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una storia originale di Andrej Koymasky


pin TRAFFICO INFAME CAPITOLO 8

NEW YORK - DICEMBRE 1988


Kevin Black era convinto che la gente telefonasse solo quando aveva bisogno; per quel motivo non era entusiasta di ricevere chiamate. Ma quella mattina fu inoltrata al distretto una chiamata che richiedeva, da parte sua, un certo grado di attenzione se non di cortesia.

Un tizio di nome Charlie Yearley telefonò per dire che era convinto che i Dos Santos fossero stati rapiti. Black, visto che aveva dormito solo due ore, non aveva fatto colazione e lo aspettava un turno di dodici ore, non si trovava nelle condizioni di spirito migliori e così gli rispose che doveva fare la denuncia alla polizia di zona: infatti lì per lì pensò ad un pazzo o a un mitomane. Era appena rientrato dall'ufficio del procuratore distrettuale dove un riluttante Silvan York aveva assistito al giuramento che lo aveva consacrato vice-marshal federale.

Charlie Yearley disse che aveva fatto già la denuncia, ma che, essendo lui amico di famiglia ed avendogli parlato molte volte, anche in passato, Grace di Kevin come di un carissimo amico e sapendo che si occupava della scomparsa di Terry, aveva pensato di doverlo avvertire.

Charlie aveva una voce gradevole, anzi piacevole, un po' roca ma con una dizione precisa come se avesse preso lezioni. Kevin si domandò che aspetto potesse avere: certamente era giovane. Senza sapere perché, Kevin se lo raffigurò con un aspetto snello ed un'espressione astuta come una volpe...

Charlie gli spiegò che conosceva Grace da quando lui era piccolo, poiché sua madre aveva abitato per un certo periodo con Grace, quando tutte e due le donne avevano cercato di entrare nel mondo dello spettacolo, Grace come cantante e sua madre come attrice. Non ce l'avevano fatta; per raggiungere il successo erano mancate loro solo tre cose: talento, fortuna e quella speciale qualità che ti aiuta a salire su un palcoscenico e a mettere a nudo l'anima davanti ad un pubblico di sconosciuti. Charlie disse anche che lui era stato il padrino di cresima di Terry e che gli era molto, ma molto affezionato.

Gli spiegò che abitava a soli tre isolati dalla casa di Grace, Max e Terry e che la sera prima era d'accordo che sarebbe andato dopo cena da loro. Quando era arrivato ed aveva suonato, le luci erano accese ma nessuno aveva risposto. Stupito, era passato dalla porta posteriore, la porta della cucina che da sul giardino, era entrato, tanto lui era di casa: Era tutto perfettamente in ordine ma non c'era traccia dei genitori di Terry. Pensando che fossero usciti un momento, dato che anche il televisore era acceso, li aveva aspettati, anche se gli era sembrato strano che, specialmente un tipo come Max, potesse essere uscito di casa lasciando tutto acceso. Ma verso mezzanotte, non vedendoli ancora arrivare, era andato alla polizia con un brutto presentimento: anche perché aveva notato all'ingresso i cappotti di Grace e Max: erano usciti quindi in quella fredda notte invernale senza coprirsi...

Kevin sentì un brivido alla schiena. Specialmente quando Charlie Yearley disse che anche quella mattina a casa Dos Santos non c'era nessuno. Kevin si chiese se questo Yearley era davvero chi diceva di essere: certo che al telefono aveva una voce decisamente preoccupata. Kevin pensò che doveva essere una persona affascinante... Mentre Charlie parlava con la sua voce da piccolo volpacchiotto, Kevin scorreva l'elenco che veniva inviato ad ogni stazione di tutti i crimini commessi in città nelle ultime ventiquattrore: i Dos Santos non vi comparivano.

Nel frattempo qualcosa che Charlie Yearley gli aveva detto lo costrinse ad interrompere la lettura della lista: "Ho una sua foto con Grace, scattata nella Carolina de Sud quando lei era nei marine. Credo che risalga al tempo in cui lei si è diplomato alla scuola speciale militare. Grace dice che stavate per sposarvi, ma che poi lei in Vietnam ha avuto un'esperienza che l'ha fatta rinunciare al matrimonio..."

A occhi chiusi Kevin si massaggiò il setto nasale con il pollice e l'indice: "Potrebbe descrivermi quella foto, per favore?"

Fece un profondo respiro, buttò fuori l'aria e si schiarì la gola. Il battito cardiaco gli accelerò. Da una parte voleva sapere che cosa quel Charlie aveva da dire riguardo alla foto, e dall'altra quanto sapeva del motivo per cui lui non aveva sposato Grace.

"Siete all'aperto, in quello che sembra un campo da parata, credo. Lei indossa l'uniforme da cerimonia, le sta molto bene. Ha i capelli molto corti con la sfumatura alta a e senza basette. Grace ha il suo berretto da marine in testa, un po' storto. Un cappello bianco. Sembrate tutti e due molto giovani e molto felici..."

"Sì... eravamo giovani e felici. Credevamo di avere ancora tutta la vita davanti a noi... Era prima del Vietnam..."

"Avevo dato a Grace alcune foto di mia madre che voleva guardare... sa mia madre è mancata due anni fa. Quando me le ha restituite c'era questa foto in mezzo. Ho pensato di rendergliela ma non ho mai avuto occasione, al momento buono me ne dimenticavo... quindi l'ho ancora io..."

"Mi piacerebbe rivederla, quella foto: io non l'ho più. Le dispiacerebbe spedirmela?"

"Credo che per Grace sia una foto molto preziosa... non vorrei che andasse smarrita. Piuttosto ci si potrebbe vedere, così gliela do a mano. Ci sono notizie di Terry? Non riesco a dormire, da quando è scomparso. E ora anche i genitori. È tutta una storia molto strana..."

"Purtroppo ancora niente di concreto. E se ora anche i genitori sono davvero scomparsi... Forse devo cercare in questa direzione: chi può avercela con i Dos Santos, tutta la famiglia?"

"Mah. mi pare strano: Grace così dolce, gentile, non aveva nemici. Ed anche Max, con tutti i suoi difetti. È un uomo mite. Che avessero rapito il povero Terry per denaro era poco credibile ma possibile. Ma perché tutti e tre?"

"Già. La ringrazio di avermi avvertito. Vedrò di fare un sopralluogo a casa di Grace..."

"Per questa fotografia... quando ci si potrebbe incontrare?"

"Lei è molto gentile..."

"Ho un appuntamento a cena con un cliente, questa sera. Non posso rinunciarci. Non è che potrebbe passare lei al ristorante? Anche tardi..."

"Mi da l'indirizzo?"

"All'angolo della 64a e Madison. Il ristorante si chiama Umbria. Credo sia la regione d'origine del proprietario, un italiano. È proprio di fronte a casa mia. Grace io e Terry ci andavamo spesso il sabato per il brunch... mentre Max trascorreva i week end con la sua amichetta..."

Charlie aveva una voce calda, sensuale che costrinse di nuovo Kevin a chiedersi che aspetto potesse avere. E che età. Il poliziotto rispose: "Farò il possibile per venire..."

"Non si preoccupi, non le farò perdere tempo, so che è molto occupato. Ma mi farà piacere incontrarla. Grace mi ha parlato così spesso di lei..."

"D'accordo, allora. A stasera, probabilmente intorno alle undici, se per lei va bene..."

"Certo, la aspetterò. Con piacere. Grazie per la telefonata."

Kevin posò il ricevitore e si abbandonò sullo schienale: chissà che questo Charlie, se era il padrino di Terry, poteva dargli nuovi elementi. E anche sulla misteriosa scomparsa di Grace e del marito... Temeva che Charlie avesse ragione ad essere preoccupato.


Erano circa le dieci e tre quarti quando Kevin e la sua collega, la detective Ellen Dekker, entrarono all'Umbria. Il ristorante era formato da una lunga sala stretta in fondo alla quale si trovava un privé. Entrambe le sale avevano bassi soffitti con un finto cassettonato a fondo bianco, candele su ogni tavolo e pareti di mattoni a vista con quadri rappresentanti antiche città probabilmente italiane. Istintivamente quel posto non piacque a Kevin.

Non gli piacevano i modi falsamente cortesi e l'aria tronfia e di snobismo che aleggiava sui clienti, quasi certamente tutti abitanti della zona. Kevin giudicò l'Umbria esattamente uguale a centinaia di ristoranti di quartiere dove ti servono insalate si spinaci con nomi esotici, locali a cui si accede da porte con vetri smerigliati e in cui si servono vini californiani con nomi francesi, italiani o tedeschi. Gli uomini indossavano vestiti costosi ma che non avevano nulla a che fare con la vera eleganza, le donne invece esibivano una specie di abiti che facevano pensare più a uniformi che ad un'affermazione di individualità.

L'unica faccia nera nel locale era quella della collega di Kevin, Ellen Dekker. Se il fatto l'infastidiva, non lo mostrava per nulla. Era una donna di trentadue anni, con zigomi alti, capigliatura con sfumature rossastre ed un naso schiacciato che si era procurata quando, tredicenne, s'era opposta con successo ad un tentativo di stupro da parte di un ministro del culto ad Harlem. La ragazzina era riuscita a liberarsi, dopo una violenta colluttazione, quando aveva dato una formidabile pedata ai testicoli dell'arrapato pastore.

Al distretto l'avevano soprannominata Borsetta perché era solita entrare nei locali malfamati con una mano infilata nella sua borsetta dove teneva la .38 Smith e Wesson. Come aveva detto una volta a Kevin, a lei non interessava uscire da quei posti a testa alta, voleva uscirne viva. La casa di Ellen si trovava al confine di Spanish Harlem, un grande appartamento in un isolato considerato sicuro perché non c'erano mai più di due omicidi l'anno. In quei giorni Ellen stava svolgendo da sola la maggior parte degli incarichi affidati a lei e a Kevin Black. Offrirle qualcosa quella sera era il suo modo per ringraziarla.

Era sposata con un artista haitiano da sedici anni. Un uomo noioso, ossessionato dalla propria immagine. Lei però gli era totalmente devota. La loro relazione funzionava perché il carattere forte della donna dava a lui sicurezza; inoltre Ellen era una donna che, a chi amava, dava tutto senza chiedere niente in cambio, con estrema dolcezza. Non avevano avuto figli.

Ellen, quand'era necessario, sapeva anche mostrarsi una dura. Due anni prima lei e Black (logicamente soprannominati dai colleghi Black e Decker) si erano trovati coinvolti in un'operazione nell'83a Ovest. Dovevano arrestare un cubano accusato di aver violentato una bambina di quattro anni ed erano saliti in casa sua. Il cubano, un certo Raoul, aveva aperto la porta impugnando una Browning automatica a tredici colpi che aveva puntato alla gola di Kevin. Erano stati sparati tre colpi. Kevin, ormai rassegnato a morire, aveva udito solo il primo. Ellen aveva sparato tre volte in rapida successione facendo fuoco attraverso la borsetta di perline che il marito le aveva regalato per il loro quattordicesimo anniversario. Kevin le aveva ripagato la borsetta rovinata regalandole una borsa di Courrèges da duecentocinquanta dollari, la più bella che era riuscito a trovare nella 5a Avenue. Quando Ellen gli aveva confidato che erano quasi vent'anni che sognava di ammazzare uno stupratore, Kevin l'aveva ringraziata di aver aspettato fino a quel momento.

Il maître, una donna sulla trentina vestita con un frac bianco, le unghie tinte di rosso e le palpebre appesantite dall'ombretto, li guidò fino al tavolo di Charlie Yearley. Era un giovanotto di ventiquattro anni, capelli castani ondulati con un gran ciuffo sulla fronte, abbronzato e vestito con un completo color verde oliva scuro con una camicia di un giallo paglierino e cravatta bianca. Nell'insieme elegante. Con lui era seduto al tavolo un uomo sui cinquant'anni, con i capelli grigi ed una strana faccia da bambino, vestito con un doppiopetto scuro di buon taglio indossato su una camicia lavanda e una cravatta verde pastello. Kevin pensò che quel vestito costasse, senza le opportune modifiche, almeno cinquemila dollari. Il costo delle scarpe probabilmente equivaleva allo stipendio di una settimana di un detective di primo grado. Era il proprietario del locale, il Signor Alberto Sacchi. Kevin sentì subito di detestarlo: l'atteggiamento di Sacchi rendeva simpatico ogni altro uomo presente nella sala.

Accortosi della presenza di Black, l'italiano si alzò sorridendo dalla sedia, tese la mano e si presentò sottolineando che era il proprietario del locale. Kevin si presentò a sua volta senza dire che era un poliziotto. Si limitò a dire il suo nome, poi presentò Ellen come la signora Dekker, una sua amica.

Alberto si rivolse ad Ellen chiamandola Signora, in italiano, le baciò la mano e assicurò che il piacere era tutto suo. Mentre abbozzava un inchino non notò l'occhiata che Ellen scoccava a Kevin sfiorandolo lievemente con il fianco. I complimenti venivano da un professionista dell'adulazione, circostanza che la insospettiva ma anche la affascinava. Kevin guardò divertito Ellen che ringraziava in un italiano corretto, che aveva imparato fin da piccola dalla moglie italiana del fratello maggiore. Alberto la guardò stupita: era evidentemente sorpreso che un'americana, e per di più nera, parlasse fluentemente la sua lingua. Kevin apprezzò come Ellen attirasse l'attenzione dell'italiano, facendolo allontanare lentamente dal tavolo. Era un tipo sveglio, capace di andare da zero a cento all'ora come un ghepardo. Sapeva tutto delle indagini di Kevin e dell'incontro di quella sera. Kevin sedette al tavolo di Charlie.

Questi gli fece un sorriso di sollievo: "Il mio cliente ha disdetto l'appuntamento all'ultimo minuto, è a letto con l'influenza. Alberto stava invitandomi ad uno dei suoi ricevimenti speciali... stavo facendo fatica a scollarmelo di dosso, siete arrivati in tempo..."

"E dire che sembra un tipo così affabile..."

"Non sono un baciapile, glielo assicuro, ho avuto relazioni... avventure. Ma Alberto è un po' troppo strambo per i miei gusti. Siamo usciti assieme un paio di volte, qualche mese fa, diceva che voleva diventare mio amico... Ma il suo modo di vivere non fa per me. In fondo sono un bravo ragazzo. La sua... amica è una collega, in realtà, vero?"

"Sì, lavoriamo praticamente sempre assieme."

"Lo avevo immaginato. Ho capito che lei non voleva che Alberto sapesse che siete due poliziotti. È lei che ha telefonato nel mio ufficio per sapere se è vero che io lavoro là? Mi ha detto il capo che era una donna... Siete sempre così sospettosi?" chiese il giovane con un sorriso lievemente provocatorio.

"Questo non significa che non sappiamo essere gente simpatica." rispose Kevin affascinato dal modo di parlare, di muovere gli occhi, le labbra del giovane.

"Lo immagino... Sono contento di averla incontrata." disse Charlie con un sorriso.

Charlie Yearley valeva decisamente la pena di aver attraversato la città con quel tempo da Alaska. Era un bel ragazzo ed intelligente: aveva taciuto col proprietario del locale il fatto che lui era uno sbirro ed aveva capito subito che Ellen non era, come aveva detto lui, semplicemente un'amica. Aveva anche qualcos'altro, decise Kevin. Era dolce e la dolcezza era una cosa rara a New York, specialmente in un uomo.

Charlie era originario di Denver, risiedeva a New York da quattordici anni e viveva da solo con due gatti. Non era sposato, guadagnava bene e svolgeva opera di volontariato all'ospedale di Gramercy Park una notte a settimana. Aveva un sorriso lievemente triste ma occhi decisamente profondi ed attraenti. Era caldo ma virile, proprio il tipo di uomo che suscitava l'interesse di Kevin, che lo attraeva. L'esperienza aveva tuttavia insegnato a Kevin che raramente quel tipo di uomo autosufficiente e forte era anche gay.

"Mi racconti di questi ricevimenti... strani." chiese Kevin.

Charlie abbassò gli occhi sul tavolo, poi lo guardò dritto negli occhi: "Grace mi ha detto perché... non vi siete sposati, perciò so di poterle parlare chiaro. Me lo ha detto tre anni fa quando le ho confessato che sono gay. Ecco, anche Alberto è gay... Lui dice che quei ricevimenti sono frequentati da gente molto altolocata, solo la migliore società americana ed europea, dice lui. Una clientela gay selezionata, ecco come l'ha messa. Non ero obbligato a fare niente, diceva, proprio nulla: se ci fossi andato potevo semplicemente starmene a guardare o partecipare a mia scelta. Era un ricevimento molto particolare, secondo le sue parole. Diciamo che era una specie di orgia..."

Sul tavolo calò il silenzio mentre un giovane cameriere eccessivamente snello e col volto di donnola, serviva loro un drink. Ellen stava ammirando e commentando con Alberto le fotografie alle pareti, allontanandosi sempre più dal loro tavolo.

Quando il cameriere se ne fu andato, Charlie prese in mano il bicchiere e lo guardò intensamente: "Alberto ha delle strane idee sul sesso, ecco perché ho smesso di uscire con lui. Quella roba era troppo per me. Non mi andava proprio. Lei... è un gran bell'uomo... A proposito, ha notizie di Terry?"

Quel passaggio da Alberto, a lui, a Terry lo colse un po' di sorpresa.

"Ho fatto una domanda stupida: se ce ne fossero me le avrebbe già dette. Il fatto è... ora non vorrei scandalizzarla, non vorrei che pensasse male di me, ma... il fatto è che io sono innamorato di Terry. E lui di me. Me l'ha detto lui. No, le giuro, non abbiamo mai fatto l'amore, neanche solo toccarci, davvero. Solo qualche bacio, casto. Io gli ho detto che avremmo dovuto aspettare, che era troppo piccolo, ancora. Lui per un po' ha insistito, diceva che voleva che io fossi il suo primo uomo, che lui sapeva già tutto del sesso. Ma io ho tenuto duro. Ha smesso solo quando gli ho giurato che lo amavo e che l'avrei aspettato. Quanto? m'aveva chiesto lui. Io avevo detto: almeno tre, quattro anni. Lui m'aveva fatto giurare che l'avrei aspettato, che lo avrei continuato ad amare. Quando eravamo soli si stava abbracciati, ci si dava qualche bacetto, niente altro: solo per ricordargli che lo amavo ancora... Terry, Grace e io avevamo progettato di andare ad assistere assieme allo spettacolo di Natale al Radio City Music Hall. Ci si andava ogni anno. No, Terry non è scappato: per qualsiasi problema sarebbe venuto a parlarne con me, ne sono più che sicuro."

"Grazie per avermi confidato queste cose... Vorrei parlarne ancora con lei, magari in un posto più tranquillo... Ma a proposito delle feste di Alberto..."

"Proprio per quello ho troncato con lui. Lui partecipava a quegli strani ricevimenti, poi me li raccontava e io non ne potevo più. Mi fa schifo quel genere di cose. Una volta mi aveva persino invitato a quella che lui ha chiamato un'asta sessuale, ci crederebbe? Diceva che era una cosa così, per divertirsi: solo un branco di buontemponi che si trovavano per fare quattro risate e qualche scopata."

"Direi che questo Alberto pare sempre in calore..."

"Non potevo crederci che avesse usato davvero quell'espressione: un'asta sessuale. Secondo lui ci sono ragazzi che permettono veramente che qualcuno li venda e li compri a fini sessuali. Chi li compra se li porta a casa e scopa con loro, finché si stufa e li porta ad un'altra asta sessuale. Dice che non è un crimine perché sono maggiorenni e lo fanno volontariamente. Io credo che abbia inventato tutto per scandalizzarmi, per prendermi in giro, per convincermi ad andare a vedere, non so. Ma anche solo come fantasie, le trovo agghiaccianti. E, ripeto, non è che io sia un chierichetto. Ma anche solo in un'avventura, penso, ci deve essere rispetto reciproco, umanità. Così l'ho lasciato."

Ellen si stava avvicinando al tavolo e Alberto stava andando nel privé.

"Il signor Sacchi mi ha chiesto che lavoro fai. Gli ho risposto che ti occupi di analisi di sistemi, al solito."

"Ma che rispondi se ti chiedono che sistemi analizzo?" chiese divertito Kevin mentre Ellen sedeva al loro tavolo.

"Dico di chiederlo a te, si capisce."

Kevin annuì. Charlie gli porse una busta bianca prendendola dalla borsa che aveva poggiato sulla sedia libera. Kevin la mise via senza aprirla e fece al giovane un cenno di ringraziamento. Bevve il suo drink e guardò Charlie che stava parlando con Ellen. Si chiese se andarsene o se restare col giovane facendo capire alla collega che voleva restare solo. Decisamente tutti e due provavano un interesse reciproco: perché non provarci?

Il cameriere riapparve con il taccuino delle ordinazioni. Dissero che non intendevano mangiare, che bastava loro il drink ordinato prima. Il cameriere assunse un'aria stizzita ma se ne andò portando via i grandi menu dal tavolo e si avviò verso il privé.

"Ehi, meglio che lo richiami, quello assieme ai menu ha portato via la tua busta bianca..." disse Ellen.

"Oh cacchio, è vero!" disse Kevin e si alzò dirigendosi verso il privé con la sensazione di sentire gli occhi di Charlie su di lui.

Avrebbe fatto la sua mossa al ritorno. Con Ellen presente poteva anche permetterselo, lei era l'unica dei colleghi a sapere che lui era gay.

La saletta privata era una replica in piccolo di quella più grande, con tavoli riservati, piccole bacheche che esponevano la lista delle specialità del giorno e canzoni napoletane di sottofondo diffuse da altoparlanti nascosti.

Solo uno dei tavoli era occupato: c'erano seduti tre uomini intenti a mangiare e a chiacchierare a bassa voce vicino ad un piccolo caminetto acceso. Non c'era nessun altro, salvo Faccia di Donnola che si trovava appena vicino all'entrata. Stava sulla destra di Black e inghiottiva pillole bevendo Diet Coke. Kevin non sapeva il numero di calorie che c'erano in una Diet Coke, ma era certo che fosse un analcolico: invece dalla lattina veniva proprio odore di alcool.

Stava per chiedere al cameriere la busta con la foto quando la sua attenzione fu attirata dai tre uomini. Due erano coreani, tozzi, con la faccia piatta, abiti scuri, cravatte nere e capelli a spazzola. Il più grosso doveva essere sulla trentina, aveva una gran brutta faccia, un collo massiccio e il petto del fanatico del body building gli gonfiava la giacca. Il classico gorilla, pensò Kevin. Assoldato per proteggere il suo padrone da un mondo cattivo e invidioso. Il secondo coreano, pure lui con l'aspetto del duro, aveva circa l'età di Kevin. Labbra strette, naso dritto sormontato da occhiali con la montatura di corno.

Alberto Sacchi era il terzo uomo, l'unico che non stesse mangiando. Toccava a lui sostenere di una conversazione che pareva essere più una supplica che uno scambio di idee. Sfregandosi nervosamente le mani l'italiano parlava in fretta, apparentemente ansioso di arrivare al punto. Kevin ebbe l'impressione che stesse cercando di abbindolare i due orientali con argomentazioni che risultavano del tutto inascoltate. Cercare di commuovere quei due non pareva una tattica fruttuosa.

Improvvisamente il battito cardiaco di Kevin accelerò e la bocca gli si fece secca. Si sentiva le gambe molli. Sconvolto avanzò verso i coreani. Conosceva il più vecchio dei due, certo che lo conosceva. E se il più giovane era quello che lui pensava che fosse, allora ci sarebbero stati guai seri, molto seri.

Il primo a vedere Kevin fu Alberto, che si sporse in avanti e sussurrò qualcosa ai coreani suscitando una rapida reazione in quello riconosciuto da Kevin. Con la forchetta in mano il coreano si bloccò appena lo vide ed osservava ad occhi sbarrati il detective Black mentre la testa gli oscillava con piccoli ma convulsi movimenti.

"Sei tu, bastardo... sei proprio tu." pensò Black avanzando lentamente verso il loro tavolo.

Il coreano più giovane si alzò dal tavolo muovendosi con l'arroganza di chi è abituato ad essere temuto e rispettato perché può spaccarti la testa come una nocciolina americana. Con le dita serrate a formare enormi pugni, guardò il detective come se fosse la più inutile formichina della terra.

"Allarme rosso... questo vuole guadagnarsi la paga." pensò Kevin.

Ma il suo obiettivo principale, l'unico, rimaneva il coreano con gli occhiali di corno, un uomo dato per morto in Vietnam quattordici anni prima. Kevin lo odiava abbastanza da poterlo ammazzare all'istante. Il coreano con gli occhiali di corno era Kim Shin, ex capitano della divisione Tigre dell'esercito sudcoreano. Quello che quattordici anni prima, al quartier generale della polizia sudvietnamita accompagnava Yung Chem e con lui aveva massacrato i suoi compagni. Nella mente di Kevin la granata esplose una seconda volta e riudì le urla dei compagni moribondi.

L'inchiesta sugli omicidi del quartier generale della Polizia Nazionale Sudvietnamita era stata una farsa. La CIA e il Dipartimento della difesa non volevano che un'altra storia di alleati corrotti e di atrocità finisse sui giornali ed avevano insabbiato il caso. Volevano distruggere ogni notizia che riguardasse la vendita delle registrazioni che Chem aveva concluso con l'esercito nordvietnamita perché ciò avrebbe dimostrato che gli americani non erano stati capaci di proteggere i propri alleati. Per sopravvivere a quell'uragano la CIA aveva avuto bisogno di un capro espiatorio e il governo sudcoreano non aveva intenzione di permettere che un valido agente del suo controspionaggio come Yung Chem fosse punito da un governo straniero. L'omicidio di quei marine era un affare americano e i documenti rubati significavano solo che i vietnamiti avrebbero continuato a farsi la pelle fra loro, cosa che ai coreani non interessava affatto. Così avevano fatto notare anche che gli americani, pur di avere appoggi alla lotta al comunismo, avevano chiuso un occhio sulle attività di un contrabbandiere di droga sudvietnamita. Per la stessa ragione quegli stessi americani, adesso, dovevano chiudere un occhio su Yung Chem e sulle bobine rubate. Era interesse degli americani dimenticarsi delle bobine o il Congresso e la stampa sarebbero stati furiosi se ne avessero appresa l'esistenza.

Vista in quella prospettiva la vita di un misero caporale dei marine era sacrificabile. Ma qualcuno doveva prendersi la responsabilità per la morte dei marine. Black era l'unico rimasto vivo nella stanza dei computer: gli altri, americani e vietnamiti erano tutti morti. Così si disse che le ferite di Black erano il risultato di un regolamento di conti fra lui ed i suoi complici. Yung Chem e le autorità coreane avevano proclamato che Black aveva messo in giro menzogne per vendicarsi una sconfitta subita durante un incontro di karate fra alleati. Kevin Black aveva visto la prospettiva di passare vent'anni a Leawenwort.

La grazia era arrivata sotto le spoglie di Gerald Twentyman, un massiccio avvocato messicano con un gran nasone che aveva aiutato un coltivatore di noccioline di nome Jimmy Carter ad arrivare alla carica di governatore. Twentyman era il padre di Maxey e anche lui era stato marine nella seconda guerra mondiale, ferito a Saipan. Il suo modo sonnacchioso di muoversi e di parlare celava una mente acuta. Voleva conoscere la verità sulla morte del figlio ed era stato in politica abbastanza per sapere che i governi distorcono i fatti a loro convenienza. Tutta la faccenda, aveva detto a Kevin, puzzava più di una carogna lasciata sotto il sole. Twentyman sarebbe arrivato al bandolo della matassa cominciando con l'assumersi la difesa di Kevin Black. Contro il parere della CIA. Twentyman aveva avuto la testimonianza del marine Al Jellicki che aveva giurato di aver visto Yung Chem col suo capitano e tre soldati coreani allontanarsi di corsa dal quartier generale portando quattro valigette. Poi Twentyman aveva ricevuto la promessa dal governatore della Georgia che se ciò non avesse convinto la CIA, ci sarebbe stata un'inchiesta del Congresso su come i file rubati erano finiti nelle mani dell'esercito nordvietnamita.

Alla fine Twentyman aveva rintracciato negli archivi della polizia militare le pallottole estratte dal corpo dei marine uccisi e frammenti della granata: tutti in uso dell'esercito coreano. A questo punto Black era stato assolto con formula piena dal tribunale militare di guerra ed aveva ricevuto anche un encomio ed una lettera di referenze dal Corpo.

Twentyman aveva commentato: "L'abbiamo messo nel culo a Washington, lungo, dritto e duro. Penso che il mio Maxey possa riposare in pace, ora. Sapevo che era tuo amico, ti stimava. Gli dovevo di tirarti fuori dal merdaio in cui t'avevan messo quei maiali."

Black era uscito dal procedimento con la convinzione che niente era più pericoloso di un governo che voleva pararsi le spalle. Per quanto riguardava Kim Shin, i rapporti lo davano per morto, ucciso da un cecchino vietcong l'ultimo giorno di guerra. Black non aveva pianto: il suo odio per Shin e Chem sarebbe durato per tutta la vita.

Ora, nella saletta dell'Umbria, Kevin si fermò a pochi metri dai coreani con una morsa che gli stringeva il petto. Quattordici anni o no, c'era troppo cattivo sangue tra lui e Kin Shin perché non succedesse niente. Qualcosa sarebbe successo, in quel momento e in quel posto.

Si rese conto che aveva assistito ad un incontro che avrebbe dovuto rimanere segreto. Aveva colto Kim e Alberto con le mani nel sacco, anche se non sapeva ancora bene per che cosa. Lentamente, con cautela, estrasse il distintivo dalla giacca e lo sollevò per metterlo bene in vista. Disponeva solo di quel distintivo per cercare di far calare la tensione e mantenere tutti calmi. Che cosa avrebbe fatto Shin?

"Sono un poliziotto, detective Black. Ventesimo distretto. State tutti calmi, non agitatevi."

Kim Shin si rivolse ad Alberto con voce bassa e sibilante: "Un poliziotto? Hai permesso ad un poliziotto di entrare qui? Stupido bastardo! Quando gli dirò che cosa hai fatto, ti ucciderà."

Alberto, scosso, si alzò precipitosamente dalla sedia. Per qualche secondo rimase immobile poi si mosse verso Black. Questi si chiese come mai uno come Alberto Sacchi doveva confabulare nella sua sala privata con una carogna come Kim Shin. Con le braccia tese come se volesse esorcizzarlo,

Alberto disse: "Se ne vada. Via, via, non ha alcun diritto di stare qui. Torni nell'altra sala con i suoi amici, le ordino di andarsene, subito!"

Kevin spintonò l'italiano fermando il suo slancio. I due uomini si sfidarono con gli occhi, poi Alberto abbassò lo sguardo.

"Resistere fisicamente ad un poliziotto non è una piccola mancanza, è un grave errore. Se non vuole essere arrestato per aver aggredito un poliziotto le consiglio di togliersi dalla mia vista e di andare a posare le sue chiappe su una sedia da qualche altra parte. Nel frattempo farò due chiacchiere con il signor Kim Shin. È molto tempo che non ci vediamo, ma non riesco a dimenticarlo. Mi piacerebbe sapere come ha fatto a tornare dal mondo dei morti. Forse ha seguito una dieta che dovrei conoscere anch'io."

Alberto fece due passi indietro ed uscì velocemente dalla stanza. Kim Shin, con lo sguardo fisso su Kevin, sussurrò qualcosa in coreano al compagno che assentì ma non disse nulla.

Dopo alcuni secondi di silenzio Shin gridò: "Perché sei venuto qui? Perché m'hai seguito fin qui?"

"Seguirti? Non sapevo neppure che tu fossi ancora vivo finché non ti ho visto."

"Una menzogna! Mi hai seguito. Hai disobbedito agli ordini."

Kevin si chiese se avesse sentito bene: che cavolo stava dicendo quel piccolo bastardo? "Ordini? Quali ordini?"

L'interrogatorio avrebbe dovuto aspettare. Kim Shin impartì un comando in coreano e Mister Muscolo si mosse verso Kevin.

Fu un lungo confronto a colpi di karate, ma senza le regole sportive: il coreano mirava ad uccidere. Kevin, lentamente, stava avendo la peggio anche se dava del filo da torcere all'avversario. Tavoli, sedie, stoviglie e tovaglioli a terra in una confusione incredibile. E sangue. Kevin era stato quasi bloccato dall'avversario e vide Kin Shin arrivare su di lui brandendo una bottiglia di vino rosso: incongruamente pensò che era un ottimo vino e che la bottiglia era ancora da aprire. Kevin sentì che stava per finire molto male: leggeva negli occhi dei due avversari la determinazione ad uccidere e rabbrividì. Riuscì con uno sforzo disperato a liberarsi ed a colpire il macigno con un colpo corto e veloce ai genitali e questi sbiancò e con le mani a coppa premute fra le gambe barcollò in avanti. Kevin stava per affrontare Kim e provò un senso di piacere quando vide esitazione, poi paura nello sguardo dell'avversario, quando irruppero nella stanza tre poliziotti in uniforme seguiti da Ellen, Charlie ed Alberto.

Quest'ultimo si mise ad urlare con voce isterica: "Arrestatelo! Ha assalito un diplomatico coreano! Arrestatelo!"


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