Bene, finalmente aveva qualcosa di concreto. Poteva tentare di penetrare in quella villetta. Sempre che Firestone non lo stesse tenendo d'occhio da dietro i vetri ed aspettasse che lui facesse una mossa per entrare per ammazzarlo. Si sentì esausto, ma non erano la fatica, la tensione o i nervi che stavano per avere ragione di lui. Era la paura. Lasciò che la pioggia si abbattesse su di lui per qualche minuto. Poi il suo pensiero tornò a Grace e si diresse verso la porta della villetta. Non accadde nulla. Allora pensò di passare dal retro, dalla porta della cucina. Quando sbirciò vide l'infermiera giamaicana seduta al tavolo che leggeva un giornale fumando una sigaretta. Bussò sui vetri mostrando il distintivo della polizia. La donna sembrò stupita, ma andò ad aprire la porta.
"Polizia, sergente Kevin Black. Chi c'è in casa?"
"Il signor Roux ed il signor Firestone. Perché?"
"Sicura che non ci sia nessun altro?"
"Certo, sono qui da ore. Non è venuto nessuno. Chiamo il signor Firestone? Il signor Roux è a letto, gravemente ammalato."
"No, vado io. Lei piuttosto resti qui. Se dovesse esserci una sparatoria..."
"Una sparatoria? Vuol dire..." disse la donna irrigidendosi e impallidendo.
"Se vuole andarsene, lo faccia subito." disse Kevin avviandosi alla porta della cucina verso il corridoio.
Mentre stava per aprirla sentì la porta della cucina verso il giardino aprirsi e, giratosi, vide la donna eclissarsi. Addio, infermiera, pensò. Sulla fronte una vena gli prese a pulsare e sentì di aver fame e che la testa gli girava leggermente. Spense la luce della cucina e guardò la lama di luce che filtrava da sotto la porta. Respirò profondamente e strinse la pistola in mano.
Nella camera da letto di Jacques, Dan, seduto accanto all'amante moribondo, era intento a carezzargli una mano.
Il malato lo guardò con occhi chiari e gli sorrise: "Devi prepararti per andare all'asta. Hai pensato come portare il ragazzino fin là?"
"Non posso addormentarlo, deve essere ben sveglio durante l'asta. Pensavo di iniettargli la giusta dose di droga e vedrai che mi seguirà felice e sorridente come un agnellino."
"È ancora piccolo: iniettagli solo un quarto della dose normale, o rischi di perderlo per la strada. Non è abituato. Un quarto basterà per ammansirlo."
"Certo..."
"Sono arrivato giusto in tempo, allora!" disse Kevin che era comparso silenziosamente sulla porta.
Firestone e Jacques si volsero nella sua direzione. Aveva la barba lunga ed i vestiti zuppi di pioggia. I suoi occhi emisero un lampo nella penombra mentre prendeva di mira Firestone.
Dan si alzò lentamente, furioso, digrignando i denti mentre inquadrava con chiarezza la situazione. Black era solo e Firestone si chiese se la sua visita fosse il frutto di una decisione personale. In questo caso forse poteva essere comprato, dipendeva da quanto sapeva. Fece un passo verso il comodino dove teneva una .22 Magnum assieme alle medicine di Jacques.
Kevin agitò lentamente la canna della .38. Dan si fermò. Pochi secondi dopo riprese a digrignare i denti come se stesse masticando gomma.
"Che diavolo ci fai qui, Black? Hai intenzione di sparare a qualcuno, con quella?"
"A te, se ti azzardi a toccare il comodino."
"Mostrami un mandato di perquisizione debitamente compilato e firmato da un giudice o vattene subito."
"Ottima mossa. Ma come sai un agente di polizia può entrare in una casa senza mandato se ha modo di pensare che vi si stia commettendo un crimine. La tua porta d'ingresso era aperta ed ho pensato che ci fosse una rapina in corso. E poi ho anche saputo che stai tenendo sequestrato Terence Dos Santos."
"Chi è Terence Dos Santos?"
"Chiedilo a Shin, qui fuori. Ma immagino che tu non conosca neppure lui. E, inoltre, dov'è la casa del Queens dove si terrà l'asta?"
Jacques tossì attirando l'attenzione di Dan.
Questi asciugò la fronte del francese e disse: "Fuori di qui o ti costringerò ad usarla, quella pistola."
"Farò attenzione, se ti comporti bene. Non vorrei mancarti e colpire il tuo ragazzo, se mi costringi. A proposito, sai che ho in mano le agende di un certo Rowland Preston in cui c'è scritto tutto di te, e di tutti i tuoi compari, compreso il defunto Yung Chem? Defunto qui dentro. O non conosci neppure loro?"
Kevin vide che Firestone chiudeva gli occhi per riflettere, poi le riaprì con lentezza. Il tipo sapeva controllarsi bene. Sembrava non avere nervi.
Firestone si rilassò mostrando uno dei suoi sorrisi da lupo: "E allora?" chiese semplicemente con aria pacifica.
Kevin sedette su una sedia di legno accanto alla porta, si tolse il cappello e se lo appoggiò su un ginocchio: "In due giorni non ho dormito più di sei ore. Sono stanco, affamato ed ho bisogno di un bagno. E sono di pessimo umore. Hai cercato di mandare all'altro mondo la mia collega con una delle tre .22 che ti ha regalato Lo Caprio. Sto andando in bestia. Ti consiglio di dirmi l'indirizzo della casa del Queens..."
"Vai a farti fottere." rispose Firestone tranquillo.
Kevin si alzò lasciando il cappello sulla sedia.
"Tra poco arriverà l'FBI e troveranno Terry nel tuo sotterraneo. Comunque sei fregato, non lo capisci? Perché cerchi ancora di fare il furbo?"
Jacques ebbe un colpo di tosse poi, con voce debole, disse: "Come ogni agente che va oltre le sue competenze, sergente Black, lei tende a vedere le cose solo dal suo punto di vista. E quel punto di vista, come tutte le visioni personali, contiene parecchie manchevolezze. Lei è venuto qui senza un mandato. Ogni azione promossa da lei è illegale, se non un reato. Un mandato deve specificare esattamente l'area dove avverrà la perquisizione e deve indicare esattamente che cosa si intende trovare. Deve essere firmato da un giudice e entrambi sappiamo benissimo che un giudice ci pensa bene prima di firmare un mandato. Una perquisizione è una questione che riguarda i diritti dei privati cittadini, un concetto che chiaramente va oltre la sua comprensione. Lei sta facendo il passo più lungo della gamba e lo sa benissimo. Se ne vada di qui prima di trovarsi in una situazione imbarazzante."
Dan sorrise. Un sorriso da vincitore. Kevin, si rese conto che il vero cervello della banda era il francese. E che Dan aveva un atteggiamento protettivo per il suo amante. Doveva giocare su quello, e giocare bene.
"Abbiamo abbastanza prove per arrestare il tuo amichetto, mia cara Jacqueline. E quando il tuo maschiaccio sarà in galera, ci resterà per un pezzo, salteranno fuori un sacco di altre prove per inchiodarlo. E allora, chi penserà a te? Resterai solo..."
Dan, con le labbra serrate, rivolse uno sguardo al comodino.
Kevin scosse il capo: "Ehi, Firestone, mi fai diventare nervoso quando fai così. E anche se tu potessi prendere la tua pistola nel comodino, e se anche tu mi facessi fuori, che cosa risolveresti? Vedi questo? Lì fuori stanno ascoltando tutto, arriverebbero subito e ti farebbero a pezzi, tu e la tua povera ragazza malata..." poi si rivolse al francese: "E tu, senza il tuo Dan, sarai fregato, finocchietto. Sono pronto a scommettere che non durerai molto una volta che lo avranno messo dentro. Non ci sarà più il tuo Dan a cambiarti i pannolini e neppure a pagare i conti delle infermiere..."
"Lei è un bastardo, un maledetto bastardo." disse Jacques.
Kevin sorrise: "Io e te, amico mio. Due porcospini, uno contro l'altro."
Firestone intervenne: "Hai previsto tutto, vero? Hai pensato che minacciando Jacques io ti avrei detto tutto quello che vuoi. Ma non succederà."
Invece stava succedendo. Kevin vide Firestone abbassare lo sguardo sul suo amante e c'era un dispiacere profondo dipinto sulla sua faccia. Kevin non aveva bisogno di conferme: i due amanti stavano immaginando il peggio e questo per Jacques significava una morte ancor più orribile di quella a cui stava andando incontro. Kevin vide Jacques sussurrare qualcosa a Dan che scosse il capo. Jacques sembrò farsi più insistente.
Alla fine Dan si rivolse a Kevin: "Dice di offrirti dei soldi. Gli ho detto che è una perdita di tempo."
Kevin non rispose neppure.
Dan tornò a rivolgersi a Jacques: "Te lo avevo detto."
"Deve esserci un modo."
"Scordatelo. Abbiamo un vero duro, qui. Non ha neppure senso affrontare l'argomento. Ma ricordati, Black, il giorno in cui si verrà a sapere che lavori per la Divisione Affari Interni, sarà il giorno in cui ti caveranno gli occhi. E spero di venirlo a sapere, il giorno in cui accadrà."
"Se lo dici sperando che sentano quelli dall'altra parte di questo microfonino, perdi tempo: non c'è la polizia, purtroppo per te, c'è l'FBI, e a loro non gliene frega niente."
"Come hai convinto Kim Shin a parlare?" chiese improvvisamente Dan cercando di aggrapparsi a qualcosa.
"Ho usato la parolina magica. Così hai sparato a Ellen, eh?"
"Lo dici o lo chiedi, duro? Mi hanno detto che sei bravo a menare le mani. Perché non posi quel cannone e ci facciamo un paio di riprese?"
"Non sarebbe male. Ma preferisco vederti in prigione a struggerti per la sorte del tuo amichetto. Vuoi dirmi qualcosa di quella casa del Queens dove tenete l'asta? Se non me lo dici, mi basterà cercare fra le tue carte e verrà fuori comunque. Penso soltanto che tu potresti risparmiarmi tempo."
"Non ti dirò un bel niente."
"Come ti pare. Ma guarda bene il signor Roux, perché dopo stanotte non lo vedrai più. Fatevi le coccole per l'ultima volta. Dov'è la casa del Queens?"
"Non lasciarlo bluffare con te. Possiamo avere i migliori avvocati. Lo combatteremo. Non ti porterà via, se potrò impedirglielo."
"Penso che tu abbia perso il filo della discussione, signor Roux. Dan non ha paura per se stesso, ha paura per te."
Osservò Dan rivolgere uno sguardo pieno di tristezza a Jacques. Quell'occhiata diceva tutto: le parole di Kevin avevano raggiunto l'obiettivo. Con Firestone in prigione Jacques sarebbe morto presto. Firestone non l'avrebbe permesso. Kevin doveva solo aspettare e vedere che cosa sarebbe successo.
"Se mi dici l'indirizzo della casa del Queens, potremo avere un occhio di riguardo per il tuo malatino, Firestone. Pensaci..."
"Vai a farti fottere, bastardo!" esclamò l'ex poliziotto.
Poi il mondo sembrò esplodere.
L'infermiera giamaicana entrò nella camera portando un vassoio su cui erano posate siringhe ipodermiche, una teiera e una ciotola fumante di brodo di pollo.
"Non mi importa niente di quello che sta succedendo qui dentro, polizia o non polizia. Io sono un'infermiera professionista ed ho un paziente di cui devo occuparmi ed è esattamente quello che ora farò." disse decisa.
Kevin si girò a guardarla: non doveva mettersi fra lui e Firestone. L'infermiera prese Kevin per un braccio spingendolo di lato. Un attimo dopo l'aveva sorpassato e si dirigeva verso il letto. Stava pensando che il suo dovere veniva prima di tutto, era una questione di etica, che diamine. D'altronde aveva telefonato alla polizia che aveva detto che sarebbe intervenuta subito. Ora la donna si trovava fra Kevin e Firestone.
"Via di lì, maledizione!" urlò Kevin.
La mano di Dan scomparve dentro il cassetto del comodino uscendone con la .22 Magnum. Alla vista dell'arma l'infermiera si immobilizzò. Kevin scivolò sul pavimento puntando la sua pistola su Firestone. La canna della sua .38 inquadrò l'infermiera e Kevin non poté sparare. La donna si girò verso di lui e quello fu il momento in cui Dan si girò verso Jacques, gli sparò sulla testa, poi si infilò la canna in bocca e premette il grilletto.
L'infermiera si girò di nuovo, vide la scena, urlò e svenne. Kevin, sconvolto, rimase immobile. Gli ci vollero parecchi secondi per potersi muovere di nuovo. Firestone gli era scappato ed aveva portato con sé il suo amante. Niente prigione, niente punizioni, niente di niente.
Era stato testimone di un atto di amore, di passione, differente da qualsiasi altro gli fosse capitato di vedere. Se lo sarebbe ricordato per un pezzo, ne era certo. Col tempo avrebbe capito se era il gesto più generoso o assurdo che avesse mai visto. Se ammirare quei due criminali o compiangere il loro amore. Al momento era troppo sconvolto ed pieno di rabbia per decidere. Poi pensò che ora Terry era libero. E si sentì meglio.
Udì passi di corsa avvicinarsi alla porta: erano quelli dell'FBI o i poliziotti? Per sicurezza prese il distintivo da sotto il cappotto, e lo lasciò pendere in piena vista. Posò la pistola sulla sedia e si allontanò girandosi verso la porta ed alzò le mani. Vide Silvan entrare con la pistola in pugno seguito dagli altri uomini dell'FBI e tirò un respiro di sollievo.
Dietro vide spuntare Charlie e gli sorrise stancamente: "Terry è nelle cantine. Andiamo a prenderlo, io e te. Da soli."
"Sì, ho sentito tutto. Andiamo." gli disse Charlie e Kevin sentì di desiderarlo: non aveva avuto tempo in quei giorni di pensarci di nuovo, ma ora lo sentiva con nuova forza.
Guardò Silvan che gli fece un cenno di assenso. Kevin e Charlie cercarono la scala che portava alle cantine.
Giunti alla porta verde Kevin gli fece cenno di tacere, si accucciò e restò in ascolto con un orecchio incollato al battente. Nulla. Cercò i cardini senza trovarli, il che significava che la porta si apriva verso l'interno. La paura minacciava di paralizzarlo. Lottò cercando di trasformare quell'emozione in rabbia e determinazione. In quel momento voleva sentirsi uno sbirro incazzato in lotta contro un mondo impazzito. Guardò verso Charlie e la tensione del giovanotto lo incoraggiò. Gli fece cenno di restare fermo dove era. Posò la mano sulla maniglia e la girò lentamente. Lo spettacolo comincia, pensò.
Velocemente aprì il battente e scivolò sulla sinistra posando i piedi sul pavimento di pietra, la schiena appoggiata al muro. Contrasse il dito sul grilletto, col terrore di morire e pronto ad uccidere. La piccola stanza dalle pareti di cemento era vuota.
Qualcuno però c'era stato fino a poco prima: vide una sigaretta accesa fumare su un portacenere. Vide anche un lettino sfatto, la sedia di metallo pieghevole, i resti di un pasto lasciati sul tavolino. C'erano giornali di maschi nudi sul pavimento e un paio di scarpe da ginnastica sformate. La stanza di un uomo, dell'uomo di guardia che aveva sospettato ci potesse essere. Ma dove era ora? La sigaretta che si consumava lentamente indicava che si era appena allontanato. Kevin avanzò con gli occhi puntati su una seconda porta metallica. Attraverso lo spioncino di vetro intravedeva una luce. Poteva anche sentire il suono attutito di una canzone heavy metal provenire dalla stanza: Terry!
Si avvicinò alla porta con la .38 all'altezza della spalla. Sentì un fruscio e si girò di scatto verso la porta da cui era entrato: Charlie stava scivolando dentro. Gli fece un cenno imperioso di restare dietro la porta e gli indicò la sigaretta fumante. Charlie annuì. Kevin si asciugò le mani sudate sul cappotto poi guardò dallo spioncino. Vide una stanza con le pareti in cemento, più piccola di quella in cui si trovava. Un tavolino traballante era situato direttamente sotto la luce al neon. Sul tavolo c'era un orologio di Topolino, uno zainetto e qualche libro. Una telecamera a circuito chiuso incombeva sulla stanza da un angolo del soffitto. Dal registratore posato su una sedia pieghevole venivano le note di Walk This Way degli Aerosmith. Il letto era vuoto.
Kevin appoggiò il capo sul pannello di vetro e si sentì maledettamente stanco. Gli abiti bagnati gli sembrarono più freddi e più pesanti. Poi sentì un rumore fuori dalla porta da cui era entrato. Vide Charlie appiattirsi contro il muro trattenendo il respiro. Kevin si spostò rapidamente dall'altra parte della porta: il battente, aprendosi, avrebbe nascosto Charlie, ma lui sarebbe stato subito visibile...
Entrò un giovanotto sui venticinque anni, un portoricano, con una mitraglietta a spalla, che si stava chiudendo la patta dei calzoni. Guardava verso l'altra porta e non vide Kevin. Questi, appena il giovanotto fu nella stanza, lo afferrò per un braccio strappandogli di dosso la mitraglietta. Il giovanotto lanciò un grido e reagì, ma Kevin con un calcio alto pivottato, lo colpì violentemente su un fianco e lo fece cadere a terra. Frattanto gli puntò la mitraglietta addosso. Il giovanotto fece per rialzarsi ma si immobilizzò e guardò con occhi spalancati il distintivo della polizia che ancora pendeva dal cappotto di Kevin.
Questi con la mano libera porse le manette a Charlie che s'era affacciato da dietro il battente. Il giovane ammanettò un polso dell'altro con una caviglia. Kevin sorrise e pensò che era un modo intelligente di immobilizzare qualcuno, anche se poco ortodosso.
"Perquisiscilo, Charlie. Dov'è il ragazzino?"
"Dove vuoi che sia?" rispose scontroso ed abbattuto il guardiano, nero per essere stato sorpreso come un novellino, mentre Charlie lo perquisiva accuratamente e gli toglieva un pugnale che aveva fissato alla gamba sinistra.
Il guardiano non immaginava certo che ci fosse qualcuno nella stanza che aveva appena lasciato per andare a vuotarsi. Le spesse pareti di cemento non gli avevano fatto sentire né i due spari della pistola di Firestone, né i passi degli agenti che entravano nella villetta. Non si aspettava quella brutta sorpresa.
"Non fare il furbo, dove l'hanno portato?"
"Portato? Dovevano portarlo tra poco... è ancora là dentro."
"Dove dovevano portarlo?"
"Se non lo sai, cazzi tuoi." rispose il giovanotto riprendendosi.
Kevin gli dette un ceffone, con la mano che stringeva di nuovo la pistola ed una striscia sanguinante apparve sulla gota del giovanotto. Questi lo guardò con odio.
Kevin lo prese per la collottola e strinse lievemente, ma con una presa che non faceva presagire niente di buono: "Dimmi dove l'hanno portato o ti faccio sputare tutti i denti, uno per volta!" disse l'agente furioso.
Charlie frattanto s'era spostato fino alla porta con lo spioncino e vi aveva guardato dentro: "Terry! È qui dentro... Terry!" gridò bussando contro la porta e cercando di aprirla.
Kevin si girò a guardare stupito.
"Te l'avevo detto, stronzo piedipiatti!" sibilò il portoricano.
Kevin vide la chiave appesa accanto alla porta. Portando con sé la mitraglietta del guardiano, prese la chiave dal muro, fece scostare Charlie ed aprì la porta.
Quando Terry vide profilarsi sulla porta quell'uomo grande e grosso, bagnato, la barba lunga, una mitraglietta in mano, arretrò sbarrando gli occhi.
Charlie entrò dietro Kevin e, vista l'espressione spaventata del ragazzino, gli andò incontro sorridente, emozionato: "Non aver paura, Terry. Lui è Kevin Black, un amico di tua madre..."
Il ragazzino guardò l'agente con occhi arrossati, ma abbozzò un sorriso: "Sì, parlava di te a volte... Eri nei marine, vero?"
"Esatto, Terry. Ci siamo anche incontrati, ma avevi cinque anni, forse non ti ricordi." disse Kevin a bassa voce abbassando lentamente il mitra che ancora, inconsciamente, stringeva in mano puntato in avanti.
"Perché non è venuta a prendermi la mamma?" chiese a Charlie con voce bassa.
Charlie lo attirò a sé e lo strinse: "Papà e mamma... sono morti, Terry." gli disse quasi sottovoce, dolcemente.
Nel silenzio che seguì Terry guardò prima Kevin, poi Charlie. Vedendo le loro espressioni appoggiò il capo sul petto di Charlie e scoppiò a piangere.
Charlie lo strinse a sé e gli sussurrò carezzandolo sul capo e sulle spalle: "Terry, amore..."
"Charlie... mi sei rimasto solo tu... solo tu... non mi lasciare, ti prego."
"Mai. Lo sai che ti amo."
"Anche io ti amo, Charlie. In questi giorni pensavo solo alla mamma e a te."
"Ti hanno fatto qualcosa?" chiese Kevin tremando in attesa della risposta.
Il ragazzino stava cercando coraggiosamente di smettere di piangere, anche se con poco successo.
Guardò con la coda dell'occhio Kevin, poi gli chiese: "Qualcosa?"
"Sì, ti hanno picchiato? Minacciato... ti hanno..."
Kevin non ebbe il coraggio di fargli la domanda cruciale.
Ma il ragazzino capì: "No, niente. Il guardiano aveva voglia, ma non mi ha toccato. Mi ha detto che mi avrebbero venduto a un coreano che mi avrebbe costretto a fare quelle cose, poi mi ha detto che mi avrebbero venduto all'asta per fare sesso con me. Ma io credo che lo diceva solo per spaventarmi e per farmelo fare con lui. Ma non è successo niente. Perché hanno ucciso mamma?"
"Perché volevano davvero venderti..." gli sussurrò Charlie stringendolo ancora a sé.
Terry lo guardò, le gote rigate di lagrime: "Ma sei arrivato in tempo. Io voglio essere solo tuo..." mormorò e si protese a baciare sulla bocca il suo Charlie ed aderendogli addosso.
Il giovane rispose al bacio e lo cullò quasi, con tenerezza.
"Charlie, voglio essere tuo, oggi... ti prego..." sussurrò il ragazzino.
Il giovanotto gli sorrise e disse con tenerezza: "Ti ho già detto che dobbiamo aspettare, amore. Sei troppo piccolo."
"Non troppo, se volevano vendermi per fare sesso. Se dovevo farlo con uno che mi comprava, posso farlo anche con te che mi ami. Ti prego, Charlie. Lo sento che mi desideri... Ti prego, non farmi aspettare ancora... Ti prego, Charlie, fammi tuo!"
Kevin li guardava commosso. Era anche stupito per l'assoluta naturalezza con cui il ragazzino faceva quei discorsi alla sua presenza, per come carezzava intimamente il giovanotto senza curarsi di lui. Ma, pensò, se l'avesse visto qualcun altro, poteva andare a finire che il giudice avrebbe rifiutato l'affidamento di Terry a Charlie. Allora intervenne e spiegò al ragazzino il problema. Gli disse che non doveva fare quei discorsi davanti ad altri.
Terry annuì, poi chiese: "Davvero Charlie hai chiesto il mio affidamento?"
"Sì, appena ho saputo che eri rimasto senza nessuno."
"E mi daranno a te?"
"Spero di sì. E se anche tu lo vuoi, sarà più facile."
"Certo che lo voglio... Ma ad un patto."
"Cioè?" chiese lievemente sorpreso Charlie guardandolo con aria interrogativa.
"Che mi farai dormire con te... e che non continuerai a dirmi che sono troppo piccolo." sussurrò il ragazzino con aria seria seria.
Kevin uscì dalla stanza silenziosamente. In cuor suo sperò che Charlie cedesse alle richieste accorate di Terry: era sì un ragazzino, anagraficamente, ma aveva dimostrato di essere più che maturo, col suo atteggiamento di quei pochi minuti.