Dan, con il cellulare all'orecchio sedeva su un davanzale della camera da letto di Jacques che si affacciava su una strada di Washington Square Park. La leggera pioggia pomeridiana aveva ridotto al minimo il numero dei barboni per la via.
Su una panchina del parco un senzatetto di origine ispanica guardava un gallo che giaceva morto e coperto di sangue: erano i resti di uno dei combattimenti notturni che si svolgevano al parco. Al centro di una fontana vuota una bionda dall'aspetto cadaverico con la giacca di trapunta, praticava il Tai Chi con grazia solenne.
Voltandosi Dan indirizzò un sorriso di saluto a Jacques che giaceva a letto collegato con la cannula della trasfusione del sangue. Il francese alzò debolmente una mano per rispondere al saluto e gli sorrise a sua volta.
Un secondo dopo Dan, con un sorriso da lupo, parlò al telefono: "Siamo d'accordo. Ci vediamo quando arrivi."
Ritraendo l'antenna, posò il telefono. Si rivolse nuovamente alla finestra e deglutì lentamente. Per alcuni secondi osservò l'alto travestito di colore in abito da sposa bianco, giacca da paracadutista e parasole rosa che arrivava schettinando da Bleaker Street. Poi tornò a rivolgere gli occhi al telefono.
"Dio, che mondo di matti!" sospirò a mezza voce lasciando la finestra.
Sedette sul bordo del letto di Jacques, prese una mano del moribondo e gli riferì la conversazione telefonica e la richiesta di Rowland.
Jacques abbozzò un debole sorriso: "Come diceva mia nonna: fidati di tutti, ma trucca il mazzo. Hai fatto bene."
"Ho fatto semplicemente come m'avevi consigliato: avevi previsto anche questo."
"Il successo di un'operazione a volte ti impone di metter fine anche ad un'amicizia. Ecco perché devi rimanere sempre distaccato da ogni battaglia. Altrimenti non puoi valutare correttamente la situazione. Non puoi riconoscere i più forti ed i più deboli di ogni posizione, compresa la tua. Mantieniti freddo e potrai costringere la gente a fare esattamente quello che vuoi."
Dan annuì e gli carezzò la mano scarna e pallida con tenerezza: "Mi sono occupato degli amici di Black invece che di lui, come m'hai consigliato. Sparare alla sua collega è stata un'ottima idea che lo ha messo a terra. Nelle ultime ore ce lo siamo levato dai piedi. Direi che possiamo portare a termine l'asta e fare di Terry quello che vogliamo senza interferenze. Yung Chem e Rowland pensano di essere due furbacchioni ma non possono competere con te. Se ne vanno in giro per il mondo pensando di muovere mari e monti mentre tu te ne stai qui inchiodato a quel letto e dirigi le danze. Mi piace."
"Pensa sempre a lungo termine, ragazzo. E una volta che hai deciso qual è il tuo obiettivo, agisci in fretta. Chi esita è destinato a perdere. Dov'è Yung Chem, adesso?"
Dan indicò il cellulare col pollice: "Mi ha detto che si trova ad un centinaio di chilometri da Albany. Arriverà in città a metà pomeriggio. Piove, ma se le strade non sono troppo malmesse, dovrebbe essere qui prima che Rowland atterri al Kennedy."
"Caro Rowland! L'uomo che pensa di risolvere i suoi problemi con un omicidio: la morte è il suo modo di rescindere dal contratto. Sembra che ci sarà un po' di confusione nella Grande Mela, stanotte. Abbiamo un'asta internazionale, carne giovane al fuoco, ma non saremo onorati della presenza di Yung Chem e di Rowland, gli assi della depravazione umana. Cos'è questa storia dei problemi che Chem ha avuto a Londra?"
"Oltre ad aver perso i suoi otto milioni di dollari nella rapina al deposito, pare che tre finti poliziotti inglesi abbiano tentato di rapinarlo in hotel. Chem li ha fottuti e li ha fatti cantare, poi li ha eliminati tutti e tre e si è dedicato al mandante. Il cervello del colpo è quel nigeriano che gestisce bordelli in Africa, quel Jonathan Katsina. Lo avevo controllato e mi pareva apposto."
"Jonathan Katsina... un nome grazioso. Non è quello che una volta l'anno ci comprava uno schiavo purché fosse bianco e ultraventenne?"
"Sì, ma probabilmente sarà stato un po' meno grazioso quando Chem e i suoi l'hanno scovato. Chem dice che gli hanno tagliato la lingua, l'hanno castrato e quando ha perso i sensi hanno dato fuoco alla sua agenzia di viaggi. Lui dentro, si capisce. Il nostro buon africano doveva essere più in calore di un montone con due cazzi."
"Un montone con due cazzi! Con l'età stai peggiorando. Immagino che Clown se la sia presa con te. Non paga per avere grane, no? Hai detto che non aveva sentito Rowland, dopo: come ha fatto a sapere della rapina?"
"La notizia è già in prima pagina sull'Herald Tribune. Dopo aver letto la storia ed essersela fatta nei pantaloni, Chem ha contattato l'ambasciata coreana di Londra. Ha saputo così che a Rowland hanno vuotato completamente la cassetta e che lui ha dichiarato che c'erano otto milioni di dollari in contanti, oro e altre cosette di valore solamente affettivo..."
"Ma Rowland sapeva del nigeriano e della tentata rapina a Chem?"
"Non ne ha fatto parola quando mi ha chiamato da Heatrow. La rapina al deposito era sufficiente ad occupare tutti i suoi pensieri, per il momento, soprattutto con l'idea che Chem vorrà la sua pelle. Perdere quegli otto milioni di dollari a questo punto mette seriamente in pericolo la sua vita. Il che non significa che abbia dimenticato Terry: è sempre più pazzo all'idea di star per avere il ragazzino."
"Quindi verrà lui di persona a prenderlo..."
"Certamente. E noi faremo contento Rowland. Basta che tu gli consigli di non scendere con i due gorilla, per non spaventare troppo il ragazzino. Sarà un giochetto."
All'inizio della mattina Dan si era recato da Terry nella cella trovandolo più depresso ma ancora determinato ad opporre resistenza.
Decidendo di prendersi gioco del ragazzino, Dan gli aveva detto: "Ho appena telefonato a tua madre chiedendole che mi mandi qualche tuo vestito: è ora che ti cambi. Ha detto che me li manderà presto."
"Non voglio parlare con te. Tu sai solo dire bugie." aveva risposto Terry seduto sul bordo della branda con i libri di scuola ai suoi piedi.
"Tua madre ha detto che ti avrebbe mandato il tuo vestito preferito..."
"Ah sì? E quale?"
Colto di sorpresa Dan aveva detto la prima cosa che gli era capitata in mente: "Quello che i tuoi compagni di scuola ti invidiano sempre..."
Terry aveva assentito con un lieve sorriso: "Oh, vuoi dire il mio vestito tutto a colori di Benetton?"
"Proprio quello!"
La trappola era scattata ma non era sto Terry a caderci.
Il ragazzino l'aveva guardato con commiserazione prima di stendersi sulla branda con gli occhi rivolti verso il muro: "Detesto Benetton, i suoi vestiti mi fanno venire il vomito. Non ho nessun vestito tutto a colori di Benetton."
Dan aveva sollevato un sopracciglio ed era uscito dalla stanza, sconfitto.
Più tardi Jacques gli aveva detto che, se cercava la molla che sorreggeva Terry, questa era semplicemente l'odio verso di lui. Chem avrebbe dovuto essere informato che quel ragazzino gli avrebbe portato solo guai e preoccupazioni, come dicevano gli arabi.
"Chem incolpa Rowland per la rapina al deposito?"
"Sia per la rapina che per il problema col nigeriano. Considerando lo stato attuale di Chem direi che Rowland ha preso la decisione giusta: al suo posto avrei fatto anche io la stessa cosa."
"È la fine di un'era, Dan. I legami che ci univano stanno per venire meno. D'altronde non abbiamo bisogno di loro, anche se ci facevano comodo. A che ora te ne vai?"
Dan consultò l'orologio: "Pochi minuti ancora, poi tornerò prima di andare all'asta. Devo essere qui quando Chem verrà a prendersi Terry."
"Ti sei ricordato di Russell Fort?"
"Sai, è divertente che te ne ricordi proprio adesso: oggi è il suo ultimo giorno qui sulla terra, per essere sinceri. Ho incaricato Sammy di farlo fuori."
"Non era meglio se te ne occupavi di persona?"
"No, adesso devo andare a fare un favore ai Lo Casio: una coppietta da fare in modo che resti unita per sempre."
"Devi proprio eseguire quel contratto per i Lo Casio?"
"Joe me l'ha chiesto come favore personale. Vuole che sia fatto tutto per bene, ecco perché ha chiamato me. È una questione che riguarda l'onore della famiglia, non ci devono essere errori. E dopo sarò in una posizione tale da potergli chiedere un favore a mia volta. Pensa a lungo termine, no? Uno dei suoi uomini gestisce l'isola di Chem, e quindi, dopo..."
Si presero per mano in silenzio, poi Jacques disse sottovoce: "Cerca di non farti ammazzare. Se ti dovesse succedere qualcosa per me sarebbe finita. Sei tutto quello che ho al mondo. Quando te ne andrai, in qualche modo me ne andrò anche io. Del resto non sarebbe molto divertente, senza di te. Chi altro potrebbe preparare mazzi di fiori così belli? Chi altro, eh?"
"Smettila di comportarti come una vecchia checca." gli disse Dan commosso, cercando di buttarla sullo scherzo.
"Ma io sono una vecchia checca!"
Dan gli diede un bacio in fronte: "Tornerò, promesso."
"Ci sono tre possibilità che le cose si mettano male: l'affare Rowland - Chem, l'asta senza loro, ed ora anche questo contratto con i Lo Casio. Ognuna di queste cose potrebbe diventare un problema, amore, ricordatelo." disse sottovoce Jacques e chiuse gli occhi.
Mentre Dan Firestone lasciava la villetta del suo amante per commettere un duplice omicidio, Black si alzò dalla sedia al capezzale del letto d'ospedale di Ellen Dekker, profondamente addormentata, ed ispezionò il termostato. Diciannove gradi. Troppo freddo. Regolò la temperatura sui ventidue.
La pioggia pomeridiana aveva causato un abbassamento della temperatura esterna e nella stanza si tremava dal freddo. Black preferiva i climi caldi perché gli alleviavano i dolori reumatici alle ossa e alle giunture, frutto di vent'anni di karate. Il caldo era una condizione che favoriva la velocità e la potenza dei suoi colpi.
Professionalmente, però, Black vedeva i vantaggi che derivavano dalla stagione fredda. Il gelo teneva le persone a casa e questo diminuiva i crimini commessi per le strade. Temperature sotto zero, tempeste di neve e forti acquazzoni, a volte, contribuivano alla tranquillità d'animo di un poliziotto esattamente come avrebbe fatto un giubbotto antiproiettile.
Quando le avevano sparato, la mattina del giorno precedente, Ellen non aveva il giubbotto antiproiettile. In realtà non c'era motivo perché lo indossasse, non certo quando aveva in programma di trascorrere le otto ore di servizio dietro una scrivania, al Distretto. Come aveva raccontato a Kevin dopo l'operazione, era uscita di casa e stava chiudendo a chiave la porta d'ingresso quando qualcuno le aveva sparato tre volte alla schiena con una calibro 22.
Un proiettile aveva sfiorato una spalla provocando una ferita superficiale, ma gli altri due avevano procurato un danno maggiore: le avevano fratturato una costola, perforato un polmone e costretto i dottori ad asportarle la milza. Col tempo avrebbe potuto recuperare e tornare in servizio, sempre che ne avesse avuto voglia. Black aveva conosciuto poliziotti che si erano ripresi dopo una ferita da arma da fuoco, ma che erano rimasti talmente traumatizzati da non poter più avvicinarsi al Distretto senza tremare.
Ellen non aveva visto in faccia l'uomo che le aveva sparato. Tuttavia, sdraiata sul pavimento dell'ingresso dopo essere stata colpita, si era accorta che correva al piano superiore, verso il tetto. Da quel che Ellen aveva potuto vedere, indossava larghi pantaloni grigi e scarpe marroni. Suo marito, che era accorso alle sue grida d'aiuto, aveva detto di aver sentito a sua volta qualcuno correre al piano di sopra. Una volta sul tetto il sicario era apparentemente passato su un altro edificio dal quale era sceso in strada e s'era dileguato. Chiunque fosse quel bastardo, conosceva bene la zona.
Una dozzina di agenti del distretto di Ellen si era unita, nelle ore libere, ai poliziotti locali per interrogare il vicinato alla ricerca di indizi. Avevano parlato con tutti, avevano frugato nei bidoni della spazzatura, negli scarichi, negli edifici abbandonati sperando di trovare la pistola. Nessun indizio, nessun testimone, nessun movente. Da tutto ciò era emerso solamente che Ellen era molto popolare nel quartiere, tanto da guadagnarsi il rispetto anche degli spacciatori che operavano nella zona.
Nella stanza di ospedale Kevin osservò i fiori ed i cestini di frutta che gli amici le avevano inviato. Erano arrivate anche molte telefonate e telegrammi di amici, parenti e poliziotti che nemmeno la conoscevano, commossi per la sorte della collega il cui ferimento era l'evento del giorno per la stampa di New York. Il sindaco, il comandante e le telecamere erano andati e venuti. Il centralino adesso prendeva tutte le chiamate fino a nuovo ordine e un poliziotto piantonava la stanza ventiquattr'ore su ventiquattro.
Kevin nel frattempo stava perdendo il sonno cercando di scoprire chi aveva cercato di uccidere la sua collega e perché. Era uno scambio di persona? Un criminale arrestato durante un vecchio caso aveva cercato di pareggiare i conti? In qualche modo Kevin era convinto che non fosse così, altrimenti l'assassino avrebbe sparato ad entrambi, non solo ad Ellen. A meno che lui non fosse il prossimo della lista. Se qualcuno avesse pianificato un diversivo per distoglierlo dalle sue indagini attuali, non avrebbe potuto fare un lavoro migliore.
Si avvicinò all'armadio, trovò il suo impermeabile e ne sfilò le schede che aveva preso dall'agenda di Alberto Sacchi. Fece ritorno alla sedia dove terminò quello che restava di un sandwich al tonno, prima di cominciare a leggere. Charlie Yearley era venuto all'ospedale per rifornirlo di panini e caffè. Su suo invito Kevin aveva trascorso la notte precedente nel suo appartamento che si trovava a due passi dall'ospedale. Aveva dormito sul divano, scambiando col giovanotto solo due parole, troppo sconvolto dalla sparatoria per rivolgergli più di un saluto quando Charlie gli aveva augurato la buona notte andandosene nella sua camera da letto. Avesse dovuto impiegarci tutta la vita, avrebbe scoperto chi aveva sparato ad Ellen e perché! Quella mattina s'era alzato presto, aveva fatto una doccia, aveva fatto alcune telefonate e lasciato un appunto perché Charlie gliene addebitasse il costo, e se n'era andato prima che il giovanotto si svegliasse.
Mentre la pioggia martellava la finestra dell'ospedale, bevve un sorso di caffè e cominciò a leggere le schede che aveva messo in ordine a modo suo. C'era la scheda di Firestone con gli indirizzi e i numeri di telefono di casa sua, dell'amante, dell'ufficio, della discoteca. Poi una per Fort, poi aveva messo assieme l'elenco di avvocati, clienti, l'indirizzo dell'appartamento in città, della casa al mare e dei locali appartenenti ad Alberto. Poi c'era una scheda dedicata a Kim Shin e ad altri coreani, la maggior parte dei quali lavorava al Consolato di New York. Kevin sospettava che alcuni di quei nomi potessero corrispondere a false identità di Yung Chem.
E inoltre c'era una scheda intitolata Mister Fox, che conteneva diversi numeri telefonici di Londra. Kevin aveva sentito quel nome da qualche parte... ah, nell'ufficio di Silvan. Il problema era che non riusciva a ricordare quando e a che proposito l'agente del Tesoro lo avesse nominato. Visto che non poteva sapere come Mister Fox entrasse nel quadro, mise la sua scheda sotto tutte le altre. Quella mattina aveva chiamato i numeri di Mister Fox dall'appartamento di Charlie ed aveva scoperto che uno corrispondeva ad un negozio di abbigliamento che si chiamava Blackberry, uno ad una casa in Chelsea ed uno ad una fondazione di carità. Tutti quei numeri avevano un legame comune: un uomo di nome Rowland Preston. C'erano due cose in comune, per la verità: in tutti e tre i casi la persona che aveva risposto non aveva mai sentito nominare nessun Mister Fox...
Silvan. Che cosa diavolo aveva detto quel ciccione? Kevin chiuse gli occhi cercando di concentrarsi, respirò profondamente e fece il vuoto nella mente. Si rilassò e rimase in attesa.
"Riguardo al ragazzino che cerchi, quel Terry Come-si-chiama..." aveva detto e lui gli aveva chiesto: "Cosa diavolo c'entra Terry con Kim Shin?" e come al solito Silvan aveva eluso la domanda.
Riaprendo gli occhi Kevin riprese la scheda di Mister Fox e la studiò. Perché Silvan ne aveva parlato? Che c'entrava un inglese con Terry? E con Alberto che affari poteva avere? Firestone e Chem... problemi di riciclaggio di grosse somme. Alberto e Kim Shin... Alberto e Firestone... Kin Shin e Chem... e Mister Fox? Era nel giro del riciclaggio? Quel grassone di un texano voleva che lui ci andasse piano con i coreani... per evitare incidenti internazionali, chiaramente, ma che genere di incidenti?
Firestone e Fort... Max e Grace scomparsi... Fort e Firestone e Alberto... Grace, Terry e Charlie erano andati più volte a mangiare da Alberto... Poteva esserci una qualche relazione? Ma Charlie non era scomparso...
Lo squillo del telefono lo risvegliò dalle sue meditazioni. Corse a sollevare il ricevitore prima che Ellen potesse svegliarsi. Era pronto a rimproverare chiunque avesse chiamato. Non dovevano esserci telefonate a meno che fosse per un'emergenza.
"Detective Black. Chi diavolo ha inoltrato la chiamata?"
"Sono Jack Mullighan, ho pensato che fosse importante, così ho contattato il tuo Distretto e mi hanno dato il permesso di chiamare. Mi dispiace tanto per Borsetta... per Ellen. Se ti potessi aiutare in qualcosa non hai che da dirlo..."
"Grazie, Mullighan, che succede?"
"Ho avuto informazioni su un carico di pistole rubate all'aeroporto Kennedy dagli uomini di Lo Casio. Hai detto che era importante..."
"Dimmi tutto quello che sai..."
"Il nostro informatore ci ha appena passato la soffiata: dice che era un carico di calibro 22, e che i Lo Casio ne hanno regalate tre a Dan Firestone. Regalate, non vendute, questo mi è sembrato strano, e so che stai indagando su Firestone..."
Black chiuse gli occhi: forse un pezzetto del mosaico stava andando a posto.
"Ti devo un favore, Mullighan." disse Black e riagganciò senza aspettare risposta. Quando si girò Ellen lo stava guardando. Le si accostò e le comunicò la notizia appena avuta: "Che cosa facciamo, Ellen? Sono sicuro che è stato Firestone, per tenermi lontano da qualcosa a cui ero arrivato troppo vicino..."
Russell Fort sedeva su uno scomodo sgabello di metallo cromato nel piccolo ufficio del ristorante di Alberto. Osservava silenziosamente l'italiano che controllava con attenzione pignola gli ordini di pagamento per lo stock di ragazzini sudamericani che Fort era andato a vendere in Messico. Fort sedeva dando la schiena alla finestra del pianterreno difesa da spesse sbarre di metallo e che era praticamente opaca per la polvere e lo smog. Era stato costretto a mettere alcuni libri sotto le gambe dello sgabello per tenerlo in equilibrio sul pavimento irregolare. In quel momento Russell era più interessato ai soldi che non all'equilibrio dello sgabello: non era ancora stato pagato per quella missione, il che lo rendeva nervoso.
Doveva soldi alla gente dei Lo Casio, un debito che Firestone aveva promesso di pagare per lui. Fort non avrebbe ricavato un centesimo da quella missione, ma se gli davano i soldi per pagare il suo debito di gioco, sarebbe stato fortunato. Accese una sigaretta muovendosi cautamente, ancora dolorante per le botte ricevute due giorni prima da Firestone. Il braccio era ingessato ed aveva due costole rotte, cosa che gli provocava difficoltà nei movimenti.
La gita ad Atlantic City, la copertura per il viaggio di Fort in Messico, si era rivelata una fregatura. Non solo aveva perso ai tavoli del blackjack la maggior parte dei duemila dollari che Firestone gli aveva dato per le spese, ma Susan alla fine era diventata un problema. Aveva dovuto spiegare a quella puttana ogni cosa: come Firestone aveva rapito Terry Dos Santos col suo aiuto, come l'aveva anche aiutato a far fuori i genitori del ragazzino e com'era entrato in gioco il detective Black.
Susan aveva perso la testa. In che affare del diavolo l'avevano cacciata lui e Firestone? Non gli era bastato coinvolgerla nella morte dei due poliziotti infiltrati? Aveva cominciato ad insultarlo per averla trascinata a diventare complice di un simile verme schifoso. Voleva mettere fine a quella vergogna. Se Fort non voleva tirarsi indietro l'avrebbe fatto lei da sola e se provavano a minacciarla, lei avrebbe spifferato tutto alla DEA o a Kevin Black!
Fort l'aveva lasciata sfogare, dandole l'impressione di averla avuta vinta lei: un po' perché si sentiva debole, così malconcio, un po' perché si riprometteva di farle cambiare idea quando si sarebbero fermati e messi a letto. Mentre lei guidava fece finta di addormentarsi. Sì, a letto se la sarebbe lavorata fino a farla ululare dal piacere ed allora le avrebbe fatto fare tutto quello che voleva lui. Anzi, se la sarebbe portata in Messico a vendere i ragazzini! Provò un gusto sadico a questa prospettiva... Forse poteva anche chiedere a Jacques che ne facesse la sua schiava, era un mago, quello... o funzionava solo con i froci?
Nell'ufficio di Alberto, Fort scese dallo sgabello con un paio di borse da sella che pendevano dall'ingessatura. Non ci sarebbero stati soldi da mettere in quelle sacche, questa volta. Tutto quello che ci aveva messo dentro era una penna a sfera riempita di cocaina, un romanzo di James Baldwin, un blocco note da pochi soldi e una Browning da 9 millimetri. Abitualmente avrebbe appoggiato le borse a spalla, ma non questa volta: le costole gli facevano male.
Alberto gli sorrise tendendogli la mano: "Perdona il mio sfogo di prima, amico mio. Devi capire che sono sotto pressione: devo preparare tutto per i miei amici entro questa notte."
"Beh, abbiamo tutti un sacco di problemi, guardati un po' attorno..."
"Sei certo che tu e Susan non volete fermarvi per cena? Siete miei ospiti, si capisce. Questa sera ci sono branzini, che si sciolgono in bocca. E per dessert abbiamo un dolce al limone con gelato fatto in casa, vero gelato all'italiana..."
"Un'altra volta, siamo stanchi. Voglio solo riposare. Salteremo in auto poi andremo direttamente a casa di Susan. Assicurati che Dan sappia che i ragazzini sono partiti e che i pagamenti sono in regola, come hai potuto verificare anche tu."
"Me ne occuperò io. Lo chiamerò immediatamente per dirgli che hai fatto un ottimo lavoro. Arrivederci, amico mio. Scusami se non vengo all'auto per salutare Susan, ma devo occuparmi della cena. Salutala tu da parte mia."
Disgustata dal ruolo che Alberto aveva avuto nel rapimento di Terry, Susan si era rifiutata di mettere piede nel suo ristorante. Russell aveva risolto la questione con una bugia, dicendo che la ragazza aveva le mestruazioni e preferiva rimanere nella vettura. Era una menzogna molto vicina alla verità: Susan stava male. Stava male al pensiero di vedere Alberto o uno degli altri implicati in quel traffico di schiavi appena adolescenti.
L'italiano fece strada a Fort attraverso il ristorante ancora vuoto sino all'entrata dove si strinsero la mano. Osservò Fort attraversare la strada, salire sulla Oldsmobile e discutere brevemente con Susan che pareva agitata. A quell'epoca del mese tutte le donne sono agitate, o no? Quando l'auto partì tornò nel suo ufficio e telefonò.
La sua conversazione fu breve: "Se ne sono appena andati. No, vanno a restituire la macchina, poi sono diretti a casa di Susan... Sì, ne sono sicuro."
Quando Russell e Susan lasciarono la pizzeria fra Broadway e la 79a, si diressero verso un edificio d'arenaria un isolato più in là dove la donna possedeva un monolocale sopra un ristorante cubano gestito da una famiglia che era scappata da Cuba quando Fidel Castro aveva preso il potere.
Susan portava una grande pizza, Russell un sacchetto di plastica con una bottiglia di vino rosso ed una scatola di canditi. Alle quattro e mezza del pomeriggio fuori faceva già quasi buio. La pioggia che ora scendeva leggera aveva costretto le auto a procedere incolonnate e ridotto il numero dei passanti. Non aveva allontanato gli accattoni dalle strade, tuttavia. Nello spazio di pochi metri Russell e Susan furono avvicinati da tre barboni che chiedevano spiccioli con le loro coppette di carta. Quando furono vicini all'edificio Russell le passò un braccio attorno alle spalle ricordando come le era piaciuta immediatamente quando era entrata nel suo negozio per comprare un paio di scarpe sportive ed aveva cominciato a flirtare con lui. La verità era che in Susan aveva trovato una donna dolce, a volte sboccata, ma sempre molto dolce.
In quel momento sembrava una bambina, con quel suo impermeabile verde, il cappello floscio e l'espressione imbronciata. Una bambina molto sexy. Russell già pregustava una serata piacevole: si sarebbe fatto perdonare, come sapeva fare lui e come piaceva a lei. Bastava che lui si cominciasse a sbottonare lentamente la patta rigonfia e lei sarebbe scivolata in ginocchio davanti a lui, affamata del suo membro a cui Susan era più devota e sottomessa di un arancione al suo guru. Russell era già eccitato. Susan se ne accorse e scese con una mano a carezzarlo audace fra le gambe, tenendo in bilico la pizza con una sola mano e ridacchiando con un gorgoglio sensuale.
All'angolo fra Broadway e l'80a attraversarono la strada e girarono a sinistra, dirigendosi svelti e pieni di desiderio verso la casa di Susan che era ormai a pochi passi. Una coppietta di ispanici che si trovava dall'altra parte del marciapiede si mosse nella loro direzione. Il ragazzo, un piccoletto con l'aria da bullo, indossava un cappello di lana verde che si abbinava con la giacca. Portava in mano un albero di natale più alto di lui. La ragazza indossava un cappotto con un finto collo di pelliccia che teneva chiuso con una mano. Nessuno dei due aveva l'ombrello, notò con un senso di lieve compassione Russell.
Procedendo verso il loro edificio, Susan e Russell guardarono verso l'unica fonte luminosa che dominava l'entrata del palazzo. Gli ispanici li sorpassarono, poi si fermarono improvvisamente estraendo un paio di pistole dalle tasche dei cappotti. Girandosi i due ragazzi spararono verso Russell e Susan. Giunto al limitare dei gradini che portavano all'edificio, Russell s'era fermato ed aveva attirato Susan a sé per darle un bacio. Vide i suoi occhi illuminarsi. In quel momento scorse i due sicari con la coda dell'occhio. "Proteggi Susan!" pensò spingendola via con un grido. Poi, lasciando cadere il sacchetto di plastica che conteneva bottiglia e dolcetti, cercò dentro la borsa da sella. Udì un pop-pop-pop-pop, accompagnato da un dolore lancinante alla coscia e scivolò sui gradini. Un proiettile staccò un tacco dei suoi stivali di pelle. Alla sua sinistra apparvero due buchi in una finestra del pianoterra. L'adrenalina aveva preso a scorrere nelle sue vene come quella volta quando, nella 6a Avenue un barbone impazzito aveva cercato di fregargli la pistola e lui aveva sparato sei colpi uno dietro l'altro.
Russell infilò la mano nella borsa mentre i suoi sensi ricevevano differenti sollecitazioni: l'odore del vino rosso che s'era sparso a terra, la sensazione dei gradini umidi di pioggia su cui era caduto, le fiammate arancione vomitate dalle canne delle due pistole. Non riusciva più a controllarsi, impazzito all'idea di salvare Susan e se stesso.
Fu raggiunto alla spalla da un secondo proiettile, un terzo gli sfiorò l'orecchio facendo schizzare via un pezzo di pietra. Russell aveva impugnato la Browning. Disinserita la sicura sparò attraverso la sacca di cuoio, per cinque volte. Colse il ragazzo al petto proiettandolo contro l'idrante. Un altro proiettile, sparato dalla ragazza, colpì il gradino fra le gambe di Russell mancando i suoi genitali di pochi centimetri. Dopo quest'ultimo tentativo la ragazza si girò e scappò verso West End Avenue, scomparendo nell'oscurità.
Con la mano ancora nella sacca, Russell si rialzò sulle scale ed andò ad inginocchiarsi accanto a Susan che giaceva sul marciapiede. La pioggia lavava via il suo sangue con la stessa velocità con cui esso usciva dal foro sulla fronte. Aveva gli occhi sbarrati, lucidi alla luce della strada e privi di vita.
Fort scosse il capo e sussurrò: "Maledizione.... maledizione!"
Fece un ultimo sforzo allontanandosi dal cadavere della sua donna.
"Black. Chi parla?"
"Russell Fort. Al Distretto mi hanno detto che potevo chiamarti all'ospedale, in caso di emergenza. Non gli ho detto chi ero."
"Ci scommetto che non l'hai fatto."
"Ho detto loro che era per la storia di quei due infiltrati uccisi. Mi hanno detto che eri lì, che eri con la tua collega. Senti, due uomini di Firestone hanno appena cercato di uccidermi e invece hanno beccato Susan. È morta."
Black chiuse gli occhi: "Mi spiace. Hai detto che era gente di Firestone?"
"Prima di entrare in argomento voglio la tua parola che sarò inserito nel programma federale per la protezione dei testimoni."
"Ieri avremmo anche potuto discuterne. Adesso non credo che tu possa trattare. So perfettamente che ti sei servito di Susan per vendere i rapporti della DEA e le identità degli infiltrati. Devi dirmi qualcosa altro, Russell?"
Fort rimase in silenzio, poi disse: "Penso che tu abbia bisogno della mia testimonianza e sono pronto a dartela, completa. E non solo sull'affare degli infiltrati. Ma solo dopo un accordo. Io sono un ex sbirro, amico, non riuscirei a fare una settimana in prigione, mi ammazzerebbero prima. Guarda, non lo faccio solo per me, lo faccio per Susan. Per me è finita, comunque. L'unica possibilità che ho è spedire Firestone in galera e seppellircelo. Ho preso un documento dalle tasche di quello che sono riuscito a fare secco: si chiama Espinosa, lavorava per l'agenzia investigativa di Firestone. Senti, non ho tempo da perdere. Ho due proiettili in corpo, devo vedere un medico. Ho bisogno di protezione, Black."
"Dammi una ragione per aiutarti."
"Firestone ha saputo dei due infiltrati da me grazie a Susan, sono pronto a testimoniarlo."
"Dove sei?"
"Un'altra cosa: il ragazzino, Terry Dos Santos, quello che cerchi... te lo posso far ritrovare e dirti chi gli ha ucciso i genitori."
Kevin si sentì il palato diventare secco. Si schiarì la voce un paio di volte prima di riuscire a parlare. Chiese: "Come fai a saperlo?"
"C'entro anch'io, ecco come lo so."
"Fort, ascoltami, dove sei?"
"Oh merda, amico. Devo muovermi, ci sono de tipi dall'altra parte della strada che sembrano spiarmi, Se sono ragazzi di Firestone sono fottuto."
Black era impaziente, il cuore gli martellava in petto. Doveva dire a Fort di andare da lui o di aspettarlo. Le informazioni che aveva valevano oro.
Gli avrebbe promesso qualsiasi cosa: "Senti, sono marshal federale: ti faccio avere piena protezione, lo giuro. Dimmi dove ti trovi, vieni da me..."
"In una cabina telefonica di Broadway... Oh Cristo, amico, quei due stanno venendo proprio verso di me."
Black strinse il ricevitore fra le dita con violenza: "Dimmi dove sei, corro..."
La linea era stata interrotta.