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una storia originale di Andrej Koymasky


pin L'IMPERO SCOMPARSO CAPITOLO 6
MORTE DI USAE E ASCESA DI YUDE

6.1: Contatti con i barbari


Comparvero di nuovo i barbari. Questa volta erano un po' più numerosi della seconda volta. Si fermarono di nuovo a distanza. Meta formò un gruppo composto dello stesso numero di uomini e scese loro incontro fermandosi ad una certa distanza dai barbari e gridò una frase di benvenuto. Con sua sorpresa questa volta uno dei barbari, in un linguaggio quasi comprensibile, chiese chi fossero e cosa fossero venuti a fare. Meta disse che voleva parlare di quello, chiedeva con chi poteva parlare.

Dopo lunghe trattative, alcune volte faticando a capirsi, decisero che Meta con un uomo, disarmati, si sarebbero incontrati con il barbaro che poteva comunicare con loro ed un loro capo per parlare, mentre gli uomini armati delle due parti restavano a pari distanza, di guardia.

I barbari sapevano dello sbarco delle truppe e delle feroci battaglie. Meta spiegò loro che l'impero aveva bisogno di terre e fece presente che in quella parte del territorio c'era abbastanza spazio per tutti: se si fosse lottato, l'impero aveva abbastanza forze per prendersi tutto il territorio sterminando le popolazioni che ora l'abitavano. Se invece si giungeva ad un accordo, potevano convivere in pace. Il capo barbaro rispose che sarebbe stato difficile evitare la guerra, come era difficile evitarla fra le loro tribù. E che l'arrivo di un popolo potente e numeroso avrebbe comunque significato la loro fine. Discussero a lungo. Alla fine Meta propose un accordo: si sarebbe stabilita una linea nella valle: né i barbari potevano passarla senza il permesso di Meta né gli uomini di Meta senza il permesso dei barbari. Avrebbero posto sentinelle lungo la linea.

Quindi Meta chiese al barbaro che faceva da interprete come mai parlasse la loro lingua. Questi ripose che in passato avevano preso prigionieri alcuni pescatori naufragati da quelle parti e da questi aveva imparato le parole che sapeva. Meta allora gli propose di fermarsi con loro per imparare meglio la loro lingua ed insegnare loro la lingua dei barbari. L'uomo parlò con il capo che dette l'assenso, ma chiese in ostaggio un soldato. Meta, pensando che i suoi uomini, tutti a coppie, non avrebbero voluto essere separati, chiese allora di effettuare lo scambio con due uomini anziché uno.

Così una coppia di soldati volontari scese a valle con i barbari e l'interprete con un altro uomo salirono con Meta al campo. Meta aveva detto ai due volontari di cercare di imparare la lingua dei barbari e di osservarne attentamente gli usi e costumi, le abitudini eccetera. Nello stesso tempo lui avrebbe cercato di ottenere dall'interprete più informazioni possibili.

La costruzione del muro di valle e delle prime abitazioni portò via quasi tutti i mesi buoni dell'anno ed anche la costruzione delle terrazze di terreno coltivabile. Da Ganer ottennero le armi richieste, ed altro materiale. Frattanto anche in tutta la zona conquistata sull'altro versante era tutto un fiorire di attività e di lavori e stavano arrivando le prime famiglie dei coloni.

Meta aveva messo un certo numero di soldati ad imparare sistematicamente la lingua dei barbari ed ad insegnare la loro. Ogni giorno dedicava un po' di tempo a parlare con Groth, l'interprete. Questi era stupito che non avessero donne con loro e chiese come facevano senza donne. Meta rispose che gli uomini del suo gruppo facevano sesso fra loro e chiese se questo non avveniva fra la sua gente. Groth rispose che capitava anche, a volte, soprattutto fra giovani, ma che loro erano tutti sposati. Meta gli chiese se a loro due non mancavano le loro donne. Groth rispose di sì, ma che sarebbe tornato un giorno al suo villaggio. Groth era interessato dalle loro armi, dalle loro tecniche costruttive e faceva mille domande.

Meta cercò anche di convincere Groth sulla bontà di fondersi con l'impero: cercò di fargliene vedere tutti i vantaggi. Ma Groth rispondeva sempre che loro erano uomini liberi, che dovevano obbedienza e lealtà solo alla loro tribù. Meta rispose che l'impero era come una grande tribù, e che anche loro nell'impero erano uomini liberi. Groth ribatté che nella loro tribù si conoscevano tutti e che non dovevano obbedire ad ordini di un uomo che non conoscevano.

Meta allora cercò di fargli capire i vantaggi di una grande organizzazione e come dimostrazione gli portò proprio l'esempio dell'esercito che aveva strappato alle tribù della costa la loro terra: quale tribù avrebbe potuto costruire le grandi navi, avere miniere e fonderie, tessere tessuti belli e ricchi come i loro, costruire attrezzi come quelli che usavano i suoi uomini?

Questo sembrò convincere almeno in parte Groth. Ma fece un'osservazione che fece capire a Meta l'intelligenza dell'uomo: non è facile cambiare abitudini di generazioni nell'arco di una generazione. Meta gli rispose: io e tu siamo quelli che possono dare inizio a questo cambiamento...

Quando si avvicinò l'inverno, Meta un giorno propose a Groth di tornare al proprio villaggio. Questi disse che bisognava far avvertire il capo perché mandasse su i due ostaggi. Meta gli rispose che si fidava di lui e che perciò non era necessario. Tornasse al villaggio e qui giunto facesse rilasciare i due ostaggi. Groth sembrò impressionato di questo atteggiamento, e dette la sua parola a Meta che i suoi due uomini sarebbero tornati.

Pochi giorni dopo, infatti, i due tornarono sani e salvi. Avevano imparato la lingua dei barbari abbastanza, un po' più degli uomini che l'avevano imparata al campo. Portavano una serie di informazioni, di impressioni. Nel complesso i due avevano una certa ammirazione per i barbari. Erano stati trattati bene, anche se, specialmente all'inizio, con una certa freddezza.

Spiegarono anche che i tre villaggi a valle appartenevano alla stessa tribù, i Porls, che una volta vivevano sulle rive del mare ma erano stati cacciati all'interno da una tribù più forte circa venti anni prima. I Porls erano allevatori ed agricoltori, ma avevano anche diverse attività artigiane.

L'anno seguente Groth tornò con un altro compagno e Meta mandò altri due volontari a vivere con i Porls. Frattanto costruirono i due muri che salivano verso monte ed altre abitazioni per i soldati. Iniziarono a coltivare i campi e portarono da Ganer le prime coppie di animali da allevare: polli, conigli, porcellini d'india e oche.

Nel 5o mese arrivò una delegazione di barbari per parlare con Meta: era accaduta una cosa di cui il capo era profondamente spiacente e scosso; una tribù nemica aveva attaccato i villaggi dei Porls: li avevano respinti, ma nella battaglia uno dei due soldati di Meta era stato ucciso, l'altro, gravemente ferito, giaceva nel villaggio dove lo stavano curando. Perciò, tradusse Groth, Meta ora aveva diritto di uccidere uno dei suoi ostaggi ed anche l'altro se il soldato fosse morto. Meta rispose che non avevano ucciso loro il soldato e che perciò lui non si sarebbe preso la vita di un Porls. Ma ne approfittò per dire al capo: se tu ci avessi avvertito, potevamo venire a combattere al tuo fianco. Difendere questa valle è interesse tuo quanto nostro. Perché non possiamo essere amici, alleati?

Groth da parte sua disse al capo che secondo lui potevano fidarsi di quegli stranieri, e che un'alleanza avrebbe resa più sicura la loro valle. Il capo non rispose. Meta chiese se poteva scendere a visitare il soldato ferito. Il capo disse di sì e gli garantì sicurezza, dicendogli che lui sarebbe rimasto lì come ostaggio. Meta gli rispose che dovevano imparare a fidarsi l'uno della parola dell'altro e che quindi sarebbe andato da solo.

Quindi scese con la delegazione del capo, affidando ad uno dei capisezione il comando in sua assenza. Si fece solo accompagnare da un soldato che parlava la loro lingua come interprete. Per l'occasione indossò gli abiti di corte: voleva lasciare una buona impressione nella gente del villaggio.

Il soldato era cosciente e confermò che le cose erano andate come aveva detto il capo. Disse che lo stavano curando bene e che preferiva restare nel villaggio finché fosse guarito. Il capo lo ospitò nella sua capanna e gli fece conoscere la sua famiglia. Mentre usciva dalla capanna del soldato ferito, il terzo figlio del capo, un ragazzo di ventuno anni di nome Khnis, gli andò accanto.

"Tu sei il suo capo?" chiede il ragazzo.

"Sì, sono io." rispose Meta senza poter evitare di ammirare i bei pettorali del giovane.

"È vero che voi non vi potete sposare?"

"No, non è esatto: se uno di noi volesse sposarsi, può farlo."

"Ma non è obbligato, no?"

"Certo che non è obbligato."

"E se preferisce stare con un uomo, può starci, vero?"

"Certamente."

"Il suo amico morto era il suo amante, mi ha detto lui."

"Esatto."

"E lo sapevate tutti."

"Sì, certo. Tutti i miei uomini hanno un amante."

"Quindi anche tu."

"No, io no."

"Tu sei sposato?"

"No, sono solo."

"Come mai? Non ti piacciono gli uomini?"

"Sì... certo che mi piacciono." rispose sorridendo Meta pensando che Khnis gli piaceva molto.

"Allora?" insisté il giovane.

"Una delusione: il mio precedente amante mi ha tradito, è andato con un altro uomo. Lo amavo molto, non mi aspettavo una cosa del genere e... E poi, ora sono troppo vecchio per ricominciare. A chi vuoi che interessi un vecchio come me?" disse con una certa amarezza Meta. Ma poi gli chiese: "Come mai mi fai tutte queste domande?"

"Io... fra poco devo sposarmi. E non voglio, ma se resto qui dovrò farlo. Allora pensavo: se tu mi accettassi fra i tuoi uomini..."

"Ma... hai un amante, tu?"

"No, molti amici con cui... sai, fin da ragazzi, qualche volta si scopa fra noi. Ma poi ci si sposa, ci si deve sposare. Gli altri sembrano contenti, ma io... Non puoi prendermi fra i tuoi uomini? In cambio di quello morto?"

"Vuoi diventare il suo amante?" chiese Meta indicando la capanna.

"Non lo so ancora, suo o... siete in molti..."

"Gli altri sono tutti in coppie, però non è detto. A volte le coppie si rifanno anche. E tu sei un gran bel ragazzo, potresti piacere a molti."

"Allora, mi prendi?"

Meta lo guardò pensieroso: "Accetteresti di seguire tutte le nostre regole?"

"Sì, certo. Groth dice che si sta bene, da voi."

"Ti ha detto che c'è una disciplina ferrea, da noi?"

"Sì, ma in fondo anche qui. Mi prendi con voi?"

"Se tuo padre sarà d'accordo, io non ho nessun problema a prendere te, o altri ragazzi come te." disse Meta pensando che tutto sommato sarebbe stato un arricchimento avere gente del luogo nell'esercito.

Il giovane annuì soddisfatto. Disse che avrebbe parlato col padre e salutò Meta. Più tardi il capo del villaggio parlò con Meta. Gli disse che suo figlio Khnis si offriva di andare al campo dei soldati imperiali, per sempre, in cambio del soldato morto. Chiese a Meta se accettava. Meta disse subito di sì, che gli stava bene.

Khnis allora si ripresentò a Meta, sorridente: "Che cosa devo fare per diventare uno di voi?"

"Nulla di speciale: dovrai giurare obbedienza all'imperatore nelle mie mani, poi avrai una uniforme e comincerai la vita regolare dei nostri soldati."

Khnis giurò solennemente nelle mani di Meta obbedienza all'imperatore ed ai suoi rappresentanti. Quindi, quando Meta disse che sarebbe tornato al campo, lo accompagnò, portando le sue armi e pochi oggetti personali. Tornati al campo, Meta fece dare a Khnis una uniforme e lo affidò ad una decina perché lo addestrassero alla vita militare. Per prima cosa doveva imparare la lingua dell'impero.

Alcuni giorni dopo, incontrando Khnis che lavorava con un gruppo di soldati, gli chiese come andava. Il giovane sembrava allegro e soddisfatto. Gli chiese se avesse trovato già un amante, ma il giovane disse di no: aveva fatto l'amore con diversi uomini, ma non aveva ancora trovato un amante.

Poi il giovane chiese a Meta: "Io non ti piaccio?"

"Tu? Sì, sei un gran bel ragazzo, mi piaci."

"Allora, non faresti l'amore con me?" chiese Khnis tranquillamente.

Meta non si aspettava una simile offerta, ma rispose sorridendo: "Certo che lo farei, volentieri."

"Allora, questa notte, posso venire a dormire nella tua stanza?" chiese il ragazzo immediatamente.

"Sì..."

A notte Khnis gli si presentò: "Eccomi." disse semplicemente.

Meta lo accolse con un sorriso e lo portò nella propria camera.

Mentre si spogliavano, il giovane disse a Meta: "I tuoi uomini sanno fare l'amore meglio di noi ragazzi del villaggio: mi hanno insegnato un sacco di cose. È bello stare qui con voi."

"Sono contento che ti piaccia." disse Meta ammirando il bel corpo nudo del giovane ed iniziando a carezzarlo. Lo tirò con sé sul letto e Khnis lo abbracciò stringendoglisi contro con desiderio. Meta lo baciò e l'altro rispose con passione al bacio.

Eccitati, si intrecciarono, si cercarono, palparono, baciarono, carezzarono, leccarono per tutto il corpo e a Meta piaceva l'espressione gioiosa ed appassionata del giovane, il suo corpo perfetto, muscoloso ma snello, la sua virilità prorompente ma dolce. "Che cosa ti piace fare?" gli chiese in un sussurro pieno di desiderio.

"Tutto." rispose con l'entusiasmo del neofita Khnis.

"Anche a me... e allora... facciamo tutto!" disse Meta stringendolo a sé e carezzandolo voluttuosamente.

La fresca e dolce virilità con cui il ragazzo si dedicò a dargli piacere, il modo appassionato con cui gli si offrì e poi lo prese, dettero a Meta la sensazione di essere tornato agli intensi giorni della sua gioventù...

Quando infine giacquero ansanti e soddisfatti, guardandosi con occhi luminosi, Khnis mormorò: "È proprio giusto che sia tu il capo: sei il migliore di tutti, anche a fare l'amore. È stato molto, molto bello."

"Anche a me tu sei piaciuto molto, Khnis."

"Allora... potrò tornare da te domani?"

"Se tu lo vorrai, Khnis, io ne sarò più che lieto."

"Posso restare a dormire qui, ora?"

"Certamente."

La mattina, quando Meta si svegliò, guardò lo splendido corpo nudo del giovane steso accanto a sé, ancora immerso nel sonno, e notò che aveva la classica erezione mattutina. Si accese subito di desiderio, lo svegliò baciandolo e carezzandolo dolcemente, e quando il giovane lo guardò con un sorriso, ripresero a fare l'amore con passione.

Mentre si rivestivano Meta pensò che da tanto non si sentiva così pieno di vigore la mattina appena alzato. Si sentiva proprio bene.

Quando il giovane lo salutò dicendogli: "A stasera, allora?"

"Sì certo, a stasera, Khnis." rispose con un sorriso dolce Meta pensando che Khnis era un gran bel nome.

Il giovane tornò da Meta una sera dopo l'altra, e man mano che imparavano a conoscere l'uno il corpo dell'altro, passavano notti sempre più appassionate assieme. Meta era conquistato dalla freschezza del giovane, dalla sua schietta naturalezza, dall'intensa passione con cui faceva l'amore. Gli bastava vederlo mentre lavorava con gli altri soldati per illuminarsi.

I suoi collaboratori se ne accorsero e uno gli disse: "Da quando ti sei fatto l'amante, Meta, sei diventato un altro uomo: sembri ringiovanito, rinvigorito. Congratulazioni."

"Ma Khnis non è il mio amante. Puoi immaginarti, si stancherà presto di uno coma me, che gli potrebbe essere più che padre. Ho trenta anni più di lui."

"Non essere sciocco, Meta: il ragazzo stravede per te. E l'età non conta, in queste cose."

Meta non voleva arrendersi: aveva paura di illudersi, di starci di nuovo male. Preferiva pensare che Khnis fosse un'avventura passeggera. Ma il ragazzo, ogni volta, gli chiedeva con evidente desiderio se poteva tornare da lui la sera dopo.

Così, una volta, quando Khnis al solito gli chiese: "Posso tornare stasera?"

Meta gli rispose: "Ci sono tanti begli uomini qui al campo, più giovani di me. Perché non ti cerchi un amante, Khnis?"

Il giovane sembrò rabbuiarsi: "Credevo di piacerti... ti sei stancato di me?"

"No, no, affatto! Ma, giovane come sei, non ti ci vedo proprio accanto ad un vecchio."

"Accanto ad un vecchio? E chi?"

"A me: ho cinquantuno anni, e tu ventuno."

Khnis sorrise e disse: "Ma io amo due giovani, uno di ventuno e uno di trenta anni. Solo che ancora non mi hanno detto se mi vogliono come amante o no..."

"Ah si? Bene. Chi sono?"

"Tutti e due... tu. Non mi vuoi come tuo amante?"

"Khnis... te l'ho detto... ho paura di una nuova delusione. Tu mi piaci moltissimo, davvero... ma..."

"Hai paura che anche io ti lasci?"

"Esatto."

"Allora, ti faccio un giuramento: se mi accorgerò di volerti lasciare, mi toglierò la vita: non sarò mai di nessun altro. Lo giuro. Voglio essere solo tuo."

"Khnis, sei giovane... non fare giuramenti avventati, di cui domani ti potresti pentire."

Il giovane sembrò addolorato: "Non vuoi credermi?"

"Ti credo: ora tu senti così, ma un giorno, forse... Io sto invecchiando in fretta: tu sarai un uomo nel fiore del vigore, io invece starò avvizzendo."

"Perché non vuoi fidarti della mia parola? Khnis non parla a vuoto, ha una sola parola. Khnis ha deciso che se tu non lo vorrai come amante, lui non sarà mai più di nessun altro. Khnis aspetta la tua risposta."

Quell'improvviso parlare di sé in terza persona dava una speciale solennità alle parole del giovane. Meta si sentì commosso: dentro di sé pensò che forse un giorno Khnis l'avrebbe lasciato, ma che, dopo tutto, fino a quel giorno non aveva senso privarsi di un simile amante. Perciò rispose: "Va bene, Khnis: mi vuoi come tuo amante?"

"Ti voglio, Meta. E tu vuoi me?"

"Sì, ti voglio..."


6.2: Yude succede a Usae


Finirono di costruire il forte, ebbero il loro primo raccolto. I barbari attaccarono i villaggi ed i soldati scesero per difenderli. I Porls ed i soldati iniziarono a mescolarsi senza problemi, scambiando prodotti delle loro attività agricole o artigiane, scambiandosi tecniche. Qualche altro giovane Porls chiese di entrare fra i soldati. Meta e Khnis si amavano sempre più. Meta decise di fare un viaggio fino al castello della Spada per dire a Usae del suo esperimento, e poi fino a Suna per far conoscere Khnis a Yude. I due partirono per il lungo viaggio.

Nel 1495, mentre Meta e Khnis erano in viaggio per l'impero, partiva una seconda spedizione per colonizzare un altro tratto della costa dei barbari. A nord vi era una grande baia naturale in una conca coperta da una fitta foresta. Decisero di costruirvi un altro porto ed un grande cantiere navale. Partì una nuova spedizione di navi con a bordo diecimila cavalieri e sessantamila fanti: sbarcati questi e lasciate loro solo due feluche, le navi avrebbero fatto un altro viaggio per portare altri attrezzi, armi, e le famiglie dei coloni.

Usae credeva ciecamente nell'importanza della conquista di tutto l'immenso territorio dei barbari. Accolse con favore Meta ed ascoltò con interesse il resoconto del suo tentativo di integrazione dei barbari. Chiese a Meta di tenerlo al corrente dell'evoluzione dell'esperimento e gli fece ricchi doni. Khnis fu impressionato dalla maestosità del castello della Spada. Poi Meta andò ad ossequiare l'imperatore e Khnis fu colpito dalla sontuosità del Palazzo imperiale. Quindi scese fino al castello della Picca a trovare Yude. Khnis fu ammirato della peculiare bellezza ed ingegnosità del castello in centro alla palude. Un'altra cosa che aveva impressionato il giovane era il sistema viario: strade lastricate, ponti, tenuti in perfetta efficienza.

Si trattennero al castello della Picca per quasi un mese, andando a caccia tutti e quattro, visitando i centri industriali che Yude stava facendo fiorire nel ricco territorio. Buga e Khnis si trovarono reciprocamente simpatici e familiarizzarono subito. Mentre Yude e Meta ricordavano i tempi della loro gioventù, guardavano Buga e Khnis giostrare nella piazza d'armi.

"Il futuro è nelle loro mani..." disse Yude allegro.

"Sì. L'impero sta finalmente vivendo in pace."

"Ah, non ti illudere; abbiamo ancora un sacco di problemi aperti: prendere i principati, sistemare la questione dell'isola di Rone con i pirati, colonizzare il nord, abolire il vecchio sistema nobiliare. Organizzare un nuovo metodo di tassazione, potenziare la rete viaria e la flotta... riorganizzare l'esercito. Non vedremo certo noi la fine di tutto questo. E poi, il problema dell'imperatore..."

"Che problema?" chiese Mote incuriosito.

"L'imperatore ormai ha una funzione quasi solo ornamentale, anche se gli editti portano la sua firma. Mi chiedo perché Usae non prende il trono: di fatto è già suo. La vecchia nobiltà ha un concetto quasi sacrale della persona dell'imperatore, ed Usae fa parte della vecchia nobiltà. Ci vorrebbe un imperatore forte, capace... E la successione per eredità non garantisce certo questo..."

"Che hai in mente?"

"Una rivoluzione. No, non nel senso di rivoluzione armata, ma... una rivoluzione nella mentalità: fin tanto che vi sono privilegi ereditari, ci sarà sempre la tentazione di conservarli a scapito del senso di nazione. Questo Usae non vuole capirlo, a volte quasi litighiamo, su questo punto. Gano ha iniziato la riunificazione territoriale dell'impero, Usae la sta rafforzando. Ma se non si estirpa il seme della divisione, prima o poi accadrà tutto di nuovo..."

Quando Meta decise di tornare alla sua terra fra i barbari, Yude lo colmò di doni. Quindi Meta e Khnis si imbarcarono al porto di Suna su una veloce feluca e tornarono verso il nord, fino a Ganer. Qui giunti si fermarono un po' di giorni ospiti del generale reggente della colonia. Quindi risalirono al campo.

Khnis disse a Meta che secondo lui bisognava far vedere, conoscere alla sua gente la realtà dell'impero: "Se vedessero con i loro occhi ciò che ho visto io, in molti sarebbero lieti di far parte dell'impero, specialmente i giovani." concluse.

Questo diede a Meta una nuova idea. Non fu facile convincere il capo dei tre villaggi a lasciar andare una delegazione di giovani a girare per un anno il territorio dell'impero. Ma Khnis trovò la soluzione: conoscendo la mentalità della sua gente, propose uno scambio: tanti uomini di Meta sarebbero stati "ospiti" dei villaggi quanti giovani fossero partiti per il viaggio.

Così la prima delegazione di giovani barbari partì alla volta dell'impero: erano in quattordici, tutti compresi fra i diciotto ed i venti anni. Quattordici soldati presero il loro posto, andando a vivere e lavorare nei villaggi. La delegazione era accompagnata da venti soldati che facevano loro da scorta e da guida.

La spedizione a nord si era installata con pochi problemi, ma aveva dovuto lottare con i barbari che lì risiedevano. Parecchi gruppi di barbari lasciarono la conca e si trasferirono nelle valli adiacenti. Pochi rimasero lì, nelle zone montane, in una specie di tregua armata. Ma la conca e la baia erano ora saldamente nelle mani dell'impero. Frattanto da Sote si stavano eseguendo grandi lavori per far proseguire la strada imperiale costiera fino al nuovo territorio delle colonie, fino al porto di Ganer ed oltre.

Nel 1496, mentre User si stava recando in nave a Ganer, il convoglio fu attaccato dalla flotta dei principi al largo di Gami. Il grosso del convoglio riuscì a raggiungere Ganer, ma la nave su cui era User fu affondata e lo stesso User morì nel naufragio.

La notizia raggiunse subito l'impero. Kimi e Yude allora radunarono d'urgenza il consiglio: bisognava trovare un successore ad User e reagire alla grave provocazione dei principi. La riunione del consiglio fu tempestosa: c'erano parecchi pretendenti alla successione di User. Il partito della nobiltà imperiale appoggiava il duca Fole, che, profugo da Fago, conosceva bene l'isola su cui ora dominava il principe Keta. Inoltre il duca era di un'antica famiglia nobile, discendente da un ramo laterale della famiglia imperiale.

L'esercito e Yude appoggiavano Kimi, che essendo stato il più stretto collaboratore di Usae, garantiva una continuità al governo dell'impero. Ma parecchi generali d'origine nobile, gli preferivano il conte Ario, un uomo serio e deciso, ma senza mire personali. Infine, una piccola parte della nobiltà di corte, compreso lo stesso imperatore, avanzavano la candidatura del principe Waka, un insigne giurista che stava riordinando i vari codici delle leggi delle province per ottenere un codice unico.

Il consiglio era in una posizione di stallo. L'imperatore decise di nominare autonomamente Waka, ma il giurista rifiutò, dicendo che il nuovo generalissimo e reggente non avrebbe avuto nessun potere se non avesse avuto l'appoggio del consiglio. E Waka propose che fosse scelto Yude. Ma la vecchia nobiltà diffidava di un personaggio di origini contadine come Yude.

Kimi allora propose di scindere le due cariche: propose Yude come generalissimo e Waka come reggente: il primo avrebbe avuto l'appoggio dell'esercito ed il secondo della nobiltà. L'imperatore accettò la proposta e, a poco a poco, il consiglio finì per approvarla. Così, nel 7o mese del 1496 l'imperatore, in una sontuosa cerimonia, nominò Waka reggente e Yude generalissimo, dandogli il titolo permanente di principe. Yude confermò Kimi primo consigliere e nominò Ario secondo consigliere.

Quindi, con gran sorpresa di tutti, invece di ordinare un attacco alle isole dei principi, partì per l'isola di Rone che era da anni in mano ai pirati. Qui giunto, chiese di parlare con il capo dei pirati: gli propose di entrare a far parte dell'impero, tenendo l'isola col titolo di principe, ma unendosi a lui nella prossima guerra contro i principi Keta e Soka. Il capo dei pirati chiese quale vantaggio ne avrebbe tratto ad unirsi con l'impero, a diventarne di fatto un vassallo, un tributario.

Yude gli rispose: "La sopravvivenza. La flotta imperiale sta diventando sempre più forte, ha risorse di uomini, legname, materiale, oro che tu non hai. Nel restare nostro nemico, una volta eliminati i principi, verrebbe il tuo turno. Potrai vincere qualche battaglia, forse, ma non la guerra. Noi, per ogni nave che perdiamo, ne possiamo ricostruire due, per ogni uomo che perdiamo, ne possiamo sostituire due: tu sei in grado di farlo?"

Il capo dei pirati annuì, poi disse che doveva prima sentire i suoi uomini: prendere una decisione contro la loro volontà poteva voler dire suscitare una ribellione. Yude allora gli fece una proposta in più: l'impero stava installando un grande cantiere navale a nord, nella terra dei barbari, gli disse. Ogni pirata esperto di costruzioni navali e di navigazione che avesse accettato di andare a lavorare in quel grande cantiere, avrebbe avuto una paga altissima e la stessa somma sarebbe stata versata nelle casse dei pirati dell'isola.

Il capo pirata gli rispose che gli avrebbe fatto avere una risposta. Yude disse che avrebbe atteso nel porto di Ikoi. Tre giorni dopo giunse una feluca pirata con la bandiera nera dei parlamentari: il capo dei pirati accettava la proposta, purché l'impero desse, per ogni pirata morto nella guerra contro i principi e per ogni nave persa, un'indennità. Contrattarono a lungo sull'ammontare dell'indennità ma alla fine Yude accettò ed il patto fu concluso. Il capo dei pirati andò con Yude a corte dove fu accolto con tutti gli onori, giurò fedeltà all'imperatore e ricevette il titolo di principe.

Quindi, radunata la flotta e steso il piano, partirono all'attacco delle isole. Chicha fu la prima a cadere e la famiglia Soka fu sterminata. L'isola Fago resistette più a lungo, ma, distrutta la flotta del principe, ne iniziò l'invasione da est e da sud. Il 10o mese del 1496 il principe Keta si arrendeva, ma quando arrivarono nel castello gli uomini di Yude, Keta si suicidò. Anche Fago era infine conquistata. Ora l'impero era di nuovo completamente unito.

Nel 1497 il censimento di tutte le terre e di tutti gli uomini, comprese le isole recentemente conquistate e le colonie, era finito. Yude chiese a Waka di preparare una legge per cui i tributi non dovessero più essere versati alla corte dai signori locali, ma individualmente da ogni singola famiglia. Questo, se da una parte sembrava alleggerire la pressione fiscale sui nobili, in realtà garantiva un maggior gettito e toglieva ai nobili il controllo di grosse somme. Inoltre introduceva il principio che tutti dovessero pagare in base a quanto avevano.

Waka preparò un piano che Yude modificò solo in parte. La popolazione era divisa in cinque categorie: i signori, che comprendevano sia l'antica nobiltà di corte che la nuova nobiltà militare; i possidenti, cioè agricoltori grandi o piccoli proprietari delle loro terre; commercianti; artigiani e braccianti, cioè le persone che avevano come unico bene il lavoro delle proprie braccia.

Questi ultimi, non avendo beni né ricchezze, erano tassati sull'unica cosa che possedevano: dovevano dare trenta giorni di lavoro per lo stato: corvè di manutenzione di strade e ponti, lavori pubblici, pulizia delle strade delle città e così via. Erano organizzati in squadre di lavoro, in modo che due membri della stessa famiglia non dovessero prestare la loro opera nello stesso periodo. Non era richiesta la loro opera nei periodi di più intense attività agricole, perché potessero guadagnarsi di che vivere.

Tutti gli altri erano tassati secondo due parametri: numero dei dipendenti, comprendendo in questi anche se stessi e la propria famiglia, esclusi solo i bambini sotto i dieci anni ed i vecchi sopra i sessanta. Quantità di terreno posseduto, compreso il terreno fabbricato. La quantità di terreno posseduto era suddivisa in tre tipi e cioè: terreno per attività agricole, comprese stalle, depositi, magazzini, terreno per attività artigianali, compresi depositi, laboratori, magazzini e cortili, terreno per attività commerciali e per abitazioni, compresi cortili e giardini.

Questi terreni erano tassati in modo diverso a seconda dell'uso e della categoria e a seconda della provincia. Le unità di terreno erano conteggiate in "anni lavorativi" convenzionali.

I soldati professionisti, considerati dipendenti statali, non pagavano tasse, ma i soldati lavoratori le pagavano per tutti i giorni in cui non prestavano servizio nell'esercito.

Questa revisione del sistema di tassazione, aveva portato a due conseguenze: la creazione di uffici del catasto e dell'anagrafe che funzionavano anche come centri raccolta delle tasse, ed una rivoluzione nel possesso di terre o di lavoratori dipendenti. Le terre meno produttive o non coltivate vennero vendute, il numero dei servi dei signori, spesso, ridotto.

Ci fu parecchia resistenza, inizialmente, specialmente da parte di signori ed artigiani. Ma Yude fu inflessibile: la legge andava applicata e lui stesso dette il buon esempio tassandosi e pagando. I castelli potevano non pagare tasse solo se ceduti allo stato. La famiglia imperiale ristretta ai parenti di terzo grado dell'imperatore ed al solo palazzo imperiale, non pagavano tasse.

Chi oppose un'accanita resistenza, furono i pirati di Rone che minacciarono di staccarsi dall'impero. Yude allora decise di esentare l'isola dalle tasse per un periodo di dieci anni, poi per dieci anni avrebbero pagato solo il 50%, quindi come tutti gli altri, cioè lo stesso trattamento riservato alle colonie. Yude infatti pensava che di lì a dieci anni la flotta imperiale sarebbe stata abbastanza forte da poter eventualmente vincere uno scontro armato con l'isola. I pirati la considerarono una vittoria, pensando che dopo dieci anni sarebbe bastato ripetere la sfida al sistema.

Un'altra conseguenza del nuovo sistema di tassazione fu che, oltre a permettere allo stato maggiori e più continue entrate, e quindi il mantenimento di un forte esercito e di una flotta di professionisti, e l'esecuzione di molte opere pubbliche, il territorio ora non era più diviso con le vecchie divisioni in dominii e province, ma era suddiviso in regioni determinate dalle comunicazioni ed in distretti omogenei.

Quindi Yude volle rivoluzionare il sistema monetario, complesso a causa della monetazione indipendente dei precedenti feudi. Dichiarò fuori corso tutte le monete che non fossero state convertite entro un anno e fece coniare quattro tipi di monete nuove, stabilendo i cambi con le varie monete antiche. Una moneta di rame, che recando il simbolo della falce, fu chiamata "falci", una di bronzo col simbolo della scure, che valeva cento falci, una d'argento col simbolo della spada che valeva cento scuri ed una d'oro col simbolo della corona che valeva cento spade. Una giornata media di lavoro corrispondeva a mezza spada cioè a cinquanta scuri. Un anno di lavoro di un bracciante corrispondeva circa a una corona.

Tutte le antiche monete portate entro l'anno al cambio erano fuse recuperandone il metallo per vari usi. Dopo l'anno le vecchie monete avrebbero avuto il valore del loro peso in metallo, cioè meno del valore nominale.

Yude aveva iniziato la sua rivoluzione pacifica. Ma non si voleva certo fermare qui. Oltre a potenziare le colonie, in cui inviava tutte le persone che, a causa del nuovo sistema di tassazione si trovavano senza lavoro, voleva riformare il sistema amministrativo delle leggi e della giustizia. Pur non avendo ancora, a quei tempi, l'idea netta della suddivisione dei poteri, e lasciando unite le funzioni legislativa ed esecutiva, creò due corpi indipendenti: i giudici ed i controllori. I giudici venivano cooptati dal sistema giudiziario con un metodo di concorsi e le promozioni effettuate per elezione dal basso. I controllori, il cui unico potere era avere accesso a tutti gli atti ed archivi pubblici, controllare l'operato di giudici, esattori delle imposte ed eventualmente denunciare pubblicamente qualsiasi malfunzionamento, era un organo eletto dai cittadini. Nel caso in cui un giudice fosse messo sotto accusa, doveva venire giudicato dai giudici della regione più lontana dalla propria.

Anche queste riforme incontrarono non poche opposizioni, ma a poco a poco divennero operative. In tempo di pace i soldati erano sottoposti all'autorità civile come forze di polizia. In tempo di guerra alla gerarchia militare.

Riguardo all'esercito, Yude poté mettere in atto, senza problemi, l'antica riforma che gli stava a cuore: oltre a dividere l'esercito in professionisti e temporanei, lo suddivise per grandi specializzazioni. I cavalieri in due tipi: leggeri e pesanti, in base alle armi che usavano. I fanti in: truppe leggere, di montagna, costruttori, assaltatori, guerriglieri, esploratori e capisaldi. La marina, nuova arma, era organizzata in navigatori, arrembatori, lanciatori.

Ogni arma ebbe i propri vessilli, i propri colori e la propria uniforme, abolendo le vecchie uniformi delle signorie.

Infine Yude mise mano alla riorganizzazione degli asili, facendone un potente sistema di istruzione per le masse oltre che di assistenza a vecchi e malati. Fece costruire nuovi asili fin nei più piccoli villaggi ed in ogni quartiere delle città. Li organizzò col sistema territoriale, dando però una certa autonomia ad ogni asilo.


6.1: Gli amici spianano la strada a Yude


Nel 2o mese del 1500 l'imperatore morì. Non avendo figli, si aprì il problema della successione. C'erano parecchi parenti collaterali che aspiravano al trono, ma, secondo Yude, nessuno di essi era adatto. I vari parenti cercarono alleanze, protettori, sostenitori e questo stava di nuovo dividendo l'impero.

Yude pretese che il reggente, finché non si fosse deciso il nuovo imperatore, ne prendesse il posto. Quindi chiese a Waka di nominarlo reggente, cosa che il vecchio nobile, che stimava parecchio Yude, una volta intronato, fece molto volentieri.

Ario e Kimi proposero a Yude di prendere lui la carica imperiale, ma Yude tergiversava: sapeva che avrebbe avuto l'appoggio dell'esercito, ma la vecchia nobiltà era ancora influente ed avrebbe potuto sollevare contro di lui la popolazione e Yude non voleva una guerra civile.

Yude era saggio, onesto. Andò da Waka e gli disse della proposta di Ario e Kimi e della sua risposta. Waka gli disse che aveva fatto bene, che lui era pronto ad abdicare in suo favore, ma che prima bisognava preparare il terreno: c'erano ancora troppi pretendenti al trono in giro.

Nel 1501 Yude ricevette una visita di Meta. Questi gli rccontò che la fusione dei suoi uomini con i tre villaggi era di fatto avvenuta e che, grazie soprattutto a Khnis, tutta la valle fino al mare, o con trattative o con scontri armati, si era riunita ed i vari villaggi dei barbari avevano accettato la sovranità dell'impero e si stava adeguando al sistema imperiale. Chiedeva il permesso perciò di fondare una nuova città che sarebbe divenuta la capitale di quella regione e di dare a tutta la gente della valle la cittadinanza dell'impero. Yude accettò di buon grado e voleva nominare Meta governatore della nuova regione, ma Meta disse che preferiva che fosse uno del posto, e propose il suo Khnis. Yude lo accontentò ed emise il decreto.

Meta tornò nella sua valle e, con una grandiosa cerimonia a cui parteciparono tutti i suoi uomini e i rappresentanti di tutti i villaggi, investì Khnis della sua nuova carica. Quindi Khnis tracciò il perimetro della nuova città e squadre miste di soldati e di gente del posto, iniziò a costruirne le mura. La città sorgeva a pochi chilometri dal mare, in un'ansa del fiume, su cui si iniziò anche la costruzione di un grande ponte.

Quando Meta chiese a Khnis che nome pensasse di dare alla città, Khnis sorrise e gli disse che in effetti ci aveva già pensato: l'avrebbe chiamata Nethe, che nella lingua dei Porls significava "Amato".

"L'avrei volentieri chiamata Meta, ma tu m'hai detto che tra la tua gente si dà il nome di una persona ad una città solo quando questa persona è morta... perciò..." disse Khnis con un sorriso dolce carezzandolo.

Meta fremette: "Khnis, amore, stai risvegliando il mio desiderio, così..."

"Quello che voglio: il mio è già sveglio da un pezzo. Vieni..." disse il giovanotto sospingendolo con dolcezza verso la loro stanza.

"Ne approfitti perché sono vecchio e non posso oppormi, eh?" disse scherzoso Meta.

"Vecchio tu? sembri un ragazzino, quando facciamo l'amore, e hai più resistenza di me. Quando mi prendi sei pieno di vigore e quando ti prendo io sei pieno di passione... in che cosa sei vecchio?"

"Il mio corpo è vecchio."

"Io lo adoro, il tuo corpo."

"Comincio ad avere capelli bianchi."

"Ti rendono più sensuale."

"È il tuo amore che ti acceca."

"No, è il tuo amore che mi abbaglia." sussurrò Khnis finendo di spogliarlo e tirandolo su di sé nel letto. Mentre iniziavano a fare l'amore, Meta pensò che era fortunato ad avere una amante così.

Un altro amante appassionato stava facendo l'amore in quel momento, nel castello della Spada: Buga.

"Mi ami, Yude?"

"Lo sai, piccolo."

"Non dovresti chiamarmi più piccolo: ho quasi trentasei anni, ormai"

"Per me sarai sempre il mio piccolo. Ti adoro, lo sai?"

"Sì, me lo fai sentire. Ma anche io adoro te."

"Anche se sono solo un plebeo? Un contadino?"

"Quanto sei sciocco: se mi offrissero la scelta fra la corona imperiale e te, sceglierei te, non lo sai?"

"Mi vogliono imperatore, ci pensi?"

"Lo trovo normale: per me sei già imperatore, dal primo giorno in cui hai fatto l'amore con me."

"Ma loro mica han fatto l'amore con me." disse ridendo Yude.

"Beh, non tutti, ma Kimi è stato tuo amante, no?"

"Sì ,lui sì. Anche Meta."

"Come mai hai lasciato Kimi?"

"Non lo so. È finita, così. Siamo rimasti buoni amici. Io forse avevo troppa voglia di cambiare, di provare, di cercare altri. Forse stavo cercando proprio te. E, per fortuna, ti ho trovato. Ora non ho più bisogno di altro, di altri." disse Yude baciandolo e ricominciarono a fare l'amore con dolce passione.

Ario e Kimi stavano proprio parlando di Yude e dell'impero. "Tu lo conosci bene, come possiamo convincerlo?" chiese Ario.

"Lo conosco bene? Solo perché sono stato per un certo periodo il suo amante? Tu credi di conoscere bene tua moglie?" gli chiese Kimi.

"No, mia moglie no, ma la mia amante sì." rispose ridendo Ario.

"Yude ha una capacità innata per capire cosa è meglio fare in ogni situazione. Se pensa che questo non sia il momento di prendere il trono..."

"Per l'opposizione della nobiltà."

"Soprattutto perché la nobiltà ha da opporgli troppi pretendenti legittimi."

"Allora... facciamogli fuori i pretendenti e spianiamogli la strada."

"Se facessi una cosa del genere credo che ti farebbe condannare a morte. Lui non apprezzava questi metodi alla Gano."

"Però l'ha seguito."

"Anche amato. Ha il senso dell'autorità, era il suo capo. Non lo approvava in molte cose, ma gli era fedele, lo ammirava. Ma lui è profondamente diverso."

"Bene, faremo in modo che non sappia chi gli sta facendo sparire i pretendenti al trono di sotto il naso." disse Ario.

"Sospetterà qualcosa quando li vedrà sparire ad uno ad uno e vorrà vederci chiaro, e non è uno sprovveduto. Anche perché, se non facesse niente, sarebbe sospettato lui. No, non possiamo fare niente."

"Amico mio, fidati di me: so essere fedele, ma so anche essere astuto: non dimenticare che vengo da un'antica famiglia. Vedrai che nessuno sospetterà né di me né di Yude."

"E come?"

"Lascia fare a me. Tu dammi solo una mano quando ne avrò bisogno. Abbiamo abbastanza oro ed amici per organizzare il tutto: ascoltami..."

I pretendenti al trono erano cinque: Kaber di quarantasei anni, Funan di quindici, Itory di trentadue, Nemol di cinquantaquattro e Qozie di trentacinque. Ario organizzò una rete di spie per studiarne tutti i movimenti, le abitudini. Quando seppe che Itory si trasferiva in segreto in Ekin, passando dal valico montano di Assa, per trovare altri sostenitori, organizzò un agguato al valico, facendo travestire gli uomini da briganti. Il piccolo corteo di Itory fu assalito e sterminato, portando via tutto l'oro che trasportava e tutti gli oggetti di valore, fra cui il famoso bracciale d'oro che era appartenuto al 15o imperatore.

L'assassinio fu da tutti creduto opera dei banditi. Ma Ario fece nascondere il bracciale ed altri gioielli nel tesoro di Kaber, quindi uno dei servi di Kaber, in realtà un uomo di Ario, fece una denuncia segreta ai magistrati accusando Kaber di essere il mandante dell'assassinio del parente. I magistrati interrogarono il servo chiedendogli quali prove avesse per sostenere un'accusa così grave. Il servo disse di averlo visto in possesso del famoso bracciale imperiale e di averlo sentito dire: un concorrente in meno, adesso pensiamo agli altri. I magistrati allora ordinarono una perquisizione del tesoro di Kaber e si presentarono al castello di Daket dove era ospite.

Il bracciale fu trovato ed i magistrati accusarono Kaber di essere il mandante dell'assassinio di Itory. Lo fecero arrestare, accumularono altre prove contro di lui, fecero il regolare processo. Fu condannato a morte. Yude, pur convinto della sua colpevolezza, chiese a Waka di usare clemenza e di commutare la pena in carcere a vita. Waka concesse la grazia. Ma Kaber non poté più concorrere al trono imperiale.

Ario, tramite suoi amici, fece sapere a Qozie e Funan che in realtà Kaber aveva avuto un complice: Nemol, che avevano deciso di spartirsi l'impero fra loro due, e che era stato proprio Nemol a far denunciare il cugino per toglierlo di mezzo. Come sperava, Qozie, impulsivo, giurò di vendicarsi. Quanto a Funan ne fu terribilmente spaventato, non si sentiva più al sicuro in nessun posto, voleva fuggire, nascondersi. In effetti il ragazzo non aveva un particolare interesse alla corona imperiale, era manovrato dal duca Ikie. Invano questi cercò di convincerlo che non correva rischi.

Allora Ario fece giungere un messaggio segreto, tramite una dama di corte sua amica, alla madre di Funan, in cui la dama diceva che se voleva salvare il figlio doveva farlo fuggire nelle colonie, dove sarebbe stato al sicuro dalle mire dello zio. La madre del ragazzo si fidava di questa dama che era stata sua amica di infanzia, così con lei organizzò la fuga del figlio. Travestito da marinaio, il ragazzo fu fatto imbarcare in una feluca ed affidato ad un figlio della dama. Questi lo portò fino alla colonia del nord ad Usaer, il porto-cantiere fondato pochi anni prima. Qui, convinto facilmente Funan a cambiare nome, lo affidò ad un suo amico. Questi a sua volta lo portò in uno dei nuovi villaggi dell'interno appena costruito dai soldati e lo affidò ad un soldato che credeva davvero che il ragazzo fosse un semplice marinaio.

Il ragazzo si sentiva finalmente al sicuro: là nessuno sapeva chi lui fosse. Si affezionò al soldato, che lo trattava molto bene, e così, quando una notte il soldato si infilò nel suo letto e gli disse che lo desiderava, il ragazzo gli si dette senza problemi e ne divenne l'amante.

Frattanto Qozie non stava con le mani in mano. Pagò degli uomini per far assassinare Nemol. Ma Ario aveva fatto mettere sul chi vive Nemol, avvertendolo delle intenzioni di Qozie così questi, oltre a stare sul chi vive, aveva a sua volta pagato altri uomini per assassinare Qozie. Il primo a cadere nell'imboscata fu Qozie, che durante una partita di caccia fu trapassato da tre frecce, di cui una mortale. Fu aperta un'inchiesta: era chiaro che non era un incidente di caccia, ma non fu trovato il colpevole, anche se i magistrati avevano sospettato di Nemol o dei fedeli degli altri pretendenti.

Restava solo Nemol, che ora si sentiva più sicuro nelle sue pretese di successione al trono. Anche perché Ario non sapeva se Qozie avesse davvero pagato qualcuno per far fuori l'altro e se anche l'avesse fatto, ora che era morto, se gli uomini pagati avrebbero ugualmente fatto quello che era stato loro richiesto. Così Ario si organizzò per far scomparire anche Nemol.

Nemol era ospite nel castello di Stan. Non ne usciva, e per paura di essere avvelenato, faceva sempre assaggiare una parte dei suoi cibi scelta da lui ad un assaggiatore. Proprio questa mania dette l'idea ad Ario: fece avvelenare i cibi di Nemol, ma con piccole quantità non mortali, sì che l'assaggiatore, assumendone poco, non ne risentisse, ma che, accumolandosi nell'organismo di Nemol, l'avrebbero debilitato a poco a poco. Nemol, infatti, cadde malato, mentre l'assaggiatore stava bene. Nonostante le cure, Nemol stava sempre peggio. Finché morì.

Era il 12o mese del 1502 ed i cinque pretendenti al trono erano tutti scomparsi. Ario e Kimi si incontrarono di nuovo e brindarono al successo dell'operazione: nessuno aveva minimamente sospettato che tutto fosse stato concertato da una sola mano e non dal fato. Quando Funan seppe della fine di tutti gli altri pretendenti fu felice di essere diventato un qualsiasi soldato sconosciuto, e di avere una vita sana e semplice accanto ad un uomo che l'amava.


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