3.1: Gano elimina Granla e Noma
Il giorno dopo ripresero le discussioni. Poi vi fu il pranzo e dopo pranzo Gano chiese al conte di presentargli tutta la propria famiglia. Questi, senza alcun sospetto, mandò a chiamare la moglie, i tre figli, i due fratelli e la sorella. Quando furono tutti nella stanza, Gano disse che era lieto di conoscerli. Frattanto i suoi generali avevano fatto uscire i servi e le dame e chiuso le porte. Quindi Gano aveva estratto una catena d'oro, era andato alle spalle del conte come per cingergliela e invece gliela strinse al collo mentre Usae lo pugnalava nel petto: i suoi generali, che avevano estratto, non visti, i pugnali e che a coppie avevano affiancato i vari membri della famiglia, immediatamente, prima che uno solo di essi avesse tempo di emettere un grido, li uccisero tutti.
Quindi, ammassati i cadaveri sul tappeto impregnato di sangue e copertili con altri tappeti, Gano, Usae e Yude scortati da dieci generali, uscirono, lasciando gli altri cinque nella stanza. Gano andò nell'attigua sala comitale, sedette in trono e fece chiamare il connestabile: disse che voleva vedere immediatamente tutti i nobili e cavalieri presenti a castello. Questi, leggermente sorpreso, chiese dove fosse il conte. Gano rispose tranquillamente che era nella stanza accanto, di sbrigarsi ad eseguire l'ordine.
Arrivarono i convocati. Gano disse loro che, in qualità di signore del loro signore, voleva la loro obbedienza. Un po' incerti, non poterono che inginocchiarsi. Allora Gano chiese loro di consegnare le armi ai suoi generali. Qualcuno consegnò la spada, ma uno si alzò chiedendo dove fosse il conte. "Nella stanza accanto, con la sua famiglia: riposano in pace." rispose Gano senza scomporsi. Quello allora sguainò la spada ma cadde trafitto da uno dei generali. Gano, restando tranquillamente seduto sul trono comitale, chiese agli altri chi volesse sguainare la spada. Tutti consegnarono la spada.
Il connestabile, pallido come un cero, chiese a Gano che cosa ordinava. Gano annuì: chiese un giuramento di obbedienza: chi non si sentiva di farlo sarebbe stato imprigionato per un mese, poi lasciato libero di andarsene. Ma chi, giurata obbedienza a lui, avesse minimamente disobbedito, sarebbe stato giustiziato immediatamente. Giurarono obbedienza tutti meno tre. Gano li fece legare. Quindi rese le armi agli altri. Nominò reggente del castello al suo posto il generale Sami, ordinando che gli obbedissero ciecamente ed ordinò che a nessuno, per nessun motivo, dicessero che cosa era accaduto, finché non avessero ricevuto ordini contrari.
Poi and a prendere Keli e gli propose di andar via con lui: "Il conte zio..." disse un po' incerto il ragazzo.
"Non dirà nulla, stai certo. Vuoi dunque venire con me?"
"Con gran gioia, principe..."
"Allora andiamo."
"Non prendo le mie cose? Non saluto..."
"Non serve. Vieni."
"Devo cambiarmi..."
"Vieni così, Keli. Questa notte sarai nel mio letto a castello. Avrai di che cambiarti lì".
Tutto era andato liscio come l'olio. Uscirono salutati dal connestabile, con tutti gli onori. Tornati a Suki, attesi due giorni secondo i piani, Gano vi lasciò Keli e ripartì per Noma. Anche qui furono accolti, all'inizio con una certa diffidenza. Ripeterono la storia delle armi, il conte fece presente che Granla era specializzato nella costruzione di armi. Gli dissero che, volendo creare modelli nuovi, era meglio affidare la lavorazione a gente non troppo legata agli schemi classici, gente giovane, che volesse sperimentare: se tutto andava bene, Noma avrebbe fatto affari, con le nuove armi. Il conte chiese di consultarsi con i suoi consiglieri, Gano accettò.
Questi dissero che era possibile, che si poteva tentare. Discussero, fecero presente che per iniziare quasi dal nulla una simile industria, ci sarebbero voluti parecchi fondi. Gano fece un cenno ed uno dei generali aprì una cassetta: era colma di lingotti d'oro. "Ecco, conte, questo, per cominciare, ti va bene?" chiese Gano con un sorriso. Il conte spalancò gli occhi e disse che certamente andava più che bene...
Anche qui vi fu una sontuosa cena, in cui il conte presentò la moglie, i suoi cinque figli, le sue due sorelle, un cugino... Gano, affabilmente, chiese se a castello c'erano altri parenti: solo il vecchio padre del conte che, gravemente infermo, non era potuto scendere. Gano chiese di salire a salutarlo. Il conte ne sembrò compiaciuto e lo accompagnò. Quindi Gano andò a dormire.
Il giorno dopo, dopo il pranzo, il conte volle portare Gano, Usae e Yude nel salone delle feste: "So che alle loro eccellenze non dispiace ammirare i bei ragazzi e mi sono permesso di offrirvi uno spettacolo riservato." disse facendoli sedere. Batté le mani ed entrarono sei giovani uomini vestiti da guerrieri e sei altri con strumenti musicali. Il conte spiegò: "Quello che vi voglio offrire, è una serie di antiche danze della mia gente: per iniziare una danza guerriera, poi una danza dei contadini ed infine una danza d'amore, ma leggermente modificate per compiacervi." disse con un sorriso malizioso. "Si dia inizio alle danze!" ordinò poi ai ragazzi.
La prima danza era bella, sottilmente erotica, e in un vorticare di spade, con salti, giravolte, metteva in risalto i bei corpi dei giovani, la loro virilità prorompente: i ballerini erano fra i sedici ed i ventuno anni, uno per anno, spiego il conte sottovoce a Gano, poi, indicandone uno, disse che a volte anche lui s'era compiaciuto di quel ragazzo. Durante la danza i sei ragazzi si erano tolte le armature e i loro corpi fasciati da abiti colorati mostravano ora le forme perfette.
Per la seconda danza i sei ragazzi restarono a torso e piedi nudi. Questa era una danza della festa del raccolto, spiegò il conte, in cui i giovani del villaggio cercano di rendersi desiderabili agli occhi delle ragazze. "Ora stanno cercando di rendersi desiderabili ai vostri occhi, come vedete..." aggiunse con un sorriso complice. In effetti la danza ora era più esplicitamente erotica, ed i tre ospiti ne erano visibilmente compiaciuti. Gano chiese al conte se quelle danze le facesse eseguire spesso... Il conte annuì: "Sì, per ospiti speciali come ora, o per alcuni amici, come il conte di Sote."
Per la terza danza i sei ragazzi restarono con solo uno stretto ed attillato perizoma indosso, generosamente rigonfio. Questa era una danza che i contadini eseguivano nelle feste nuziali: di solito tre ragazzi e tre ragazze, ma per l'occasione... disse il conte. In questa danza il contenuto erotico era esplicito: i ragazzi si toccavano, si allacciavano, simulavano amplessi... Gano chiese al conte se anche Sote amasse come lui i ragazzi, nonostante fosse sposato. L'altro rise annuendo: "Eccome. A lui piacciono maturi, virili, come quello... Infatti glielo riservo sempre quando viene qui..."
Terminate le danze Gano si complimentò e chiese se per caso anche i musici fossero disponibili per gli ospiti... Il conte annuì: certamente, disse ed aggiunse che se volevano sceglierne uno, o anche più di uno, per la notte... li fece sfilare davanti agli ospiti presentandoli per nome. Gano fece la sua scelta, poi anche Usae e quindi Yude. Il conte congedò i ragazzi ed assicurò i tre ospiti che quella notte i prescelti sarebbero stati loro.
Gano gli chiese come avesse scelto quei dodici giovani: il conte spiegò che era il frutto di tre anni di ricerche fatte per quello scopo da due suoi fidi cavalieri. Gano chiese di conoscerli e fu accontentato. Durante il pomeriggio discussero ancora sulle armi e sulla nuova industria, quindi andarono a letto.
Quando Gano entrò nella sua stanza, il ragazzo che aveva scelto era già lì ad attenderlo. Aveva diciotto anni, due occhi luminosi, e quando Gano iniziò a spogliarlo si accorse che era già eccitato. Lo portò sul letto ed iniziò a farci l'amore. All'inizio il ragazzo pareva un po' imbarazzato ma a poco a poco iniziò a rispondere con crescente passione e spontaneità.
La mattina dopo, Yude chiese sottovoce a Gano se se li sarebbero portati con loro. Gano gli rispose che senz'altro li avrebbero presi con loro, e che anzi, intendeva regalarli a Yude tutti e dodici. Ridendo andarono a proseguire le false trattative. Quando fu l'ora di pranzo, Gano chiese al conte di pranzare soli, lui con Yude e Usae e tutta la famiglia del conte. Questi accettò tranquillo. Quando furono nella stanza da pranzo, i generali si misero dietro le porte rimandando indietro i servi dicendo che avrebbero servito loro il cibo. Questi erano un po' stupiti, non sapevano se obbedire o no. Ma infine cedettero i vassoi ai generali. Quando i servi furono usciti, sparsero su tutti i cibi abbondante veleno, su ogni metà piatto, quindi entrarono.
Il conte fu stupito nel vedere i generali servire a tavola e Gano disse che era un segno di quanto lui stimasse il conte... I generali servirono il cibo, prendendone dalla parte avvelenata per il conte e la famiglia, dall'altra parte per Gano ed i suoi. Il conte brindò alla salute del principe, Gano a quella del conte, ed iniziarono tutti a mangiare. Il veleno era del tutto insapore, ma potentissimo: il primo a cadere fu la figlia minore del conte. Questi si alzò impallidendo e cadde una sorella del conte. Quindi un secondo figlio, poi la moglie. Il conte gridò sguainando la spada, ma cadde anche lui, mentre i generali immobilizzavano il cugino che ancora pareva non subire gli effetti del veleno. Ma poi cadde anche questi, come gli altri.
In breve erano tutti morti. Allora Gano salì ad uccidere il vecchio padre del conte, quindi scese nella sala comitale in cui frattanto i generali avevano radunato gli uomini del conte. Questi, alla notizia della morte del conte e di tutta la famiglia, quando Gano chiese loro obbedienza, si ribellarono, ma dopo una breve lotta furono sopraffatti dai generali ed uccisi. La lotta aveva richiamato altri uomini, ma Gano, uscito ad affrontarli, riuscì a convincerli che era meglio che deponessero le armi e che giurassero obbedienza. Di nuovo offrì loro la possibilità di giurare o lasciarsi imprigionare per un mese. Giurarono quasi tutti. Anche qui Gano lasciò un suo generale come reggente del contado e mise tutti ai suoi ordini.
Passati a prendere i dodici ragazzi, tornarono a Suki. Quindi ripartirono per Sote.
3.2: Elimina Sote e attacca l'Ottuplice Ordine
Gano aveva portato con sé un giovane soldato di notevole bellezza, con cui a volte lui si era divertito, spiegandogli che doveva fare l'amore col conte Sote per un paio di notti. Il soldato obbedì senza problemi.
Sote li accolse più o meno con la stessa diffidenza degli altri. Anche a lui fecero lo stesso discorso sulle armi. Quando Gano si accorse che la diffidenza del conte stava diminuendo, lo prese in disparte e, fattogli vedere il soldato che aveva portato con sé, gli disse che quello era un suo regalo personale... Gli occhi del conte si accesero di brama e chiese se era per sempre o solo per quei giorni. Gano, con un sorriso, rispose che poteva tenerlo presso di sé anche per tutta la vita...
A cena Sote gli presentò la moglie e il figlio. Gano si complimentò, poi chiese se c'erano altri parenti... Il conte disse che c'erano due suoi fratelli, ma che ora erano a caccia sui monti e che sarebbero tornati solo tre o quattro giorni dopo. Dopo la cena Gano chiese a Sote come avrebbe fatto per godersi il soldato che gli aveva portato senza che la moglie se ne accorgesse. Sote rispose che in realtà dormivano in camere separate ormai da anni... proprio perché lui voleva godere la sua libertà. Per questo, aggiunse, non voleva guardie nel corridoio delle loro camere e c'era una scala che collegava la sua camera con il guardaroba: di lì faceva salire i suoi amanti, la notte. Gano gli chiese se non era pericolosa la cosa... Sote sorrise: per questo, spiegò, nel guardaroba, di notte, dormivano quattro sui fedeli bene armati, che aprivano solo a chi conosceva la parola d'ordine, cioè ai suoi amanti, e che li perquisivano accuratamente prima di farli salire...
Bene, pensò Gano: quattro uomini nel guardaroba, quattro fuori della porta del corridoio delle stanze del conte e della sua famiglia... Facile come un gioco da bambini. Aspettò quella notte. Il giorno dopo chiese al soldato che parola d'ordine avrebbe dovuto dire la sera e come erano disposti i quattro uomini dentro la sala del guardaroba. Durante il giorno proseguirono le discussioni, passarono la giornata amenamente. A notte Gano divise i suoi uomini in due gruppi: Yude e Usae con sei generali avrebbero accompagnato il soldato al guardaroba e quando questi si fosse fatto aprire, avrebbero fatto irruzione dentro uccidendo le quattro guardie. Quindi, guidati dal soldato, mentre quattro restavano di guardia nel guardaroba, sarebbero saliti nella stanza del conte sorprendendolo ed uccidendolo. Frattanto Gano con gli altri generali si sarebbero presentati alla porta del corridoio chiedendo ai soldati di guardia di andare a svegliare il conte. Usae e gli altri, frattanto, dividendosi in due gruppi, dovevano cercare la stanza della moglie e del figlio del conte ed ucciderli. Gano e gli altri avrebbero ucciso i quattro uomini di guardia e quando dall'interno fosse stata aperta la porta, avrebbero portato i corpi nell'interno e richiuso la porta scendendo di nuovo dalla scala del guardaroba...
Andò tutto esattamente come previsto. A metà notte arrivò il cambio per i quattro soldati di guardia agli appartamenti comitali. Non trovandoli al loro posto, il capo dette l'allarme. Gano ed i suoi uscirono dalle loro stanze, armati, chiedendo che cosa stesse accadendo. C'era confusione. Gano, in qualità di principe, ottenne facilmente l'attenzione dei responsabili: ordinò che nessuno dovesse muoversi dai propri posti, mentre lui, con il connestabile ed i suoi generali, tentavano di capire che cosa stesse accadendo.
Salirono alla porta dell'appartamento comitale dove il connestabile, preoccupato, bussò senza ottenere risposta. Gano gli chiese se vi fosse un altro accesso all'appartamento comitale. Il connestabile esitò, poi per disse che sì, in realtà vi era una scala segreta nella stanza del guardaroba. Gano lasciò sei generali davanti alla porta comitale, scese con il connestabile e gli altri generali fino al guardaroba.
Quando entrarono il connestabile, visti i cadaveri dei quattro fidi del conte, impallidì e, guardando Gano disse: "È opera vostra, vero?"
Gano estrasse il pugnale e lo puntò alla gola del connestabile: "Certo. È inutile che continuiamo in questa finzione. Il conte, la moglie ed il figlio hanno fatto la stessa fine. Ora dobbiamo sistemare i due fratelli del conte."
"Non uscireste vivi di qui: gli uomini del conte lo vendicheranno..."
"Dimentichi che la metà dei soldati sono uomini miei, connestabile? Se vuoi evitare un massacro reciproco, ti conviene collaborare con me."
"Ma perché? Ditemi solo perché, signore..."
"Perché cospirava alle mie spalle, assieme a Noma e Granla, dopo che io ho dato loro questi feudi. Anche loro non ci sono più, comunque. Perché non ammetto che uomini miei tramino alle mie spalle."
"Capisco. Che cosa ordinate, principe?"
"Che non diciate nulla a nessuno, per il momento, che raduniate tutti gli uomini influenti che ci sono qui al castello, Voglio parlare loro. Vi aspetto nella sala comitale. Ma prima voglio da voi un giuramento che non tenterete di contrastare i miei ordini."
"Principe, avevo giurato fedeltà al conte..."
"Già, come lui l'aveva giurata a me. Cercando poi di tradirmi. Come aveva tradito prima il conte Noma."
"Io non sono abituato a tradire, Signore." disse con fierezza l'anziano connestabile.
"Per questo ti chiedo di giurarmi fedeltà."
"Non chiedetemi l'impossibile. Farò tutto quello che mi chiedete, principe, come me lo chiedete... ma dopo, permettetemi di togliermi la vita..."
"Se questo è il tuo desiderio... ma è un peccato perché mi piacerebbe averti al mio servizio: tu sei un uomo onesto..."
"Per questo, signore, non chiedetemi più di quello che posso fare."
"Che senso ha ucciderti, se ora mi obbedisci?"
"Signore... non posso macchiarmi del sangue dei fratelli del conte, perché è questo che avverrà dopo, no?"
"Sì, certo... ti capisco. Hai tutta la mia stima e il mio rispetto. Ma ora vai, fai quanto ti ho chiesto. Poi sei libero di concludere come hai deciso."
Gano attese, con i suoi, nella sala comitale. Iniziarono ad affluire gli uomini convocati dal connestabile, e si stupirono di trovare il principe seduto sul trono comitale. Per ultimo entrò il connestabile. Si inginocchiò davanti al principe: "Sono tutti qui gli uomini che volevate vedere, eccellenza. Permettete che ora... me ne vada?"
"Sì, certo." disse Gano guardandolo dritto negli occhi.
L'anziano uomo estrasse il pugnale, lo tenne puntato contro il proprio cuore e vi si gettò sopra trafiggendosi e morendo con un sussulto, senza emettere un solo lamento. Gli uomini adunati nella sala emisero una specie di grido strozzato, fermato da un gesto del principe che si alzò dal trono, s'accostò al corpo esanime e, toltosi il mantello, glielo stese sopra con un gesto di rispetto.
Quindi, risalito sul trono comitale, disse: "Questo era uno degli uomini migliori di tutte le mie terre. Pace all'anima sua. Vi chiedete il perché del suo gesto? Ve lo spiego: io sono venuto qui per punire il mio vassallo per aver tentato di tradirmi. E l'ho punito nell'unico modo possibile: prendendomi la sua vita, quella della moglie e quella del figlio. Il connestabile, pur riconoscendo il mio diritto di farlo, ha voluto seguire il suo signore. Me ne dispiace, ma lo ammiro. Avrei voluto che il conte avesse per me una pari fedeltà, non sarei stato costretto a questo passo. L'alternativa a quanto ho fatto sarebbe stata una guerra, in cui comunque avrebbe fatto la stessa fine, ma con lui anche tutti voi. Così ho preferito questa via. Con la morte del conte, siete sciolti dal giuramento che gli avevate fatto. Ora vi chiedo di consegnarmi le vostre armi."
Per un attimo nessuno si mosse. Poi uno si tolse la spada dal fianco ed andò a deporla ai piedi del trono. Allora tutti gli altri, ad uno ad uno lo imitarono.
Quando tutti furono disarmati, Gano disse: "Bene. Ora vi chiedo chi di voi vuole giurarmi obbedienza: ma ricordate, io sono un signore severo. Prima di giurare pensateci, non ammetto ripensamenti in seguito. Chi di voi non si sente di giurarmi obbedienza, non sarà punito per questo, sarà libero di lasciare le mie terre con la sua famiglia. Rispetto l'onestà, ma punisco il tradimento. Dunque, chi di voi è pronto a giurarmi fedeltà, ora, si inginocchi."
Si inginocchiarono in molti, solo in sette restarono in piedi. Gano li fece legare dai suoi generali: "Per ora sarete tenuti in custodia, per pochi giorni, poi sarete accompagnati ai confini delle mie terre con le vostre famiglie. Non temete, nessuno vi farà del male, avete la mia parola. Quanto a voi, riprendete pure le vostre armi, ve le affido di nuovo e vi confermo al vostro precedente posto. Il generale Tannj sarà il mio reggente in questo castello: prenderete ordini da lui in tutto e per tutto. Domani vi riunirete con il generale Tannj. Ci tratterremo qui a castello ancora pochi giorni. Ora potete andare..."
Gano chiamò il soldato e lo fece andare nella sua stanza: aveva bisogno di rilassarsi un po', prima di dormire. Dopo averci fatto l'amore gli chiese: "Dimmi un po', com'era il conte?"
"A letto, volete dire?"
"Sì..."
"Passivo."
"Vuoi dire che gli piaceva farselo mettere?"
"Non solo quello, passivo, nel senso vero della parola: si stendeva e lasciava fare tutto a me... inerte..."
"Ma... veniva?"
"Sì, appena ha sentito godere me in lui, senza toccarsi. Non mi era mai capitato niente del genere, prima."
"Non è stato molto piacevole, allora..."
"Non molto, principe... Ma mi avete ripagato voi ora..."
"Anche se hai dovuto accogliermi?"
"Certo, anche. Perché in voi c'è vita, fuoco, passione..."
"Sei un adulatore, tu."
"No, principe, io preferisco metterlo che prenderlo, onestamente, eppure preferisco essere preso da uno come voi piuttosto che metterlo a uno come il conte..."
Quando i due fratelli del conte tornarono a castello, appena scesi da cavallo furono accompagnati senza spiegazioni sotto scorta in una stanza. Qui furono pugnalati.
Gano allora rientrò al castello Suki. I suoi uomini, rientrati dai confini, dissero che nessun messo era stato mandato da nessuno dei tre castelli. Gano allora, presa una mappa dei suoi territori, pianificò lo sterminio dei monasteri. Sulla mappa, per ognuno dei monasteri scrisse in rosso il numero dei monaci che vi erano: negli undici territori che erano in mano sua, escludendo il territorio della capitale e quello di Yomi in cui era l'Ottagono, c'erano 59 monasteri, con un totale di circa 9620 monaci variamente suddivisi: dalla ventina dei monasteri piccoli ai quasi quattrocento monaci dei più grandi. Calcolando per sicurezza 4 uomini per ogni monaco, per assalirli tutti contemporaneamente doveva dislocare 40.000 uomini, cosa possibile ma difficile.
Decise quindi di procedere in tre tempi: usando solo quindicimila uomini per l'operazione "pulizia". Prima avrebbero soppresso i monasteri di Siba, Gami, Sote e Noma; poi quelli di Rass, Eki e Assa; infine quelli di Granla, Ina, Seko e Noch. Se tutto andava bene, in pochi giorni, due o tre settimane al massimo, avrebbe finito. Ma molto presto, appena inevitabilmente all'Ottagono avessero saputo della cosa, ci sarebbe stato da affrontare l'Ottagono stesso.
Usae fece presente che probabilmente l'Ottagono si sarebbe coalizzato con Keta, Soga e Suna. Keta era il più temibile, con le sue navi e quelle dell'ordine avrebbe certamente assalito le coste di Siba per impadronirsi di Suki. Perciò propose che Gano trasferisse il suo quartier generale da Suki al castello grande di Granla: lontano dalle coste, vicino alla capitale.
Studiarono bene i tempi per i vari spostamenti, cercando di limitarli al massimo. Quindi, in gran segreto, trasferì il proprio quartier generale a Granla, lasciando a Suki un generale reggente. Il 19o giorno del 5o mese del 1472 iniziarono gli attacchi contemporanei ai monasteri della prima area, al tramonto. Alcuni monasteri caddero subito quasi senza resistenza, altri invece furono teatro di lotte furibonde, ma i monaci soccombettero tutti, senza nessun superstite e con pochissime perdite fra gli uomini di Gano. Il 24o giorno accadde la stessa cosa nella seconda zona. Ma frattanto gente che abitava accanto ai monasteri della prima zona, trovati i monasteri grondanti di sangue e di cadaveri o in fiamme, corse ad avvertire l'Ottagono. Il 29o giorno ci fu l'attacco ai monasteri della terza zona: qui le battaglie furono più cruente, perché alcuni monasteri erano stati avvertiti poco prima, ma anche questi soccombettero.
L'Ottagono immediatamente mandò messaggi a tutti i signori dell'impero chiedendo una sollevazione generale contro Gano, definito ora nemico dell'ordine e dell'Impero. Essendo la maggioranza dei monaci di famiglie nobili o guerriere, alte proteste e forti pressioni furono esercitate sull'imperatore, che alla fine dichiarò Gano fuorilegge. Gano scese in forze sulla capitale e l'imperatore e la nobiltà fuggirono spaventati, rifugiandosi soprattutto a Suna o nei vari feudi. Gano dichiarò decaduto l'imperatore, nella fuga infatti non aveva peso le quattro regalie, simboli del potere imperiale: la corona d'oro, la spada d'argento, la scure di bronzo e la falce di rame, che ora erano in mano di Gano. Questi non pensò neppure un attimo di attribuirsi il titolo di imperatore, ma, avendo nelle proprie mani il nipote dell'imperatore, un ragazzino di undici anni di nome Nazuno, lo fece imperatore. Per l'incoronazione di un imperatore dovevano essere presenti almeno dodici nobili in persona. Gano, a parte il territorio imperiale e contando il territorio di Yomi che in realtà non era completamente e sicuramente nelle sue mani, ospitando nella parte più meridionale l'Ottagono, e includendo il territorio di Noch in cui c'era Kiai, poteva dire di rappresentare dodici signorie.
La cosa era arrischiata, ma per Gano era più simbolica che altro. Così Nazuno fu incoronato ventiduesimo imperatore. Ma dopo l'incoronazione a palazzo imperiale, Gano lo fece subito portare, con le regalie, al castello di Granla: la capitale era tutt'altro che sicura, facilmente raggiungibile dalle navi armate dell'Ottagono risalendo il fiume...
3.3: La capitolazione dell'Ottagono
All'appello del vecchio imperatore e dell'Ottagono risposero diciotto delle ventiquattro signorie, ma quelle che realmente si impegnarono furono il duca Daket, il principe Keta, il principe Soka, il principe Suna, il duca Ikoi e il conte Rimo. Daket nell'11o mese si mosse a nord alla testa di 30.000 uomini, invadendo la parte meridionale di Assa e dirigendo sulla capitale.
Gano e Usae cercarono di fermarlo alle porte della capitale, ma dovettero presto ritirarsi e solo per poco lo stesso Gano sfuggì alla cattura e dovette cercare rifugio a Granla. Kiai, come generalissimo, cercò di interporsi proponendo un compromesso, ma la sua opera fu rifiutata sia da Gano che da Daket. Anzi, Daket, con la scusa di difendere il debole Kiai, invase il Noch. Qui obbligò Kiai ad emettere un documento contente accuse contro Gano: di tradimento, di indebite ingerenze politiche nell'opera del generalissimo, di massacro e così via. Gano, quando seppe la cosa, montò in collera nei confronti di Kiai e giurò di vendicarsi. Fece emettere dall'imperatore fanciullo un documento in cui deponeva Kiai dalla carica di generalissimo.
Nel 1o mese del 1473 Daket sferrò un attacco contro Granla ma le condizioni atmosferiche resero estremamente difficili le sue manovre e dovette ritirarsi fino alla capitale. Frattanto Kiai, deluso dall'ultima mossa di Gano contro di lui, si era messo a girare le varie province per raccogliere fondi per la guerra contro Gano. Questi, a sorpresa, passando per Seko, sferrò un attacco al castello di Kiai in Noch e lo incendiò, ritirandosi poi subito.
Nel 6o mese Kiai riuscì convincere il principe Suna a fornirgli uomini ed armi e il conte Rimo a finanziare la spedizione, quindi marciò su Ekin, dove era Yude. Ma frattanto anche Gano si era dato da fare: armato di tutto punto, scese di nuovo sulla capitale e costrinse Daket alla fuga. Yude da parte sua riuscì a bloccare Kiai ed a respingerlo. Nell'8o mese Gano aveva ripreso possesso di tutto il territorio di Assa, del territorio della capitale e di Noch in modo saldo e aveva potuto permettere ai suoi fanti-contadini di fare un ottimo raccolto. Gano nel frattempo fece sopprimere anche tutti i monasteri nel territorio della capitale ed emise un decreto che definiva come traditore e quindi passabile per le armi senza processo chiunque, fra i piccoli proprietari, fosse stato trovato in possesso delle lettere di salvacondotto dei monasteri.
Nel 7o mese del 1474 passando per Assa e per Ekin attaccò il duca Misaga, fratello del Principe dei monaci. Questi all'inizio oppose una fiera resistenza, tenendo in scacco Gano per parecchie settimane, ma Yude era andato nell'isola Rone, divisa in due contee, ed aveva convinto i due conti ad attaccare dal mare Misaga. Le forze di Misaga si asserragliarono nei due maggiori castelli del ducato, lasciando praticamente indifeso il resto del territorio. I due castelli erano sovraffollati, in uno c'erano 9000 uomini e nell'altro 11.000. Fu una mossa assurda, una specie di suicidio. Gano infatti fece cingere d'assedio i castelli. A parte che presto iniziarono a soffrire la fame, Gano fece abbattere tutti gli alberi di conifere dei boschi circostanti, facendo lavorare senza sosta sia la gente del luogo che i propri uomini e fece portare i tronchi tutto attorno ai due castelli formando grandi pire addossate alle mura, quindi, nell'8o mese, in periodo di piena siccità e con un calore fortissimo, fece incendiare le pire, arrostendo praticamente vivi gran parte degli assediati.
Quindi, lasciando quella terra devastata, senza preoccuparsi neppure di occuparla, andò ad attaccare l'Ottagono. Attacchi e contrattacchi all'Ottagono continuarono senza sosta per tutto il 1474 e il 1475, ma l'Ottagono resisteva saldamente, poiché riceveva via mare oro, grano, orzo, olio, tessuti e viveri da parte dei vari monasteri.
Frattanto però Daket era penetrato fino in Seko dove si stava scontrando con Usae che era in crescenti difficoltà. Gano allora risalì rapidamente a nord. Yude s'era spostato a Granla, dove le nuove armi erano state messe a punto. Daket, che ora doveva lottare su due fronti, mise in atto la tecnica tradizionale del quadrato: al centro la cavalleria, circondata su quattro lati da fanti, avanzava in una delle quattro direzioni, proteggendo contemporaneamente il retro ed i fianchi; gradualmente la fila di fanti nella direzione di marcia passava dietro e la cavalleria attaccava in massa a cuneo, per poi tornare nel quadrato che la riassorbiva.
Ma i soldati di Gano, più leggeri, scartavano velocemente lasciando passare la carica, per poi contrattaccare nella fase di rientro. Queste tecniche contrapposte non davano né grandi vantaggi né grandi svantaggi, sembravano più temporeggiatrici che altro. Ma Gano aveva ricevuto un messaggio da Usae e perciò usava questa tecnica. Le armi portate da Usae erano di due tipi: una balestra a ripetizione che inviava raffiche di cinque frecce e grandi rotoli di filo spinato.
Se con un arco tradizionale era piuttosto difficile colpire di lato un cavallo al galoppo, con le balestre era quasi sicuro. Inoltre stendendo i grandi rotoli di filo spinato, quando i cavalieri, non conoscendo la cosa, avessero pensato di saltarli come si saltano cespugli, si sarebbero trovati intrappolati nelle elastiche spire pungenti che laceravano i garretti dei cavalli.
Gano fece stendere le spire di filo spinato durante la notte e le fece coprire con lievi ramoscelli, quindi appostò dietro di queste a poca distanza i balestrieri. Quindi con i fanti stuzzicò il quadrato provocandone la reazione attesa: il quadrato si aprì, la cavalleria attaccò ed i fanti di Gano si ritirarono rapidamente. La carica della cavalleria trovò gli inattesi cespugli dietro cui aspettavano immobili altri fanti. Saltarono e caddero in trappola. Le balestre dai lati tirarono e la cavalleria fu pesantemente falciata. Frattanto altre lunghe spire di filo spinato, tese fra due coppie di cavalli in corsa, avvolsero i fanti della retroguardia. Quelli che sfuggivano, erano attesi dalla fanteria di Gano e quelli che tentavano di fuggire in direzione opposta erano incalzati dalle truppe di Usae.
Daket fece suonare la ritirata, e riuscì in qualche modo a fuggire rientrando nelle sue terre, inseguito a lungo dagli uomini di Gano che gli inflissero altre perdite. Ma Keta si stava muovendo, dalla sua isola di Fago, via mare, per invadere Siba. Gano mandò Yude con le nuove armi ad intercettarlo, lasciò Usae a controllare Seko e lui, con i suoi uomini scese fino a Yami per riprendere l'assedio dell'Ottagono che frattanto aveva ricevuto rinforzi dalla grossa comunità di monaci rossi del ducato di Ikie. Il duca Enshi decise di entrare in battaglia contro Gano nel 10o mese dell'anno, ma quando stava per muoversi un'abbondante e lunga nevicata lo convinse ad attendere il bel tempo.
Quando, nella primavera seguente Enshi stava per muoversi di nuovo, morì improvvisamente per un'emorragia, all'età di ventotto anni. Il figlio aveva solo tredici anni e subito fra i fratelli si aprì la lotta per la successione. Frattanto Kiai non aveva cessato di girare di provincia in provincia per ottenere rinforzi per la guerra contro Gano. Il suo antico amore s'era tramutato in feroce odio.
Chi anche s'era messo a girare era Meta, che su suggerimento di Yude, aveva iniziato a cercare aiuto fra i pirati che spesso attaccavano le coste nordovest dell'impero: questi avevano navi leggere, ma rapide e bene armate ed erano più che forti nelle battaglie di mare. Meta li convinse di due cose: prima, che dovevano coalizzarsi per competere con le navi dell'Ottagono o di Keta, e, secondo, che avrebbero potuto avere notevoli bottini. Nella primavera del 1476, quando le navi di Keta stavano per sferrare il secondo attacco contro Siba (il primo era stato respinto da Yude grazie alle nuove armi) appoggiate questa volta dalle navi dei monaci, alle loro spalle, doppiata l'isola di Fago, comparvero le navi dei pirati. Specialmente le navi dei monaci, che pur essendo armate erano soprattutto navi da trasporto e perciò lente e difficilmente manovrabili, si trovarono in difficoltà. I leggeri vascelli dei pirati le raggiunsero e le abbordarono. La battaglia infuriò sulle grandi navi, e prima che le navi di Keta, girate le prue, potessero arrivare in loro soccorso, i pirati avevano vinto la resistenza dei monaci, saccheggiato le navi, le avevano incendiate ed erano filati via veloci col loro bottino. Le navi di Keta decisero di tornare all'isola Fago.
Gano, approfittando del fato che Daket ancora si leccava le ferite e che in Enshi infuriava la battaglia per la successione, decise di sferrare l'attacco decisivo all'Ottagono che era difeso da 15.000 monaci guerrieri e loro alleati. Scelse i più agili fra i suoi fanti leggeri, formando un corpo di 3000 uomini. Nel 3o mese del 1477 radunò i suoi generali nella capitale, dove aveva fatto tornare il giovane imperatore, e stese un piano temerario: uno dei sostegni maggiori all'Ottagono era il forte monastero di Ikie, sulla punta meridionale dell'impero. Raggiungere Ikie dalla parte ovest era difficile: anche se avrebbe potuto superare facilmente Enshi in cui era divampata la guerra civile ed altri territori, restava da passare Suna con le sue formidabili difese, ricchezza di uomini, armi e mezzi. Gano ancora non si sentiva pronto. Decise che avrebbe raggiunto Ikie dalla costa Est: doveva traversare sei territori nemici, ma o lottando o scendendo a patti era sicuro di poter passare: nessuno di questi era veramente temibile. Avrebbe passato i monti ad Assa, scendendo ad Ekin e poi lungo la costa.
Ma proprio in questa occasione sentì l'importanza di avere una forte flotta. Mandò di nuovo Meta a contattare i pirati: per che prezzo avrebbero insegnato agli uomini di Gano a costruire e governare il loro tipo di navi? Lasciò Usae a guardia della capitale e dei territori, portò con sé Yude. Scese ad Elkin, occupò la devastata Misaga, quindi, ottenuto il permesso di passare nel territorio del principe Waka, affrontò il duca Ikoi e, sconfittolo, lasciò Yude per completare l'occupazione. Il duca Yaha preferì lasciarlo passare e così anche il principato che ancora lo divideva da Ikie. Quindi piombò in Ikie e, dopo soli dieci giorni di battaglia, distrusse il monastero, massacrando tutti i monaci. Impadronitosi del loro cospicuo tesoro, riprese a tappe forzate la strada del ritorno, pagò con parte del tesoro un'indennità ai signori che gli avevano permesso il passaggio, lasciò ad Ikioi un suo generale con una forza di poche migliaia di uomini, e con Yude, tornò alla capitale. In tutto ci aveva messo due mesi.
Questa impresa di Gano gettò nel terrore il conte Rimo che sollecitò Suna, Soka e Keta a smetterla di tentare spedizioni solitarie contro Gano, ad unire tutte le forze sotto un unico comando e marciare in forze nel cuore dei territori di Gano. "Se non saremo uniti, scrisse il conte Rimo, cadremo tutti ad uno ad uno nelle mani del traditore!" Anche i vari monasteri sparsi nelle signorie, temendo di fare la stessa fine degli altri, sollecitavano i rispettivi signori ad unirsi in una effettiva coalizione.
Chi anche risentì di questo colpo di mano del principe Gano fu l'Ottagono, a cui venne a mancare uno dei più formidabili sostegni. Quando poi comparvero di nuovo le navi dei pirati a pattugliare il cosiddetto Mare Interno, su cui si affacciava l'Ottagono, il Principe dei monaci capì che i loro rifornimenti via mare erano di fatto preclusi. Gano, con i suoi 3000 fanti scelti, aveva adottato una tecnica diversa nei suoi assalti all'Ottagono. Lasciando il grosso delle truppe a continuare l'assedio e a tenere occupati i difensori su tutto il perimetro, assaliva un piccolo settore per volta delle difese esterne, facendolo cadere nelle sue mani. Gli assediati, frattanto, stavano esaurendo le scorte di viveri ed anche di armi da lancio.
Allora Gano fece recapitare un messaggio al Principe monaco in cui diceva che, se capitolava, avrebbe risparmiato la vita di tutti i monaci che volevano seguirlo e lo lasciava libero di scegliere dove rifugiarsi. Il Principe monaco radunò il gran consiglio degli otto ordini quindi chiese di poter inviare messaggi ad alcuni signori chiedendo ospitalità. Gano pretese di leggere i messaggi, quindi, visto che non contenevano altre richieste li lasciò partire.
Sige, Keta, Suna e Rimo offrirono tutti ospitalità ai monaci. Allora il Principe monaco si arrese a Gano e l'Ottagono capitolò dopo anni di guerra. Il Principe Monaco andò a Suna, dove c'era già il vecchio imperatore; gli altri monaci e seguaci si dispersero nelle varie signorie che avevano offerto loro ospitalità.
Gano così poté impossessarsi completamente Yomi e di qui decise di dare il colpo finale a Enshi e Dake. Il conte Ario, che aveva il territorio a monte di Dake, si sottomise volontariamente a Gano. Nel 1480 Gano era arrivato ai confini del fiero principato di Suna e controllava direttamente o per alleanze diciassette province dell'impero. Essendo alleato ad Ario, era anche ai confini col sempre più impaurito Rimo da cui lo divideva solo un passo montano.
Frattanto Meta era tornato con alcuni tecnici navali dal paese dei pirati. Questi furono accolti con tutti gli onori dall'imperatore giovane, quindi installati nel porto di Ikoi, dove misero in piedi un cantiere.
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