.
Chem disse: "Abbiamo solo un'oretta. Poi voi due preparate i bagagli mentre io chiamerò l'ambasciata avvertendoli che abbiamo questo piccolo problema da far sparire. Jong ha venti milioni di buone ragioni per darmi il suo aiuto..."
Jeff e Naoki presero Quillan ancora in stato di incoscienza. Lo portarono su un letto, lo slegarono e lo denudarono rapidamente come se fosse stato un manichino. Lo stesero prono sul letto e gli legarono polsi e caviglie in modo che il suo corpo formasse una grande X, lasciandolo imbavagliato. Quindi Naoki tornò da Chem. Jeff iniziò a spogliarsi con un sorriso sinistro: non capitava spesso di potersi divertire a modo suo, e il giovanotto aveva un bel corpo, un bel culetto. Ma prima doveva farlo rinvenire: lo voleva cosciente. Con un asciugamano umido gli passò sul volto. Dopo poco Quillan aprì gli occhi con aria sofferente. Per prima cosa vide il duro e grosso membro eretto di Jeff e sbarrò gli occhi, poi si rese conto di essere nudo, legato ed ebbe un'espressione di terrore.
Jeff sorrise ancora più apertamente, compiaciuto: "Adesso ci divertiamo, vero ragazzo? Ti farò morire dal piacere, letteralmente..."
Quillan gemette mentre Jeff gli saliva sopra. Questi lo carezzò, gli spalmò qualcosa fra le natiche, poi lo impalò: faticò a penetrarlo, non tanto perché Quillan cercava di divincolarsi e di opporsi, quanto perché quel buco pareva ancora inviolato. Ma dopo una serie di colpi forsennati, Jeff ne ebbe ragione. Allora iniziò a martellargli dentro senza pietà, strapazzandogli e strizzandogli petto e genitali, mordendogli con forza collo e spalle, eccitato dai sussulti e dai mugolii disperati di quel corpo in suo completo potere. Dall'altra stanza arrivò una forte musica che non copriva gli urli di Fowler: anche questo eccitò Jeff. E quando si sentì sul punto di esplodere nell'orgasmo, serrò le sue forti mani sul collo di Quillan e strinse, strinse, strinse e mentre questi sussultava violentemente cercando disperatamente di respirare, si scaricò in lui emettendo una serie di rochi e selvaggi ruggiti di piacere.