MANHATTAN
Alle dieci e trentacinque del mattino seguente il suo scontro con Kim Shin e con la sua guardia del corpo, Black era seduto su una poltrona di cuoio verde nell'ufficio di Silvan York. Aveva una tazza di caffè nero in mano, una copia arrotolata del New York Times nell'altra e stava guardando l'agente del Tesoro. Questi era al telefono e stava ricevendo dall'altro capo della linea telefonica un cicchetto da qualcuno.
I suoi problemi nascevano dal fatto che Kevin M. Black, il vice marshal di fresca nomina che gli avevano affidato, aveva malmenato un diplomatico dell'ambasciata sudcoreana.
Ad un certo punto Silvan, rosso in volto, lanciò un'occhiataccia dalla sua scrivania in direzione di Black, che sorrise e alzò la tazza come per brindare prima di bere un sorso di caffè. Kevin ebbe l'impressione che Silvan non avesse apprezzato il gesto. L'agente del Tesoro strinse gli occhi e cominciò ad avvolgere il filo del telefono attorno alla propria grossa mano. Alla fine Silvan riagganciò e chiamò la segretaria con l'interfonico ordinandole di rispondere lei a tutte le chiamate. Poi appoggiò i palmi delle mani sulla scrivania e rimase ad osservarsi le dita indurite da anni di football, una carriera durante la quale aveva raggiunto il record nel Cotton Bowl per il numero di scontri sostenuti nel ruolo di difensore.
All'università del Texas Silvan York oltre ai due anni trascorsi in prima squadra nel campionato americano, si era anche laureato con un'alta votazione ottenuta soprattutto grazie alla sua memoria fotografica. Purtroppo le tre operazioni che aveva subito alla spalla destra lo avevano escluso dalla National Football League. Il fatto non lo aveva sconvolto più di tanto, visto che comunque la carriera di un giocatore professionista raramente durava più di cinque anni.
Invece di seguire le orme di suo padre e dei suoi due fratelli che lavoravano in banca, Silvan, che si riteneva una delle poche celebrità del football dotata anche di cervello, aveva deciso di costruirsi una posizione a Washington lavorando per lo staff di un senatore del Texas.
Grazie a questa esperienza aveva visto da vicino il mondo dei Servizi Segreti. Questi, come branca del dipartimento del Tesoro, facevano molto più che difendere il presidente e il suo vice. Investigavano su reati federali come la contraffazione di denaro, la falsificazione di titoli del governo, il riciclaggio del danaro sporco ed altro fra cui le minacce contro i diplomatici stranieri. Un lavoro molto più interessante di una carriera in banca. Un altro aspetto di quel lavoro che Silvan apprezzava era il forte senso di cameratismo tra gli agenti. Era un sentimento che lo riportava all'atmosfera delle squadre di football. Naturalmente c'erano anche vantaggi collaterali ad avere il governo alle spalle: per esempio si poteva godere di un grande potere senza dover far parte di un ufficio politico o di una lobby.
Era stato il senatore, un uomo allampanato dalle sopracciglia cespugliose, con occhi e labbra sottili, che lo aveva avvertito dei rischi che si correvano a lavorare per il governo: "Ora stai lavorando per i politicanti. Con tutto il potere che hanno sarebbe stupido pensare che un giorno o l'altro non potrebbero usarlo contro di te. Come LBJ mi disse una volta, non ne può venire niente di buono a servire gente che può fare tutto quello che vuole."
Nell'ufficio di Manhattan né Silvan né Kevin per un po' dissero nulla.
Poi l'agente del Tesoro si appoggiò allo schienale della poltroncina girevole e parlò con il viso rivolto al soffitto: "Il Dipartimento di giustizia, il Dipartimento di Stato e l'ufficio del procuratore distrettuale mi rompono i coglioni a causa di quello che hai combinato con quel diplomatico coreano. Adesso tocca a me darti una strapazzata." Abbassò lo sguardo su Black: "Sono i tipi come te che mandano tutto a puttane. Tu pensi di sapere tutto mentre noi non capiamo un accidente. Ti avevo detto di andarci piano, ma sembra che per convincerti ci sia bisogno di un avvertimento ufficiale. Bene, caro il mio ragazzo di città, se vuoi fare il furbo non devi poi stupirti se la gente ti prende a calci. È troppo tempo che ti comporti da stupido."
"Immagino che ora dovrei essere preoccupato..." disse Kevin con un sorriso sornione.
"Stammi a sentire, stronzo: persino la tua gente pensa che tu abbia esagerato, questa volta. Il comandante del tuo distretto, i capi del Police Plaza, non vedono l'ora di farti il culo e non siamo neppure a metà della giornata."
Kevin mostrò la copia del Times: "In ogni caso, se ti interessa saperlo, non ero ubriaco e non sono stato io ad iniziare la rissa. Qui hanno stampato un sacco di stronzate."
"Il tuo problema è diventato il mio problema. Lasciami spiegare. Non me ne frega un accidente di chi ha cominciato la rissa. Sei in una brutta posizione e questo mette anche me in una brutta posizione. Un vice marshal che picchia un diplomatico straniero! Maledizione! Non hai capito niente di quello che ti ho detto? Ti ho ordinato di concentrarti su Firestone e sulla morte di quei due infiltrati. Dimenticati di Terry Come-si-chiama, ti avevo detto..."
"Mi aveva anche raccomandato di stare alla larga da Yung Chem. In ogni caso il cognome è Dos Santos. Che c'entra con Kim Shin?"
"Sai una cosa, ragazzo? Penso che ti sfugga la situazione. C'è un vantaggio nel conoscere i dettagli essenziali, perciò prima di cominciare a parlare di quanti metri hai mancato il tuo bersaglio, lascia che ti spieghi come stanno le cose. Questo paese spende più di tre bilioni di dollari all'anno per la difesa della Corea del Sud. La Corea del Nord sta costruendo un impianto di riciclaggio di materiale nucleare. Si vocifera di un accordo fra le due Coree per la riunificazione, così a noi poveri cristi timorati di dio, che resta da fare? Solo tentare di rimanere in gioco e per farlo abbiamo bisogno di amici. Ci piaccia o meno, dobbiamo rimanere in buoni rapporti con i sudcoreani. Potremmo cominciare a non malmenare i loro diplomatici, per esempio. Capisci?"
Kevin posò la tazza di caffè sul bordo del tavolo ed incrociò le gambe: "Quello che capisco è che un uomo mente deliberatamente e mi sta prendendo in giro fin dal principio. Quello che vedo è un uomo che mi taglia le gambe per impedirmi di creare..."
"Detective Black, la tua storia personale dice che sei un uomo solo e infelice. E la gente infelice spesso pensa o troppo poco o troppo..."
"Io la vedo in un altro modo. Non sono io l'infelice, è il mondo che è marcio." disse Kevin sorridendo.
Silvan rise a sua volta: "Per un uomo nella tua posizione dovresti preoccuparti di più. Invece ti comporti come l'ispettore Callaghan il che non fa altro che confermare le teorie dei liberali che i poliziotti sono solo teste di cazzo. Te ne sei fregato anche degli ordini del governo, il che non è esattamente nei tuoi interessi, te lo garantisco. Allora perché te ne stai seduto lì più contento di un maiale nel fango? Sai qualcosa che noi non sappiamo? O sei diventato matto?"
Kevin s'appoggiò allo schienale con le mani incrociate dietro la nuca: "L'altra notte sono stato trattenuto dalla polizia nell'ufficio di Alberto finché non hanno controllato il mio tesserino e telefonato per ulteriore conferma. La mia collega è venuta a portarmi il mio impermeabile. Stavo seduto alla scrivania di Alberto così ho appoggiato il mio impermeabile sulla sua agenda a schede. Quando hanno controllato i miei documenti mi hanno detto che potevo andarmene..."
"Con l'impermeabile e la sua agenda. Alle volte mi domando chi ti ha fatto così..."
"Arrivato a casa, per prima cosa ho controllato i nomi dell'agenda. Alberto aveva il numero di Kim Shin, quello dell'ambasciata, quello di casa, quello di Seoul. Aveva anche diversi numeri di telefono di Seoul, ma senza nomi. Ho controllato per vedere se corrispondevano a quelli di Yung Chem. Poi c'erano altri nomi terribilmente interessanti: quello di Dan Firestone e di Russell Fort, poi numeri di telefono di mezzo mondo, Francia, Inghilterra..."
"Chi è Fort?"
"Un ex poliziotto che conosce bene Firestone e che ha grossi debiti con strozzini del gioco d'azzardo. Amichetto di Susan che lavora agli archivi della polizia, all'elaboratore e che fra l'altro si occupa dei profili. Firestone fa controlli sui clienti di Yung Chem ed è protettore di Fort, ed ora risulta che è collegato con Alberto Sacchi... Secondo me non si tratta solo di riciclaggio di denaro sporco, secondo me c'è del marcio, qualcosa di più grosso. Dio santo, non riesco a capire, non credo sia droga, ma... voglio scoprirlo."
"Stando alle tue referenze sei capace a trattare con la gente. Con chi hai intenzione di cominciare, visto che non puoi cominciare dai coreani?"
"Con Fort. Fort è un giocatore: penso che raccolga i soldi per finanziare il suo vizio in due modi: vendendo le identità degli infiltrati e grazie a certi suoi misteriosi viaggi in Messico... Il bandolo della matassa deve essere lì..."
"Bene, Kevin, allora andiamo a prendere Fort, inchiodiamolo con la questione degli infiltrati e facciamogli vuotare il sacco sui suoi viaggi in Messico e sui suoi rapporti con Firestone."
"Dobbiamo prendere assieme anche Susan Scudder: quella donna per amore farebbe qualsiasi cosa: deve essere lei che ha venduto i due nostri ragazzi a Fort..."
"Hai confidato questi tuoi sospetti a qualcuno, all polizia?"
"No, quando m'hanno affidato questo caso m'hanno detto di non fidarmi di nessuno. Sapevamo che la fuga avveniva dall'interno così ho pensato che era meglio essere diffidenti. Firestone ha ancora amici nel Corpo. Quando mi muoverò contro di lui devo farlo a colpo sicuro, non avrò una seconda possibilità."
Silvan prese il tagliacarte e lo picchiettò leggermente sul palmo della mano: "Potrebbe essere una buona idea lanciare una corda a Fort e offrirgli una via di fuga. Forse si potrebbe convincerlo che gli conviene confessare. Non dovrei dirti queste cose, ma non voglio che tu te ne vada via di qui pensando che ti ho usato. Non l'ho mai fatto e mai lo farò. Ma anche un cowboy come te deve imparare a rispettare le regole, una volta o l'altra. Non puoi sempre fare di testa tua, seguire il tuo istinto ed andare avanti a testa bassa. Ci sono occasioni, credimi, in cui devi seguire la linea che altri hanno tracciato. E per quanto riguarda quel ragazzino che cerchi, quel Terry Come-si-chiama, non sono stato con le mani in mano... Prima che Chem ammazzasse il nostro agente infiltrato avevamo avuto informazioni che un certo Mister Fox, un inglese..."
Squillò il telefono. Silvan sollevò la cornetta e sbraitò: "Maledizione, Nina, ti avevo detto di prendere tutte le chiama...." poi corrugò la fronte e guardando Black disse: "Capisco. Sì, è qui." porse il ricevitore a Kevin che riconobbe i sintomi: era successo qualcosa di brutto e, in una scala da uno a dieci, doveva essere sopra il livello sei.
Silvan aveva l'aspetto di chi vorrebbe trovarsi altrove. Se era certo che le notizie erano cattive, Kevin doveva solo domandarsi: quanto e a chi era toccata, questa volta? Ascoltò per alcuni secondi, poi chiuse gli occhi. Le notizie non potevano essere peggiori. Molto più del livello sei.
Tutto quello che disse fu: "Gesù, arrivo subito." poi porse il ricevitore a Silvan: "Dice che una vettura mi aspetta sotto. Hanno sparato alla mia collega, a Ellen Dekker. Non sanno se ce la farà. Devo andare."
LONDRA
Trentatré ore dopo la rapina al deposito di sicurezza, Rowland Preston sedeva nella sala d'aspetto dell'aeroporto di Heatrow sorseggiando un whiskey da una fiaschetta d'argento. All'imbarco per il volo delle undici per New York mancavano venti minuti. Venti minuti più distante dall'incontro con Yung Chem. Anche il coreano si sarebbe trovato a New York. E avrebbe dovuto affrontarlo e spiegargli che aveva perso i suoi otto milioni di dollari. Gli stessi otto milioni che aveva accettato di custodire e che ora erano scomparsi con tutte le sue cose più di valore e le agende che descrivevano in dettaglio tutte le sue attività. Di tutti quelli che si servivano di lui per riciclare il loro denaro sporco, solo quello di Chem era nella cassetta: avrebbe dovuto trovare il modo di restituirglielo, e in fretta, lo conosceva bene.
Spaventato e confuso Rowland aveva contattato Scotland Yard nella speranza che i ladri avessero dimenticato qualcosa solo per venire a sapere che nella sua cassetta non restava nulla di nulla. Quei bastardi non avevano lasciato neanche una graffetta. Non sapeva se era meglio che le sue agendine fossero in mano ai ladri o se sarebbe stato meglio che fossero restate nella cassetta: se le avesse viste e lette Scotland Yard, sarebbe stato infinitamente peggio. Ma ora, in mano di chi sarebbero finite?
Alcune delle altre vittime della rapina avevano rifiutato di sporgere denuncia e di discutere con la polizia sul contenuto delle loro cassette e perciò sulle loro attività, preferendo tenere certe informazioni lontane dalle autorità. Rowland era così disperato per la perdita delle agende che si sarebbe rivolto al diavolo in persona pur di riaverle.
Aveva pensato anche di annullare il suo viaggi a New York, ma questo poteva essere interpretato come il fatto che non volesse risarcire Chem o peggio un suo coinvolgimento nella rapina. Evitare il coreano significava confessare una colpa che non aveva e questo non gli avrebbe consentito di vivere a lungo. Doveva essere lui a contattarlo immediatamente e a cercare di sistemare tutto nel migliore dei modi: cedergli gratis il piccolo Terry, dargli i proventi delle aste, calmarlo...
Mentre si avvicinava la fiaschetta alle labbra gli tremava la mano. Al momento l'unica cosa a cui riusciva a pensare era la ben meritata fama di crudeltà di Chem, specialmente se avesse sospettato che qualcuno cercava di fregarlo. Naturalmente lo avrebbe incolpato per quella perdita, proprio come il generale Kim Jong aveva accusato Chem.
Il pensiero dell'ira di Chem gli provocava spasmi atroci alla schiena, accompagnati da una sensazione di debolezza alle mani ed alle gambe. La paura gli toglieva ogni energia. Ingollò un'altra sorsata di whiskey cercando disperatamente di convincersi che Chem non lo avrebbe ucciso quando si sarebbero incontrati a New York, che gli avrebbe dato una possibilità di trovare il denaro e di salvare la vita di entrambi.
Troppo tardi si rendeva conto di avere sorvolato troppo leggermente sulle manie omicide di Chem solo perché non lo riguardavano direttamente. Aveva chiuso gli occhi davanti a certe spiacevoli verità ed ora ne doveva pagare il prezzo. Quando aveva saputo che Chem aveva ucciso, dopo averlo torturato a lungo tagliandolo a pezzettini in modo che non morisse subito, un suo giovane cameriere filippino che aveva tentato di baciare Elton quand'era il suo ragazzo, Rowland aveva sorriso...
La prima reazione di Rowland alla notizia della rapina era stata quella di rifugiarsi in camera da letto, ignorare le telefonate e scolarsi una bottiglia di whiskey per rendersi insensibile a tutto. Yung Chem non era l'unico di cui avere paura: temeva anche ciò che gli sarebbe successo se lui e gli altri menzionati nelle sue agende avessero saputo dell'esistenza di quei libretti. La paura di Rowland era stata tale che aveva anche seriamente considerato la possibilità di uccidersi. Poi aveva deciso che togliersi la vita sarebbe stato un mezzo troppo vile per uscire da quella situazione da incubo.
Thomas. Dio solo sapeva dove poteva trovarsi in quel momento! Non che potesse essere di aiuto in una situazione di emergenza, quel buono a nulla. Thomas era un eterno adolescente, spregiudicato ed incosciente, concentrato solo nella ricerca di sensazioni nuove e diverse. In quel momento doveva essere impegnato in quel suo fantomatico affare che doveva renderlo ricco: povero illuso! Ma se fosse stato lì, forse la sua presenza terribilmente erotica, il suo modo unico di fare l'amore, avrebbero potuto recargli un po' di sollievo, di conforto, riuscire a distenderlo un po'. Ne sentì la mancanza come non mai.
Piangendo senza ritegno come una donnicciuola, Rowland aveva piazzato un altro ceppo nel camino della camera da letto. Come diavolo se la sarebbe cavata? Si era sempre visto come una persona unica ed ineguagliabile, molto al di sopra della massa. Il pericolo che ora correva si era rivelato una brutale dimostrazione che, alla fin fine, lui era proprio come tutti gli altri. Disteso sul letto era rimasto a guardare il fuoco. Lo scintillio delle fiamme proiettava come un'aura cremisi sul pavimento. Era una sensazione confortante che l'aveva indotto a serie riflessioni sulla sua vita.
Un tempo era stato un adolescente carino e perfettamente normale di Calapaham, un sobborgo di Londra. Ad avviarlo sulla strada di una sessualità scatenata era stato il reverendo William Cobden della Chiesa Anglicana, un vicario quarantenne dal viso simile ad una luna piena, segretamente pedofilo. Sebbene Cobden l'avesse attratto nella via della libidine lussuriosa, Rowland, affamato di sesso, s'era dimostrato un allievo vorace. Non era passato molto tempo che era stato lui a prendere le redini di quel gioco perverso nel quale, fra le altre cose, il ragazzo si era offerto in pose oscene alla macchina fotografica di Cobden, anzi, l'aveva spinto a trovare altri ragazzi per fare foto ancora più spinte, in cui lui s'accoppiava con gli occasionali compagni scovati dal reverendo.
Cobden era stato solo il primo della lista degli uomini con cui il giovane Rowland si era lasciato andare ai piaceri della carne: un suo zio, un agente di polizia, un mercante d'arte erano solo alcuni degli uomini maturi che avevano goduto le sue grazie. Ciò che rendeva Rowland diverso dagli altri ragazzi che praticavano il sesso con gli adulti del loro stesso genere, era il rifiuto di vedersi nel ruolo di vittima di un abuso sessuale, di conquistato, di sedotto.
Fin dal principio aveva fatto sua la convinzione che fosse una cosa giusta e corretta il rapporto sessuale fra un adulto ed un bambino. Il ragazzino aveva tratto piacere dalla possibilità di esercitare un potere su uomini che spesso erano i pilastri della società e che a volte erano abbastanza vecchi da poter essere i suoi nonni.
Alla fine il comportamento sessualmente spregiudicato e perverso di Rowland era diventato troppo imbarazzante e il padre, il gestore quarantenne di un pub, l'aveva cacciato di casa il giorno dopo il suo quindicesimo compleanno. Nel giro di una settimana era diventato l'amante, tutt'altro che fedele, di un gangster di quarantadue anni del West End. Il suo disprezzo per le convenzioni aveva avuto fine quando Rowland aveva compiuto ventidue anni.
Aveva conosciuto Roger Lesley, un atletico quarantenne che ricopriva l'incarico di direttore di una fabbrica di auto da corsa di Park Lane. Appassionato ed affettuoso Lesley, uomo di successo, forte e gentile, aveva conquistato il ragazzo sbandato, l'aveva domato: Rowland per la prima volta s'era innamorato appassionatamente di qualcuno e per Roger era diventato un ragazzo a posto. Non l'aveva mai tradito. Aveva trovato in lui forza e dolcezza, sicurezza, rifugio, calore, passione. Non poteva desiderare altro.
Due anni dopo essere diventati amanti si erano trasferiti a Città del Capo, dove Roger aveva assunto la direzione della filiale di una grossa industria automobilistica americana. Il trasferimento era stato un trauma per la sorella di Roger, Finola, una donna magra, ossuta, con le labbra strette, direttrice dell'istituzione di carità londinese fondata dal loro nonno: la Fondazione Lesley. Profondamente attaccata al fratello, la donna sapeva che questi era gay, perciò aveva accettato Rowland con una certa freddezza ma senza ostilità. Rowland da parte sua sospettava che alla radice del problema di alcolismo della nubile e pudibonda Finola ci fosse un desiderio carnale inappagato per il fratello. Per amore di Roger Rowland e Finola si erano sempre comportati civilmente l'uno con l'altra. Comunque Rowland pensava che la tregua sarebbe durata solo finché Roger l'avesse tacitamente imposta.
A Città del Capo Rowland aveva continuato ad amare e rispettare Roger, a non tradirlo mai: l'uomo sapeva perfettamente del passato del giovane, e lo accettava, sapendo anche che era, per l'appunto, passato. L'uomo l'aveva circondato di attenzioni che l'avevano fatto sentire il fulcro della sua vita. A letto si era dimostrato un amante appassionato ed aperto alle novità, concedendogli tutto il piacere che desiderava. In cambio Rowland, sempre più innamorato, gli aveva riservato una fedeltà che non aveva mai concesso a nessun altro uomo nella sua vita. Quando era con Roger, non sentiva neppure più il desiderio di provare le proprie capacità di seduzione e di dominio su altri uomini. E anche Roger, era il primo uomo che Rowland non cercasse di dominare.
Mentre Rowland aveva condotto un'esistenza morigerata, lo stesso non si poteva dire dei loro amici di Città del Capo. Alberto, un ristoratore italiano gay che Roger aveva conosciuto al bar sulla spiaggia, li invitava regolarmente a feste in cui avvenivano scambi di partner, orge collettive, ma la coppia aveva sempre rifiutato quegli inviti. Non trovavano neanche interessante il sesso praticato con ragazzi fuggiti di casa, bianchi o neri, che Alberto raccoglieva per la strada e teneva in casa finché sessualmente non interessavano più nessuno dei suoi amici e allora li cacciava via. Scopare un ragazzino, diceva Alberto, è un elisir magico per mantenere giovane un uomo. Questa affermazione aveva scandalizzato Roger, aveva lasciato indifferente Rowland. Lui aveva cominciato proprio da ragazzino, aveva dodici anni.
Per sei anni avevano vissuto felicemente. Quella parentesi di prosperità e di pace aveva avuto termine il giorno in cui Roger aveva deciso che non era più possibile rimanere indifferenti di fronte al sistema dell'apartheid.
Contro il parere dei loro amici bianchi e dei suoi soci, Roger sosteneva apertamente gli scioperi dei lavoratori neri ed i radicali dell'African National Congress capeggiato da Nelson Mandela. Aveva anche partecipato a una dimostrazione nella città di Shaperville per protestare contro le leggi che restringevano i movimenti dei neri nelle zone popolate dai bianchi. La polizia aveva represso la dimostrazione con inaudita brutalità, uccidendo settanta persone. Lo stesso Roger era stato sfiorato da un proiettile, rimanendo leggermente ferito ad una gamba.
Immediatamente dopo l'incidente l'ANC, il partito comunista ed altri gruppi neri erano stati messi ufficialmente fuori legge. Il governo si era comportato con una brutalità anche maggiore contro coloro che si opponevano all'apartheid. Sebbene spaventato per ciò che poteva accadere al suo Roger, Rowland aveva ammirato il coraggio e la determinazione del suo uomo nel manifestare le proprie idee.
"Il Sudafrica è un magnifico paese, ma senza futuro. C'è troppo odio e l'odio porta solo disgrazie, ricorda le mie parole." gli aveva detto Roger.
Un mese dopo, la disgrazia predetta da Roger era venuta a bussare alla loro porta. In una notte di pioggia un uomo alto vestito da prete era andato a casa loro ed aveva suonato alla porta. Quando Roger era andato ad aprire, gli aveva sparato tre volte al petto, dritto al cuore. Roger era morto fra le braccia di Rowland senza riprendere conoscenza. Pochi giorni dopo una voce anonima aveva minacciato il giovane per telefono intimandogli di lasciare il Sudafrica entro quarantotto ore se non voleva subire la sorte del suo "amichetto".
Considerata seriamente la minaccia, Rowland s'era rivolto ad Alberto. L'italiano l'aveva veramente aiutato durante quella terribile prova. Si era occupato di organizzare l'immediata cremazione di Roger ed il volo di Rowland per Londra con le ceneri del suo uomo.
Gli affari di Roger però non erano stati regolati così facilmente. S'era scoperto che Roger aveva fatto testamento lasciando erede universale Rowland. Ma questi, pagate le tasse di successione, parecchie tasse arretrate, alcuni debiti e le rate di un prestito bancario che Roger aveva fatto, le spese del funerale, si trovò a dover abbandonare la vita lussuosa a cui l'aveva abituato il suo amante. Vendute quasi tutte le proprietà, gli era rimasto di che sopravvivere per pochi mesi, meno di un anno.
A Londra Finola, la sorella di Roger, si dimostrò inaspettatamente interessata alla sorte di Rowland. Gli aveva procurato lavoro presso la Fondazione Lesley e gli aveva procurato un appartamentino gratis a Bayswater. Il dolore li aveva avvicinati ed entrambi avevano dimenticato i passati, sotterranei rancori. Diciotto mesi dopo anche Finola era morta. Rowland ne aveva sofferto perché con la morte della donna si scioglieva l'ultimo legame con Roger. Ma Finola aveva lasciato disposizioni che Rowland diventasse il direttore della Fondazione Lesley. La Fondazione aveva cominciato a rivelarsi un affare finanziario modesto, in grado di fruttargli solo lo stipendio, ma almeno aveva di che vivere decentemente.
Rowland non aveva voglia di tornare a fare l'amante di qualche vecchio sporcaccione, perciò si era impegnato a fondo per risolvere i problemi della Fondazione e sollevarne il livello. Tuttavia era difficile trovare i capitali per finanziare una simile impresa. La gente non aveva difficoltà a dar via vestiti e oggetti usati di cui non aveva più bisogno, ma contribuire con denaro contante era tutta un'altra faccenda.
Due mesi dopo la morte di Finola Rowland seppe che Alberto si sarebbe recato a Londra in vacanza. Aveva un favore da chiedergli: Rowland sarebbe stato così gentile da "ripulirgli" una certa somma di denaro, ventimila dollari per essere esatti, attraverso il suo istituto di carità? Sarebbe stato un lavoro facile e nessuno lo avrebbe saputo. Avrebbe potuto trattenere gli interessi ed utilizzarli per qualche opera buona...
Rowland era rimasto turbato, non dalla richiesta dell'italiano, ma dalla possibilità di entrare in possesso di tanti soldi con uno sforzo così piccolo. Un paio di operazioni bancarie ed il gioco fu fatto. La questione dell'illegalità dell'operazione non gli aveva minimamente sfiorato la mente. Era indietro di tre settimane con il pagamento dell'affitto e il padrone di casa, un odioso cipriota grasso e maleodorante, gli aveva concesso ventiquattr'ore per pagare prima di pretendere prestazioni sessuali come garanzia. Rowland aveva trovato la proposta di Alberto infinitamente più allettante.
Giubilante l'italiano gli aveva detto che quello era solamente l'inizio: visto che i conflitti razziali in Sudafrica andavano verso una logica e drammatica conclusione, era necessario esportare i capitali accumulati là illegalmente. Durante le settimane successive Alberto aveva intenzione di riciclare diverse centinaia di migliaia di dollari tramite l'istituto di carità di Rowland. In seguito si sarebbe spostato a Saigon dove aveva alcuni amici. In quel paese la guerra tra il nord e il sud aveva creato numerose opportunità di profitto. Se Rowland avesse maneggiato correttamente i fondi provenienti dal Sudafrica, Alberto gli avrebbe inviato denaro da riciclare anche dall'Asia.
Rowland s'era stancato di gestire l'istituto ed aveva quasi pensato di sbarazzarsene. Non era un'attività che fruttava molto ed i bambini gli davano sui nervi. Ma alla luce delle proposte di Alberto aveva riconsiderato il disgusto per la filantropia. L'italiano, trovandolo così pronto a collaborare, gli aveva prospettato altri modi per ricavare parecchio denaro dalla Fondazione.
Alberto aveva un amico a New York, uno psichiatra francese che aveva incontrato alcuni mesi prima. Di recente il dottor Jacques Roux, lo psicologo-psichiatra, era stato costretto a dimettersi dall'équipe di un piccolo ospedale del Canada dopo uno scandalo di natura sessuale che aveva coinvolto un giovane infermiere appena assunto. Allora Roux s'era trasferito a New York ed aveva aperto uno studio a Manhattan specializzandosi nella terapia di maschi con problemi ad accettare la propria sessualità. Una parte del trattamento consisteva nel far accoppiare i pazienti con uomini dalla volontà forte, naturalmente benestanti, e che naturalmente pagavano in segreto Jacques per "curare" i pazienti.
Ma Alberto aveva confidato a Rowland che quel tipo di uomini si trovava spesso a suo agio più con gli adolescenti che non con gli adulti. Erano persone disposte a pagare anche bene per trovare il ragazzo giusto. Era interessato a prendere parte a questo tipo di affare, un'operazione che si sarebbe dimostrata estremamente redditizia? Rowland aveva invitato Alberto al Ritz per un tè. Ne era seguita una discussione approfondita riguardo al modo in cui la Fondazione Lesley poteva dimostrarsi un'attività più remunerativa di quello che era attualmente.
Così la Fondazione cominciò anche a fornire ragazzini oltre Oceano e le vendite erano mascherate da adozioni. Uno dei clienti era un alto funzionario dell'Unicef che fece avere alla Fondazione un riconoscimento ufficiale che non solo facilitò gli spostamenti dei ragazzini, ma fece anche affluire alla Fondazione ragazzini da adottare, dalle zone di guerra o di miseria: a spese dell'Unicef, appunto. Gli affari si allargarono a macchia d'olio. E Jacques condizionava ragazzini e giovani in modo che fossero lieti di diventare schiavi sessuali, di essere comprati: i migliori, cioè i più belli e docili, Rowland ebbe l'idea di metterli all'asta ed i profitti aumentarono ulteriormente. Poi conobbe Chem...
Ora, nella sala d'aspetto dell'aeroporto internazionale di Heatrow Rowland meditava con la fiaschetta in mano. Dietro lenti scure i suoi occhi avevano assunto la tonalità cupa di quelli di un falco. Un sorriso freddo aveva fatto la sua comparsa. L'idea che aveva concepito era una sfida degna di essere tentata, se voleva continuare ad avere una alto tenore di vita. Avrebbe giocato il tutto per tutto: o vinceva lui o si suicidava, era deciso.
Si alzò, chiuse il tappo della fiaschetta e si guardò attorno alla ricerca di un telefono. Poteva sentire il sangue affluirgli alla testa. L'eccitazione che si stava impadronendo di lui aveva qualcosa di sensuale. Al tempo stesso provava una sensazione di sollievo che contribuì a calmarlo.
Un giovane arabo barbuto che indossava una kefiah sopra un abito classico occidentale, gli lasciò il passo con cortesia eccessiva, guardandolo con occhi lascivi, uno sguardo che in un altro momento avrebbe fatto fremere di piacere Rowland, ma che ora lo lasciò del tutto indifferente. Lasciandoselo alle spalle Rowland si diresse al dutyfree. Cominciò a camminare più in fretta mentre passava in rassegna i dettagli del piano che aveva architettato per salvarsi la pelle. Doveva subito telefonare a Dan Firestone: gli avrebbe dato qualsiasi cifra per uccidere Yung Chem. Doveva eliminare Chem prima che questi ammazzasse lui. Era necessario passare all'attacco. Sarebbe stato lui a dar fuoco alle polveri. Dan aveva ucciso gente per chiunque l'avesse pagato, perché non avrebbe dovuto farlo anche per lui? E per un'ottima cifra.
Avrebbe potuto uccidere il coreano quando si sarebbe presentato da lui per mettere finalmente le mani su Terry. In quel modo, inoltre, lui avrebbe potuto vendere il ragazzino all'asta: partendo da duecentomila dollari ne avrebbe spuntato sicuramente un prezzo più alto di quello concordato con Chem ed avrebbe dato tutto a Dan. Sicuramente più del doppio di quanto Firestone avrebbe preso dalla progettata vendita a Chem. Sì, era una bella cifra per l'aiuto che gli chiedeva ma in ogni caso, con la sua vita in gioco, nessun prezzo era troppo alto. E sapeva che Dan aveva bisogno di un sacco di soldi per curare il suo amante.
E poi lui non avrebbe dovuto vendere tutte le sue proprietà come avrebbe dovuto fare se Chem avesse preteso una pronta restituzione del suo danaro. Non avrebbe perso il negozio né l'appartamento, né avrebbe dovuto vuotare tutti i suoi conti in varie banche rischiando comunque di non arrivare a mettere assieme gli otto milioni di dollari che avrebbe dovuto restituirgli. Aveva appena risolto quello che gli era sembrato un problema insormontabile e la sua vita avrebbe trovato di nuovo un ordine. Avrebbe potuto continuare a vivere confortevolmente e proseguire i suoi guadagni senza problemi. Lui non aveva bisogno di Chem, ormai aveva messo in piedi un'organizzazione formidabile.
Al dutyfree un giovane sikh gli indicò il telefono. Senza ringraziarlo Rowland si precipitò nella direzione indicata pregando in cuor suo di riuscire a trovare subito Dan, di poter comunicare immediatamente con lui. Erano d'accordo che sarebbe andato a prenderlo all'aeroporto, ma Rowland aveva fretta di parlargli: voleva passare le ore del volo con il cuore in pace.
Dovette aspettare che una magrissima vecchia finisse la sua telefonata: provò istinti omicidi, gli faceva perdere secondi forse preziosi. Finalmente la vecchiaccia finì la sua conversazione e lasciò libero il telefono. Rowland se ne impadronì, vi inserì la sua carta di credito telefonico e digitò veloce il numero di casa di Jacques: immaginava che l'avrebbe trovato al capezzale del suo amante a quell'ora.
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