2.1: Gano espande i propri territori
Dopo la vittoriosa campagna che gli aveva fatto cadere in mano Gami, Gano lasciò a Yude i suoi milleduecento contadini e gli assegnò altri trecento veterani perché li allenassero, nominandolo così capitano. Ma comunque lo voleva ancora accanto a sé per farci l'amore. Fra i veterani gli assegnò Meta, che Yude prese come braccio destro, affidandogli il comando dei suoi uomini quando lui era dal duca. Ora Gano voleva occuparsi di Granla. Era una contea importante, in una località amena fra i monti e la pianura, confinante col territorio ancora in mano all'imperatore. L'importanza veniva dalla ricchezza delle acque e dei metalli. Avere Granla significava potersi costruire armi a volontà. Ma per muovere guerra a Granla, le sue truppe avrebbero dovuto poter traversare le terre del cognato, il duca Noma. Questi negò il permesso, dicendo che non voleva truppe straniere nei suoi territori, e che temeva ritorsioni dal conte Sote.
Gano tentò di convincere il cognato. Non riuscendoci e sapendo che alcuni suoi feudatari erano contrari alla politica del duca Noma e che avrebbero visto di buon occhio un'alleanza stretta con il sempre più potente Gano, iniziò contatti segreti con tre di questi, promettendo loro di infeudarli in Sote, Noma e Granla rispettivamente se lo avessero aiutato. Gano, in realtà, non si fidava dei tre nobili: come oggi erano pronti a tradire il loro duca, un giorno sarebbero stati forse pronti a tradire lui, ma per il momento gli faceva comodo la loro alleanza per indebolire il cognato. Ottenuto il permesso dei tre vassalli di far passare le sue truppe nella parte del territorio ducale loro affidato, mosse il proprio esercito.
Il duca Noma allora mosse contro Gano. Frattanto Yude, al comando dei suoi pochi uomini, girando ad est, diresse sulla capitale di Noma. Ma, invece di assalirla, si fermò al bivio delle strade che conducevano alla capitale dai castelli di altri due feudatari minori e qui fece costruire ai suoi uomini una piazzaforte di legno e pietre a secco: se questi si fossero mossi in sostegno di Noma, dalla sua posizione li avrebbe potuti fermare abbastanza a lungo. In questo modo a Noma rimanevano solo i tre territori a monte.
Noma, avuta notizia della costruzione del forte di Yude, invece di raggiungere Gano, fece tornare indietro le proprie truppe e tornò alla capitale. Allora Gano, invece di proseguire per Granla, portò le proprie truppe a monte della capitale in modo di precludere i collegamenti con le altre tre province. Noma capì che aveva perso la sua battaglia. Riuscì a mandare messaggeri a Sote e Granla chiedendo aiuto. Sote rispose che lui era neutrale. Granla invece inviò subito diecimila uomini, ma questi furono intercettati dalle forze dei tre feudatari di Noma che erano passati dalla parte di Gano e, in una serie di lunghe schermaglie, neutralizzati. Gano non attaccò la capitale di Noma, assalì i tre castelli a monte facendoli capitolare uno dopo l'altro, anche se il secondo gli provocò parecchie perdite.
Quindi assalì la capitale. Noma avrebbe voluto un salvacondotto per la moglie, sorella di Gano, e per i figli, ma la donna preferì uccidersi assieme al marito quando il castello, incendiato, stava per capitolare. Sote a quel punto si mosse e si impadronì dei due castelli di Noma confinanti con le sue terre, ma si fermò quando giunse al forte di Yude.
Quando Gano entrò nel castello, trovò i quattro figli di Noma nel quartiere delle dame. Li fece separare e li affidò a diversi castelli. Quindi, diviso ciò che restava del ducato di Noma in tre province, le affidò ai tre feudatari di Noma che erano passati dalla sua parte. Poi, radunato un esercito di trentacinquemila uomini, suddiviso in tre tronconi, ne affidò uno a Yude e uno ad Usae e si preparò ad assalire Granla.
Granla era un osso duro: il suo esercito era forte e bene armato, il territorio era difficile, diviso in sette valli che confluivano in cinque laghi. Ogni lago era dominato da un castello e quello del lago maggiore, che sorgeva su un'isola, era la sede del conte. Altri sei castelli minori sorgevano, due a monte e quattro a valle. Tutti e undici i castelli erano in mano a membri della famiglia Granla, che formavano un clan compatto. Il commercio delle armi li aveva resi ricchi e forti.
Due strade principali traversavano le sette valli, la strada di monte e quella dei laghi ed erano intersecate dalle strade che fiancheggiavano ogni valle. I castelli controllavano i nodi principali di questa rete viaria. Gano, prima di entrare nel territorio di Granla, tenne consiglio di guerra. Granla in tutto aveva una forza di circa trentaseimila uomini, pari a quelle di Gano, ma questi erano asserragliati nei vari castelli quasi imprendibili.
Usae era per la tattica tradizionale: concentrare tutti gli sforzi su un castello per volta e prendere a poco a poco tutto il territorio. Ma Gano aveva fretta, voleva un'altra delle sue vittorie travolgenti. Assediare tutti i castelli e farli cadere, poteva richiedere anche anni: non avevano penuria d'acqua e certamente avevano abbondanti provviste. Controllando le strade, avevano facilità di comunicazione fra loro e mentre assediavano un castello, potevano essere attaccati alle spalle dalle forze dei castelli vicini. Inoltre non conoscevano bene le terre di Granla.
Yude allora fece una proposta: agli inizi dell'ascesa di Gano questi aveva avuto un aiuto valido dalle bande di avventurieri che prima infestavano il territorio di Siba. Gente che era rimasta ai margini del vecchio ordine e che ora si trovava a gestire invece il nuovo ordine instaurato da Gano. Anche nel territorio di Granla dovevano esserci simili bande pronte ad affiancarli dietro promessa di avere in cambio uno dei castelli col rispettivo territorio. E quelle bande dovevano conoscere il terreno meglio di chiunque altro. Si trattava di trovarle e di tirarle dalla loro parte.
Un altro punto era rendere inservibile il sistema stradale: far saltare ponti, far franare le massicciate, in modo di frazionare il territorio in piccole parti. Usae fece notare che così il territorio sarebbe stato meno facile da controllare una volta conquistato, ma Yude rispose che, come si può distruggere, si può ricostruire. Inoltre per il loro esercito, leggero e veloce, l'assenza di strade praticabili era un handicap minore che non per gli eserciti tradizionali. La visione di Yude convinse Gano. Così, mentre inviava Usae lungo la via a monte, e lui prendeva la via dei laghi, Yude con i suoi uomini prese a battere le valli cercando le bande.
Gano e Usae marciavano veloci, senza assalire i castelli che avvistavano, anzi, aggirandoli. Avevano dato ordine alle loro disciplinate truppe di non infastidire la popolazione locale: si presentavano in ogni città o villaggio senza entrarvi e chiedevano viveri. Prendevano nota in ogni luogo di quanti viveri ricevevano promettendo un pagamento generoso a fine guerra. La gente del posto, non avezza ad un simile comportamento, spesso simpatizzò con gli invasori, anche perché i pochi casi di intemperanza delle truppe furono puniti severamente davanti alla popolazione offesa.
Yude frattanto stava avendo successo nella sua campagna: faceva affiancare ogni banda che accettava la sua proposta da altrettanti suoi uomini e la banda iniziava la distruzione sistematica della rete viaria, inalberano i vessilli di Gano. Quando qualche messaggero partiva da un castello per andare in un altro, non lo intercettavano: volevano anzi che i castelli fossero bene informati che il territorio stava cadendo nelle mani di Gano.
Un primo risultato fu che il figlio del conte Granla fece imprigionare il padre e ne prese il posto, dando forza così al partito che non credeva in una resistenza passiva. Ma un po' troppo tardi: ormai l'opera di distruzione delle bande suscitato da Yude aveva raggiunto ed oltrepassato la capitale.
Yude, inoltre, visto il lago su cui sorgeva il castello comitale, ebbe un'altra idea. Il livello del lago era tenuto costante da una diga difesa dal castello stesso. Se si fosse fatta crollare la diga, il castello sarebbe stato raggiungibile dalla terra ferma. Ma non era pensabile avvicinarsi alla poderosa diga per demolirla. Yude chiese di impiegare più uomini possibili per costruire una diga a monte del lago, nella gola che formava il fiume: avrebbero ammassato lì acqua in gran quantità, poi avrebbero fatto crollare la diga da loro costruita e l'ondata di piena avrebbe travolto la diga del castello. Gano accettò subito il progetto di Yude.
Per prima cosa costruirono un vasto ponte sul punto più stretto della gola, lasciando giusto lo spazio perché l'acqua del fiume vi scorresse sotto. Su quel ponte costruirono la diga per un'altezza di circa dieci metri, ma la costruirono cementando un sottile muro di pietre, poi puntellandolo alle pareti della gola con un sistema di tronchi di legno che potessero reggere la spinta delle acque. Terminata l'opera, fecero franare terra e massi sotto il ponte in modo che bloccasse il corso delle acque che iniziarono a riempire la diga. L'acqua smise di defluire nel lago.
In soli cinque giorni la diga a monte fu piena. Quando stava per traboccare, furono fatti saltare pochi puntelli e il sistema di travi cedette, subito cedette il sottile muro di pietre e con un boato immane la valanga d'acqua si precipitò nel lago. In un primo momento sembrò che l'ondata semplicemente scavalcasse ruggendo la forte diga a valle, frangendosi contro il muro del castello, facendo pochi danni, ma improvvisamente una parte del muro stesso franò, subito dopo si aprì una falla nella diga e quindi anche questa cedette di schianto provocando una terribile onda che devastò parecchi chilometri a valle prima di perdere forza.
Gano, in piedi sulla riva del lago, rideva a crepapelle chiamando Yude: voleva che fosse il primo ad entrare nel castello, assieme a lui. Ora infatti il castello sorgeva su uno sperone di pietra collegato alla terra ferma, il lago ridotto a meno di un quarto, parecchi metri più in basso.
Conquistato il castello comitale, due castelli maggiori, i due piccoli castelli a monte e tre dei castelli a valle si arresero. Gli altri due castelli maggiori della famiglia e un castello a monte dovettero essere espugnati, ma furono presi uno dopo l'altro prima che venisse l'inverno. Gano, attingendo nel tesoro di Granla, inviò ad ogni villaggio, città e comunità il denaro promesso per le vettovaglie ricevute e l'aver tenuto fede alla parola data gli attirò ulteriormente le simpatie degli ex sudditi dei Granla. Poi, lasciato a capo di ogni castello un suo fido, rientrò nel suo castello di Suki.
Durante l'inverno, arrivò a Suki un monaco azzurro, che recava una missiva segreta dell'imperatore, nella quale questi si congratulava con Gano per la sua eccezionale prodezza militare. Arrivarono anche ambascerie dei tre nobili che avevano aiutato Gano nella conquista di Noma, reclamando il premio promesso. Questi rispose loro di pazientare: dopo aver espugnato Sote avrebbe mantenuto anche quella promessa. In realtà non gli andava molto perché non si fidava dei tre, ma non poteva neppure smentire se stesso così clamorosamente. Perciò prendeva tempo.
2.2: Gano, Principe e Primo Consigliere
Verso la fine dell'inverno giunse al castello di Suki anche un piccolo convoglio. Era il figlio del duca Noch: il duca era stato assassinato pochi giorni prima dal cugino che ne aveva usurpato il feudo, pretendendo dall'imperatore la nomina a generalissimo. L'imperatore aveva preso tempo, ma sembrava pronto a cedere alla richiesta. Il giovane duca Noch, Kiai, chiedeva assistenza a Gano per riprendere il proprio feudo ed il ruolo del padre. Gano lo accolse con tutti gli onori, trattandolo come fosse stato il generalissimo e gli promise che, appena avesse potuto, si sarebbe adoperato per lui e gli offrì, per il momento, ospitalità.
In realtà a Gano interessava relativamente poco rimettere Kiai di Noch sul trono ducale: da incallito amante di maschi, Gano era stato colpito dalla delicata avvenenza del giovane Kiai, che aveva allora diciotto anni, dalla sua languida eleganza, ed aveva deciso di farlo suo. Quando Gano desiderava un giovane o lo prendeva con una certa rude decisione come aveva fatto anni prima con Usae, o si divertiva a conquistarlo a poco a poco, come voleva fare ora con Kiai.
Quando Gano voleva esser affascinante, sapeva esserlo. Fece in modo di impressionare Kiai, indossando i suoi abiti più ricchi e belli, facendo servire a tavola i cibi più raffinati nei piatti più preziosi, portò Kiai ad allenarsi, facendo sfoggio della sua reale abilità nelle varie arti marziali. Al tempo stesso si mostrò attento, amichevole, premuroso nei confronti del giovane, che a poco a poco subì il fascino dell'uomo.
Kiai iniziò col chiedere a Gano di non chiamarlo eccellenza o signor duca, ma per nome. Tra i due si sviluppò una certa intimità, un cameratismo virile come spesso si sviluppa fra guerrieri, che però Gano dirigeva abilmente nella direzione che gli interessava. Finché una sera, dopo la cena, mentre stavano seduti sul tappeto davanti al grande camino della sala comitale, Gano congedò con un gesto i servi, poi, messo un braccio sulle spalle del giovane Kiai, gli disse che non era mai stato tanto bene con qualcuno come con lui...
Kiai rispose ringraziandolo, dicendogli che anche lui stava bene con Gano e, ingenuamente, gli disse che avrebbe voluto sapergli dimostrare la sua gratitudine. Gano gli disse allora che anche lui sentiva di dovergli dimostrare quanto gli era amico e così dicendo, con l'altra mano carezzò il volto di Kiai, lo tirò lievemente a sé e lo baciò lieve sulle labbra sussurrandogli che lo trovava bellissimo, anzi, irresistibilmente bello.
Kiai fremette appena, ringraziandolo, gli occhi fissi in quelli dell'uomo, che lo carezzò lieve sul corpo. Kiai tremò, sentendo al tempo stesso piacere ed imbarazzo per come Gano lo stava toccando, e fece per ritrarsi, ma Gano lo trattenne e gli disse in un dolce mormorio che se voleva, Kiai poteva dimostrargli la sua amicizia...
"Come?" chiese Kiai incerto, iniziando ad intuire che cosa l'altro gli stesse chiedendo.
"Non dicendomi di no..." rispose Gano tirandolo un po' più a sé.
"A che cosa?" ansimò Kiai scosso mentre Gano lo carezzava.
"A quello che voglio da te..." gli disse baciandolo di nuovo sulle labbra ed addossandoglisi pieno di desiderio.
"Io... non ho mai..." mormorò il ragazzo sentendo l'eccitazione dell'altro.
"Non ti fidi di me?" gli chiese con dolcezza Gano, carezzandolo ora intimamente.
"Sì, certo..."
"Dimostramelo, allora..."
"Come..."
"Lasciandoti amare, mio dolce Kiai..." rispose allora Gano iniziando a spogliare il ragazzo che, a poco a poco, si abbandonò completamente alle carezze esperte dell'uomo.
Gano non voleva solamente prendersi il ragazzo, voleva che fosse Kiai a desiderare di essere suo. Mise in atto quindi tutte le proprie arti amatorie fino a far perdere la testa a Kiai, fino a che fu il ragazzo stesso ad implorarlo di porre fine a quel dolcissimo supplizio, prendendolo...
Kiai era completamente conquistato da Gano, dalla sua virilità e dalla sua dolcezza, dal suo vigore e dalla sua tenerezza, tanto che un giorno giunse a dirgli che non gli interessava più essere rimesso sul trono ducale dei Noch, che preferiva restare con lui ed essere suo.
In primavera Gano decise di sferrare l'attacco a Sote. Pretese, perciò, che i tre vassalli di Noma si unissero a lui con tutte le loro truppe. I tre sembravano restii a muoversi, ma Gano fece sapere loro che questa era la condizione che poneva per mantenere la sua promessa di crearli signori di Granla, Noma e Sote. Alla fine accettarono ed i tre eserciti marciarono su Sote da est, mentre Gano faceva attaccare Usae da sud. Il conte Sote decise di scendere in campo aperto, concentrando tutti i propri sforzi sulle truppe che attaccavano da est ed opponendo a sud una tattica temporizzatrice. Questo non faceva che facilitare il gioco di Gano, che ordinò ad Usae di non premere troppo, di avanzare lentamente. Gano, col resto delle truppe, andò in soccorso dei tre vassalli solo quando questi avevano subito pesanti perdite, dando nel frattempo ad Usae l'ordine di avanzare rapidamente.
Le forze del conte Sote si trovarono così a dover combattere su due fronti, mentre una parte delle forze di Usae s'impadroniva del castello principale dei Sote. Ma, profittando di questa guerra, il conte Seko decise di sferrare un attacco contro Siba, dirigendo sul castello Suki. Yude, che era rimasto a difesa delle terre, fece fortificare Suki lasciandovi cinquemila uomini agli ordini di Meta. Con gli altri settemila uomini, si ritirò nei boschi delle alture. Aveva scelto i guerrieri più giovani, perché aveva bisogno di poter effettuare movimenti rapidi. Attese che Seko giungesse al castello e lo cingesse d'assedio. Quando Seko si fu accampato, fece distribuire a tutti i propri uomini una torcia ed un'anfora. Accese le torce, le fece mettere con la parte accesa dentro l'anfora: in questo modo bruciava lentamente e non se ne vedeva il chiarore. Di notte, avanzarono rapidi e silenziosi in modo di accerchiare completamente il campo che assediava il castello. Sugli spalti del castello, come convenuto, comparvero d'improvviso migliaia di torce accese, ed i corni di caccia suonarono tutti assieme, attirando subito l'attenzione degli assedianti che si chiedevano che scopo avesse quella strana azione. Appena i corni tacquero, gli uomini di Yude ruppero le anfore e lanciarono le torce accese nel campo degli assedianti. Mentre le tende ed i depositi di fieno per i cavalli s'incendiavano e i cavalli imbizzarriti tentavano di strappare le corde con cui erano legati alle barre, Yude ordinò l'attacco.
Le truppe di Seko si girarono per affrontare il nemico comparso improvviso nella notte, allora le quattro porte del castello si spalancarono e ne sciamarono fuori i guerrieri di Meta attaccando alle spalle gli assedianti. Fu un corpo a corpo furioso, e, nonostante le forze di Seko fossero di poco superiori a quelle di Meta e Yude, entro l'alba furono questi a riportare la vittoria, e Seko, con un pugno di uomini, fuggì tornando verso le proprie terre.
Quando Gano tornò, montò su tutte le furie per l'impudenza di Seko. Domato Sote, non aveva più veri nemici alle spalle. Perciò radunò tutto il proprio esercito, lasciando non più di cinquecento guerrieri in ogni castello, e marciò su Seko. Questi s'aspettava l'attacco ed aveva chiesto aiuto al conte Ina, che aveva fornito subito i propri uomini, ma le forze restanti a Seko assieme a quelle di Ina non erano neppure la metà delle forze che Gano ora aveva messo in campo. Nel giro di quattro mesi, Gano si imadronì di Seko, mentre Usae prendeva Ina. Tutta la parte est dell'impero, cioè circa un terzo, era ora nelle mani di Gano.
Nel 9o mese del 1468 Gano, in pompa magna e alla testa dei suoi uomini scelti, affiancato da Usae e Yude, entrò nella capitale per andare a porgere omaggio all'imperatore. I nobili più influenti a corte, Suna, Yomi, Keta e Soka evacuarono in gran fretta la capitale prima del suo arrivo. La popolazione si chiuse in casa nascondendo le cose di valore, temendo che anche lui facesse come i nobili che erano arrivati prima di lui con la stessa scusa, ma che in realtà andavano a corte solo per estorcere al sempre più debole e solo imperatore nuovi privilegi mentre le loro truppe spadroneggiavano a piacere per la città. Ma, con sorpresa di tutti, le truppe di Gano osservavano una disciplina stretta e, accampatesi alle porte della città, non uscivano dai campi, non entravano in città che in piccoli gruppi ordinati nei turni di libera uscita, pagavano il mangiare e il bere o le cose che prendevano nelle botteghe al prezzo richiesto. Non facevano risse, non si ubriacavano, non molestavano né le ragazze né i ragazzi.
L'imperatore, con i pochi nobili restati a corte, accolse con tutti gli onori Gano. I nobili, quando disse che era venuto per restituire al giovane Kiai Noch la sua posizione di generalissimo, iniziarono ad appellarsi a lui per riottenere le loro proprietà confiscate nei vari dominii dai signori feudali. Gano allora incaricò alcuni suoi ufficiali di ascoltare tutte le richieste dei nobili e di vedere quali potessero essere eventualmente accolte, almeno per la parte di territorio già sotto il suo controllo.
Mandò a prendere Kiai ed assistette alla nomina a generalissimo fatta dall'imperatore, quindi entrò nel territorio di Noch con tutto il proprio esercito. L'usurpatore fuggì immediatamente nel territorio di Yomi chiedendo protezione. Il principe Yomi lo fece uccidere e mandò la sua testa a Gano. Gano la rimandò indietro con una lettera sprezzante, dicendo che lui accettava solo le teste mozzate in guerra, non quelle di amici traditi.
Kiai, reinstallato nel piccolo ducato di Noch, era deluso: lui voleva rimanere con Gano, di cui era perdutamente innamorato. Gano andò nella sua camera, ci fece l'amore appassionatamente per tutta la notte, ma la mattina dopo lo lasciò dicendogli con una certa freddezza di aspettarlo che sarebbe certamente tornato qualche volta a passare qualche notte con lui. Quando il giovane, in lagrime, gli si gettò ai piedi baciandoglieli, pregandolo di non lasciarlo, dicendogli che lui l'amava, Gano gli disse rudemente che lui amava gli uomini, non le femmine in lagrime: per questo non si era mai sposato.
Tornò alla capitale e lasciò, come suo "deputato" presso l'imperatore un giovane ufficiale, il barone Kei, con una modesta guarnigione, in un piccolo castello, alla periferia sud della capitale, che gli era stato donato dall'imperatore. Ma, con il suo amore per la munificenza, ricambiò il dono offrendo all'imperatore di fargli costruire un nuovo palazzo imperiale nella periferia ovest. Incaricò di questo un altro dei suoi ufficiali, chiedendogli di reclutare i migliori artigiani del paese per far costruire il palazzo più bello che si fosse mai visto. Anche nei confronti di Kiai fu munifico, riempiendolo di doni, purché obbedisse ai suoi ordini.
Quindi, tornando verso Siba, occupò il principato di Yomi, che per non cadere nelle sue mani, si uccise mentre Gano vinceva le ultime difese del suo castello. Tornato a Siba, Gano chiamò a corte tutti i capi delle province da lui conquistate. Voleva una completa revisione dei confini storici, rendendoli più razionali, e voleva anche che non vi fosse più la struttura piramidale di vassallaggi e subvassallaggi: ogni signore doveva avere una parte del territorio da amministrare in nome suo, signore unico di quella parte dell'impero.
Inoltre decise che ogni zona del suo territorio si dovesse specializzare nella produzione di determinati prodotti, in modo che nessuna fosse autonoma e di renderle interdipendenti. Vinse facilmente l'opposizione dei signori locali. Per maggiore sicurezza, ad ogni signore affiancò un suo ufficiale.
Nel 1471 tornò nella capitale per l'inaugurazione del nuovo palazzo imperiale. In questa occasione l'imperatore lo elevò al rango di principe della corona e primo consigliere dell'impero. Per una settimana si recò da Kiai. Il giovane tentò di nuovo in tutti i modi di convincerlo di portarlo con sé, dicendosi disposto a rinunciare alla carica, per altro ormai solo onorifica, di generalissimo, pur di poter restare con lui. Gano però fu irremovibile con Kiai: gli disse chiaro e tondo che da lui voleva solo obbedienza completa e, a quel patto, sarebbe tornato a farci l'amore qualche volta.
2.3: Gano minacciato all'interno e dall'Ordine
Tornato nella capitale, Gano vi fece invitare tutti i signori dell'impero per discutere con l'imperatore e il generalissimo i problemi della nazione. Quello che in realtà gli interessava era vedere come avrebbero reagito i vari signori a quell'invito che, se ufficialmente partiva dall'imperatore, in realtà tutti sapevano che era stato deciso da Gano. Fra quelli che non risposero, vi era il conte Ekin. Questo dette l'opportunità a Gano di farlo dichiarare ribelle alla corona e di andare ad attaccarlo. Doveva perciò passare nel ducato di Assa: avendo dato una sorella in moglie al duca, pensava di ottenere senza problemi il permesso di passare, ma il duca di Assa, rispondendo ad un appello di Ekin, gli negò il permesso.
Gano allora ammassò i suoi 30.000 uomini ai confini fra il territorio della capitale e Assa e frattanto mandò a chiamare Usae. Attaccò Assa, e le cose sembravano mettersi male per Gano, quando Usae giunse con altri diecimila uomini passando da nord, cioè per l'impervia via della montagna, e piombò sul fianco dello schieramento di Assa. Più della metà degli uomini del duca morì nello scontro, e l'altra metà si dette disordinatamente alla fuga tornando ciascuno nelle proprie terre. Passati i monti, scesero su Ekin e dopo poche battaglie conquistarono anche queste terre. Il conte di Rass, a nord di Ekin, andò immediatamente a dichiararsi vassallo di Gano.
Questi lasciò Usae ad Ekin, dandogli il compito di riorganizzare il territorio e di controllare le province meridionali sull'altro versante della catena, quindi tornò in Assa. Qui convocò tutti i nobili minori che era fuggiti e chiese loro o di abbandonare il paese o di fargli atto di obbedienza. Quindi lasciò in Assa come signore un altro dei suoi generali.
E d'improvviso Gano si trovò a dover affrontare il più formidabile e pericoloso dei suoi nemici: l'Ottuplice Ordine dei monaci. Questi erano particolarmente potenti in tutta la parte sud del paese e nelle isole, ma il loro centro era nel territorio di Yomi che aveva da poco conquistato. Qui vi era il maestoso e potente monastero di Ottagono, così chiamato perché era composto da otto poderose e alte costruzioni in pietra che si affacciavano su un'ampia corte centrale. Pur non essendo nato come castello, era di fatto più sicuro ed imprendibile della più solida fortezza. Sorgeva infatti sul delta del fiume Sangu, lo stesso che, nato in Granla, scorreva attraverso la capitale. Il monastero era quindi difeso verso terra dai rami del delta, che non permettevano manovre di assedio o di attacco e dall'altra parte dal mare, attraverso il quale poteva ricevere rinforzi o cibo in caso di blocco terrestre: il principe Yomi aveva imparato a sue spese a non importunare il ricco e potente monastero.
L'Ottuplice Ordine era stato fondato circa settecento anni prima dall'imperatore, e in origine era un vero e proprio ordine religioso dedito a studi e preghiera. Ma a poco a poco i vari nobili e signori feudali avevano iniziato a mandarvi i loro figli cadetti per non suddividere l'eredità fra troppi eredi: i monaci infatti non potevano avere figli legittimi, né perciò eredi. I vari monasteri sparsi per la nazione si erano arricchiti grazie a donazioni e grazie al fatto che circa cinquecento anni prima un altro imperatore li aveva esentati dal versamento dei tributi. Un altro elemento di potere e di arricchimento dei monasteri era venuto quando i viaggi di istruzione all'estero dei monaci, cioè al continente, a poco a poco, s'erano trasformati in vere e proprie missioni commerciali: l'ordine possedeva ora di fatto la più potente flotta della nazione. Un terzo elemento veniva dal fatto che i monasteri non potevano avere terre: questo, se da una parte tranquillizzava i potenti proprietari terrieri, aveva attirato nell'orbita dei monasteri una miriade di piccoli coltivatori che, dichiarandosi sostenitori dei monasteri, erano da questi protetti in cambio di forti donazioni: proprio in questa funzione erano nati i monaci rossi, o monaci guerrieri, che difendevano questi piccoli proprietari, che erano detti perciò "protetti", dai banditi o dagli esattori delle tasse.
Tutta la gerarchia dell'Ottuplice Ordine era nelle mani dell'antica nobiltà di corte o della nuova nobiltà guerriera, che in Gano vedeva una minaccia. Il Principe dell'ordine, che era un Assa e presso cui la sorella minore di Gano aveva trovato rifugio quando il fratello aveva invaso l'Assa, intimò perciò a Gano di restituire il ducato alla sua famiglia ed anche il principato di Yomi.
Gano logicamente rifiutò. Il Principe lo dichiarò "nemico dell'Ordine". Il problema con l'ordine era che, a differenza dei vari territori in cui, vinta una battaglia campale, o espugnata la capitale o i due o tre castelli principali, tutto il territorio era preso, sarebbe stato necessario, per aver ragione dell'ordine, conquistare tutti i monasteri ad uno ad uno e vincere tutti i monaci ad uno ad uno. Inoltre, la dichiarazione del Principe che Gano era nemico dell'ordine, gli alienava automaticamente le simpatie di tutti i piccoli possidenti in qualsiasi territorio fossero, e dava vigore ai vari signori dei territori che ancora sfuggivano al suo controllo. Le enormi ricchezze dell'ordine, la sua potente flotta composta di esperti navigatori, permettevano all'ordine, in caso di scontro aperto, di armare e mantenere soldati per anni...
Gano si rese conto qui della sua debolezza: i suoi fanti erano tutti contadini, non avrebbe potuto mai impegnarli in guerre che durassero più di pochi mesi e non certo nei momenti cruciali per l'agricoltura. Inoltre, sul mare, Gano non aveva assolutamente nessuna forza: solo tre delle province che controllava davano sul mare e la sua flotta era piccola e male armata, ma soprattutto non avezza a battaglie navali.
Proprio mentre Gano considerava questi fattori, accadde un incidente: all'inizio del 1473 il principe Yomi con un manipolo di armati era penetrato nella capitale e s'era accampato davanti al palazzo imperiale pretendendo udienza dall'imperatore. Kei era accorso con i suoi uomini per respingere Yomi, ma improvvisamente erano arrivati circa 3000 monaci a dar manforte a Yomi. Gano era a Noch che si dilettava con Kiai. Informato raggiunse la capitale con seimila uomini, ma frattanto dall'Ottagono avevano risalito il fiume tre navi di monaci con altri rinforzi. Lo scontro fu violento e in breve Gano capì che gli conveniva ritirarsi per non perdere troppi uomini: era il suo primo scontro con i monaci ed era sorpreso per il vigore e la bravura con cui questi combattevano.
Tornato a Siba, le tre province del nord, sobillate dai monaci locali, minacciavano di non riconoscere più la sovranità di Gano e di marciare sul castello di Suki: l'intervento dell'imperatore in favore di Gano ottenne una tregua prima che scoppiasse una nuova guerra, ma Gano si sentì gravemente minacciato, e da un nemico che aveva sottovalutato.
Gano richiamò Usae e Yude, e si consultarono sul da farsi. Per prima cosa doveva non avere minacce all'interno dei confini: quindi doveva distruggere i tre signori di Granla, Noma e Sote, ma al tempo stesso sopprimere anche tutti i monasteri entro i confini. Quindi avrebbe dovuto affrontare l'Ottagono ed impadronirsene. Ma come muoversi? Discussero diversi piani, ma ognuno presentava i suoi lati deboli: attaccare per primi i tre signori poteva dare estro ad attacchi dall'esterno ed a disordini interni fomentati dai monasteri, così pure attaccare i monasteri poteva dare all'Ottagono una buona scusa per creare una coalizione contro Gano. Attaccare l'Ottagono senza avere sicurezza entro i confini poteva essere disastroso.
Yude allora suggerì un nuovo piano: Gano, con Usae e lui, accompagnati dai generali fedeli, senza scorta di soldati, dovevano andare nel castello signore di Granla con la scusa di discutere la fabbricazione di nuove armi: questi, accogliendo una quindicina di uomini importanti, ma senza scorta, non doveva certo nutrire sospetti sulle loro reali intenzioni. Nel frattempo soldati fedeli di Gano, vestiti con normali panni da contadini, dovevano nascondersi lungo tutti i confini di Granla per catturare qualunque messaggero avesse tentato di uscire dal territorio. Una volta nel castello, la missione avrebbe dovuto iniziare reali trattative con il signore di Granla ed i suoi per una grossa fornitura di armi. Quando il signore di Granla si fosse sentito sicuro, alla prima occasione favorevole, dovevano ucciderlo assieme a quanti più possibile dei suoi fedeli. Senza far trapelare nulla all'esterno. Quindi lasciato un generale al posto del signore di Granla, lasciando i vessilli e tutto a posto come se ancora fosse vivo, dovevano andare a Noma e poi a Sote per ripetere esattamente la stessa scena. Ciò fatto, i vari monasteri delle tre province per primi, delle altre province sotto il suo controllo poi, dovevano essere assaliti e distrutti, senza che restasse un solo superstite.
Misero a punto il piano, quindi Gano chiamò i suoi quindici generali, li mise al corrente del piano e, per renderlo più credibile, cercarono di immaginare quali nuove armi chiedere di costruire... Quindi fatti scegliere ai generali gli uomini più abili e fidati, fattili vestire da contadini, montanari, commercianti e anche da monaci, li fecero prendere posizione, alla spicciolata lungo i confini delle tre province. Quindi Gano con i suoi, saliti a cavallo, salirono fino al castello principale di Granla. Quando arrivarono videro che si stavano completando i lavori per ricostruire la grande diga.
Si fecero annunciare al signore di Granla, che andò loro incontro dando il benvenuto: ma era chiaro che non si fidava: gli spalti erano pieni di uomini in assetto di guerra. Gano, con un sorriso, chiese come mai quello spiegamento di forze: il signore rispose che temevano un attacco dai barbari del nord. Gano finse di crederlo. Nel salone del castello, dopo aver donato al signore alcune sontuose pezze di broccati e velluti, espose il motivo della loro visita e chiese di iniziare subito la discussione sulle nuove armi, sulla possibilità di costruirle, sui tempi per averle e così via.
A poco a poco il signore di Granla cadde nel tranello: chiamò i suoi esperti delle miniere, delle forge, armaioli, e la discussione si fece animata, interessante. Anche perché alcune di quelle armi potevano realmente essere costruite, sperimentate.
Il signore di Granla offrì una cena sontuosa, quindi fece disporre le camere per gli ospiti. Gano stava per mettersi a letto, quando bussarono alla sua porta: era il signore di Granla in persona che, sapendo del gusto che aveva Gano per i ragazzi, gli diceva che si era permesso di portargli un regalo: una compagnia per le notti in cui sarebbe restato suo ospite. Fece entrare un ragazzo di diciassette anni di rara bellezza.
"Ma... il ragazzo è già... svezzato?" chiese Gano con evidente interesse.
"Certo, principe, da un paio di anni, ed è di prima scelta a quel che mi dicono. È mio nipote, si chiama Keli..."
"Bene, Keli... ti spiace fermarti qui con me?" chiese al ragazzo carezzandogli i capelli.
"Al contrario, principe, è un onore e... un piacere." disse il ragazzo con un sorriso malizioso.
Restati soli, Gano si portò nel letto il ragazzo. Mentre lo spogliava gli chiese: "A te, così, piacciono gli uomini?"
"Li adoro, principe, specialmente quelli come voi: forti, virili, belli..."
"Da due anni hai rapporti con uomini, dunque?"
Il ragazzo sorrise con aria sbarazzina, scuotendo la testa: "Da due anni i miei lo hanno scoperto, ma il mio primo uomo l'ho avuto quattro anni fa: il mio maestro di spada, che dopo avermi fatto allenare con quella di ferro, mi faceva allenare con la sua di carne..." disse ridacchiando.
Il ragazzo sapeva il fatto suo: fece passare una notte di intenso piacere a Gano, pronto a soddisfarlo con gioia e fantasia. Ma anche il ragazzo fu entusiasta: "Siete un vero uomo, principe, non dimenticherò mai questa notte."
"Neanche le prossime, Keli, te lo garantisco." disse Gano pensando che era un peccato doverlo uccidere. Poi gli chiese: "Sei il nipote del conte... figlio di suo fratello?"
"No, in realtà sono figlio della sorella della moglie. Sono ospite del conte da un anno, perché i miei non volevano che continuassi una certa relazione..."
"E come mai?"
"Perché era con un servo..."
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