Dan Firestone entrò nella camera da letto principale della villetta di Jacques Roux in tempo per vedere l'infermiera portoricana, una donna paffuta sui quaranta anni con due denti d'oro, preparare lo psichiatra per una iniezione endovenosa.
Inchiodato ormai al letto e pallido, Jacques, ridotto a pelle ed ossa, viveva quasi costantemente collegato al tubicino delle trasfusioni: da quello gli venivano anche somministrate le iniezioni endovenose. Essendo debole e completamente privo di forze, permetteva solo a Dan di vederlo. In qualità di psicologo e psichiatra aveva sempre controllato ogni cosa della sua vita e di quella dei suoi pazienti. La leucemia tuttavia era qualcosa che non era in grado di controllare e che, data la sua giovane età, progrediva velocemente. Quando l'infermiera li ebbe lasciati soli, Dan baciò Jacques sulla fronte e gli carezzò una guancia.
"Posso fare qualcosa per te, baby?"
"Dov'è Oscar?" chiese Jacques con un sospiro rauco.
Dan gli sorrise con dolcezza prendendo con dolcezza una mano dell'amante fra le sue: "Nel giardino con i suoi biscottini alla menta. Credo che sia l'unico gourmet al mondo ad avere tre gambe..."
"Rowland?"
"Arriverà da Londra domani sera. Andrò a prenderlo al Kennedy poi ci recheremo direttamente ad Astoria. L'asta comincerà al suo arrivo. Ho controllato gli schiavi, ieri notte: sono pronti come non lo saranno mai più, specialmente quello splendido animale che è Elton."
"E il tuo amico Yung Chem?"
"Arriva domani o dopodomani. Lo conosci. Pensa di essere un furbo, ti dà un orario poi lo cambia all'ultimo minuto per prenderti di sorpresa. Comunque verrà. È entusiasta del nuovo biondino che abbiamo rapito per lui. E deve anche vendere bene i suoi schiavi migliori, compreso Elton, per racimolare i venti milioni che ancora deve a Kim Jong."
Jacques emise un profondo sospiro: "È un uomo strano quel coreano. Non sopporta la presenza di un ragazzino accanto a lui per un tempo superiore a quello che gli serve per farne un amante perfetto e poi disfarsene, e ricominciare da capo. Certo che ne fa degli schiavi ideali."
"Ne sei invidioso, tu, mi sa."
"E tu vorresti scambiarmi con uno di quegli schiavi, scommetto!"
Tenendosi le mani scoppiarono a ridere. Dopo alcuni secondi di silenzio in cui si guardarono con occhi pieni d'amore, Jacques s'informò sui compratori che avrebbero partecipato all'asta di Rowland la notte successiva.
Dan scosse il capo: "È incredibile come l'asta li ecciti. Ho parlato con uno di loro, ieri notte: non stanno più nella pelle. Uno è Osteros, il banchiere colombiano che partecipa per comprare ragazzini con i capelli rossi e il culetto piccolo. Ho parlato anche con quel pilota aeronautico svedese, quello che secondo te assomiglia a Kirk Douglas nei Vichinghi. È sempre fissato coi ragazzi neri. Già maturi e col cazzo grosso. E poi ci sarà di nuovo il principe Al Whaladhi: lui preferisce gli orientali: quando gli ho fatto vedere le foto dei tre ragazzini laotiani, sai, i due gemelli di dodici anni e il loro fratello di tredici, i suoi occhi brillavano con una libidine che ho temuto che si venisse addosso solo a vedere le foto. Dice che spera di riuscire a comprarli tutti e tre, specialmente i gemellini. L'asta attira gente di tutti i tipi. A proposito, Rowland dice che Clown non vede l'ora di mettere le sue mani addosso a Terry Dos Santos."
"Terry, Terry... È uno dei miei pazienti? Non riesco a ricordarmi, è così difficile..."
Depresso, Dan baciò una mano di Jacques, pensando che non c'è niente che possa preparare ad assistere allo spettacolo di una persona amata che si sta spegnendo: e quelle improvvise crisi di perdita della memoria non facevano che annunciarne la fine. Nessuna religione, neppure una lunga carriera di poliziotto e nessuna filosofia in cui pensi di credere, niente può preparare ad una cosa del genere. Erano anni che Dan non si sentiva così impotente, così impreparato. Che avrebbe fatto, poi?
Non era strano che in quel momento di debolezza Jacques pensasse che Terry fosse stato uno dei suoi pazienti. Era lui che, fra i suoi pazienti più instabili ed attraenti sceglieva alcuni degli schiavi che Rowland metteva all'asta, oltre a quelli che lui stesso sceglieva fra gli assistiti della fondazione Lesley e a quelli che arrivavano dagli "allevamenti" dell'isola di Clown. Di tanto in tanto anche Alberto trovava qualche candidato fra le persone sole che incontrava nel suo ristorante o nei club per singles di Manhattan: qualche cliente infatti voleva schiavi adulti. Ma era Jacques che lavorava sulle menti dei candidati convincendoli di essere dei sottomessi, animali sessuali nati per servire un padrone. Era lui che li trasformava in esseri desiderosi di essere schiavi. L'unica eccezione erano gli ex amanti del Clown come Elton.
Rowland Preston pagava per questo genere di terapia e per la prigionia nella casa del quartiere di Astoria, a Queens, dove i soggetti venivano reclusi fino all'asta. Salvo per alcune vendite effettuate direttamente con consegna al cliente, a persone di fiducia, vecchi clienti. Le aste si facevano in diverse città del mondo, per non insospettire le polizie con ripetute visite e traffici, strane adozioni dei piccoli o gente ricca che arrivava da sola e rientrava in patria con un presunto "collaboratore domestico".
Molto spesso Rowland, che era notoriamente tirchio, si lamentava di dover pagare a Jacques cifre esorbitanti, ma era costretto ad ammettere che senza lo stimato dottor Jacques avrebbe realizzato guadagni molto inferiori: uno schiavo non convinto non sarebbe durato a lungo ed avrebbe creato un sacco di problemi. Fino ad un mese prima, quando c'era stato quel vistoso peggioramento, Jacques aveva trattato i suoi pazienti dal suo letto, nascondendo il suo aspetto malato dietro una elegante vestaglia di seta nera.
Nella camera da letto Dan si accostò a Jacques: "Non era un tuo paziente, baby. È il ragazzino che ci ha procurato Alberto, quello che andava al ristorante con la madre."
"Ah sì, ora ricordo. L'hai portato qui perché lo vedessi. Un amabile ragazzino, potrebbe fare felice Yung Chem. Se solo sapesse tenerselo."
Dan era d'accordo. Terry Dos Santos era destinato a finire chissà dove, forse a fare una vita grama, schiavo di qualche sadico. Il tutto perché Alberto aveva comprato il bar che erano andati a vedere quella notte in cui lui li aveva salvati dai teppisti e ne aveva fatto un ristorante. Per comprare il locale Alberto aveva preso in prestito cinquantamila dollari da Jacques con un interesse del dieci per cento, un buon affare quando sarebbero cominciati ad arrivare gli interessi. Ma poiché l'italiano non era riuscito a trovare un buon chef, il ristorante aveva aperto con tre mesi di ritardo. Alberto aveva ignorato il suo debito con Jacques e Dan aveva fatto un'indagine su quell'italiano mangiapasta su richiesta di Jacques, purtroppo solo dopo che il prestito era stato concesso. Così era venuto a sapere che Alberto, che era una specie di maniaco sessuale, aveva avuto ristoranti anche a Sorrento, a Addis Abeba ed a Saigon. Era coinvolto in attività illegali come il traffico d'armi, la prostituzione ed il contrabbando di moneta falsa. La fortuna, gli agganci politici e la provvidenziale scomparsa di testimoni lo avevano fino ad allora tenuto lontano dai guai.
Dopo aver scoperto di essere leucemico il bisogno di denaro di Jacques era diventato drammatico. Dan lo aiutava in ogni modo, logicamente, poi aveva chiesto ad Alberto di pagare il suo debito. L'italiano aveva risposto prima pagando cinquantamila dollari, poi lamentandosi di non avere altri mezzi per pagare gli interessi che erano maturati. Stava ristrutturando la cucina del suo ristorante nella 73a, aveva problemi di tasse e i sindacati gli stavano rendendo la vita impossibile. Tutto ciò di cui aveva bisogno era una piccola dilazione.
Dan sospettava che Alberto stesse deliberatamente tirandola per le lunghe convinto che la morte di Jacques avrebbe cancellato ogni debito. Dan gli aveva fatto capire che stava commettendo un errore pensando che alla fine non avrebbe dovuto rimborsare Jacques Roux. La settimana precedente il giorno del Ringraziamento Dan aveva fatto una visita inaspettata all'appartamento dell'italiano a Central Park Sud e gli aveva portato quello che aveva definito l'ultimo avviso. Al termine del loro incontro Alberto, piangente, con gli occhi puntati sulla lama del coltello dell'esercito svizzero puntato sul suo inguine, aveva giurato che avrebbe pagato tutto ciò che restava del debito con Roux nel giro di una settimana.
Ecco perché il giorno dopo, un sabato, aveva invitato Dan all'Umbria facendolo sedere a tre tavoli di distanza dal posto in cui un adorabile biondino stava pranzando con la madre e con uno snello giovanotto dai soffici capelli castani.
Indicandogli discretamente il ragazzino, Alberto aveva sussurrato: "Si chiama Terence Dos Santos, Terry. Io dico che ci renderà ricchi entrambi. Chiama Rowland e chiedigli che cosa ne pensa."
Dan aveva osservato il ragazzino per diversi secondi poi era tornato alla sua albese ai tartufi bianchi. Venti minuti dopo, in una telefonata transoceanica dall'ufficio di Alberto, Dan aveva descritto Terry a Rowland Preston.
"Ottimo, ma devi mandarmi un buon servizio fotografico e molto in fretta." aveva risposto l'inglese.
Dan aveva detto a Rowland che la sua parte per controllare la situazione del ragazzino più il premio alla conclusione della prossima asta non sarebbero stati sufficienti, non con le cure di Jacques che diventavano ogni giorno più costose. Il dolce Terry doveva fruttare almeno un quarto di milione di dollari. Rowland aveva promesso che se le foto confermavano la sua descrizione, il quarto di milione era assicurato.
Dan aveva sguinzagliato i suoi uomini ed aveva ottenuto le foto, compresa una fatta in piscina, veramente appetibile. Ed aveva organizzato il rapimento.
Nella camera da letto Jacques guardò Dan: "Sarà la prima asta a cui manco da quando ci siamo associati con Rowland. Conto su di te per sapere tutto, anche i pettegolezzi. Ehi, c'è qualcosa che non va? Sembri di cattivo umore, sei accigliato. Che cosa succede?"
"Black. Quell'uomo sta andandoci vicino e la cosa non mi piace. Ha seguito la traccia di Terry e questo l'ha portato troppo vicino alla porta di casa mia. Pensavo che ammazzargli i genitori l'avrebbe sviato e invece l'altra notte è andato a mettere il naso nel ristorante di Alberto per incontrare quell'amico della madre di Terry ed ha sorpreso Alberto con Kim Shin nella saletta privata. Black e la guardia del corpo di Shin sono venuti alle mani: Black non solo ha preso a calci in culo il gorilla ma le ha suonate anche a Shin. Visto che Shin ha il passaporto diplomatico la cosa ha attirato l'attenzione del dipartimento di polizia, dell'ambasciata coreana e del governo americano."
"E allora, qual è il problema?"
"Immagina che Black si chieda perché Alberto e Shin sono così in buoni rapporti. Black ha certamente collegato Shin a Chem. Immagina che riesca a collegare Alberto a me. Quel casino al ristorante non sarebbe successo se Black non stesse seguendo le tracce del piccolo prezioso Terry, come lo chiama Rowland. E sa già che Fort è in contatto con me e credo che immagini che grazie a lui ho i rapporti di Susan..."
"Fort è ancora a Washington?"
"No, è andato in Messico ma dovrebbe essere sulla via del ritorno con le ricevute della vendita dei piccoli sudamericani spediti all'isola di Chem. Shin si stava lamentando che non abbiamo raccolto abbastanza ragazzini. Immagino che il generale Kim Jong stia premendo su Chem e lui si rifà su noi. Alberto cercava di calmare Kim Shin quando Black ha fatto la sua comparsa in scena. Ora veniamo al mio secondo problema con Black: un paio di giorni fa è andato alla DEA per visionare i profili stilati da quei due poliziotti uccisi dai trafficanti. Ho ricavato cinquantamila dollari rivelando le loro identità: nessun rimpianto, baby, avevamo bisogno di quei soldi e questo è tutto. In ogni caso mi chiedo quanto Black sia vicino ad avere le prove che Susan, la ragazza di Fort, ha venduto a Fort le identità di quei due poliziotti."
Jacques sorrise con dolcezza: "Quel Black è come un'influenza estiva: non riusciamo a sbarazzarcene..."
"So tutto di Black. È il tipo che quando ti minaccia di mandarti all'inferno, sei già in viaggio. Che cosa succede se viene a sapere dei rapporti che Alberto, Kim Shin e Yung Chem avevano a Saigon? Cosa succederà se spreme Alberto e quel mangiapasta lo porta a me?"
Jacques alzò lentamente un indice: "Tu o uno di quegli psicopatici che lavorano per te avete fatto un'indagine su Black con il tuo fedele computer?"
"Puoi scommetterci. Quel tipo e fottutamente pulito, o forse semplicemente non l'hanno ancora beccato, non so. Un esperto di arti marziali: tutti dicono che è un autentico campione. Qualche anno fa ha lasciato il corpo di polizia per lavorare in una compagnia privata. Poi, dopo che un paio di ragazzi furono misteriosamente uccisi, Black dette le dimissioni e tornò nel corpo. Con ponti d'oro. Cristo, è troppo pulito per essere vero."
"E questo che cosa ti fa pensare?"
"Ci sono state alcune voci a proposito di una vendetta. Si dice in giro che Black abbia lavorato in quella compagnia privata solo per far fuori quei due. Non è stato mai accusato di nulla. Ancora oggi nessuno sa chi li abbia ammazzati, quei due."
"Pensi che sia stato Black?"
"Aveva la luna per traverso..."
"Non farmi ridere. Ridere allenta queste maledette cannule." Mise un dito sulle labbra per chiedere un attimo di silenzio. Stava pensando. Dan rimase silenzioso in attesa delle sue parole. Infine Jacques disse: "Non uccidere Black. Non ancora. Finché non te lo dirò io."
"Come vuoi."
"Ognuno di noi ha un punto debole. Bambini, una moglie, un amore di qualche genere. Trova le persone che ama ed avrai trovato il suo punto debole. Questo è il modo in cui lo metteremo fuori gioco senza rischiare un confronto diretto."
"Posso pisciargli addosso... Posso rendergli la vita veramente difficile."
"E puoi anche tagliargli le gambe. Ricorda che una banda di cani rabbiosi ha paralizzato l'America prendendo in ostaggio pochi cittadini. Ritengo che possiamo risolvere la faccenda agendo in questo modo."
"Capisco."
"Costringilo a difendersi su diversi fronti. Se diventi impaziente e lo affronti direttamente rischi di venire sconfitto da un tipo come lui. So benissimo che non pensi che questo possa capitare, ma considera lo scontro diretto solo come l'ultima risorsa. Frattanto voglio che tu sia più furbo di lui, non che ti limiti a reagire alle sue mosse."
"Non sarà facile, baby."
"Black ha i suoi problemi. Ha malmenato un diplomatico coreano, ricordi? È una cosa sufficiente a suscitare una reazione negativa da parte dei due governi. Per il sergente Black questo significa nuovi problemi. Inoltre la sua più evidente debolezza sembra essere il complesso di colpa. Stando alle registrazioni che hai fatto delle sue telefonate ai Dos Santos direi che si sente in colpa per non aver saputo ancora trovare il figlio della sua ex fidanzata. Sente di averla delusa allora non avendola sposata e di averla delusa ancora ora non avendole trovato il figlio. Mi piacerebbe sapere perché, tornato dal Vietnam ha rotto il fidanzamento con lei. E adesso che lei è scomparsa, credo che il suo senso di colpa sia aumentato."
"Dovevo farlo, baby. C'era uno dei miei uomini al controllo delle telefonate e quando l'ho rilevato ho sentito che i Dos Santos dicevano a Black che si erano ricordati di un negro che aveva gironzolato attorno al ristorante quando loro c'erano andati l'ultima volta e che sembrava guardare con uno strano interesse il ragazzino. Pensano che fosse un maniaco sessuale. Era quel fottuto di Fort che preparava il rapimento con Alberto. Se lo descrivevano bene Black avrebbe potuto riconoscere Fort e quello l'avrebbe portato a me automaticamente. Dovevo eliminarli in fretta. Mi sono presentato a loro in uniforme dicendo che avevamo ritrovato Terry e li ho fatti sparire. Non li troveranno..."
"Non ti sto rimproverando, caro. Hai agito per il meglio, non l'ho dubitato neppure per un minuto. Ora parliamo ancora di Black: colpa. Ecco che cosa lo spinge a comportarsi con tanto zelo. Lascialo in vita, almeno per ora. Ma ricordati a che cosa ti ho detto riguardo a chi gli può essere caro. Gioca con i suoi sentimenti."
Dan annuì: "Mi hai detto quando lasciare la polizia, quand'era il momento di aprire la mia agenzia privata di duri. Ho a disposizione otto ottimi professionisti che hai scelto tu grazie ai dialoghi che hai fatto con i possibili candidati e che ora farebbero qualsiasi cosa. Hai fatto in modo che potessi aprire la discoteca e mi hai messo in contatto con la gente che mi ha venduto il bar di Bank Street e mi hai anche inserito nel giro di affari di Rowland. Se non fosse stato per te non avrei nemmeno un buco in cui pisciare. Devo saperlo, baby: Russell Fort e Alberto. Chi dei due può farmi più danno?"
"Russell. Come hai detto c'è la possibilità che Black abbia già capito della sua ragazza. Se è così, è da quella parte che comincerai ad avere grane."
"E Alberto?"
"Lui è già stato arrestato più di una volta e se l'è sempre cavata. Lui saprà come cavarsela senza troppi problemi. Tutto quello che deve fare è starsene zitto, lasciare che sia il suo avvocato a parlare per lui, poi fare le valigie e lasciare il paese. Fort e Susan. Il mio consiglio è di tappare queste falle prima che sia troppo tardi. Susan sa che Fort si è servito di lei per fregare i due infiltrati. E sa anche che Black non mollerà una pista che lo può portare a chiunque ha commesso quei due omicidi. So che hai messo una paura del diavolo a Russell, ma forse Susan potrebbe farsi qualche scrupolo o magari potrebbe avere paura. Puoi minacciare Fort finché il mare si seccherà, ma non puoi fidarti di lui. E neppure della sua amichetta. Ti conviene farne a meno, o quei due possono rovinarti."
"Se non avessi avuto così disperatamente bisogno di Russell per procurarmi le informazioni avrei pensato seriamente a farlo fuori."
"Cosa ti impedisce di trovare un'altra via di accesso a quelle informazioni?"
Dan stava per rispondere quando si accorse che gli occhi infossati di Jacques si erano spostati sulla porta. L'infermiera portoricana era inflessibile: aveva concesso a Dan venti minuti. Quell'intervallo di tempo stava per scadere ed ora stava sicuramente per tornare per riprendere il suo lavoro ed era meglio non crearle difficoltà.
Dette una carezza lieve al suo amante e gli sorrise con estrema dolcezza: "Tornerò tra poco, amore. Voglio andare a vedere come sta Terry. Domani sarà il suo grande giorno. A presto."
"Sai come devi comportarti col ragazzetto."
"Ho avuto il migliore dei maestri..."
Cinque minuti dopo Dan, portando con sé la sua consunta valigetta, scese con l'ascensore nel sotterraneo riscaldato della villetta di Jacques Roux. Accesa la luce controllò la porta che dava in una piccola cantina girando la maniglia e controllò il lucchetto che vi aveva installato lui stesso. La porta della cantina non era stata manomessa. Un'ultima pressione sulla maniglia, poi Dan controllò il termostato. L'operazione gli ricordò che doveva provvedere alla riserva di gasolio per il riscaldamento della villetta.
Dan riprese a camminare dirigendosi all'estremità del sotterraneo dove brillava una luce posta sopra una porta di metallo verde. Aveva appena sorpassato la lavatrice ed alcuni classificatori metallici che contenevano le registrazioni delle sedute dei pazienti di Jacques quando la porta verde si aprì lentamente. Un giovanotto dal viso infantile e con una mitraglietta Uzi in pugno comparve sulla soglia. Aveva capelli corti a spazzola, castano chiari, indossava una attillata maglietta grigio perla con un disegno di Tom of Finland che gli metteva in evidenza i pettorali forti ed un paio di pantaloni da tuta di ginnastica di felpa dello stesso grigio.
Quando Dan arrivò alla porta il giovanotto si fece silenziosamente da parte. Dan entrò in una piccola stanza con le pareti di cemento illuminata da una lampada fluorescente e il giovanotto lo seguì. L'arredamento era composto da una branda, una sedia pieghevole di metallo e un tavolino. Dan aggrottò la fronte sentendo l'odore di fumo di sigaretta e di wurstel. Sul letto alcune riviste gay, in terra lattine di birra, contenitori di pizza vuoti e fazzolettini di carta appallottolati. Un piccolo videoregistratore a colori trasmetteva un filmetto porno, senza audio.
Raggiunta l'estremità della stanza Dan appoggiò una mano su una seconda porta metallica scrutando attraverso uno spioncino di vetro.
Poi si rivolse al giovanotto: "Tutto a posto?"
"Tutto a posto."
"Provati a toccarlo e sei morto: se non ti ammazza Yung Chem, lo faccio io."
"Non c'è pericolo, preferisco uomini maturi, lo sa..." disse il giovanotto guardandolo con aria provocante.
Sì, Dan lo sapeva: era un ex allievo dell'Accademia di Polizia, uno dei migliori, che era stato radiato perché aveva infastidito pesantemente più di un compagno d'Accademia con proposte sessuali.
Togliendo una chiave appesa ad un gancio sulla destra della porta, Dan sbloccò la serratura ed entrò in una seconda stanza con le pareti di cemento, chiudendosi la porta alle spalle. Leggermente più piccola della precedente, la stanzetta era illuminata da una luce al neon simile all'altra, conteneva una branda, lenzuola, un tavolo e due sedie pieghevoli. A differenza dell'altra questa aveva un minuscolo bagno privato. Da un angolo del soffitto una telecamera a circuito chiuso sorvegliava la scena. Sotto la telecamera Terry Dos Santos era sdraiato sulla branda, girato verso il muro.
Udendo la porta aprirsi si volse con gli occhi quasi nascosti dai capelli biondi. Indossava ancora gli stessi abiti che aveva quando Dan l'aveva rapito cinque giorni prima. Dopo pochi secondi si mise a sedere, si tolse i capelli dagli occhi e guardò verso l'ex poliziotto con gli occhi cerchiati di rosso. Doveva essere spaventato ma lottava per sostenere il suo sguardo. Dan apprezzò il coraggio di cui il ragazzino stava dando prova.
"Voglio tornare a casa." disse Terry.
Era la stessa frase che aveva detto a Dan l'ultima volta che era venuto a controllare le sue condizioni. Parlava a voce bassa ma con fermezza. Stava compiendo un grosso sforzo per rimanere calmo, per evitare di cedere. Molti uomini sarebbero caduti a pezzi in simili circostanze. Il ragazzino aveva qualcosa di speciale.
Dan sedette su una sedia ed aprì la sua valigetta. Ne estrasse un registratore per microcassette e lo accese per registrare. Accese una sigaretta, inspirò profondamente poi espirò il fumo in direzione della telecamera.
Dopo pochi secondi indicò il cibo che stava sul tavolo: "Non ti piacciono i cheeseburger e le patatine fritte? Pensavo che piacessero a tutti i ragazzini. Dovresti mangiare qualcosa, davvero."
Più tardi Dan avrebbe fatto ascoltare la registrazione a Jacques che avrebbe visto anche il filmato della telecamera ed avrebbe fatto le sue raccomandazioni a Chem. Quei consigli sarebbero stati il primo passo con cui Chem avrebbe trasformato l'adolescente nella sua perfetta creatura per la ricreazione. Nei prossimi minuti ogni cosa che il ragazzino avesse detto o fatto, ogni minima reazione o risposta avrebbero detto moltissimo a Jacques. Yung Chem considerava senza prezzo l'opinione di Jacques riguardo all'educazione dei suoi ragazzi.
"Perché mi tenete qui? Perché non posso vedere mia madre? Tu non sei un poliziotto: hai detto che lo sei ma io lo so che non è così. Mi hai ingannato."
Il ragazzino era anche furbo. Dan gli aveva mostrato il distintivo per avvicinarlo. Se ne era servito anche per entrare in casa dai suoi la notte in cui li aveva rapiti per ucciderli.
Usando una manica Terry si asciugò una lacrima che gli stava iniziando a scendere da un occhio: "Non voglio stare qui, voglio tornare a casa."
Sentendo qualcuno alle sue spalle Dan si girò per vedere di chi si trattava. Il giovanotto s'era stancato di guardare il suo filmetto a luci rosse ed aveva silenziosamente socchiuso la porta per spiare che cosa succedeva. Masticando una gomma se ne stava sulla soglia a godersi lo spettacolo. Dan lo guardò fisso finché il giovanotto capì e tornò nella sua stanza chiudendosi la porta alle spalle.
"Ora ti spiego perché, Terry. Perché non puoi vedere tua madre o tornare a casa, tutto qua. Tu sei qui proprio a causa di tua madre, sai?"
"Non capisco."
"Tua madre ci ha affidato la tua custodia legale perché troviamo qualcuno che ti adotti. Non ti vuole più: è l'unico modo che ha per tornare d'accordo con tuo padre, che non ti vuole in casa, non ti vuole attorno. Perché ha scoperto che tu non sei veramente suo figlio: tua madre ti ha avuto da un altro."
"Sei un bugiardo, so che è una bugia." disse Terry alzandosi dal letto con i pugni stretti di fianco alle anche.
Cinque giorni in questa fogna ed ancora il ragazzino resisteva, pensò Dan: il piccolo era davvero tosto: "Terry, credimi, è vero. Lei non ti vuole più: mi dispiace ma la situazione è questa. E noi ti troveremo un ricco papà che ti adotti..."
"No. Non avrebbe mai fatto una cosa del genere. Sei uno sporco bugiardo."
Terry aveva assunto un'aria di sfida e rimaneva attaccato alla madre. Clown avrebbe avuto il suo bel daffare con quel ragazzino. Plasmarlo a suo piacimento non sarebbe stato facile. Cercando nella sua valigetta Dan prese un telefono cellulare, ne allungò l'antenna e digitò una serie di numeri, poi portò il telefono all'orecchio e si mise in ascolto.
Quando una voce femminile registrata cominciò a parlare Dan disse: "Signora Dos Santos? Tutto bene, e lei? Bene. Signora, ho qui con me Terry e vorrei che lei gli confermasse il nostro accordo. Sì, certo, gli ho spiegato tutto ma non vuole credermi." mentre parlava al telefono osservava il ragazzetto.
Gli occhi di Terry non lasciavano il suo viso. Capelli scarmigliati, occhi rossi, ma ancora bellissimo. E anche forte. Era ad un passo dal cedere ma resisteva. Resisteva e rifiutava orgogliosamente di abbassare lo sguardo. Toccò a Dan battere le palpebre.
"Sì, lo so signora, questo era il nostro accordo, ma... Sì, lo so che lei è stata costretta per... Se solo volesse dirlo di persona al ragazzo..." disse Dan al telefono.
"Voglio parlare con lei. Lasciami parlare con mia madre!"
Terry non aveva paura di tenere testa ad un adulto. Dan sorrise e pensò che Chem doveva stare attento a quel ragazzino.
"Certo. Mi scusi, signora Dos Santos, ma il ragazzino... Capisco, come vuole lei signora. Sì certo. Buona sera, signora." disse e chiuse il telefono ritirando l'antenna: "Mi dispiace Terry, dice che non vuole parlarti..."
Tra lacrime ed urla Terry si avventò su di lui cercando di strappargli il telefono di mano: "Non ti credo, non ti credo!"
Dan se lo staccò di dosso pensando che tutto si era svolto secondo le previsioni di Jacques. Poi si chiese quando mai il suo amante aveva sbagliato. Come avrebbe fatto a continuare senza di lui? Allontanandosi da Dan, Terry si lasciò cadere sulla branda, in lacrime. Mentre il corpo del ragazzetto era scosso dai singhiozzi Dan chiuse la valigetta e si alzò: non provava compassione per Terry, non lo odiava ma neppure l'amava. Tutto quel che gli importava era Jacques. Jacques era più importante di un centinaio di Terry. Dan s'avviò verso la porta. Quando si girò per lanciare un ultimo sguardo a Terry si accorse che aveva smesso di piangere e che stava seduto con una calma sconcertante. Ma era un mostro, quel ragazzetto? Stava seduto eretto, forse nel modo che gli aveva insegnato la madre e si asciugava le lacrime col dito indice della mano destra.
Guardò dritto negli occhi Dan poi disse con voce incredibilmente calma: "Non hai parlato con la mamma. Lo so che non le hai parlato."