NEW YORK - STESSA NOTTE - ORE 23,42
Kevin sedeva sul sedile posteriore di una Buick priva di contrassegni di polizia parcheggiata sotto una quercia a Kew Garden, nel quartiere di Queens. Scrutò attraverso la pioggia sottile guardando verso la casa di due piani che si trovava ad un isolato di distanza. L'edificio, ben illuminato all'esterno, faceva parte di un blocco di quattro case. Di guardia c'erano due uomini seduti in una Toyota rossa parcheggiata di fronte.
Aveva accompagnato con un'auto della polizia Terry e Charlie a casa di quest'ultimo. Qui s'era rasato e Charlie gli aveva fatto lasciare il cappotto zuppo e gli aveva prestato il suo impermeabile.
Mentre Terry faceva un buon bagno caldo, Charlie aveva chiesto a Kevin: "Che cosa devo fare?"
L'agente capì a che cosa si riferisse il giovanotto: "Quello che ti chiede. Ora più che mai ha bisogno del tuo affetto, del tuo amore. Ed è lui a chiedertelo. E so che tu saprai darglielo nel modo migliore. E anche tu lo desideri, no?"
"Sì, ma... non ha appena quattordici anni..."
"Quando hai fatto l'amore la prima volta tu?"
Charlie sorrise ed arrossì lievemente. Abbassò lo sguardo e disse: "Fra compagni... avevo undici anni. Completo... un anno dopo..."
"Con chi? Quanti anni aveva lui?"
"Con mio zio. Aveva ventisette anni."
"E t'era piaciuto?"
"Sì, molto."
"E allora? Se sei incerto, lascia che sia lui a guidarti, ma non tirarti indietro. Dagli tutto quello che ti chiede."
"Tu lo faresti?"
"Se fossimo innamorati come voi due, sì, certo."
"Grazie. Sei un amico..."
"Avrei voluto essere..." aveva iniziato a dire Kevin, ma si interruppe.
Non era certo quello il momento di dire quello che aveva sentito dentro di sé fin dal primo momento che aveva incontrato il giovanotto.
Questi sorrise schivo, annuì e gli disse: "Sì, lo so. Anche io. Ma le cose ci hanno condotto per altre strade."
"E ora è troppo tardi."
"Ma possiamo restare buoni amici, spero."
"Certo, sicuro. Ti ammiro, Charlie."
"Anche io Kevin." aveva detto il giovane stringendogli la mano.
Ora Black, seduto sul sedile posteriore della Buick, ripensava con un certo dolce rammarico a quello scambio di battute. Gli sarebbe piaciuto diventare l'amante di Charlie. Con Dean aveva del buon sesso, di tanto in tanto, ma sentiva il bisogno di avere qualcos'altro, qualcosa di più: amore. Qualcuno di cui curarsi e che si curasse di lui. Qualcuno che gli curasse le ferite della sua vita di poliziotto. Che lo facesse sentire ancora un essere umano.
Sul sedile anteriore Silvan York smise di parlare di football con l'agente di colore che stava al volante e rivolse un'occhiata al silenzioso Kevin: "Dobbiamo avere pazienza."
"Ma cosa ci trattiene?"
"Le scartoffie sono una cosa seria. Quelle che abbiamo ci autorizzavano solo ad entrare e perquisire la villetta di Roux. Per questa, ci vuole un nuovo mandato. A proposito, perché non avevi detto a Firestone che il mandato ce l'avevi?"
"Volevo farlo sentire sicuro di sé per poi fargli crollare tutto addosso. Non pensavo che sarebbe finita così..." disse pensieroso Kevin.
Silvan annuì: "Comunque sei stato in gamba a trovare nelle sue scartoffie questo indirizzo. Ma lo sai quanto ci vuole ad ottenere un mandato. Il nostro giudice è al lavoro, lo abbiamo rintracciato e speriamo che non sia troppo irritato per essere stato disturbato così tardi. Di solito firma senza troppe storie. Era ad un party importante..."
"Gli uomini di Firestone che sono nella Toyota rossa sono ex poliziotti. Prima o poi si accorgeranno di noi."
"Senti, hai fatto un ottimo lavoro, al centro sono tutti entusiasti di te nonostante tu sia un poliziotto. Adesso non fare l'isterico con me. Per entrare in quella casa e fregare quei porci abbiamo assoluto bisogno di un mandato. È vero che hai beccato Kim Shin con le mani nel sacco: ti è andata bene, non avevi un mandato per mettergli le mani addosso. È sempre un diplomatico, ma credo proprio che questa volta lo abbiamo incastrato e gli faremo pagare anche la morte dei tuoi due amici in Vietnam. Però adesso dobbiamo aspettare il mandato. Chiaro?"
L'autista intervenne: "Sveglia ragazzi: direi che quello è l'uomo che aspettavamo!"
Un taxi si accostò lentamente alla Buick. Silvan, Kevin e l'altro agente del dipartimento del Tesoro si mossero nella pioggia. Silvan parlò nella trasmittente mentre l'agente nero correva verso il taxi fermo ad uno stop. Qualche attimo dopo l'agente nero era di ritorno. Porse a Silvan una busta con il mandato.
Questi portò nuovamente la radio alla bocca: "Tutto a posto. Possiamo andare."
Gli agenti del servizio segreto e i poliziotti nascosti nelle auto posteggiate corsero sulla strada bagnata sollevando spruzzi d'acqua mentre correvano verso la casa. Tre poliziotti armati di fucili a pompa circondarono la Toyota rimanendo all'esterno. Kevin, la pistola in pugno, rimaneva accanto a Silvan che, a dispetto della stazza, si muoveva velocemente quasi con grazia. Kevin lo lasciò guidare l'azione. Insieme si fecero strada tra i poliziotti armati e raggiunsero la casa per primi. Stavano per scrivere il capitolo finale di quella storia, che era partita per scoprire un grosso traffico illecito di valuta e che aveva rivelato anche un traffico infame. Dagli schedari trovati a casa di Roux e dalle agendine di Rowland risultavano coinvolte nell'uno o nell'altro crimine, a volte in tutti e due, parecchie personalità in vista di varie parti del mondo, ma anche americane: l'FBI poteva ora incastrare quei pezzi da ottanta. Non sarebbero stati tutti denunciati, per qualcuno, Kevin ne era sicuro, sarebbe stata lasciata in sospeso la minaccia di rovinarli con le prove accumulate per poterli manovrare. Ma l'importante era che quel traffico sarebbe stato finalmente stroncato. E che chi lo gestiva fosse ormai morto o fuori combattimento.
Una piccola telecamera montata su un pilastro seguì il detective e Silvan mentre irrompevano attraverso la soglia in un ingresso illuminato da una luce rosata. Davanti a loro un giovane cubano in abito giallo portò velocemente la mano sulla fondina, poi ci ripensò ed alzò le mani. Stava seduto su una scrivania metallica parlando con un americano di mezza età che, sotto il vestito semiaperto, portava morsetti ai capezzoli e un collare borchiato.
L'americano chiese a Kevin e Silvan i loro tesserini, poi rivolse gli occhi alle armi. Alla vista delle pistole e dei distintivi si addossò al muro: i suoi occhi non esprimevano paura, preoccupazione, ma libidine. Kevin ebbe voglia di dargli un calcio ai testicoli, ma proseguì oltre Silvan nel corridoio coperto di tappeti. Alle pareti erano appesi dipinti e disegni omoerotici, Kevin riconobbe alcune tavole, certamente autentiche, di Tom of Finland. Anche il corridoio era illuminato da una luce rosa e puzzava di marijuana. Kevin passò attraverso una tenda di pesante velluto rosso e si trovò in una enorme stanza decorata come una cripta medievale: era nel supermarket del sesso. Il lampadario circolare di ferro battuto con finte candele che pendeva dal centro del soffitto e la musica di Vivaldi diffusa da altoparlanti nascosti, creavano un bizzarro contrasto con una delle più allucinanti scene che Kevin avesse mai visto o potuto immaginare.
Due dozzine di uomini ben vestiti, di varie razze, stavano esaminando alcuni giovani uomini nudi, incatenati alle pareti. I ragazzi, bianchi, neri, latini, anglosassoni, asiatici, slavi, avevano un cartello con il nome, l'origine, altezza, peso e prezzo di base d'asta appeso accanto a loro. Venivano esaminati come merce esposta negli scaffali di un negozio. Palpati, stuzzicati: parecchi erano in stato di erezione e sorridevano lascivi a quelle manipolazioni. Kevin ebbe l'impressione che parecchi fossero drogati, ma non poteva esserne certo.
Alla vista della pistola e del distintivo che pendeva dal bavero di Kevin, i compratori si precipitarono in tutte le direzioni. Kevin ne afferrò uno per il collo, un arabo dal viso affilato come la lama di un coltello. Tenendolo stretto lo sospinse verso la porta. L'arabo cercò di fare resistenza respingendolo con forza. Kevin lo colpì al viso con un gomito e lo fece cadere sul pavimento. Ci avrebbero pensato gli agenti che stavano arrivando dietro di lui ad interrogarlo.
Entrò in una stanza che si trovava dietro la falsa cripta. Ai muri erano appese fruste, maschere di cuoio, vibratori. Anche qui ragazzi di varie età, completamente nudi, ma questa volta mescolati ai compratori con cui parlavano a bassa voce, cercando chiaramente di affascinarli. Anche questi avevano il cartellino con i dati, ma appeso al collo come un collare, come le placche delle SS. Anche qui la sua comparsa suscitò scompiglio.
A destra di questa seconda stanza, grande la metà della prima, c'era un'inferriata con una tenda bianca dietro e sopra la porta un cartello in caratteri gotici con la scritta: "Stanza del Tesoro". Kevin, incuriosito, fece scorrere il cancello che scivolò di lato senza fare rumore. Scostò la tenda e si trovò in una stanza ancora più piccola, tuttavia di circa sei metri per sei. Questa era tutta bianca, illuminata da riflettori dalla luce dorata.
Dal soffitto pendevano quattro gabbie rotonde, simili a gabbie per uccelli, ma di circa un metro di diametro e di centocinquanta d'altezza. Dentro c'erano adolescenti nudi, evidentemente drogati. Tra una mezza dozzina di compratori spaventati c'era Alberto Sacchi, in un elegantissimo completo bianco, gli occhiali scuri ed un beeper infilato alla cintura. In mano aveva una tabella. Evidentemente era lui il maestro d'asta. Alla vista di Kevin cominciò a respirare affannosamente. I suoi potenziali clienti cominciarono a cercare una via di fuga. Ma ora la porta era bloccata da agenti federali e da poliziotti.
Kevin afferrò Alberto per la sua costosissima cravatta: "Ci si rivede, dunque!" gli sibilò.
"Sono tutti volontari, è solo una messinscena, niente di illegale..." balbettò Alberto tremante.
"Non contar palle: Dan e Jacques e Chem sono morti. Abbiamo abbastanza documenti per incastrarvi tutti, e te per primo. Sei tu che hai organizzato il rapimento di Terry, no?"
"Terry? Non so di chi stia parlando..."
"Secondo le carte tu e un certo Rowland Preston siete gli unici ancora vivi a dover rispondere di questo schifo... Chi è e dov'è Rowland Preston? È qui?"
"È morto... l'ha ucciso Yung Chem, io non c'entro niente..." sussurrò l'uomo pallido come un cencio.
Kevin lo affidò a due poliziotti, poi si girò a guardare le gabbie. Su quella vuota c'era un cartellino: "Terry, 13 anni, statunitense, orfano, altezza 170, peso 60, vergine. 200.000 $" Kevin fremette e sentì il desiderio di ammazzare qualcuno...
Guardò le altre gabbie. L'ultima conteneva un ragazzo di una bellezza incredibile, che lo guardava con occhi umidi da cerbiatto. Kevin, scosso, lesse il cartellino: "Elton, 16 anni e mezzo, inglese, altezza 175, peso 68, creatura per la ricreazione allevata da Yung Chem. 150.000 $"
Kevin guardò il ragazzo con occhi pieni di pietà. Istintivamente gli sfiorò la gamba che pendeva dalla gabbia e gli sussurrò: "È finita, Elton. Yung Chem è morto..."
Il ragazzo lo guardò quasi stupito, poi lagrime cocenti presero a scendere dai suoi occhi ed a voce bassissima mormorò, quasi in un lamento: "Lo amavo, credevo che mi amasse... mi ha tradito. Mi ha tradito..."
"È finita, Elton, è finita."
"Che cosa è finita? Che ne sarà ora di me?"
"Tornerai a casa dai tuoi, in Inghilterra..."
"No. Non voglio..." disse il ragazzo tremante.
Kevin aprì la porta della gabbia e tese una mano al ragazzo invitandolo a scendere, ad uscirne. Il ragazzo lo guardò negli occhi, uno sguardo profondo, smarrito, con una muta implorazione di aiuto. Stese una mano, prese la forte mano dell'uomo e scese. Kevin si tolse l'impermeabile foderato di plaid e glielo mise sulle spalle, coprendolo. Elton tremava. Kevin pensò che non aveva mai visto un ragazzo così dolce, così bello. Così desiderabile. Gli cinse le spalle con un braccio in un gesto protettivo, affettuoso.
"Tu... sei forte. Prendimi con te... Ti prego." bisbigliò il ragazzo.
Kevin lo strinse lievemente, commosso. Certo che avrebbe voluto prenderlo con sé, curare le ferite di quell'anima spersa che i grandi occhi rivelavano.
"Sarai affidato al servizio sociale, sarai curato. Tornerai alla tua famiglia..."
"No, ti prego. Tu... di te mi fido, prendimi con te..."
"Non sarà possibile. Io sono solo un poliziotto." disse con dolore e con dolcezza Kevin.
Il ragazzo lo guardò con occhi strazianti. "Ti prego..." sussurrò con voce quasi impercettibile.
Kevin si guardò attorno. Altri poliziotti avevano fatto uscire gli altri due ragazzi dalle gabbie, li avevano coperti con le loro giacche e li stavano guidando fuori dalla stanza. Rimasero soli.
Allora il ragazzo disse: "Ti prego... non so come ti chiami, ma... prendimi con te. I tuoi occhi sono buoni, e tu sei forte. Aiutami, ti prego. Tu mi hai liberato, non mi abbandonare. Ti prego..."
Kevin era straziato: sapeva di non poter rispondere a quell'insistente, accorata richiesta d'aiuto. Provava pietà per quel ragazzo che gli faceva pensare ad un cerbiatto spaventato.
La voce di Silvan lo chiamò e l'agente entrò nella stanza: "Kevin, li abbiamo beccati tutti, li stanno trasportando alla centrale. I ragazzi saranno portati all'ospedale militare, stanno allestendo un reparto apposta per loro. Il servizio sociale si sta mobilitando per il loro recupero. Accompagna il ragazzo a una delle ambulanze che stanno arrivando. Poi, se resisti ancora un po', vieni in ufficio con me, il grosso del lavoro comincia ora."
Kevin sospinse con dolcezza Elton fuori dalla stanza. Non poteva guardare il ragazzo negli occhi, gli faceva troppo male. Lo sentiva tremare accanto a sé mentre, a piedi nudi, percorreva il lungo corridoio verso l'entrata della casa. Fuori le luci intermittenti di furgoni della polizia e di ambulanze illuminavano la fredda notte. Finalmente aveva smesso di piovere.
Quando due infermieri caricarono Elton su un lettino e lo trasportarono all'ambulanza, Kevin lo seguì fino a quando lo infilarono nell'automezzo. I loro occhi si incontrarono di nuovo. In quelli del ragazzo c'era ancora una muta, accorata richiesta di aiuto. Gli infermieri chiusero il portello posteriore e l'ambulanza si avviò. Kevin cercò con lo sguardo Silvan. Era accanto ad un'auto, gli fece cenno. Kevin si avviò e si sentì vecchio e stanco come il mondo.
GENNAIO 1989
Kevin aveva passato il Natale in parte al capezzale di Ellen, che si stava lentamente rimettendo e in parte a casa di Charlie con lui e con Terry. Negli occhi dei due aveva letto che finalmente avevano fatto l'amore e fu contento per la loro evidente felicità. In quei giorni non aveva fatto che pensare ad Elton. Non aveva più rivisto il ragazzo, ma non gli era uscito dal cuore. Il suo corpo nudo, dolce, elegante, sensuale, il suo sguardo implorante non lo abbandonavano un solo istante. Sentiva di desiderare terribilmente quel ragazzo, come non aveva mai desiderato nessuno. Ma non era puro desiderio fisico, il suo. Era un misto di desiderio, tenerezza, passione, dolcezza, voglia di proteggerlo, sogno di dargli e di riceverne... amore.
Sì, era stato amore a prima vista: ora, dopo parecchi giorni, poteva ammetterlo a se stesso. Un amore destinato a restare inespresso. Eppure terribilmente forte. Aveva provato più volte il desiderio di andare all'ospedale militare a trovarlo, ma pensava che sarebbe stato un errore. Aveva pensato più volte di chiedere sue notizie, ma non lo fece.
Silvan, nei giorni seguenti l'operazione, gli aveva detto che i suoi capi volevano conoscerlo. Kevin non aveva voglia, ma sapeva che non poteva sottrarsi. Gli avrebbero detto che lo ringraziavano eccetera eccetera, le solite inutili dichiarazioni formali che si fanno dopo un'operazione coronata dal successo. Era andato con Silvan nell'ufficio del grande capo.
E qui aveva avuto la più grossa sorpresa della sua vita: l'FBI gli proponeva di diventare un loro agente, riconoscendogli tutta l'anzianità maturata nella polizia. Era un'occasione d'oro, incredibile, fantastica. Chiese tempo per riflettere. Andò a parlarne con Ellen che lo incoraggiò ad accettare. Anche Charlie gli disse la stessa cosa. E il piccolo, radioso Terry.
Così ora aveva un ufficio tutto suo, allo stesso piano di quello di Silvan. Stava guardando le carte che stavano preparando per il processo che avrebbe messo la parola fine alla loro operazione, quando qualcuno bussò alla porta ed entrò: prima ancora di vederlo Kevin capì che era Silvan. Solo lui bussava ed entrava senza attendere la risposta.
Il voluminoso collega entrò con un sorriso e sedette alla sua scrivania: "Allora, Kevin, siamo a buon punto, mi pare."
"Sì. Abbiamo abbastanza prove e deposizioni per incastrarli tutti a dovere. Non credo che ne sfuggirà neppure uno, per quanto abbiano principi del foro come avvocati. Quei poveri ragazzi saranno vendicati, anche se non si potrà rimediare completamente al male che è stato loro fatto. Quel degenerato di Jacques Roux, in particolare... Dio, non so se essere contento o dispiaciuto che sia morto... Avrebbe dovuto morire più lentamente, penso."
"All'ospedale stanno facendo un buon lavoro per rimediare. Quasi tutti collaborano: come prima avevano collaborato con Jacques Roux per diventare schiavi, ora collaborano con le équipe di psicologi e psichiatri per ritrovare una vita decente. Quasi tutti. Qualcuno è troppo condizionato... qualcuno non vuole collaborare. Specialmente uno..."
Kevin lo guardò aggrottando la fronte: ormai conosceva abbastanza l'imponente agente per capire che voleva dargli un messaggio. Silvan prese una spillatrice dal tavolo di Kevin e cominciò a giocherellarci.
Poi, senza smettere, alzò il suo sguardo chiaro sul collega: "Ti ricordi di quell'Elton? Non vuole dire il suo cognome e nelle carte di Rowland e negli schedari di Firestone non viene fuori. Non vuole dire da dove arriva. Non vuole dire nulla. Non risponde alle domande, non collabora minimamente. Sta tutto il giorno seduto o a letto, senza fare niente, senza dire niente... cioè, quasi niente..."
"Quasi? Che cosa dice?"
"Voglio Kevin... ripete solo questo. Così, se tu volessi... forse..."
"No, non posso..."
"Perché? I medici pensano che il ragazzo si sia attaccato a te perché tu l'hai tirato fuori dalla gabbia. Pensano che abbia bisogno di te..."
"No..." ripeté Kevin quasi in un gemito, cercando inutilmente di assumere un'aria indifferente.
Silvan lo guardò e disse lentamente: "Credo di capirti, ma... Se non accetti che lo affidino a te, sarà rinchiuso in un istituto, almeno per tre anni, finché sarà maggiorenne, ammesso che l'età segnata sul suo cartellino sia giusta. E se il ragazzo mantiene quell'atteggiamento... forse passerà tutta la vita in un istituto... A meno che qualcuno accetti di diventarne il tutore... Perché non tu, visto che il ragazzo vuole te? Invoca te? Di te si fida..."
"Non posso, non insistere..."
"Perché lo desideri?" chiese l'uomo con un sorriso lieve, quasi complice.
Kevin lo guardò sorpreso e stava per reagire negando, quando lesse nello sguardo dell'altro che sapeva. Non capiva come, ma sapeva. Quella domanda non era casuale, non era neppure una domanda, era un'affermazione. Kevin si sentiva quasi sconvolto: come poteva conoscere il segreto più gelosamente difeso della sua vita? L'aveva fatto spiare? Già, prima di prenderlo nell'FBI... ma sapendo che lui era gay, non l'avrebbero certo preso...
Silvan scosse il capo: "Ti stai chiedendo perché lo so? Mi è bastato vederti come lo guardavi mentre lo tenevi quasi abbracciato, là in quella casa del Queens. E come l'ho capito io, l'ha capito il ragazzo ed ora vuole te, solo te. E il tuo non era solo desiderio, era molto di più, ed è quello di cui il ragazzo ha bisogno ora. E tu puoi darglielo. Sei la sua ancora di salvezza, non lo capisci?"
"Ma... io non ho bisogno di uno schiavo." disse con voce rotta Kevin senza neppure più cercare di negare: sentiva in Silvan simpatia, non giudizio. E con lui ora poteva ammettere che il problema non era il ragazzo, era lui, i suoi bisogni, i suoi desideri. Si sentiva egoista, ma non poteva farci nulla.
"Chem ne ha fatto uno schiavo: tu puoi farne un ragazzo normale. Perché scappi? Quel tuo sguardo, là accanto alle orribili gabbie, era quello di cui lui ha bisogno. E di cui forse anche tu hai bisogno. Sei un uomo terribilmente in gamba. Forse lui può darti serenità e tu a lui, no? Perché non ci provate?"
"Ma... sai come stanno le cose, no? Non mi affiderebbero mai proprio quel ragazzo se sapessero che io... che lui... Lui non mi ha chiesto di aiutarlo, mi ha chiesto di prenderlo, non lo capisci? Di farlo mio, cioè cosa mia, una cosa..."
"Per te è una cosa?"
"Dio santo, no!"
"E allora? Prendilo con te. Mica nessuno deve sapere quello che accadrà fra di voi, no? E non sarò certo io a dirlo. A me non interessa come ti prenderai cura di lui, quello che farai a letto con lui, a me interessa solo avere un collega in gamba e sereno e che il ragazzo stia bene. Perché non ci provi? Vieni con me in ospedale, resta con lui da solo, parlatevi chiaramente. Poi deciderai. Io, ed i medici, testimonieremo dal giudice minorile che tu sei la persona adatta per recuperarlo, se dopo avergli parlato mi dirai che vorrai prenderlo con te..."
Kevin era terribilmente combattuto. Poi disse incerto: "Non ho fatto che pensare a lui, da quel giorno. Non riesco a pensare ad altro. Credo di esserne terribilmente innamorato. Ma riuscirò a disfare quello che gli ha fatto Chem?"
"Se non ci riuscirai tu, non ci riuscirà nessuno. Vieni? Ti accompagno all'ospedale..."
Andarono. Kevin era agitato, emozionato. Per tutto il percorso Silvan lo spiava con la coda dell'occhio, ma non parlarono. Salirono, Silvan parlò con i medici. Quindi Kevin fu condotto davanti alla porta della cameretta del ragazzo e fu fatto entrare, da solo. Silvan gli aveva sussurra stare tranquillo: non c'erano né microfoni né telecamere, potevano parlarsi senza problemi. Lui avrebbe fatto la guardia fuori dalla porta, non avrebbe permesso a nessuno di entrare finché non fosse stato Kevin a chiamare.
Kevin entrò e Silvan gli chiuse la porta alle spalle. Elton aveva indosso un pigiama verde chiaro che faceva risaltare ancora di più i suoi morbidi capelli biondi. Era steso sul letto, sopra le coperte, aveva gli occhi chiusi ed un braccio sopra la fronte. Kevin gli si avvicinò e provò un brivido di intensa emozione: aveva voglia di abbracciarlo, stringerlo.
A voce bassa, chiamò: "Elton?"
Il ragazzo aprì gli occhi e lo guardò. Un'espressione sorpresa, poi luminosa, poi incerta passarono nei suoi occhi, quindi, con voce flebile, tremante, chiese: "Sei venuto? Sei qui Kevin, per me?"
"Sì."
"Sei venuto a prendermi? Mi porterai con te?"
"Lo desideri?"
"Credevo che Chem mi amasse, e invece... credevo di essere solo suo, e invece mi ha fatto prendere dai suoi uomini e lui stava a guardare, e rideva mentre quelli si divertivano con me... e poi voleva vendermi all'asta... Io mi ero dato tutto a lui. Prima di lui non avevo mai avuto né un uomo né una donna, lui era tutto per me, era la mia vita, lo amavo. E mi ha venduto. Ma tu non lo farai, è vero? Tu non mi tradirai, vero? Io l'ho letto nei tuoi occhi, il tuo sguardo è diverso da quello di tutti gli altri. Se ti darò il mio amore, tu lo accetterai, vero?"
"Ma perché io, Elton? Perché proprio io? Non credo di essere migliore di altri."
"Anche adesso leggo amore e desiderio nei tuoi occhi. Voglio essere tuo, ma per sempre."
"Ma sei sicuro che potrai essere felice con me? Io sono un agente, non avrai una vita facile al mio fianco. Io non posso darti il lusso che ti dava l'altro."
"Io non ti chiedo lusso, Kevin... Ti chiedo amore, e so che tu sei capace di darlo, lo vedo. Prendimi, Kevin ti prego, fammi tuo. Fammi sentire che io sono ancora qualcosa per qualcuno, ti prego... Ti prego, Kevin..."
"Elton, vorrei saperti dare quello di cui hai bisogno..."
"Kevin..." implorò semplicemente il ragazzo.
Dio quant'era dolce il proprio nome sulle labbra di quel ragazzo! L'uomo si chinò sul ragazzo e lo prese fra le proprie braccia. Elton gli si rannicchiò contro e le sue labbra cercarono quelle di Kevin. Si incontrarono e si baciarono. Fu un bacio lungo, intimo, dolcissimo. Kevin si sentì in paradiso. Strinse contro il proprio petto il petto del ragazzo e lo sentì fremere lieve.
"Mi prendi con te, Kevin?" chiese il ragazzo con voce esile.
L'uomo emise un lieve sospiro commosso: "Sì, ma ci vorrà tempo. Dovremo chiedere al giudice che ti affidi a me, aspettare la risposta, e non è detto che sia né semplice né rapido..."
"Aspetterò. Mi basta sapere che tu mi vuoi. Mi vuoi, Kevin?"
"Sì, Elton, ti voglio. Sei la cosa più preziosa che esista al mondo... Cioè, non la cosa, tu non sei una cosa, sei una persona..." si corresse precipitosamente l'uomo.
Il ragazzo sorrise e gli chiese: "Posso accarezzarti?"
"Certo..."
"Non c'è niente di male a dire che sono la cosa più preziosa: la stessa parola, detta da te o da un altro, cambia sapore, significato. Anche se tu mi chiamerai oggetto, so che non sarò mai un oggetto per te."
"E se tu ti sbagliassi? Con l'altro ti sei sbagliato, no?" chiese Kevin, che col ragazzo non riusciva neppure a pronunciare il nome del coreano.
"Ma ora so di non sbagliarmi: non ho mai letto negli occhi dell'altro quello che leggo nei tuoi, Kevin. Di nessun altro, mai. Quando ti sei avvicinato alla mia gabbia, là, ho sentito che finalmente avevo trovato un vero uomo. Credevo che la mia vita fosse finita e tu m'hai fatto resuscitare col tuo sguardo. Poi sei scomparso e mi sentivo di nuovo perso, e invece sei tornato. Posso chiederti di baciarmi ancora... per favore?"
"Non devi chiedere. Io non sono il tuo padrone... se vuoi venire con me devi non dimenticarlo mai: non possono esserci padroni e schiavi, se due si amano. Io voglio amarti, Elton."
"Sì... ma io sarò tuo, vero?"
"Sì, come io sarò tuo."
"Bene. Ho voglia di baciarti, allora..."
MARZO 1989 - CASA DI KEVIN
Entrarono. Elton finalmente era stato affidato legalmente a Kevin. I medici avevano visto i rapidi progressi del ragazzo da quando l'agente lo andava a trovare. Lo avevano sottoposto a sedute varie, cercando di capire che meccanismo s'era innescato nel ragazzo per farlo cambiare così. Elton era intelligente ed aveva capito che non doveva parlare del loro amore. Nello stesso tempo sapeva di non poter nascondere quello che provava per l'uomo. Così, quando uno dei medici gli chiese se per caso in Kevin vedesse la figura paterna, il ragazzo rispose che sì: ma non del padre che non gli aveva mai dato affetto vero. In Kevin, spiegò, vedeva la figura del padre che aveva sempre sognato e che non aveva mai avuto. Ed i medici la bevvero. E testimoniarono davanti al giudice che era necessario affidare il ragazzo a Kevin. E Silvan, ed Ellen testimoniarono sulle qualità morali e di carattere dell'agente Kevin Black, e finalmente il giudice affidò il ragazzo all'agente.
Entrarono in casa. Erano entrambi emozionati. Kevin prese una mano al ragazzo che gli si accucciò contro e si baciarono. Dopo quella prima volta non avevano mai più potuto baciarsi. Si baciarono a lungo, sentendosi con i loro corpi eccitati, cercandosi, esplorandosi. Il reciproco desiderio era fortissimo. I loro respiri si fecero rapidi, profondi, caldi. Elton sentiva il desiderio dell'uomo e lo godeva felice. Sentiva anche che l'uomo aveva ritegno a dargli libero corso e la sua preparazione come creatura per la ricreazione gli suggerì che cosa fare.
Dopo poco erano nudi sul letto dell'uomo. Elton stava suggendo fra le sue labbra un capezzolo del suo uomo con delizia: la stessa delizia che sapeva di dargli. Poi scivolò verso il palo fieramente eretto e finalmente lo assaggiò: lo preparò a lungo, sognando il momento in cui l'avrebbe accolto in sé. Kevin credeva di impazzire, ma non solo per l'intenso piacere. Sentiva che lui era importante per il ragazzo: finalmente anche lui era importante per qualcuno. Si girò in modo di rendere al ragazzo quello che gli stava facendo. Elton mugolò per il piacere e mise in atto tutte le proprie arti. Quando sentì che l'uomo era pronto, si girò e gli si offrì silenziosamente, gli occhi brillanti per la gioia ed il piacere. Vide il sorriso pieno di tenerezza del suo uomo mentre lo prendeva e lo accolse in sé grato e felice.
F I N E
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