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1.1: Gano, Usae e Yude
L'imperatore aveva affidato al duca di Noch il comando delle truppe imperiali rimaste fedeli e l'aveva incaricato di riportare alla fedeltà i vari signori che avevano proclamato la loro indipendenza e che non mandavano più tributi né soldati all'impero.
Ormai tre quarti dell'impero s'era ribellato ed i pochi feudi rimasti fedeli erano quelli che avevano a capo principi del sangue: i duchi, i conti ed i marchesi, nella quasi totalità, seguendo l'esempio del potente duca di File, s'erano staccati ad uno ad uno dall'obbedienza alla corona. Ma quello che faceva pensare al duca di Noch di poter riprendere sotto controllo la situazione è che ora i vari territori erano in stato di guerra quasi costante fra di loro per modificare, ognuno a proprio vantaggio, i confini.
Il duca Noch era un abile guerriero, un esperto condottiero, da giovane aveva respinto l'attacco dei barbari del nord con successo sgominando le orde feroci e sterminandole, per questo il padre dell'attuale imperatore l'aveva nominato duca. E ora, anche se aveva sessantasei anni, era ancora un uomo temuto e rispettato, e di tutta fedeltà alla corona.
Lontano dalla capitale, quasi ai confini di quello che fu un impero potente e temuto, vi era un piccolo feudo, quello del marchese Oddo, vassallo del duca Siba, che prima della ribellione era stato gran connestabile dell'imperatore e si era così ritagliato un buon territorio per la propria famiglia. Il duca Siba era impegnato in una guerra con i ducati a sud est del suo territorio, quindi aveva affidato l'amministrazione del ducato a due deputati: il marchese Oddo ed il marchese Kole. Il marchese Oddo aveva tre figli maschi, Gano, Mase e Folde.
Gano era il più irrequieto dei tre, e spesso il padre doveva punirlo per la sua mancanza di disciplina. Ma era molto amato dalla gente comune del marchesato, perché aveva un forte senso dell'onore e della giustizia e spesso aveva difeso umili contadini dai soprusi dei funzionari della corte del padre o dello stesso duca.
Il padre di Gano, Sime Oddo, si ammalò improvvisamente e morì. La madre voleva che Gano, che aveva venti anni, prendesse il posto del padre, ma il resto della famiglia si oppose e, spalleggiata dal marchese Kole, a cui Gano non piaceva, affidarono la successione a Mase, che aveva diciassette anni, e che divenne deputato del duca. Gano allora, dopo aver partecipato alle esequie del padre, prima che ci fosse la cerimonia dell'obbedienza a Mase, scomparve dal castello.
Prima di proseguire in questa storia, devo presentare altri due personaggi che ne faranno parte in modo determinante: uno era il figlio del conte Kuga, il piccolo Usae. I Kuga erano vassalli dei Siba, ma il duca non si fidava molto di loro, perciò, quando era partito per la guerra, aveva voluto che i tre figli maschi dei Kuga, di cui Usae era il maggiore, fossero tenuti come ostaggi nel suo castello. Qui Gano l'aveva conosciuto: Gano aveva allora quindici anni e Usae ne aveva undici. Gano era stato colpito dall'aria triste ma fiera del piccolo ostaggio e dalla sua bellezza languida. Gano, infatti, era un amante del proprio sesso e provò presto una certa attrazione verso Usae. Istintivamente, prima ancora di pensare realmente di averci una relazione, Usae infatti era ancora un fanciullo, cercò di farselo amico.
Usae era esattamente l'opposto di Gano: tanto questi era irrequieto, ribelle, contrario ad ogni formalità, tanto Usae era quieto, obbediente, formale. Ma nella corte ducale in cui era tenuto ostaggio, pur essendo trattato con i riguardi del suo rango, il piccolo si sentiva solo e a poco a poco accettò l'amicizia del più grande Gano.
Quando Gano aveva diciotto anni e Usae quattordici, il più grande, che nel frattempo aveva iniziato a provare una forte attrazione fisica per l'amico, una sera penetrò nella sua stanza mentre questi dormiva, salì sul suo letto e lo costrinse a fare l'amore con lui. Usae uscì da questa avventura con sentimenti contrastanti: da una parte non gli era piaciuto essere costretto al rapporto, ma dall'altra la focosità con cui Gano l'aveva preso gli aveva procurato un piacere molto intenso: in quell'unione, anche se subita, aveva sentito però un calore umano di cui aveva bisogno.
Perciò la relazione fra i due, se pure combattuta e con alti e bassi, proseguì finché Gano, a venti anni, scomparve dal castello.
Il terzo personaggio di cui devo raccontare, è Yude. È il figlio di un fante del duca Siba, che in tempo di guerra combatte sotto la bandiera del suo signore, e in tempo di pace aiuta la moglie ed i figli nella coltivazione dei campi. A dire la verità il padre di Yude è sicuro di essere il padre solo di Yude e della sorella: sugli altri tre figli ha seri dubbi che il vero padre sia un loro vicino. Ma, uomo pratico e di buon senso, ha sempre riconosciuto come suoi anche i tre più piccoli, pensando che lui è troppo spesso assente da casa per le guerre del suo signore e che dopotutto la moglie è una brava donna, affezionata, e una buona madre.
Yude sa la verità, e sa che il padre ha capito, e questo aumenta la sua ammirazione per l'uomo. Yude dice che da grande farà il fante, come suo padre. Cresce nella sua casa di campagna, lavorando sodo per aiutare la madre e fa continui esercizi fisici "per diventare un buon soldato" come dice agli amici che lo prendono in giro.
Proprio per la sua forza, pian piano si fa rispettare dagli altri ragazzini e si impone come leader. Questo non piace al grosso Dola, il capo indiscusso della marmaglia, che lo sfida. Yude lo vince, non per la sua forza, ché l'altro è senz'altro più forte di lui, ma per la sua agilità ed astuzia. La sconfitta brucia a Dola che, per vendicarsi, con tre suoi fedeli amici, tende un agguato a Yude, lo immobilizzano, lo legano. Dola riunisce i ragazzi del villaggio e, in una radura del bosco, abbassati i calzoni del suo prigioniero, lo sodomizza davanti a tutti. Per Yude è finita: da quel giorno diventa lo zimbello di tutti e Dola è di nuovo il capo indiscusso.
Tanto più la posizione di Yude peggiora quando giunge la notizia che suo padre è morto in battaglia. Poco dopo il vicino di casa, il padre dei tre fratelli minori, tenta di violentare la sorella maggiore di Yude. Questi arriva in casa mentre l'uomo sta per avere la meglio sulla ragazza: allora Yude prende un coltello e ammazza l'uomo. Poi, aiutato dalla sorella, trascina il cadavere fino alla vecchia cava, ve lo gettano dentro e Yude provoca una piccola frana per nascondere il cadavere. Tornati a casa, puliscono accuratamente le tracce di sangue. Ma Yude è inquieto, ha incubi...
Così, a quattordici anni, Yude abbandona il villaggio senza dire niente a nessuno, scompare. L'unica cosa, lascia sul tavolo della cucina un grosso mazzo di fiori per la madre, dicendo alla sorella che quello è il suo regalo per la mamma, per ringraziarla di tutto quanto ha fatto per lui fino ad allora.
Yude vaga per le terre, traversa monti e valli per un anno, offrendo qua e là il proprio aiuto in cambio di un po' di cibo e di un riparo per la notte in caso di mal tempo. Quando per il tempo è buono, Yude preferisce dormire all'aperto. E continua a fare esercizi per diventare forte: continua a sognare di diventare, un giorno, un bravo e famoso guerriero.
In quel tempo di disordini, un gruppo di soldati di un marchese sconfitto ed ucciso in guerra, per non sottomettersi al vincitore, ha abbandonato la propria terra mettendosi sotto il comando e la guida di un cavaliere: sono in tutto cinquantatré, stanno vagando di terra in terra, cercando un nuovo signore sotto il cui vessillo servire, un signore che sia nemico di quello che ha sconfitto ed ucciso il loro antico signore. Vivono assalendo i piccoli convogli che entrano o escono dalle loro antiche terre. Poi si nascondono nella fitta foresta. Il loro capo è il cavaliere Sore, e i suoi immediati collaboratori sono Mato e Tune, che lo affiancano sempre: ognuno è a capo di quindici uomini mentre gli altri dieci sono agli ordini diretti di Sore.
Yude un giorno incontra Sore ed i suoi uomini e chiede loro di prenderlo con sé per farne un guerriero. Viene preso in giro dagli uomini: non è che un ragazzino di quindici anni. Yude insiste: si offre di lavorare per loro, fargli da mangiare, andargli a riempire le boracce d'acqua, strigliare il cavallo di Sore, fare qualsiasi cosa.
Sore sembra annoiato, dice a Mato di togliergli di mezzo quel moccioso che sta sbarrando la strada al suo cavallo. Mato fa per afferrare Yude, ma questo, agile come un'anguilla, gli sfugge e gli fa uno sberleffo. Gli uomini ridono. Tune cerca di aiutare Mato, ed è solo dopo parecchi tentativi che riescono finalmente ad immobilizzare il ragazzino. Sore scende da cavallo, sfodera la spada e mena un gran fendente su Yude, fermando la spada ad un pelo dal capo del ragazzino che non si è mosso di un millimetro, senza mostrare la minima paura.
Sore lo guarda e gli chiede come mai non abbia avuto paura. Yude risponde che non aveva letto negli occhi del capo la volontà di uccidere. Sore gli chiede che ne sappia lui di volontà di uccidere, giovane come è. Il ragazzino allora racconta di come e perché lui abbia già ucciso un uomo. Sore sembra impressionato. Decide perciò che Yude possa seguirli e fare per loro i servizi che s'era offerto di fare.
Il ragazzino è felice ed improvvisa una specie di danza, sollevando l'ilarità di tutti, finché Sore, chiamandolo giullare, gli dice di smetterla e di mettersi in coda alla colonna. Yude obbedisce. Da allora tutti lo chiamano Giullare.
Quando a notte si accampano, Yude aiuta ad accendere il fuoco, a cucinare il cibo, va a riempire le boracce degli uomini, striglia con cura il cavallo del capo... Poi si stende a dormire mentre alcuni uomini montano di sentinella. Sta dormendo, quando uno degli uomini gli scivola accanto, e lo sveglia dicendogli che ha voglia di scoparlo. Yude non vuole, si divincola, riesce a sfuggirgli e, cercando protezione, va dove dorme Sore. Questi, svegliato, gli chiede irritato che cosa stia capitando. Yude glielo dice. Sore allora gli dice brusco che, se vuole stare con loro, deve sapere che queste cose capitano: i più vecchi a volte si sfogano con i più giovani, in mancanza di donne.
Yude obietta che, essendo lui il più giovane, rischia di diventare la puttana di tutti: non è per questo che lui ha chiesto di stare con loro. Perciò, aggiunge, se deve farlo, lo farà, ma che sia con uno degli uomini, con uno solo. Decida Sore con chi: lui obbedirà. Sore annuisce, gli dice che per quella notte può dormire accanto a lui e che il giorno dopo deciderà.
Il giorno dopo Sore parla divertito del "problema" del ragazzino con Tune e Mato. Tune propone di tirare a sorte, Mato di far scegliere al ragazzo. Sore allora decide di fare una cosa di mezzo: chiede a Giullare di scegliere dieci uomini con cui farebbe l'amore. Prende dieci foglie e sopra ad ognuna, man mano che Yude li indica, scrive i nomi. Quindi, radunati gli uomini, dice che si tirerà a sorte il nome di chi avrà diritto di scopare Giullare e che gli altri non dovranno toccarlo contro la sua volontà. Gli uomini accolgono con allegria la notizia: su suggerimento di Tune, infatti, ogni nome è scritto cinque volte, così ci sono solo i nomi dei dieci uomini indicati dal ragazzino ma gli uomini sono convinti che ci siano tutti i loro nomi. Bendano Yude e gli fanno scegliere una foglia, e subito Tune getta le altre nel fuoco. L'estratto risulta Mikki, un soldato di ventiquattro anni, che è ben contento della cosa.
Quella stessa notte Yude si va a stendere un po' trepidante accanto a Mikki. Il giovane soldato lo accarezza, sotto la coperta che li copre, e lo spoglia a poco a poco; il desiderio e la dolcezza del giovanotto si comunicano al ragazzo che si eccita, finché si sente pronto ad essere preso dall'altro. E Yude scopre che è molto diverso da quando Dole l'aveva violentato davanti a tutti, che il rapporto sessuale può essere molto, ma molto piacevole...
1.2: Gano lotta per riprendere il suo posto.
Ma torniamo a Gano. Quando, ventenne, abbandonò il castello di famiglia, non se ne andò da solo, ma un certo numero di cavalieri e di soldati lo seguì, pensando che Gano avesse diritto alla successione o comunque per simpatia ed ammirazione per il giovane signore.
Gano si ritirò nella casa di uno dei cavalieri che scelse come proprio quartier generale: infatti non aveva nessuna intenzione di accettare il verdetto della famiglia. Voleva riprendersi il posto che gli era stato usurpato. Per prima cosa contò le forze di cui disponeva. Poche: calcolando anche quanti fanti ogni cavaliere avrebbe potuto armare fra i propri contadini, arrivavano a mala pena a mille uomini. Ma Gano non si scompose. Dette ordine ai suoi cavalieri di radunare gli uomini attorno alla casa che sarebbe stata la loro base. Aveva deciso di formare una serie di bande armate in modo leggero, ma rapide ed agili: per prima cosa dovevano rifornirsi di buone armi. Al tempo stesso aveva fatto un elenco dei membri della sua famiglia che gli erano ostili e progettava come toglierli di mezzo.
Gli uomini iniziarono ad affluire. Gano, a differenza degli eserciti del suo tempo, raggruppò gli uomini in decine e in centinaia, nominando perciò cento soldati vessilliferi e dieci cavalieri alfieri. Questo dava un'estrema flessibilità alle esigue forze di cui disponeva. Quindi sottopose tutti gli uomini ad un intenso allenamento ed ad una ferrea disciplina. Lui per primo dava l'esempio. Indossando il solo perizoma, faceva scalare alberi, saltare, correre, strisciare, lottare con le armi e a corpo nudo. Osservava le abilità dei singoli e quando trovava qualcuno dotato in qualcosa, gli chiedeva di insegnare agli altri la sua specialità.
Decise punizioni severe per ogni minima infrazione, ma anche premi per ogni atto di bravura, di coraggio, di forza. Ogni dieci giorni c'erano gare ed i vincitori ricevevano dalle sue mani una fettuccia colorata che poteva cucire sull'armatura. E ogni dieci fettucce assegnava un bracciale di ferro. Gli uomini erano fieri di questi premi simbolici ottenuti dal giovane capo.
Quando si sentì pronto, dopo circa un anno, nell'anno 1454 dell'impero, decise di sferrare il primo attacco. Divise le sue forze in sei gruppi, ognuno con un obiettivo: il gruppo più numeroso, di trecento uomini, doveva razziare le campagne attorno al castello di famiglia, portando via più vettovaglie possibili: intendeva affamare il castello. Gli altri cinque gruppi, di un centinaio di uomini ciascuno, doveva riuscire a penetrare in varie residenze degli Oddo per far fuori membri della sua famiglia che avevano preferito il fratello a lui.
Quando si ritrovarono nel loro forte fra le montagne, avevano abbondanza di vettovaglie, armi, e erano stati sterminati i due fratelli del padre e tre cavalieri fedeli del fratello. Le perdite da parte di Gano erano esigue. Quel primo colpo era andato bene, soprattutto per via della sorpresa: nessuno si aspettava una reazione da parte di Gano. Ma presto avrebbero reagito.
Gano perciò decise di cambiare immediatamente la sede della loro base. Ordinò di incendiare la casa e le difese, e si spostarono di due valli, fino al convento dei monaci guerrieri dell'ordine rosso. Qui giunti Gano chiese al monastero ospitalità. L'abate rifiutò. Gano dette ordine ai suoi uomini di impadronirsi del convento e tutti i monaci furono passati a fil di spada. Quindi, fatti vestire una parte dei suoi uomini da monaci, rinforzarono le difese del monastero ed attesero. Qui Gano decise il nuovo vessillo della sua gente: su fondo rosso, una torre d'oro.
Nel 1455 riuscì a sorprendere il convoglio che portava i contributi delle terre degli Oddo al castello del duca Siba: diverse casse d'oro caddero nelle sue mani. Gano ne distribuì una parte agli uomini, basandosi sul numero di nastri e di bracciali che ogni uomo aveva ottenuto da lui. Questo rafforzò negli uomini la volontà di distinguersi al suo servizio.
Un problema era che, fra tanti uomini radunati in un così piccolo spazio, spesso nascevano violenti litigi. Gano allora stabilì che se due suoi uomini litigavano, indipendentemente dal rango, indipendentemente dal fatto di chi avesse ragione o torto, per il solo fatto che litigavano, la prima volta dovevano ricevere cento frustate a testa ed essere retrocessi all'infimo rango e la seconda volta uccisi. Questa legge dura, spietata, che non pretendeva di ristabilire il diritto, fece cessare quasi d'incanto ogni litigio.
Ma gli uomini di Gano dopo due anni, erano saliti solo a milleduecento circa. Allora Gano studiò bene la situazione e decise di impadronirsi di un piccolo castello che era nelle mani di un cugino del padre, fedele al fratello. Nel 1456, a ventitré anni, Gano riuscì con l'inganno ad impadronirsi del castello di Suki: si era fatto portare nel castello incatenato da alcuni suoi cavalieri vestiti con i colori del fratello. Questi dissero di essere sulla strada del castello di Riva, la sede degli Oddo, per consegnare Gano al fratello Mase e chiedevano ospitalità per la notte. Il signore di Suki li accolse senza sospetti. Durante la notte, sorprese ed uccise le sentinelle della porta, la aprirono e gli uomini di Gano entrarono nel castello. La battaglia fu brevissima. Gano si fece portare di fronte il signore di Suki e la sua famiglia e, uno alla volta, li uccise con le sue mani.
Stabilitosi a Suki, Gano si preoccupò di rendersi fedele quella terra. Fece chiamare i capi famiglia dei contadini del defunto signore di Suki e chiese ad ognuno quanti uomini abili alle armi poteva mettere al suo servizio per farne dei fanti. Ottenute le risposte, fece controllare i libri dei censimenti e calcolare che percentuale ogni capofamiglia aveva detto: in base a questa percentuale ridistribuì le terre, sì che chi aveva messo a suo servizio più uomini, ora si trovava ad avere più terra. Inoltre stabilì che per ogni uomo che avesse prestato servizio nel suo esercito per un anno, da quelle terre si sarebbe chiesto un punto in meno di tasse.
In questo modo il suo esiguo esercito si arricchì di altri seicento uomini, giungendo alla quota milleottocento circa. Uno di questi uomini era il giovane Meta, un forte contadino di sedici anni, che diventerà importante nel prosieguo di questa mia storia. Per ora era un semplice fante, sottoposto come tutti gli altri al severo e continuo allenamento alla guerra.
Nel 1459 Gano, dopo aver respinto due attacchi degli uomini di Mase, decise di sferrare il suo attacco decisivo al castello di famiglia. Lo conosceva benissimo, quindi stese un piano meticoloso. I suoi uomini, perfettamente allenati, durante la notte del 13o giorno dell'8o mese, scalarono le mura del castello. Quando le sentinelle riuscirono a lanciare l'allarme, il torrione occidentale era nelle mani di Gano e di lì, lottando di spalto in spalto, di cortile in cortile, nel giro di sole dodici ore il castello fu conquistato. Gano affrontò a duello il fratello Mase e lo uccise. Quindi, ordinato al fratello Falde di entrare in un monastero di monaci bianchi, portò con sé la madre e le sorelle ed affidò il castello ad un suo cavaliere: lui preferiva tornare al castello di Suki, più piccolo ma in posizione più strategica, perché controllava la via per la capitale del ducato.
Più tardi, nel 10o mese, travestito da monaco rosso, Gano con i suoi migliori uomini si recò nella capitale dell'impero dove chiese udienza al duca Noch: disse che era riuscito a riappropriarsi del territorio di famiglia e gli disse che, credendo nella necessità di riunificare di nuovo l'impero, si metteva al suo servizio. Il duca lo accolse con favore, lo fece nominare conte dall'imperatore, e gli affidò il comando di tutte le truppe leali di quella provincia: in realtà la cosa era più simbolica che altro, ma per Gano era una importante legittimazione: fece aggiungere sui propri vessilli il simbolo della corona imperiale.
Durante la notte del 23 del 5o mese del 1460, uno degli uomini a lui fedeli arrivò a castello Suki per informarlo che il duca Gami, alla testa di un esercito di 25.000 uomini, aveva passato le frontiere del ducato dirigendosi verso la capitale del duca Siba. La mattina seguente un altro uomo lo informò che uno dei comandanti di Gami s'era impadronito della fortezza di Neru. Più tardi nella mattinata giunse la notizia che un altro castello di Siba, quello di Fore, era caduto nelle mani di Gami e che questi aveva deciso di fermarsi qui per far riposare uomini e cavalli. I consiglieri di Gano gli dissero di prepararsi all'assedio: era evidente che il prossimo bersaglio sarebbe stato il castello di Suki.
Ma Gano rifiutò il consiglio: disse che solo una pronta e forte controffensiva avrebbe potuto garantire loro la vittoria. I suoi consiglieri gli fecero presente che in tutto potevano contare appena su 3000 uomini. Anche contando quelli che si erano fermati nei due castelli conquistati, restava un esercito forte di 20.000 uomini, la sproporzione era enorme. Ma Gano contava sulle bande di ladri e sbandati che in quel periodo imperversavano nella regione. Mandò vari emissari, dicendo ad ogni banda che, se si univa a lui e gli giurava fedeltà, il loro capo sarebbe stato nominato cavaliere e ad ogni banda sarebbe stato assegnato un territorio alla fine della guerra, proporzionale al numero di uomini che aveva fornito la banda, Promise anche il completo perdono di tutti i precedenti crimini. Nel giro di tre mesi arrivarono le risposte positive: altri seicento uomini, di tredici bande, accettarono la proposta di Gano ed affluirono attorno al castello di Suki.
Fra queste, la banda di Sore, in cui era Yude, che ora aveva diciotto anni. Gano radunò i tredici capi e li nominò cavalieri. Quindi spiegò loro che cosa si aspettava: ogni banda poteva restare unita agli ordini del suo capo, ogni banda poteva avere il suo vessillo a cui avrebbe solo aggiunto due nastri rossi con la torre e la corona. Gano avrebbe assegnato ad ogni banda un suo uomo per mantenere i contatti: questo uomo era chiamato portavoce. Il portavoce assegnato al cavaliere Sore era il soldato Meta, che aveva ora venti anni. Quindi Gano, assieme ai suoi consiglieri ed ai tredici capi, stese il piano di attacco alle forze di Gami: avrebbero atteso che riprendesse la sua marcia e, basandosi sulla conoscenza perfetta del terreno degli ex banditi, li avrebbero sorpresi nella gola di Kate. Anche Gano conosceva perfettamente il posto, perché da ragazzo vi era andato spesso a cavalcare: nella gola l'esercito di Gami avrebbe avuto poca possibilità di manovra e alle spalle della gola c'era una zona impervia, di fronte invece si apriva in un'ampia valle di risaie digradanti.
Quando seppe che l'esercito di Gami stava riprendendo la marcia, gli uomini di Gano si appostarono ai lati della gola. Proprio mentre l'esercito stava traversando la gola scoppiò un violento temporale. Gano sorrise: i soldati di Gami, pesantemente armati, guazzavano nel fango procedendo a fatica fra le violente raffiche d'acqua. Gano fece subito circolare l'ordine ai suoi uomini di spogliarsi fino alla cintola, di prendere solo le armi leggere e quindi piombò dall'alto nel centro della colonna. Gli uomini di Gano scesero urlando, agili e veloci, mentre gli uomini di Gami, che erano appesantiti dalle armi e dall'acqua che intrideva le loro vesti rendendole ancora più pesanti, impacciati, cercavano in qualche modo di reagire. La colonna fu spezzata in due. Mentre Gano ed i suoi compievano una vera e propria carneficina, due spezzoni della colonna cercarono rifugio a valle ed a monte. Ma qui trovarono le bande ad aspettarli e furono sgominati. Il duca Gami era sceso a valle nelle risaie, Qui fu bloccato dagli uomini di Sore e da altri e lo stesso Sore affrontando il duca che guazzava nel fango cercando di restare a cavallo, lo disarcionò e lo uccise. Mozzatagli la testa, la issò su una lancia e risalì verso la gola. Gli uomini di Gami, riconosciuta la testa del loro signore, si arresero.
1.3: Yude al servizio di Gano che conquista Siba.
Gano li fece disarmare e portare prigionieri al castello di Suki. Quindi, con circa duemila uomini, portando il macabro trofeo, andò al castello di Fiore. Dopo una accanita battaglia ne ebbe ragione. Fece mozzare la testa del comandante e, giunto ai piedi della fortezza di Neru, mandò le due teste al comandante, chiedendone la resa. Questi si arrese e giurò fedeltà a Gano, mettendo i suoi uomini al suo servizio. Gano lo prese con sé con metà dei duemila uomini ed affidò il castello ad uno dei suoi cavalieri, nominandolo marchese, e lasciandogli altri mille uomini. Quindi tornò a Suki.
Qui trattò con i circa tremila prigionieri: quelli che volevano entrare al suo servizio giurandogli fedeltà, potevano restare, gli altri potevano rientrare nelle loro terre. Furono poco più di mille quelli che accettarono la sua proposta. Gano fece suddividere gli altri in gruppi di cento e, un gruppo alla volta, li fece scortare fino ai confini. Ora l'esercito di Gano era composto di circa settemila uomini e controllava cinque castelli.
Meta era diventato amico di Yude. Dopo la battaglia, mentre riposavano, aveva proposto a Yude di andare assieme a lavarsi ad un vicino ruscello. Qui Meta aveva tirato a sé il giovane e gli aveva manifestato il proprio desiderio. Yude aveva accettato la proposta di Meta, che non era veramente bello, ma molto simpatico e sensuale. Si erano stesi sull'erba e si erano uniti, con reciproco, grande piacere. Ma il giovane Yude era rimasto affascinato da Gano, così aveva chiesto a Meta di farlo entrare direttamente a servizio fra gli uomini del giovane conte. Meta gli aveva promesso di provarci.
Quando Gano assegnò ai tredici ex capi banda le terre promesse, Yude non seguì Sore, ma restò con Meta di cui era diventato amante. Meta, vessillifero e capodecina, prese Yude fra i suoi uomini. A Meta piaceva Yude, giovane, forte, allegro, appassionato, astuto, sognatore e sempre pronto a fare l'amore. Anche se il ragazzo non gli nascondeva il suo desiderio di poter fare l'amore con Gano.
Gano, quando si presentò al duca Siba, ottenne subito da questi il posto che era stato di suo padre ed il riconoscimento del titolo di conte che aveva avuto da Noch. Doveva dividere il suo potere col figlio del marchese Kole, che frattanto era morto in guerra. Ma a Gano non piaceva dividere il potere con nessuno, inoltre aveva ben altre mire: voleva sostituirsi al duca Siba. Se ci fosse riuscito, solo due feudi lo avrebbero diviso dalla capitale.
Il giovane Kole era un giovane mite. Viveva nel castello ducale di cui era il responsabile. Gano scoprì che negli anni della sua assenza Kole era diventato l'amante del giovane Usae. Per prima cosa ottenne dal duca la custodia di Usae e se lo portò a Suki dove ne rifece il proprio amante. Usae aveva ora ventiquattro anni e s'era fatto bello più che mai. Poi Gano, tornato al castello ducale, riuscì a portarsi a letto Kole. Si dedicò a lui come un amante appassionato, fino a far perdere la testa al giovane, e dopo pochi mesi, lo convinse a dichiararsi in segreto suo vassallo.
Il duca Siba frattanto continuava nella sua estenuante guerra contro il duca di Noma, con alterne fortune. Gano in segreto si recò nelle terre del duca Noma e, ottenuta udienza, gli disse che secondo lui quella guerra doveva cessare. Gli propose di far sposare il figlio con sua sorella per sancire un'alleanza, e lui avrebbe fermato il duca Siba. Il duca Noma accettò la proposta. Gano, tornato a Suki, fece portare la sorella Chika in segreto nelle terre di Noma e qui si celebrarono le nozze. Allora Gano imprigionò la moglie ed i figli di Siba nel loro castello, quindi, alla testa dei suoi uomini, attaccò alle spalle Siba: questi, preso fra due fronti, capì che per lui era finita e si suicidò. I suoi uomini si arresero a Gano.
Gano si trasferì nel castello ducale, rimandò Kole nel suo castello, e portò con sé Usae. Kole, deluso, pensò di far guerra a Gano che, dopo averglielo tolto, gli aveva preferito Usae. Ma Gano lo sconfisse con facilità e, assegnato ad Usae il castello di Kole, fece ritirare questi in un monastero di monaci neri, dando ordine all'abate di non lasciarlo mai uscire dal monastero, pena la distruzione del monastero stesso.
Gano ora era duca del territorio di Siba, alleato dei Noma. Aveva tentato la sua politica di alleanze anche con il conte di Granla, ma aveva fallito. Frattanto dalle terre del duca Gami, il figlio stava meditando di vendicarsi sull'uccisore del padre. Gano ne ebbe sentore e pensò che gli conveniva eliminare i Gami prima che diventassero troppo influenti. Gami aveva sposato la figlia del potente conte di Seko e Gano si sentiva così accerchiato, essendo i due territori uno ad est e l'altro ad ovest del territorio che era stato di Siba. Inoltre la vedova di Siba, tutt'ora sua prigioniera, era sorella della moglie del conte di Sote, i cui territori confinavano con Noma e con Gami.
Gano allora pensò di inviare la vedova di Siba con le figlie a Sote, in segno di buona volontà e per farsene un alleato contro Gami. Sote accolse la cognata e le figlie con onore, ringraziò Gano, ma rifiutò un'alleanza. Gano riuscì comunque ad ottenere un patto di non intervento in caso di guerra con Gami.
Frattanto Yude, aiutato da Meta che era stato da poco fatto cavaliere, era entrato al diretto servizio di Gano, nelle sue guardie del corpo. Yude si faceva in quattro per attirare l'attenzione di Gano da cui si sentiva sempre più attratto: quando un servo gli portava il cibo o da bere, lui si faceva consegnare il vassoio e andava a servire personalmente il signore e cose del genere. Vedendo che questo non bastava, e vedendo che Gano amava oltremodo il proprio cavallo, pensò che poteva giungere al cuore del suo signore grazie al cavallo. Iniziò a passare ore nella scuderia, carezzando il cavallo, parlandogli a lungo, finché l'animale si abituò a lui. Gli portava da mangiare dolci di miele di cui il cavallo era ghiotto. Poi, con grande pazienza, insegnò al cavallo a fare alcuni movimenti ai suoi ordini: arretrare di un passo, girarsi, inginocchiarsi, avanzare di un passo...
Conquistato il cavallo, decise che era ora di conquistare il signore. Quando Gano chiese il cavallo per andare a caccia, Yude glielo portò. Il signore stava per salire a cavallo, quando Yude fece il segnale ed il cavallo arretrò di un passo. Gano, sorpreso, fece per risalire e Yude dette l'altro segnale e il cavallo avanzò di un passo.
"Che ti prende?" esclamò Gano stupito ed afferrò le briglie del cavallo tenendolo ben fermo. Mise il piede nella staffa e Yude dette il segnale facendo inginocchiare il cavallo.
Gano si rese conto dei segnali di Yude e lo chiamò: "Sei tu che mi stai facendo questi scherzi?" gli chiese accigliato.
"Sì, signore..."
"Sai che ti posso far mozzare la testa per questo?"
"Sì, signore."
"E allora, perché lo fai?"
"Perché sono geloso del vostro cavallo, signore."
Gano lo guardò sorpreso per la risposta, poi gli chiese: "Geloso? del mio cavallo? E perché?"
"Perché voi lo montate: vorrei essere io al suo posto." rispose Yude con un sorriso aperto.
Gano lo guardò e scoppiò a ridere: "Te... ti monterei sì, ma in un altro modo! Togliti di mezzo e smettila, è un ordine!"
"Sì, signore, certo... ma è proprio in quell'altro modo che mi piacerebbe essere montato da voi, signore."
Gano, salito a cavallo, rise di nuovo, squadrò Yude e disse: "Bene, vedrò di accontentarti, allora. Presentati stanotte nelle mie stanze: darò ordine che ti lascino passare."
"Grazie, signore: mi chiamo Yude..."
"Bene Yude, vedrò di non farti più invidiare il mio cavallo, allora!" disse Gano spronando il suo cavallo.
Yude era felice. Forse solo per una volta, ma sarebbe stato nel letto del suo signore. Andò a lavarsi, indossò abiti puliti, ed attese con impazienza la sera. Quindi si presentò nell'appartamento ducale. Fu perquisito accuratamente, quindi fu introdotto nella camera di Gano. Questi lo aspettava steso nel suo letto, il solo perizoma indosso. Yude fremette eccitato: il corpo forte, virile del suo signore era bellissimo.
"Bene, Yude, denudati, fammi vedere che cosa hai da offrirmi."
Il giovane si denudò e Gano sorrise quando vide che era già eccitato. Gli fece cenno di avvicinarsi e gli palpò il corpo: "Niente male, ragazzo, niente male. Sei un bel puledrino. Vieni qui, dunque, che mi voglio fare una bella cavalcata..." gli disse sciogliendosi il perizoma e tirandolo a sé sul letto.
A Gano, quella notte, Yude piacque molto e lo volle come suo attendente privato, in modo di averlo a portata di mano ogni volta che ne avesse avuto voglia. Yude gli si dava con una passione, con una dedizione e con una prontezza che piacevano a Gano. Gano aveva trenta anni e Yude ventuno quando si unirono per la prima volta.
Nel 1465 Gano decise di attaccare Gami: non temeva niente da Sote e da Noma e Seko avrebbe potuto soccorrere il genero o via mare o cercando di passare nelle terre di Gano. Ma questi aveva ammassato una parte delle sue truppe ai confini con Seko, al comando di Usae con l'ordine di fermarlo se avesse tentato di avanzare e di invaderne le terre se avesse mandato navi in soccorso di Gami.
Gano penetrò nelle terre di Gami, ma invece di fare come era uso in quei tempi, di conquistare il territorio prendendo un castello alla volta, diresse rapidamente sulla capitale di Gami. Le sue truppe leggere avanzarono velocemente, percorrendo i circa duecentocinquanta chilometri in sole ventiquattro ore, sì che Gami non ebbe che il tempo di asserragliarsi nel castello. La città era deserta, la gente era fuggita nella campagna. Gano dette ordine di demolire le case di legno della città e di ammassarne il legname contro la porta principale del castello, facendolo avanzare in carri coperti in modo di evitare la selva di frecce che piovevano dagli spalti. Quindi fece cospargere di olio il tutto e lo fece incendiare. Frattanto le sue catapulte mandavano balle di paglia incendiate dentro le mura del castello, impegnando così una parte dei soldati nemici nel compito di spegnere gli inizi di incendio che queste provocavano. Ma il suo vero asso nella manica era un altro: Yude gli aveva suggerito uno strattagemma: il nemico avrebbe valutato le forze degli assalitori dal numero dei vessilli e dal numero dei fuochi dei campi che assediavano il castello. Perché non triplicare i fuochi ed i vessilli, in modo di spaventare i nemici? Così Gano dette ordine che si accendessero fuochi oltre le linee degli assedianti, che si costruissero nuovi vessilli (anche questo su suggerimento di Yude) con le insegne azzurro e oro imperiali e si rizzassero tende.
Dal castello, in quel modo, si credettero assediati non da circa ventimila uomini, quanti erano quelli che Gano aveva portato, ma da almeno sessantamila. Inoltre Yude, al comando di un migliaio di uomini, aveva percorso le campagne, rastrellando migliaia si contadini spaventati, obbligandoli ad andare ad alimentare i fuochi dei finti campi, promettendo loro salva la vita se avessero fatto quanto veniva loro ordinato. Yude girava a cavallo per i vari finti campi nominando alcuni dei giovani contadini capogruppo: se avessero fatto un buon lavoro, oltre ad avere salva la vita, li avrebbe premiati facendoli entrare come fanti nell'esercito ducale, il che significava un soldo sicuro, cosa che attraeva parecchi di quei giovani abituati ad una vita di stenti.
Dopo due giorni, dal castello uscì un messo con la bandiera nera per parlamentare. Il duca chiedeva un salvacondotto per sé e per la famiglia fino a Seko e la vita salva per tutta la sua nobiltà. In cambio avrebbe ceduto il ducato a Gano. Il duca infatti era convinto che Gano avesse già conquistato i castelli fra la capitale e Siba. Gano si fece rilasciare un documento in cui il duca cedeva il ducato a lui, quindi fece rientrare il duca nel castello: sarebbero dovuti uscire tutti consegnando le armi, a partire dal duca stesso e dai suoi nobili. Il duca con la famiglia furono fatti imbarcare e partire per Seko come promesso. I nobili furono condotti inermi nel salone del castello e qui fu chiesta loro l'obbedienza a Gano come nuovo duca di Gami. Quindi, affidato il castello ducale ad un suo fido che nominò conte, li lasciò come "ospiti" al castello. Con le sue truppe, ingrossate dai circa milleduecento contadini reclutati da Yude, riprese la strada verso Siba, passando per i vari castelli di Gami ed ottenendone, mostrata la rinuncia del loro duca, l'obbedienza.
Politica di Gano era mettere a capo dei vari castelli che conquistava i nobili del suo seguito, e di prendere al suo seguito i nobili che da poco gli avevano giurato fedeltà, per valutarli ed eventualmente infeudarli di nuovo, ma in altre terre. Quanto ai fanti, li mescolava in modo che i nuovi fanti fossero sotto gli ordini dei suoi vecchi fanti che a poco a poco divenivano vessilliferi o alfieri.
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