Quando Richard e Patrick si incontrarono, questi era convinto di aver perso, e invece si accorsero che erano ancora alla pari. E, in un certo senso, erano alla pari anche perché Richard aveva trovato Charles e Patrick sperava di potersi mettere con Gene.
Questi due continuarono a vedersi, ora senza finzioni. Gene andava a volte a casa di Patrick e sembrava trovarcisi bene, nonostante non fosse abituato al lusso. Gene non sembrava affatto colpito dalla ricchezza di Patrick, e questo gli faceva piacere. Ma passavano le settimane e Gene dimostrava un atteggiamento più da amico che da innamorato. Patrick invece si sentiva sempre più profondamente innamorato di Gene: pensava di non aver mai conosciuto una persona così eccezionale.
Un giorno Patrick, prendendo il coraggio a due mani, disse al giovane: " Gene, io ti amo, ti amo davvero."
"Io... anche io ti amo, Patrick, ma..."
"Ma? Se anche tu mi ami, che problema c'è?"
"C'è che... non sono ancora sicuro che tu mi ami davvero. Che per te sono più importante di ogni cosa."
"Gene, lo sei, te lo giuro. Come posso dimostrartelo?"
"Dimostrarmelo? Se tu dovessi scegliere fra perdere tutte le tue ricchezze e perdere me, che cosa sceglieresti?"
"Preferirei tornare a fare il lavapiatti, pur di non perdere te."
"Dici così perché non è reale. Non credo davvero che rinunceresti a tutto questo per me."
"Come convincerti?"
"Saresti disposto ad intestarmi tutte le tue ricchezze, per dimostrarmi che mi ami? A rischiare fino a questo punto? No, credo."
Patrick tacque, e Gene disse a mezza voce, con tono dolce ma triste: "Hai visto?"
Patrick lo guardò, poi disse: "Va bene, se è questa la prova che vuoi, sono pronto ad intestarti subito tutto. Ora telefono al mio avvocato perché prepari tutto il necessario. Gli farò fare l'inventario completo delle mie ricchezze, mobili e immobili, poi firmerò il documento per cui tutto diventa tuo." disse deciso.
L'avvocato fece l'inventario completo, ma quando Patrick gli chiese di preparare il documento con cui trasferiva tutte le proprietà a Gene, fece del tutto per dissuaderlo. Patrick fu irremovibile e gli disse che o preparava il documento o chiamava un altro avvocato. Così questi, alla fine, fece il documento richiestogli e Patrick lo firmò, lo fece firmare da due testimoni, quindi dette il documento a Gene. Questi gli sorrise, lo mise nella tasca interna della giacca. Uscirono.
Gene gli disse: "Bene, per festeggiare, vai a comprare dolci e champagne? Io vado a casa a prepararmi per accoglierti come meriti."
"Posso farli comprare da..."
"No, ti prego, vorrei che fossi proprio tu a comprarli. Io torno a casa con l'autista, tu prenderai un taxi, d'accordo?"
"Sì, amore." rispose felice Patrick.
Andò a comprare la torta più bella che trovò, il migliore champagne, quindi, col taxi, tornò alla sua residenza. Suonò e venne ad aprire il maggiordomo.
Patrick fece per entrare, radioso, ma il maggiordomo lo fermò, e, con aria accorata, gli disse: "Signore, mi dispiace, ma il signor Gene ci ha fatto vedere il documento, ora è lui padrone di tutto... e ha dato ordine di non farvi entrare. Mi dispiace, signore."
"Che scherzo è questo? Dai, non fare lo sciocco."
"Non insista, signore, o dovrò chiamare la polizia come mi ha ordinato il signor Gene."
"Basta, dai!"
"Signore, purtroppo non è uno scherzo. Devo pregarla di andarsene."
Patrick era sbalordito: "Chiama Gene..."
"Ha detto che non vuole essere disturbato, signore, mi dispiace."
"Ma..."
"La prego, signore, se ne vada, non mi costringa a chiuderle la porta in viso. Mi dispiace davvero, signore, mi creda. Ma questa non è più casa sua."
Patrick lo guardò sbalordito, poi si girò e se ne andò. Andò ad un telefono pubblico e chiamò casa sua: "Ronny, chiamami Gene, gli devo parlare."
"Mi spiace, signore, ma il signor Gene ha dato ordine di non passargli le sue telefonate: non vuole parlarle." gli rispose il segretario.
"Ma... Ronny, non è uno scherzo?"
"Sono dolente, signore, non ha per nulla l'aria di essere uno scherzo. E il signor Gene mi ha ordinato di telefonare alle banche per bloccare le sue carte di credito, signore. Purtroppo ho dovuto farlo."
Patrick agganciò il telefono. Aveva ancora un po' di liquidi e perciò, dopo avergli telefonato chiedendogli se poteva vederlo, prese un taxi e si fece portare da Richard.
Quando raccontò a Richard che cosa gli stava capitando, questi scoppiò a ridere: "Davvero sei stato così pazzo? Povero amico mio, te la sei voluta! Che vuoi che ti dica?"
"Prova a telefonare tu a Gene. Deve essere uno scherzo: non è possibile che mi sia sbagliato fino a questo punto."
"D'accordo, aspetta." disse Richard e telefonò a casa di Patrick a Gene. Quando posò, scosse la testa: "Pare che faccia sul serio: ha detto che l'avrebbe fatto anche con me se fossi stato così ingenuo. Ti dirò, mi dispiace per te, ma lo ammiro: l'avevo giudicato male. E così, adesso sei in mezzo alla strada, eh? Che vuoi che ti dica..."
"Puoi prestarmi un po' di soldi?"
"Prestarti? E come pensi di restituirmeli, ora che non hai più niente? Se vuoi, ti posso regalare cento dollari."
"Non voglio l'elemosina. Credevo che fossimo amici."
"Mah, sai, l'amicizia con un poveraccio, non mi interessa. Finché eravamo pari... ma ora..."
"Ho capito, grazie." disse Patrick ed uscì furente da casa di Richard.
Andò al ristorante in cui aveva fatto il lavapiatti e chiese se lo riassumevano, ma il padrone gli disse che aveva già trovato un sostituto e che non aveva più bisogno di lui. Pensò anche di andare da Fred o da Earl o da David, ma si vergognava. Si mise a girare cercando lavoro, ma i giorni passavano e non trovava nulla, anche perché era vestito troppo bene. Andò da un rigattiere dove lasciò i suoi abiti in cambio di abiti miseri e di qualche soldo. Continuò a girare cercando lavoro, inutilmente.
Finì i soldi e allora, vergognandosi da matti, iniziò a chiedere l'elemosina. Non provò neppure a rivolgersi ad altri amici: avrebbe dovuto spiegare tutto, si vergognava. Si lavava ai gabinetti pubblici, profittando del bel tempo dormiva nei parchi, perché doveva tenere da parte i soldi per potersi pagare un qualche buco al coperto per l'inverno. Riusciva a mangiare a sufficienza e decentemente, ma era sempre più mal ridotto: la barba lunga, l'unico vestito sempre più sporco. Ma soprattutto era triste; continuava a pensare che gli sembrava impossibile essersi sbagliato così: Gene gli era sembrato la persona più dolce, onesta, buona, retta che avesse mai conosciuto e invece... gli dispiaceva più questo che non il fatto di aver perso tutto.
Un giorno entrò in una cartoleria, comprò una busta, un foglio di carta, si fece prestare una biro e scrisse una lettera accorata a Gene, dicendogli appunto queste cose: più che non essere ridotto a mendicare, gli dispiaceva essersi illuso, sbagliato fino a quel punto a giudicarlo, avergli creduto, di amarlo. Comprò un francobollo ed imbucò la lettera. Senza metterci il mittente: comunque non aveva un indirizzo, ormai. E non voleva essere trovato.
Alcune volte pensò anche che avrebbe voluto morire, non suicidarsi, ma semplicemente morire: magari non svegliarsi più dopo essere andato a dormire. Aveva anche smesso di cercare un lavoro, non gli importava più nulla, stava sprofondando in una specie di apatia sempre più profonda.
Passò l'estate, era settembre quando, mentre stava chiedendo l'elemosina davanti alla stazione centrale, sentì un'auto frenare. Si girò e riconobbe la propria auto e ne vide scendere Gene. Iniziò a tremare da capo a piedi: si accorse di non odiarlo, ma al contrario, di provare ancora per lui un amore assurdo, incredibile. Gli sgorgarono lagrime, s'infilò nella stazione, temendo di essere riconosciuto da Gene: non voleva farsi vedere in quelle condizioni.
Andò a sedersi nella sala d'aspetto di seconda classe, in un angolo. Appoggiò i gomiti sulle gambe, la testa sulle mani e pianse silenziosamente, pieno di amarezza. Si sentì toccare sulla spalla, pensò che fosse qualche poliziotto che gli chiedeva che facesse lì, che lo mandava via, alzò il viso e si vide di fronte Gene.
Il cuore iniziò a battergli con violenza, si mise a tremare.
Gene lo guardava. Poi disse: "Posso parlare con te?"
"Eh? Che vuoi? Per cosa?" chiese con voce rotta Patrick.
"Vorrei parlare, ma non qui. Vuoi venire con me?"
"Dove?"
"C'è l'auto qui fuori. Ho ordinato all'autista di andare a farsi un giro."
"Sapevi che ero qui?"
"Sì. Ti ho fatto cercare da investigatori privati, da due mesi. Finalmente ti hanno trovato. Vieni in auto?"
"Ma perché? Che cosa vuoi ancora da me? Non ho più niente, ormai, no?"
"Hai ancora una cosa che voglio da te e se mi ami davvero come mi hai scritto, me la darai."
"Cosa?" chiese attonito Patrick.
"Vieni in auto." insisté Gene.
Patrick lo seguì. Non riusciva ad impedirsi di tremare, la sola vicinanza di Gene lo faceva star male: lo desiderava, lo amava.
Entrati in auto, Gene oscurò i vetri. "Patrick... come sei ridotto..."
"Come? Come tutti i barboni, no? Non era questo che volevi?"
"Sì, era questo, in fondo."
"Che cosa vuoi ancora da me? Dici che posso ancora darti qualcosa?"
"Tu mi odii?"
"Vorrei, ma non ne sono capace, non ci riesco."
"Allora mi ami ancora?"
"Sì." disse accorato e straziato Patrick e di nuovo gli venne da piangere e fece uno sforzo per non farlo vedere al giovane.
"Allora, dimostramelo."
"Dimostrartelo? E come? Vuoi i soldi che ho ricevuto in elemosina? Sono pochi, ma..."
"E me li daresti?"
"Mah..."
"No, non voglio i tuoi soldi, questa volta."
"Che cosa, allora?"
"Voglio te."
"Me?"
"Sì: io ti amo: vuoi essere il mio uomo?" disse Gene posandogli una mano sulla sua.
"Io? Non mi stai prendendo in giro?"
"Mai stato così serio, Patrick. Vuoi essere il mio uomo?"
"Tu... davvero mi ami?"
"Sì, pensavo di metterti alla prova, e tu l'hai superata. Io ti ho sempre amato, ma avevo paura che il tuo amore fosse solo un capriccio. Poi ho ricevuto la tua lettera, in cui non mi insultavi, non recriminavi, ma mi dicevi solo di quanto tu fossi deluso di me. Già da prima ti facevo cercare, ma non ti trovavano. Quando ho ricevuto quella lettera, ho ingaggiato altre quattro agenzie di investigatori, ho dato i tuoi dati a tutti, che mi avvertissero appena ti vedevano. E finalmente, ti ho trovato: vuoi essere il mio uomo?"
"Dici davvero, Gene?"
"Ti amo, Patrick. E mi dispiace di averti fatto questo: lì per lì pensavo di renderti quello che tu avevi fatto a me... ma non fino a questo punto. Immaginavo che avresti insistito, che saresti tornato. Che saresti restato in contatto con i tuoi amici. Mi perdoni, Patrick?"
"Tu mi hai perdonato, allora, di averti agganciato solo per una scommessa, come potrei non perdonarti ora."
"Non ho fatto registrare il tuo atto di donazione, basterà stracciarlo e tutto tornerà in tuo possesso."
"Che mi importa, se davvero mi vuoi con te?"
"Anche a me non importa niente della tua roba, se posso vivere con te."
"Gene... ti amo..."
"Anche io ti amo, Patrick." disse Gene abbracciandolo.
Patrick si svincolò: "No, sono sporco, puzzo..."
"Sei l'uomo più bello e desiderabile della terra. Lasciati baciare..."
"No... lascia che mi lavi, almeno."
"Dopo: ora c'è una cosa più importante." disse Gene stringendolo forte a sé e baciandolo: da quando si erano conosciuti, era la prima volta che si baciavano.
Gene chiamò col cellulare l'autista che aspettava in un bar poco lontano. Questi arrivò: "A casa. Svelto!" disse Gene.
L'auto partì mentre i due, seduti dietro, stavano stretti, abbracciati e Patrick versava lagrime, ma questa volta di gioia e dentro il suo cuore una voce cantava: allora non mi ero sbagliato, non mi ero sbagliato!
Arrivati a casa, Patrick volle lavarsi, allora Gene disse che l'avrebbe lavato lui. Entrarono assieme nel grande bagno e si spogliarono. Gene prese il gel da bagno, lo shampoo, e lavò a lungo il corpo di Patrick, carezzandolo. Erano entrambi eccitati, pieni di desiderio, ma non iniziarono a fare l'amore. Gene rasò il volto di Patrick, gli pettinò i capelli e frattanto si carezzavano, si davano lievi baci, fremendo entrambi, ma attendendo.
Poi Gene lo asciugò, si asciugò, e chiese a Patrick: "Mi porti nel tuo letto?"
"Nel nostro letto?"
"Sì, certo."
Patrick lo prese fra le braccia, sollevandolo, e, mentre lo baciava, lo portò fino alla camera da letto, sul grande letto tondo.
"Non ho mai dormito qui, sai? Ho aspettato che mi ci portassi tu."
"E dove hai dormito?"
"In una delle stanze degli ospiti."
"Ma sei tu il padrone di casa."
"Adesso che sono il tuo ragazzo, lo posso anche essere."
Patrick lo depose sul letto e vi salì. Si abbracciarono stretti, si baciarono a lungo, carezzandosi con dolce desiderio.
Gene gli si stringeva contro, gli si sfregava addosso con crescente brama. Gli leccava tutto il corpo, glielo suggeva, glielo carezzava con passione crescente ed anche Patrick, finché si unirono in un appassionato sessantanove. Poi Gene, con voce piena di emozione, disse: "Patrick prendimi, ti prego, fammi tuo."
"Sì amore, ma poi voglio che tu prenda me."
"Certo: voglio diventare uno con te. Essere tuo e farti mio. Ti amo."
"Ripetimelo."
"Ti amo, ti amo, ti amo!"
"Anche io: mi sento l'uomo più felice e ricco del mondo: ho te!"
"Sì, anche io."
"Prendimi, amore." lo pregò il giovane offrendoglisi con un sorriso pieno di gioia.
"Sì..." sussurrò Patrick chinandosi su di lui. Gene lo guidò in sé e lo accolse con piacere e man mano che Patrick gli scivolava dolcemente dentro, il loro sorriso si faceva luminoso. E a Patrick, per la prima volta, quando fu completamente innestato nel suo amato, sgorgarono spontanee, dolci, due parole: "Sono tuo!" Infatti, pur essendo lui in quel momento che penetrava il giovane, con quell'atto sentiva di appartenergli: lui era entrato in Gene, perciò era diventato parte di lui.
Gene gli cinse con le braccia il collo e con le gambe la vita mentre Patrick gli si muoveva dentro in un tenero e virile andirivieni. I loro volti radiosi si accostarono e le loro bocche si unirono, le loro lingue giocavano lievi ed appassionate mentre i loro corpi si muovevano all'unisono, vibrando pieni di passione.
"Oh, Patrick... il mio uomo!" mormorò Gene emozionato.
"Sì, tuo per sempre, amore!" sussurrò Patrick e ripresero a baciarsi.
Patrick iniziò a fremere con sempre maggior forza, in preda ad un'eccitazione e ad un piacere intensi: "Oh Gene... vengo..."
"Sì, amore mio... riempimi... vieni, amore.... vieni..." gli mormorò il giovane carezzandolo pieno di desiderio, agitandoglisi dolcemente sotto in modo di accentuarne il piacere e Patrick si suotò in lui pieno di passione mugolando e gemendo ad ogni fremito, ad ogni dolce spinta.
Allora, lentamente, si sciolsero, carezzandosi, baciandosi e Patrick si stese, portando Gene sul suo corpo, allargò le gambe e le fece passare sulle spalle del giovane amante, offrendoglisi a sua volta ancora non sazio.
Gene gli sfregò il suo bel palo ritto fra le natiche: "Mi vuoi, amore?" gli chiese con dolce desiderio.
"Sì, ti voglio... prendimi..." mormorò Patrick carezzandogli le piccole natiche sode e tirandolo a sé, premendoglisi contro il pube con brama: lo voleva sentire in sé, lo desiderava con tutto se stesso.
Gene iniziò a spingere e ad affondargli dentro in un movimento continuo, e il sodo palo si incuneò nella calda carne del suo uomo, conquistandolo centimetro a centimetro.
"Oh, com'è bello, Gene: mi pare quasi che sia la prima volta e tu il mio primo amante. Ti amo, Gene."
"Sei bellissimo."
Patrick si curvò in modo di riuscire a suggere i capezzoli del giovane che fremette in preda ad un piacere fortissimo e, giunto fino in fondo, iniziò a muoversi su e giù, roteando le anche lieve, facendoglielo sentire tutto. Patrick accompagnava i suoi movimenti, carezzandogli la schiena e continuando a suggergli ora uno ora l'altro capezzolo.
Gene si lanciò in una appassionata cavalcata, prese il volto del suo amato fra le mani e con la lingua gli sottolineava le labbra, gli affondava nella bocca, quasi a prenderlo contemporaneamente dalle due parti. L'uomo gemeva felice.
"Amore, Patrick, mio grande, unico amore..."
"Mi ami?"
"Come non amerò mai nessuno!"
"Ti piace?"
"Da morire..." ansimò Gene affondando in lui col membro fremente e con la lingua che Patrick suggé con immenso piacere.
Finché Patrick lo sentì irrigidirsi, tremare per l'intensità del piacere e vide il volto del giovane diventare radioso e lo sentì scaricarsi in lui in una serie di dolci spasmi appassionati. Patrick lo strinse a sé, baciandolo profondamente, finché sentì che gli aveva donato fino all'ultima goccia del suo seme e che iniziava a rilassarsi fremendo.
"Ti adoro, Gene." mormorò l'uomo.
"Ti adoro, Patrick." fece eco il giovane.