Era quasi mezzogiorno quando Dan Firestone aprì la porta della villetta che Jacques Roux possedeva a Greenwich Village. Dietro di lui c'era Oscar che annusò la logora ventiquattrore del padrone agitando la piccola coda quasi senza peli. Tra i vari oggetti contenuti dalla borsa c'erano anche i biscotti per cani al sapore di menta, il cibo preferito da Oscar.
Nella borsa aveva anche costosi medicinali per Jacques che lui comprava a mercato nero perché non erano autorizzati negli States. Prima di scoprire la sua malattia Jacques, un piccolo francese di ventotto anni, dall'aria tranquilla e sorridente, era stato un uomo dotato di un forte carisma e di un'energia che aveva spazzato ogni ostacolo dalla sua strada. Aveva svolto la sua attività di psicologo-psichiatra nella villetta di Greenwich Village dove si dilettava anche nella coltivazione delle rose, più volte premiate nei concorsi internazionali. In passato aveva trovato anche il tempo di mantenersi snello e muscoloso attraverso la pratica regolare di equitazione, tennis, ciclismo e fioretto che seguiva alternandoli ogni giorno con regolarità.
Si erano sentiti attratti l'uno dall'altro a prima vista: Dan dall'intelligenza e dall'eleganza istintiva di Jacques e questi dalla forza primitiva dell'uomo. Anche i quindici anni di differenza avevano giocato il loro ruolo: Dan preferiva ragazzi giovani e Jacques uomini maturi. Entrambi gay, dotati di un forte senso dell'ordine e con la costante necessità di provare nuove esperienze eccitanti, cosa che in qualche modo riuscivano sempre ad ottenere. Quando il loro desiderio si faceva prepotente, entrambi avrebbero potuto distruggere un essere umano senza provare sensi di colpa. Ciò che impressionava di più Dan in Jacques era la sua capacità di controllare e dirigere gli altri, una cosa che egli stesso si vantava di saper fare molto bene.
L'abitazione di mattoni rossi di Jacques era situata a Washington Square South, a pochi isolati dalla casa in cui era vissuto Eugene O'Neill. Si affacciava su Washington Park, quella zona che gli autori delle guide turistiche si ostinavano a chiamare il cuore di Greenwich Village anche se da molto tempo aveva cessato di esserlo. Ormai il parco era diventato il punto di ritrovo di spacciatori, studenti della vicina New York University, senzatetto, cantanti folk, maghi da strada e persone disturbate mentalmente.
Entrato nell'ingresso della villetta rivestito di pannelli di mogano, Dan Firestone si tolse cappello e cappotto appendendoli nell'armadio a muro. Poi, per qualche secondo rimase ad ammirare una splendida composizione floreale che si trovava su un tavolino di malacca poco distante. Si trattava di una composizione che aveva fatto lui stesso ed aveva intitolato "messaggio futuro". Tre scarni rami spogli sbiancati, alti, verticali, un basso ramo obliquo di cedro tra cui occhieggiavano e si nascondevano ad un tempo cinque boccioli di rose rosse. Quando si sarebbero aperte avrebbero detto a Jacques il suo amore. Era stato proprio lui a spingerlo ad andare a lezione di ikebana per alleviare lo stress del suo lavoro. Quella composizione era una delle più belle che Dan avesse fatto. Prima di incontrare Jacques Dan non avrebbe mai pensato di possedere la capacità di creare qualcosa di esteticamente valido, bello. Jacques aveva cambiato molte cose nella sua vita e tutte in meglio.
Sempre con la valigetta in mano attraversò il salotto e la sala da pranzo. In entrambe le stanze c'erano librerie dal soffitto al pavimento, caminetti, porte di legno bianco e mobili appositamente disegnati per quelle due stanze da un famoso designer italiano, Tobia Scarpa. Due stanze semplici ma di una bellezza ed armonia incredibile.
Arrivato alla grande cucina con le alte rastrelliere colme di utensili coloratissimi, Dan riempì una casseruola di acqua ed aprì la porta del giardino posteriore. Premendo la lingua sul labbro inferiore emise un fischio acutissimo: Oscar schizzò accanto a lui passando dalla porta aperta atterrando nel giardinetto quasi interamente occupato da una serra piena di rose fiorite. Fuori il vento gelido di dicembre scompigliò i capelli di Dan che si guardò attorno cercando la ciotola di Oscar. La trovò e, dopo averci versato dentro i biscottini alla menta, la appoggiò accanto alla terrina piena d'acqua.
Mentre il cane zoppo consumava il suo pasto Dan sedette accanto a lui con lo sguardo fisso sulla serra.
All'inizio della loro relazione Jacques gli aveva detto: "Tu hai più qualità della maggior parte degli uomini: sei più intelligente, più affidabile, più distruttivo. Perciò devi anche essere più creativo degli altri. Sei sufficientemente infelice per essere creativo."
Infelice? Certamente, pensò Dan. Gli anni trascorsi a trattare carogne, criminali e bastardi rendevano qualsiasi poliziotto un infelice. Ma lui non era un creativo. Era un poliziotto: duro ma efficiente, freddo, sicuro di sé e cocciuto. Era abituato a poche raffinatezze, leggeva il New York Times, a volte andava all'Opera ed era socio del Metropolitan Museum. Collezionava libri di viaggio, un'abitudine che aveva coltivato durante gli anni trascorsi in marina, dove si era arruolato a quattordici anni falsificando la data di nascita.
Ma lui, aveva detto a Jacques, non era certo un Leonardo da Vinci.
D'altro canto gli piaceva gironzolare nella serra di Jacques. La fragranza e la bellezza delle sue rose gli avevano aperto un nuovo e gratificante universo. Era molto lontano dallo squallido appartamento del Bronx che aveva condiviso con il padre vedovo e lo zio che avevano entrambi abusato di lui fino al giorno in cui era scappato da casa e si era arruolato in marina. E lì era stato bruscamente reintrodotto nel mondo del sesso fra maschi, non all'amore, si capisce, ad un sesso rude ma non privo di passione. Quegli uomini lo desideravano ma non profittavano di lui come il padre e lo zio, lo trattavano da pari. E lì aveva iniziato ad imparare a manipolare gli uomini, concedendosi o negandosi ad arte.
Ma la serra, aveva deciso Jacques, aveva toccato qualcosa di così profondo nel suo cuore che Dan era incapace di parlarne. Qualcosa sepolto sotto il muro che il poliziotto aveva eretto a difesa del disprezzo che la società riserva a poliziotti ed omosessuali. Incoraggiato dal suo amante, Dan aveva sviluppato il suo interesse per la musica e per l'arte di disporre i fiori. Aveva persino cominciato a vestirsi meglio. La sua vivace intelligenza gli aveva consentito di recepire tutte queste cose in un colpo solo. Ma era l'amore che condivideva con Jacques a rendere quel processo di apprendimento piacevole ed eccitante al tempo stesso. Dan aveva cominciato a fare riferimento allo psicologo francese come mai prima aveva fatto con nessuno. Sentiva che il giovane lo stava plasmando ed era felice di essere plasmato da lui.
Jacques era rimasto conquistato dalla sensualità e dall'imprevedibilità del grosso poliziotto. Nessun amante gli aveva fatto mai provare tanta eccitazione come l'uomo che lui chiamava affettuosamente "il mio nobile selvaggio". Dan, a causa del suo enorme appetito sessuale, raramente era rimasto fedele ad un solo uomo per un lungo periodo di tempo. Si vantava di aver scopato fino a sette ragazzi in una sola notte, anche se ammetteva che quella volta, la mattina dopo, si sentiva un po' indebolito, ma, aveva aggiunto, la sera era di nuovo pronto.
Il legame sentimentale, che si protraeva da tre anni, con Jacques, rappresentava una pietra miliare nella vita dell'ex poliziotto. Aveva favorito una comunione psichica oltre che fisica. Non solo Dan non aveva mai tradito Jacques, ma non si era neppure mai adirato con lui. Dopo una vita di inutili ricerche aveva trovato finalmente qualcuno in cui poter riporre completa fiducia e che lo amava veramente, profondamente. E che anche fisicamente gli dava piena e completa soddisfazione come mai nessuno era stato capace di dargli.
Si erano incontrati la notte in cui Dan Firestone aveva ucciso Spike Rowe, una marchetta di ventidue anni che si rifiutava di pagargli la tangente e gli metteva contro le altre marchette. Dan quasi ogni sera, tornando a casa, passava a ritirare dai ragazzi la quota fissa che ognuno di loro doveva versargli. Lui era comprensivo: quando i ragazzi si lamentavano di non aver fatto molte marchette, lui gli permetteva di pagarlo il giorno dopo, e per quella sera se li metteva sotto e se li scopava. Se anche il giorno dopo non lo avessero pagato, lui aspettava ancora un giorno, li scopava di nuovo e li avvertiva che era in credito di una scopata in più. Il terzo giorno, dopo esserseli scopati, li pestava come sapeva fare lui: senza lasciare segni, ma facendoli pentire di non essersi dati da fare per pagarlo. Raramente era dovuto arrivare a pestarli. Anche perché la terza volta chiamava gli altri ad assistere sia alla scopata che al successivo pestaggio: era sempre una lezione efficace.
Ma Spike era diventato un problema. Quando lui passava non si faceva trovare: lui lo aveva fatto avvertire dalle altre marchette: mi devi cinque scopate e tre pestaggi, stai in guardia. Mi devi sette scopate e cinque pestaggi, guarda che non scherzo... Alla fine aveva dovuto decidersi. Il ragazzo faceva troppo il furbetto. Sapeva a che ora passava e non si faceva trovare. Decise di chiedere una serata di permesso e si appostò. Spike però lo intravide e scappò con la moto. Dan seppe che aveva cambiato zona. I ragazzi non volevano dirgli dove fosse, ma dopo averne pestati un paio, il terzo confessò. Dan andò a cercare Spike. Lo trovò che stava chino al finestrino della macchina di un cliente, contrattando. Dan gli giunse alle spalle e lo afferrò per la collottola tirandolo indietro bruscamente. Il tizio nella macchina, sentendo brutta aria e vedendo un'uniforme da poliziotto, mise in moto e sparì. Spike reagì, ma Dan ebbe presto ragione di lui, specialmente quando il ragazzo vide chi l'aveva assalito. Il poliziotto lo trascinò in macchina, lo ammanettò al sedile e partì.
"Dove mi porti, cosa vuoi farmi?" chiese il ragazzo spaventato ma non domato.
A Dan piacque quell'aria da ribelle del ragazzo: gli piaceva avere a che fare con gente di fegato. Non rispose.
Il ragazzo tacque per un po', poi disse a voce bassa, sicura: "Non puoi continuare a farla da padrone, Firestone. Non siamo i tuoi schiavi. Va bene, mi fotti, mi pesti, e poi?"
"Io vi proteggo da brutti incontri, dovete pagarmi."
"Ci proteggiamo da soli."
"Questo lo decido io."
"Sei un bastardo."
"Lo so." tagliò corto Dan.
Entrò con la macchina nel vecchio porto, guidò fra i depositi abbandonati. Non si vedeva nessuno in giro. Fermò l'auto dietro un capannone. Tirò giù il ragazzo.
"Spogliati nudo."
"No."
"Spogliati!"
"No." ripeté Spike guardandosi attorno cercando una via di fuga.
Dan con una mossa fulminea lo agguantò e lo immobilizzò: "Mi hai stancato, ragazzo." disse con voce annoiata.
Iniziò a denudarlo metodicamente, tenendolo imprigionato e maneggiandolo come una bambola di pezza. Quando il ragazzo provava a sfuggirgli gli dava un colpo, con violenza, ora sulle gambe, ora sulla schiena, ora sul petto, sistematico, fiaccandone a poco a poco la resistenza. E continuava a togliergli di dosso gli abiti senza fretta. Era eccitato sempre più: specialmente perché Spike era un tipo virile, un torello che si era sempre vantato di non averlo mai preso in culo da nessuno, nemmeno da piccolo: tra poco non se ne sarebbe vantato più. O meglio, non si sarebbe potuto vantare più. Era in suo completo potere.
Quando Spike fu nudo, senza più indosso neppure l'orologio, Dan lo trascinò fino ad una balaustra di ghisa dove gli ammanettò polsi e caviglie in modo che dovesse stare chinato. Spike, domato ma non domo, continuava ad insultarlo a bassa voce. Dan gli carezzò il culo, poi i genitali morbidi, con evidente lascivia.
"Brutto porco degenerato, finocchio di merda." disse Spike a bassa voce.
"Lo vuoi in bocca o in culo, per cominciare?" gli chiese Dan divertito.
"Prova a mettermelo in bocca e te lo stacco con un morso!"
"Ma che hai capito, bamboccio? Parlavo di questo!" gli disse Dan facendogli passare il manganello sotto gli occhi.
Gli ci carezzò lentamente le guance, le labbra, poi pian piano tutto il corpo. Poi gli spinse la punta fra le natiche strette.
"Brutto stronzo di merda!" disse il ragazzo.
Dan, veloce, gli afferrò il naso e strinse torcendolo finché al ragazzo scesero lagrime di dolore ed urlò. Allora, lesto, gli infilò il manganello in bocca spegnendone l'urlo.
Cominciò a spingerglielo in gola: "Mi hai stufato con le tue volgarità, Spike. Mi hai veramente stancato." disse con voce eccitata l'uomo.
Con l'altra mano si sbottonò la patta dei calzoni dell'uniforme e tirò fuori il suo membro già completamente eretto. Sempre agitandogli il manganello in bocca come fosse un membro di gomma, si sputò sulla mano, lubrificò il proprio membro poi il foro del ragazzo, e gli si addossò cercando di penetrarlo. Spike strinse, si oppose, ma Dan gli spingeva il manganello in gola impedendogli di respirare finché il ragazzo, paonazzo e tremante, si immobilizzò. Allora ritirò il manganello per permettergli di respirare di nuovo e riprese a spingere. Ora Spike tremava tutto e dalla bocca spalancata usciva un respiro pesante, affannato simile ad un rantolo. Dan spinse con una serie di colpi in cui mise tutta la sua energia ed ogni volta che il ragazzo si irrigidiva e cercava di resistergli, gli spingeva di nuovo il manganello in gola, finché riuscì infine a violarne anche le ultime difese e gli si immerse tutto dentro. Il ragazzo cercò di lanciare un urlo, ma il manganello gli impedì di gridare ed uscì solo un lungo basso lamento soffocato. Allora Dan Firestone cominciò a martellargli dentro con violenza: voleva godersi quel culo ancora vergine a ventidue anni, ma voleva anche fargli male. Non aveva preso mai con tanta violenza un ragazzo: in fondo gli piaceva anche farli godere. Ma ora stava provando una sensazione nuova, strana, una gioia selvaggia, un senso di potere illimitato. Lo fotteva in culo col suo grosso manganello di carne e in bocca col manganello di cuoio e piombo, e si regolò in modo di goderlo a lungo, senza venire subito. Aveva tutto il tempo che voleva. Sapeva che lì, quella notte, non sarebbe passata nessuna pattuglia.
Quando finalmente decise che s'era divertito abbastanza, venne con un grido di trionfo. Quindi si sfilò, si pulì con gli abiti del ragazzo, prese dalla tasca la pistola col silenziatore che aveva requisito ad un pregiudicato e che non aveva consegnato, e sparò al ragazzo cinque colpi, ben distanziati, guardandolo sussultare ad ogni colpo. Cinque colpi ben mirati, tutti al posto giusto. Tutti e cinque mortali. Mise via la pistola, tolse le manette al cadavere, prese del fil di ferro e gli legò di nuovo caviglie e polsi stringendo bene: avrebbe così dissimulato le tracce delle manette. Poi frugò nelle tasche degli abiti del ragazzo, ne estrasse il portafogli e ne prese tutto il denaro sparpagliando le altre carte a terra. Si sfilò i guanti, risalì in macchina ed infilò guanti e pistola in una busta di plastica da supermercato. Risalì in macchina e ripartì. Andò verso il lungomare e dal finestrino gettò il sacchetto al largo: grazie alla pistola sarebbe affondato in fretta, nessuno l'avrebbe più ritrovato, e se anche fosse accaduto, comunque nessuno poteva risalire a lui.
Le altre marchette avrebbero capito. Ma non avrebbero potuto denunciarlo, fare niente, perché lui per quella sera aveva un alibi di ferro: ora sarebbe andato ad una festa di tre suoi colleghi suoi complici in varie cosette poco pulite, che avrebbero giurato che lui era stato con loro dalle cinque del pomeriggio alle due di notte. Raggiunse la casa del suo collega che aveva organizzato il piccolo party e si unì all'allegra compagnia. Nessuno gli chiese che cosa avesse fatto, da dove venisse: lui era lì con loro da almeno sette ore. E ci sarebbe restato, questa volta per davvero, per altre quattro ore. Il giorno dopo sarebbe comparso certamente un trafiletto sul ragazzo trovato nudo, violentato ed ammazzato al vecchio porto, E allora Dan avrebbe fatto il suo giro col giornale bene in vista. Sì, le marchette avrebbero capito. Ed avrebbero filato dritto.
All'una e trenta dal vicino quartiere italiano iniziarono a sciamare le comitive di discendenti di italiani loro amici e curiosi che s'erano riuniti per la festa annuale della Madonna del Carmine. Alle due Dan Firestone, fendendo la folla senza fretta e sentendosi più rilassato di quanto fosse stato per tutta la giornata, si allontanò dal quartiere di case popolari. Con la scusa di aver bevuto un po' troppo, aveva deciso di lasciare la sua auto sotto casa del collega che gliel'avrebbe riportata il giorno dopo. Si incamminò verso il centro città, verso East Hudson Street. Si stava chiedendo quando avrebbero ritrovato il corpo di Spike, quando il suo istinto di poliziotto gli fece capire che c'era qualcosa non andava. Si spostò sulla sinistra e rimase immobile, confondendosi con le ombre di un magazzino abbandonato. Con gli occhi stretti a fessura scrutò attentamente nell'oscurità circostante. In fondo all'isolato quattro ragazzi ispanici stavano uscendo da un'ammaccata Ford blu. Spalla a spalla erano in attesa di tre uomini che attraversavano la strada nella loro direzione.
"Cosa diavolo devo fare?" si chiese Firestone.
Gli ispanici avrebbero assalito i tre passanti, su questo non c'era dubbio. Uno di essi aveva in mano una catena che faceva dondolare indolentemente, un altro un coltello o forse un cacciavite, non capiva chiaramente. Il terzo teneva poggiato sulla spalla un machete come se fosse stato un fucile. Del quarto non vedeva le mani. Ignari del pericolo i tre elegantoni erano concentrati nella loro conversazione. Uno di essi era di piccola statura con una gran capigliatura grigia che si abbinava ad un vestito dello stesso colore che doveva costare una fortuna. Accanto a lui camminava un biondo alto con un pantalone di tweed, un blazer blu e un'immacolata camicia bianca aperta al collo da dove spuntava un foulard di seta color tabacco annodata. Al terza vittima potenziale, che sosteneva la maggior parte della conversazione era un giovane minuto, con occhiali senza montatura. Il giovane accompagnava le parole con ampi gesti delle mani.
"Tre scemi che non chiedono altro che di essere rapinati." pensò Dan.
La sua prima reazione fu di andarsene e di lasciare che la rapina si svolgesse senza problemi. Oltretutto era in borghese, s'era cambiato a casa del collega. Se quei tre volevano farsi del male, andando a camminare a quell'ora di notte in quel quartiere malfamato, era giusto che avessero quel che si meritavano. Se Dan avesse giocato a fare il poliziotto, avrebbe poi dovuto spiegare ai superiori se era ubriaco o no: se sì, perché era intervenuto, se no, perché aveva lasciato la macchina a casa del collega... Meglio lasciare che i tre stronzi si arrangiassero. Alla prossima occasione ci avrebbero pensato due volte prima di inoltrarsi di notte in quella fogna. Se fossero sopravvissuti, naturalmente.
Ma pur meditando quei pensieri, Dan si ritrovò incamminato verso i tacos che stavano stringendo le loro vittime designate vicino ad un lampione. Situazioni del genere gli riportavano alla mente ricordi, tutti legati agli abusi che aveva subito da bambino. Ogni volta che aveva l'occasione di prendere a calci in culo quel genere di feccia gli sembrava una rivincita su suo padre e su suo zio. Ecco perché era diventato un poliziotto. Ecco perché non aveva mai smesso di odiare quei due vecchi che nel Bronx avevano trasformato la sua vita in un inferno. Un'altra cosa, probabilmente, l'aveva spinto ad intervenire, anche se allora non se ne era reso conto consciamente. Solo dopo ci aveva pensato: probabilmente aveva intuito che quei tre erano gay, specialmente il più alto.
Quando fu quasi addosso ai teppisti tirò fuori dalla borsa la Smith e Wesson d'ordinanza e la strinse con la mano sinistra. Poi estrasse anche il suo manganello ricoperto di cuoio nero e dall'anima di piombo, un manganello spaccaossa assolutamente letale. Infilando la mano nell'asola dell'impugnatura Dan l'avvolse attorno al polso. La febbre rossa, quella rabbia carica d'odio che lo animava da sempre, quasi gli provocava un attacco di febbre.
Uccidere Spike era stato divertente, non aveva provato nessuna animosità verso il ragazzo. Doveva essere eliminato per dare una lezione agli altri e l'aveva fatto. Ma lo scontro con i quattro latini era una cosa differente, qualcosa di personale. Vedere quei tacos attaccare i tre elegantoni ricordava a Firestone che lui stesso era stato una vittima, un tempo. Ecco perché battersela era impensabile. Se aveva paura di qualcosa, quel qualcosa erano i suoi ricordi. Con le mani nascoste dietro la schiena, lasciando la sua borsa nell'ombra, si portò sotto la luce del lampione. Aveva quasi la bava alla bocca. I suoi occhi freddi non battevano ciglio. La febbre rossa lo faceva impazzire.
Come ogni branco di lupi, quello che Dan si preparava a fronteggiare non voleva solo bottino. Voleva esercitare il potere. Come suo padre e suo zio, che a differenza dei marinai non volevano solo godere con lui, ma dominarlo, usarlo, possederlo. Il biondo alto era diventato il bersaglio del tozzo dominicano che con la punta del machete stava giocherellando con i bottoni del blazer blu. Irrigidito dal terrore, l'uomo cercava di mantenere un atteggiamento dignitoso.
Parlando con accento inglese cercava di mostrare una calma che in realtà non provava: "Prendete quello che volete, ragazzi, ma non fate sciocchezze." stava dicendo.
Il dominicano lo sfiorò fra le gambe con la lama di piatto. Quando l'uomo si ritrasse, il giovinastro disse con un sorriso bieco: "Forse voglio anche qualcos'altro, papalino. Forse ti porto con me: beviamo e prendiamo anche un po' di roba. Festa per tutta la notte. Sarò carino con te, papalino, davvero carino. Scommetto che il ragazzino qui è quello che te lo mette, vero? Ehi ragazzi, qualcuno vuole divertirsi col piccoletto? Per ringraziarli delle donazioni che ci stanno facendo?"
Mentre due dei dominicani stavano spogliando dei loro averi le altre due vittime, quello che pareva il capo spinse di nuovo il machete fra le gambe dell'uomo alto che chiuse gli occhi e scosse il capo in preda al panico. Fu allora che il quarto dominicano, un giovanotto dalla faccia butterata che teneva arrotolata attorno al pugno una catena da bicicletta, si accorse che c'era qualcuno alle loro spalle. Si girò e Dan si avventò su di lui colpendolo alla clavicola col manganello. Il giovane cadde a terra con un urlo.
Il teppista magro dalla pelle scura che fino a quel momento era stato occupato a frugare nel portafoglio dell'uomo in grigio, non ebbe nemmeno il tempo di voltarsi. Assalendolo alle spalle Dan lo colpì al gomito destro. Il teppista urlò, lasciò cadere il portafoglio e si afferrò il gomito ferito. Pochi attimi dopo rotolò in avanti, sgambettato, e scivolò in ginocchio in una pozza d'acqua. Quello col machete fu colto di sorpresa.
Dopo una rapida occhiata ai suoi compagni malmenati fissò Dan per un paio di secondi prima di esclamare: "Tu, brutto stronzo! Ti spacco il culo, amico. Ti spacco il culo."
Con la lama nuovamente appoggiata sulla spalla fece un paio di passi verso il poliziotto in borghese, ma rimase impietrito quando Dan alzò il braccio sinistro e gli puntò addosso la Smith e Wesson. Strinse la presa sul machete.
"Vuoi mollarlo, per piacere?" disse Dan con voce falsamente tranquilla.
Con gli occhi colmi di odio il dominicano esitò. Alla fine lasciò la presa ed il machete scivolò sul marciapiede e risuonò con un clangore metallico. Dan ruotò la canna della pistola per fronteggiare il quarto teppista, il classico tipo del drogato con i denti marci. Niente da temere da quella parte, quel tipo non aveva cojones sufficienti per affrontarlo e infatti non aveva fatto una mossa per partecipare allo scontro. O era troppo spaventato oppure aveva avuto troppa fede nell'abilità del suo compagno di manovrare il machete.
Quando la febbre rossa diminuì, Dan parlò con voce secca ma quieta: "Voltati e mettiti in posizione." disse al drogato che obbedì posizionandosi di fronte al lampione con le gambe aperte e le braccia sul pilone: doveva esserci abituato, aveva capito subito che cosa voleva da lui Dan.
Il teppista del machete, tuttavia, era ancora infuriato: "Dev'esserci uno sbirro in giro da queste parti! Se avessi avuto con me il mio cannone saresti morto. Ci puoi giurare, sporco poliziotto di merda, che saresti morto." disse e sputò mancando di poco la scarpa sinistra di Dan.
Questi rispose con un sorriso: "C'è un tempo e un luogo per fare il duro, chico." poi sferrò un calcio ai genitali del dominicano.
Mise la Smith e Wesson in tasca poi con il manganello spaccò la testa del teppista che cadde a terra privo di sensi. Poi si volse a guardare le vittime pensando che se fossero stati semplici spettatori della scena e non gli aggrediti, avrebbero parlato di brutalità poliziesca, violazione dei diritti civili, razzismo verso rappresentanti di una minoranza etnica ed altre stronzate del genere. Non notò una sola espressione indignata davanti a quel brutale trattamento per i "fratelli latini". Il biondo dall'accento inglese assentì per esprimere tutta la sua approvazione. Il giovane guardava Dan con genuino e profondo interesse. C'era qualcosa di sensuale nella sua espressione, nel suo sguardo. Era come se gli occhi del giovane lo stessero carezzando.
Dan si accucciò accanto al drogato che portava infilato alla cintura un cacciavite accuratamente affilato: un'arma letale. Lo perquisì: trovò un portafogli di plastica che conteneva tre biglietti da un dollaro, due bustine di preservativi e due biglietti della metropolitana. Trovò anche tre fialette di crack che schiacciò sotto il tallone provocando un gemito di sofferenza nel drogato. Ora veniva la parte più difficile: evitare che quel piccolo scontro lo obbligasse a portare i teppisti al posto di polizia.
Il giovane, che aveva una bella capigliatura morbida e due occhi chiari chiari ma profondi, si fece avanti prendendo la parola per gli altri.
Afferrata una mano di Dan fra le sue, gli disse: "Ci ha salvato la vita. Non posso dirle quanto le siamo grati."
Il tocco delle sue mani era estremamente dolce ed il suo sguardo non lo lasciò mai. Aveva parlato un inglese perfetto ma con un leggero accento francese, gradevolissimo.
L'inglese, che non era giovane come pareva di lontano, aggiunse: "Se non fosse arrivato lei... non oso pensare che cosa sarebbe successo. Mi chiamo Rowland Preston. Santo Dio, sto ancora tremando. Lei è stato magnifico, assolutamente magnifico."
Dan si accese una sigaretta. Gli piaceva sentire quell'uomo col suo bellissimo accento inglese, qualcosa che lui aveva sentito solo in televisione o al cinema. Se gli avesse detto che era il segretario privato della regina, gli avrebbe creduto. Aveva uno sguardo, intenso, magnetico. E un'eleganza raffinata.
Dei tre il più spaventato era il piccoletto dai capelli grigi che, pur essendo probabilmente un po' più giovane dell'inglese, pareva molto più vecchio. Detergendosi il sudore dalla fronte con un fazzolettino di seta azzurra borbottava fra sé e sé in italiano come se non fosse ancora convinto che la brutta avventura fosse finita. A Dan non piaceva il suo sorriso: era troppo vuoto. I sorrisi vuoti sono sorrisi degli uomini spaventati e gli uomini spaventati sono deboli di cui non ci si può fidare. Anche l'inglese s'era spaventato, ma non sorrideva quando era spaventato: aveva cominciato a sorridere solo quando aveva capito che ora era al sicuro. L'inglese aveva carattere, non l'italiano.
Tendendo una mano l'uomo si presentò: "Alberto Sacchi. Grazie, grazie, grazie! Le sono riconoscente, signore, infinitamente riconoscente, mi creda."
"Voi non siete gente di questo quartiere. Tipi come voi da queste parti sono un invito alla rapina, per gentaglia come questa." disse Dan.
Il sorriso vuoto dell'italiano divenne ancora più da idiota: "Ah, signore, stavamo tornando dalla festa della Madonna del Carmine nel quartiere italiano e stavamo andando a vedere un locale, un bar notturno che vorrei comprare per trasformare in un ristorante italiano, io lavoro nella ristorazione, sa... Pensavo che tagliando di qui ci saremmo arrivati prima e così... Non immaginavo che ci fosse pericolo."
"E si sbagliava." disse con forzata gentilezza Dan.
Perché quei tre non se ne andavano e lo lasciavano in pace? Stava considerando che cosa gli sarebbe convenuto fare quando notò qualcosa di strano. I tre si guardavano come se avessero auto qualcosa da nascondere. Era poliziotto da troppo tempo per non capire al volo certe situazioni.
Il francese guardava Dan che finalmente riuscì a capire: erano tutti e tre omosessuali. Ma la cosa più interessante era che il giovane francese era stato eccitato dalla scena violenta a cui aveva assistito: Era evidente dai suoi calzoni lievemente attillati che ora erano generosamente gonfi al punto giusto...
Il francese chiese: "Sbaglio o lei è davvero un poliziotto?"
"Sì, sono un agente di polizia. Volete sporgere denuncia contro questa gente?"
Di nuovo i tre si consultarono con lo sguardo. Dan dovette trattenersi dallo scoppiare in una risata: era evidente che, per qualche motivo, i tre non ne avevano nessuna intenzione.
Parlò di nuovo il giovane francese: "Non c'è bisogno di sporgere nessuna denuncia, agente: grazie a lei abbiamo recuperato tutti i nostri averi e non ci è stato fatto del male."
"Come preferite" disse Dan nascondendo il suo sollievo, lasciò cadere la sigaretta e la schiacciò.
Il francese indicò i dominicani: "Che ne sarà di loro?"
"A me sembra che siano assorti nei loro pensieri. Penso che dovremo lasciarli soli." rispose con aria leggera Dan.
Scuotendo la testa l'inglese scoppiò in una fragorosa risata: "Meraviglioso! Assolutamente meraviglioso. Lei mi piace, agente!"
"Forse potremmo invitarla a bere qualcosa con noi: non è in servizio, credo. Mi perdoni per non essermi presentato ancora: mi chiamo Jacques Roux. Dottor Jacques Roux." disse il giovane francese avvicinandosi e toccando lieve un bicipite di Dan Firestone.