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una storia originale di Andrej Koymasky


pin LA LIBERA COMUNE DI SILVANA di Andrej Koymasky © 2008
scritto il 7 marzo 1995
CAPITOLO 1

Storia sommaria della Comune di Silvana - a cura di Andrej Koymasky


A - Prefazione


Pochi conoscono la splendida città morta di Silvana, con i suoi castelli, le sue sculture, la sua intatta natura. Il governo l'ha preservata come un unico grande museo. Molte teorie si sono susseguite sulla storia di questo lembo di terra che per millesettecento anni ha conservato fieramente la sua indipendenza, cioè fino a quando, esattamente centocinquanta anni fa, tutta la sua popolazione fu deportata rendendo la città un luogo deserto e dimenticato.

I giornali hanno riportato ultimamente le rivendicazioni che gli ex cittadini di Silvana, dispersi nello stato, stanno portando all'esame del Tribunale di Stato per ottenere la facoltà di tornare nella propria terra e riavere la antica indipendenza. Si dice che il nuovo governo sia disponibile ad accettare le loro richieste.

Pochi sanno che tre anni fa lo studioso Berkov con la sua equipe ha trovato finalmente i leggendari archivi della città e che ora possiamo conoscere in dettaglio la incredibile e singolare storia della "Giustissima e Serenissima Comune di Silvana": questa infatti era la sua antica denominazione. Parecchi tratti delle leggende sulla Comune sono stati confermati, precisati ed illustrati dallo studio di questo ricco archivio, in cui sono stati trovati documenti preziosi ed esaurienti, da quelli vecchi di duemila anni, fino a quelli di centocinquanta anni fa. Inutilmente il passato regime ha tentato di cancellare la storia di questo fiero lembo di terra.

Avendo avuto a disposizione le copie di tutti i microfilm dell'archivio, in questi tre anni ho compiuto un'analisi del materiale per poter compilare questa prima "Storia sommaria della Comune di Silvana" che offro ai lettori. Tutto quanto contenuto in questa storia proviene da Cronache, Documenti, Ballate, Lettere, Poemi, Racconti, Registri, Narrazioni contenute in gran numero nell'archivio. L'archivio era nascosto nella Rupe, dietro al monumento del fondatore: in sette stanze senza finestre, con le pareti coperte, come tutto l'interno della Rupe, da preziosi bassorilievi. In tutto si tratta di ben 352.758 documenti che vanno da fogli singoli a fascicoli di poche pagine a ponderosi volumi: vi è tutta la storia dei 1700 anni di vita della Comune.

Anche le parti dialogate non sono inventate, ma ricreate dai documenti trovati. In alcune parti il racconto di questo testo taglierà anni di storia, poiché mi è sembrato opportuno, in questa sede, soffermarmi solo sui momenti più significativi della storia della Comune. Per una storia completa, bisognerà attendere l'opera che l'equipe del professor Berkov intende pubblicare: tutto l'intero contenuto dell'archivio. Opera che richiederà ancora parecchi anni di lavoro. Prendete questo primo libretto come una semplice anticipazione e l'illustrazione di come un pugno di uomini abbia creato una comunità con una cultura peculiare, in cui dominava l'ordine, il rispetto, la libertà, l'armonia e la fierezza della propria indipendenza che solo la forza di un esercito di un'enorme impero è riuscita ad offuscare e, apparentemente, a piegare.

N.B. Tutte le date sono riportate col doppio sistema di datazione, quello proprio della Comune e quello attuale fra parentesi. La datazione della Comune si divideva in cicli di 20 anni chiamati "generazioni" e parte dalla nascita del suo fondatore. Ogni generazione era divisa in 4 cicli di 5 anni, denominati Seme, Foglia, Fiore, Frutto. Quindi, ad esempio, una data espressa come: anno 2 del Frutto XII, abbreviata in 2 Fr XII corrisponde all'anno 387 d.C. poiché si deve calcolare: 150+(12-1)*20+15+2.

I nomi non sono stati traslitterati, ma tradotti, in quanto in tutti i documenti compare, quando se ne fosse perso il significato, la spiegazione, il che dimostra come la cultura della Comune desse particolare importanza ai significati dei nomi propri.

Il simbolo riportato in copertina è il "Sole della libertà" che compariva sulla più antica bandiera della Comune.

Ringrazio il silvanita Giusto per la preziosa opera di assistenza datami nella stesura di questo testo ed a lui dedico le seguenti pagine.

Andrej Koymasky
dell'Accademia Archeologica Nazionale


B - Silvano e i primi compagni: Cervo, Felice e Lenza, Forte e Fiore, sul Monte Ardente.


Il 3 del 7o mese dell'anno 1 del Seme della generazione 0, 3/7/1 Se 0 (151) nasceva nella città di Fiecca un maschio a cui fu messo nome Silvano (o Silvestre), figlio di uno scalpellino di nome Valente. Silvano crebbe lavorando con il padre, ma presto si fece un nome come scultore: i suoi lavori erano tanto apprezzati che a soli quattordici anni fu chiamato per fare le statue del famoso tempio del "Dito del Risvegliato" che sorge nella città di Opima.

Il giovane Silvano crebbe in grazia, fama e abilità, sì che, quando aveva diciotto anni, fu chiamato dalla nobile famiglia dei Vallesi di Opima per scolpire la facciata della loro casa.

I Vallesi avevano uno schiavo di quindici anni, di nome Cervo: era un ragazzo molto bello che il figlio maggiore dei Vallesi di nome Felice, un giovane di venti anni, usava come "schiavo da letto" come usava in quei tempi fra i giovani nobili prima del matrimonio. In altri termini, poiché le leggi proibivano i rapporti prematrimoniali, Felice usava Cervo per sfogare i propri desideri sessuali, in attesa di sposarsi.

Cervo trovò grazia agli occhi di Silvano, che si innamorò del ragazzo. Anche Cervo, che nel tempo libero andava ad osservare il lavoro di Silvano, a poco a poco si sentì attratto dal bel giovane che, il solo perizoma indosso, scolpiva le statue ed i fregi che avrebbero adornato la facciata della residenza dei Vallesi.

Silvano, che doveva scolpire un'effigie del Risvegliato da mettere sopra la porta principale della casa, decise di dargli le fattezze di Cervo: d'altronde la leggenda diceva che il Risvegliato aveva ottenuto il risveglio proprio a quindici anni, cioè all'inizio del periodo del Frutto.

Cervo, quando si riconobbe nell'effigie del Risvegliato, chiese a Silvano perché avesse rappresentato lui nelle vesti del Principe Risvegliato.

Silvano gli rispose: "Perché guardando te io ho conosciuto il risveglio: ora so quale è il senso della mia vita, ne conosco lo scopo, il valore. Sei tu, mio dolce Cerbiatto. Voglio dedicare tutta la mia vita a te, alla tua bellezza."

"Ma io sono solo un umile schiavo." obiettò il ragazzo confuso.

"E io farò di te un uomo libero, se tu vorrai affidarti al mio amore." rispose Silvano.

Il ragazzo arrossì, ma disse: "Non posso disporre di me, ma se lo potessi, vorrei essere solamente tuo."

Trascorse un altro anno, durante il quale Silvano portò a termine la sua opera: i due sentivano sempre più forte il sentimento che li legava, anche se ancora non avevano potuto mai concedersi l'uno all'altro.

Silvano, finito il suo lavoro e ricevute la paga, si accostò a Cervo e gli disse: "Cerbiatto, luce dei miei occhi, io ora devo andare. Ma non voglio andare senza te. Seguimi, fuggiamo assieme, in modo di poterci finalmente dare amore reciproco, in modo di poterci finalmente unire."

"Mi cercheranno, mi puniranno. Ma pur di passare anche solo pochi giorni con te, ti seguirò. Non mi importa se per questo sarò ucciso. Avere il tuo amore darà un senso a quel poco che mi è dato da vivere."

A sera Cerbiatto scappò dalla casa del padrone e con Silvano che lo aspettava, fuggirono. Silvano conosceva bene un monte che sorgeva a circa venti chilometri da Opima, perché vi andava spesso a ricavarne le belle pietre che lavorava. Quindi vi portò Cervo. Giunti sulla cima del monte (si tratta del cosiddetto Monte Ardente anche se si eleva per soli 750 metri sulla pianura che lo circonda) lo portò nella grande cava, una grotta da cui in passato aveva tratto le pietre bianche che usava per le sue più fini sculture.

Qui, deposto il sacco con i suoi attrezzi di lavoro, il sacco con il cibo ed il sacco con gli abiti, preparò un giaciglio riempiendo di foglie uno dei sacchi, lo dispose nel fondo della grotta (dove tuttora sorge la statua di Silvano e Cervo) e vi portò Cervo. Il ragazzo gli si diede, pieno di gioia. Le prime luci dell'alba li trovò ancora uniti in un dolcissimo rapporto d'amore, in estasi. Allora Silvano compose il:

"Poema dell'alba".

"La grotta ha due graditi ospiti languidamente stesi
due corpi nudi carezzati dalla rosea luce dell'alba
occhi pieni di stelle e di amore, che parlano silenti
nella gioia dell'unione consumata eppure ancora viva
in cuori trepidanti e lieti.

Erbe profumate ornan l'ingresso tagliato nella pietra
fiori si chinano ad ammirare i due languidi corpi
che così intimamente si sono conosciuti nella notte
appena trascorsa nell'amore ardente più del monte
e i cuori son trepidanti e lieti.

Nulla li potrà più separare, né uomo né dio né morte
perché coi corpi si sono giurati amore eterno e vero
è nato fra pietre e fra pietre è fiorito e dà frutto
nei cuori trepidanti e lieti."

I due si amarono con passione. Silvano insegnò a Cervo a scolpire e sul lato destro della grande grotta iniziarono a scavare quella che sarebbe stata la loro casa. Nel timore che i Vallesi stessero cercando Cervo, solo Silvano scendeva fino alla fonte per prendere acqua, raccoglieva le bacche e le radici, mentre Cervo, nella grotta, continuava a scavare la loro casa. Poi, mentre Cervo accendeva il fuoco e preparava il cibo, Silvano continuava a forare la dura roccia. E la sera, stesi sul loro giaciglio di foglie, si amavano con rinnovata passione.

Il 3/5/2 Se I (172) alcuni scalpellini venuti a prendere pietre, videro i due amanti e, nonostante Silvano li avesse pregati di non dire a nessuno dove loro fossero, portarono la notizia ad Opima. Felice dei Vallesi immaginò che il giovane di cui si parlava fosse Cervo. Allora, presi alcuni uomini e le armi, salì sul monte per riprendersi il ragazzo.

Giunto davanti all'imbocco della grotta, Felice gridò: "Cervo, so che sei lì dentro: esci, tu sei mio. Esci e non ti farò del male. Ma giuro sugli dei che ucciderò colui che ti ha rapito a me!"

Allora Silvano chiese a Cervo: "Vuoi tu tornare con Felice?"

"No, io sono tuo, ormai. Preferisco morire qui con te."

Allora Silvano uscì fino al varco della grotta e Cervo stava alle sue spalle: "Felice, torna alla tua casa. Cervo è ormai un uomo libero, e vivrà e morirà qui con me!"

"Allora morirete assieme, tu e il mio schiavo!" gridò irato Felice e, alzato l'arco, fece per scoccare una freccia contro il petto di Silvano.

Ma questi fece un gesto con la mano, come a fermarlo e Felice rimase immobile, paralizzato: solo i suoi occhi potevano muoversi e la sua bocca.

"Che hai fatto? Sei tu un mago?"

"Non io: è il Principe Risvegliato, sotto la cui protezione ho messo me stesso e Cervo, che ti ha impedito di fare una cosa ignobile."

"Liberami!"

"Solo quando tu farai di Cervo l'uomo libero che è."

"Mai: è il mio schiavo!" gridò Felice.

Ma cadde a terra. I suoi uomini lo sollevarono spaventati e corsero a valle, lo riportarono ad Opima, nella sua casa. Qui raccontarono al padre di Felice quanto era accaduto.

A nulla valsero cure, nulla poterono i saggi, i medici, i sacerdoti. Felice era paralizzato e neppure potevano togliergli l'arco teso dalle mani. Dovevano nutrirlo imboccandolo, lavarlo, perché egli era capace solo di parlare e di muovere gli occhi. Alla fine il padre di Felice, con tutta la famiglia, portando il figlio su una lettiga, risalirono il monte fino alla grotta.

Qui chiamarono Silvano: il padre gli si prostrò davanti e lo pregò: "Rendimi mio figlio, ti prego. Era forte, valente, ed ora è come una statua di pietra. Ridammelo, ti scongiuro."

"Dipende da lui, non da me: io pregherò il Risvegliato di avere pietà di lui, ma se lui non si pente, a nulla varranno le mie preghiere." rispose Silvano.

Allora i parenti di Felice gli chiesero di ravvedersi, di lasciare libero Cervo.

Il giovane rispose: "Sì, ho capito di avere sbagliato ad oppormi all'amore che lega Silvano a Cervo, che lega Cervo a Silvano. Chiedo perdono e ridò la libertà a Cervo, e prometto che non solo non farò mai più del male a nessuno di loro due, ma che li proteggerò da ogni pericolo."

Allora Silvano lo fece portare nella loro Casa dentro la grotta, lo fece stendere sul loro giaciglio e si immerse in preghiera. Quindi si alzò e disse: "Devo immergerlo nella fonte calda e nella fonte fredda e sarà guarito."

"E dove sono queste fonti? Diccelo, ti prego." disse il padre.

"Sono qui, in questa grotta: lasciami il tempo di trovarle." rispose Silvano.

Quindi fece portare Felice con il giaciglio nella grotta grande, tornò nella Casa ed indicò due punti: "Ecco, dovremo scavare qui e qui e troveremo le due fonti che guariranno tuo figlio. Lascia qui tuo figlio, ce ne prenderemo cura noi. Ti prometto che tornerà a te forte e sano fra meno di un mese."

Quindi Silvano e Cervo si misero all'opera scavando il primo a destra e il secondo a sinistra. Scavarono due cunicoli finché sentirono che dietro la parete di roccia suonava vuoto. Il lavoro durò diciotto giorni, durante i quali si prendevano cura di Felice, dandogli da mangiare, lavandolo, accudendolo, e finalmente trovarono due piccole grotte: in quella di destra affiorava una polla di acqua calda, fumante, in quella di sinistra cadeva dall'alto pura acqua fresca, limpida. Allora presero Felice, lo denudarono, lo trasportarono di peso nella grotta dell'acqua calda e lo immersero nell'acqua calda: il suo corpo si sciolse, perse la sua rigidezza, ma il giovane non aveva la minima forza.

Lo trasportarono fino all'altra piccola grotta e lo misero sotto la cascatella di acqua fresca e pura e Felice fu bagnato dall'acqua fresca e pura e ritrovò le sue forze e tornò sano e robusto anche più di prima, sì che poté uscire da solo dalla piccola grotta.

Quando anche Silvano e Cervo uscirono, Felice si prostrò a terra e disse a Silvano: "Eccomi, nudo come quando sono nato, perché oggi sono rinato per la tua grande bontà. Tu sei un uomo potente: insegnami che cosa significa amare, prendimi come tuo discepolo. Permettimi di vivere accanto a te, Maestro Silvano."

Silvano gli disse: "Come desideri, Felice. Qui sei il benvenuto. Scavati una casa accanto alla nostra, se vuoi. Ma non potrai venire ad abitarvi finché non avrai trovato il compagno che ti è destinato. Quindi, ogni mattina verrai a lavorare per fare la tua casa, e la sera scenderai a valle, fin quando troverai il tuo compagno che ti è destinato."

"Come potrò trovarlo?" gli chiese Felice.

"Lo riconoscerai facilmente: starà pescando e quando gli chiederai il suo nome, lui ti dirà che il suo nome è Lenza. Allora potrai tornare qui con lui e vivere con noi."

Felice iniziò a scavare la sua casa a sinistra di quella di Silvano e Cervo, perché la sinistra è la parte di meno valore, per dire che lui non valeva nulla. Quando tornò a casa la sera, la sua famiglia fece una gran festa e il padre, come segno di gratitudine, preparò un documento con cui donava a Silvano tutto il monte e la dette al figlio perché la consegnasse a Silvano. Inoltre fece preparare l'anello col simbolo del sole, proprio di tutti gli uomini nati liberi, perché lo consegnasse a Cervo.

Felice andava e veniva dal monte, ed ogni volta costeggiava il fiume che nasce sotto la rupe e che scorre verso Opima osservandone bene le rive nella speranza di vedere un pescatore. E pescatori ve n'erano non pochi, ma nessuno si chiamava Lenza. Felice però credeva nelle parole di Silvano e continuava, giorno dopo giorno a sperare. Frattanto la casa di Felice era quasi completata.

Silvano e Cervo decisero di scavare fra le due grotte delle fonti un'altra piccola grotta: un'alcova per dormire, e frattanto ingrandirono ed abbellirono le due grotte dell'acqua calda e dell'acqua fredda, facendovi due vasche circolari e decorandone le pareti con sculture che narravano della vicenda di Felice. Poi decisero di coprire di bassorilievi anche l'alcova nel fondo della casa e la casa stessa.

Una mattina, mentre Felice risaliva al monte Ardente, vide un giovane di diciassette anni che pescava. Traversò il fiume al guado e gli andò accanto e vide che il ragazzo era molto bello.

Con emozione gli chiese: "Dimmi, di grazia, ragazzo, qual è il tuo nome?"

"Mi chiamo Lenza, nobile giovane."

"Gli dei siano lodati! Ti cercavo. Vuoi venire con me, essere il mio amante?"

"Un anno fa ho avuto un sogno: un uomo di nome Felice un giorno mi avrebbe offerto il suo amore e con lui sarei stato felice: qual è il tuo nome?"

"Il mio nome è Felice." rispose il giovane con emozione.

Allora Lenza prese i suoi attrezzi di pesca, il cestello pieno di pesci e lo seguì.

Silvano e Cervo li accolsero con gioia e Felice e Lenza abitarono accanto a loro. Frattanto continuavano ad abbellire le case ed a scolpirne la facciata esterna verso la grotta, a farci i sette gradini fino al piano della grotta. Lenza pescava, Felice andava a caccia, Cervo raccoglieva le erbe ed i frutti del bosco e mangiavano assieme ed erano felici.

Il 12/6/1 Fo I (175) mentre stavano mangiando, arrivò uno schiavo di venticinque anni di nome Forte, ferito, allo stremo delle forze. Era fuggito dalla città perché il suo padrone l'aveva fatto torturare per punirlo perché aveva osato chiedere al figlio di questi, di nome Fiore, di sedici anni, di farci l'amore. Forte chiese protezione, ospitalità. Lo curarono, finché Forte si fu ristabilito. Forte allora, poiché era abile nel coltivare, chiese di poter lavorare la terra per loro.

Silvano gli disse che poteva farlo, ma che doveva scavarsi una casa a destra della sua e gli disse: "Quando avrai finito la tua casa, la persona che ami verrà ad abitarla con te."

"Fiore? dici davvero? Com'è possibile: lui non aveva accettato di fare l'amore con me, è stato lui che mi ha denunciato a suo padre."

"Non dubitare di quello che ti dico: Fiore in questi giorni ha ripensato molto a quanto ti è accaduto per causa sua, e ha capito che è stato uno sciocco per aver rifiutato il tuo amore."

"Ma io sono soltanto uno schiavo."

"Su questo monte non vi sono schiavi e padroni: siamo tutti uomini liberi."

"Non ho nemmeno l'anello con il sole."

"Faremo uno stendardo con il sole, e sarà il simbolo della nostra libertà." rispose Silvano.

In realtà non si sa come fosse fatto quel primo stendardo, né che colori avesse. Infatti il primo stendardo di cui abbiamo un documento risale a parecchie generazioni dopo, ma nulla ci impedisce di credere che lo stendardo più antico di cui abbiamo documentazione fosse uguale a quello creato da Silvano.

Forte si mise a lavorare con impegno per scavare la sua casa e Silvano con Cervo decisero di scolpirne le pareti, quando fosse arrivato Fiore. Frattanto stavano scolpendo le pareti della casa di Felice e Lenza con la loro storia.

Quando Forte ebbe finito di scavare la sua casa nella bianca roccia, uscì a coltivare il campo: guardava sempre verso valle nella speranza di veder arrivare Fiore. A metà del pomeriggio di quel primo giorno, vide salire un gruppo di persone: erano cinque. Quando furono abbastanza vicine, riconobbe fra loro Fiore.

Il ragazzo, pieno di rimorso nei confronti di Forte, aveva sentito nascere in sé un forte amore verso il giovane che in un primo momento aveva fatto punire e allora era scappato dalla casa paterna con un servo, uno schiavo e due suoi amici i quali, avendo sentito parlare di Silvano, avevano deciso di unirsi a lui e diventare suoi discepoli: infatti non si volevano sposare, poiché fin da ragazzi amavano gli uomini.

Fiore si prostrò davanti a Forte, gli chiese perdono e gli offrì il suo amore. Forte lo fece rialzare, quindi li accompagnò tutti da Silvano che li accolse con gioia.

Allora Felice disse: "Stiamo diventando una comunità e tu Silvano sei il nostro Maestro. Abbiamo uno stendardo: dobbiamo darci un nome, un abito, una regola come ogni comunità che si rispetti."


C - Nasce la "Comune del Monte Ardente" e Silvano, primo Maestro, ne detta la Regola. Morte di Silvano.


Silvano accettò. Così, decise che la comunità si sarebbe chiamata Comune, l'abito sarebbe stata una tunica azzurra e, sera dopo sera, attorno al fuoco, discussi vari punti con gli altri, dettò la prima Regola della Comune che Fiore scrisse. Ne abbiamo ritrovato il testo:

  • "La Comune del Monte Ardente è composta di uomini liberi ed uguali che si chiamano compagni: nessuno prevarichi sugli altri in nessun modo.
  • Ciò che ci unisce è amore, non desiderio di gloria o di potenza: difenderemo questo amore con ogni mezzo.
  • Il maestro sarà il consigliere di tutti, ma ogni decisione sarà presa dopo aver liberamente discusso a maggioranza e gli altri si sottoporranno liberamente e volentieri alle decisioni prese.
  • Ognuno contribuirà alla vita della Comune secondo le sue abilità, pronto a servire tutti i compagni in tutte le necessità.
  • Il lavoro per la Comune è la nostra unica ricchezza, ciò che, con l'amore, ci rende liberi.
  • La Comune proteggerà tutti i compagni e darà protezione a chiunque gliela chieda, purché si sottometta alla regola.
  • Ogni nuovo membro permanente della Comune deve costruirsi la sua casa, ma gli altri lo aiuteranno secondo le loro abilità.
  • I pasti dovranno sempre essere in comune, perché si resti una comunità effettiva.
  • Nessuno cercherà di separare una coppia regolarmente costituita, cioè che si è unita per reciproco consenso davanti alla Comune. Per unirsi, la coppia, deve chiedere al Maestro di riunire la Comune e, alla sua presenza, dichiarare di voler vivere unita.
  • Nessun compagno possederà nulla in proprio, ma tutto sarà di tutti, e distribuito ed usato secondo necessità.
  • Il frutto del lavoro sarà parimenti di tutti e nessuno potrà pretendere una parte diversa dagli altri.
  • Chi sarà malato sarà curato e mantenuto dagli altri fino a guarigione completa.
  • Chi non rispetterà questa regola, dovrà essere richiamato da un compagno. Se non si ravvede, il caso dovrà essere portato al Maestro che lo chiamerà e cercherà di fargli comprendere il suo errore. Se non lo riconoscerà, sarà giudicato dalla Comune riunita e sopporterà le conseguenze del suo atteggiamento."

È davvero una regola semplice e primitiva, che tiene conto dei problemi di un piccolo gruppo. In seguito vedrà molte aggiunte ed emendamenti, ma è chiaramente questo il nucleo su cui in seguito si formeranno gli Statuti che le varranno l'appellativo di "Giustissima".

I quattro compagni che Fiore aveva portato con sé sono Destro, uno schiavo di diciotto anni, Moro, un servo di diciannove anni, Salvo un artigiano di ventuno anni e Colmo, un nobile di diciassette anni. Le quattro case (la denominazione "celle" che si legge nelle guide turistiche non è corretta, i compagni le chiamavano case) sono di fronte alle case del fondatore e dei primi compagni, a pianterreno. Sono decorate con bassorilievi detti "delle coppie celebri" che, a differenza dei bassorilievi del nucleo originario e della grande statua della grotta centrale del Principe Risvegliato, non sono opera di Silvano ma di suoi allievi, come dimostrano le differenze di stile.

Solo in seguito furono scavate le altre file di quattro case sopra a queste primitive, in tre file per ogni lato per un totale di trentuno case, il che porta al nucleo primitivo di sessantadue persone. Le facciate delle case, la facciata esterna della Rupe, le decorazioni interne della grotta grande e le statue degli stalli sono tutte opere posteriori che datano dal tempo di Silvano a circa quattrocento anni dopo (20 generazioni).

La popolazione degli amici (cioè di uomini e donne sposati con i loro figli) non è chiaro quando si sia formata ma molto probabilmente durante la vita del fondatore. Infatti in un documento di soli cinque anni posteriore alla sua morte si legge un cenno alle "famiglie degli amici". Vi è una novella, che potrebbe avere fondamento storico, che spiega l'origine degli amici e che qui riporto.

I SEMI BOLLITI FIORISCONO

"Il Maestro (Silvano) stava ammaestrando i compagni quando giunse alla grotta un giovane uomo. Aveva con sé la sposa ed un piccolo lattante. Questo uomo si chiamava Sole e la sua sposa Dolce. Erano venuti dalla città di Villetta. Dissero al Maestro che avevano sentito parlare della comunità e chiedevano rifugio: infatti le loro famiglie, nemiche da generazioni, erano contrarie alla loro unione, nonostante fosse nato loro un figlio: volevano sopprimerlo e quindi separare i due giovani.

Il Maestro disse loro: "Questa comunità è composta di soli uomini, non abbiamo donne fra noi, né bambini. Come puoi chiedermi di entrare a far parte dei compagni?"

Al che Sole si propstrò e rispose: "Maestro, dicono che qui date protezione a tutti i fuggiaschi e i perseguitati e noi lo siamo: non ci rinviare alla nostra città."

Il Maestro gli rispose: "Non ti rinvio alla tua città: potresti andare altrove."

Allora Sole disse: "Maestro, nostro figlio è maschio: prendi almeno lui."

"Ma è ancora un lattante." obiettò il Maestro.

"Allora lasciaci stare qui vicino finché potrà badare a sé stesso, in nome del Principe Risvegliato che tu onori." insisté la donna con le lagrime agli occhi.

Il Maestro commosso disse: "Se è volontà del Principe Risvegliato resterete. Vedete quel piatto sperone di roccia là a sud est? Se riuscirete a farvi crescere un prato di fiori con questi semi, là potrete costruire la vostra dimora." e dette loro una manciata di semi bolliti che eran pronti per il pasto.

Sole e Dolce non esitarono, ringraziarono ed andarono sullo sperone di roccia e vi appoggiarono sopra i semi bolliti in bell'ordine.

Gli allievi dissero al Maestro: "Perché hai chiesto loro una cosa impossibile: non facevi prima a dire di no?"

Ma il Maestro rispose: "Ah, se voi aveste la loro fede! Non vedete con quanta fede hanno disposto i semi? Aspettate e vedrete."

Il giorno dopo, all'alba, tutto lo sperone di roccia era coperto di fiori azzurri. La famigliola ancora dormiva, ma li videro gli allievi e chiamarono il Maestro.

Questi disse: "Ecco il frutto della loro fede semplice e pulita: l'azzurro è il nostro colore, è la risposta al loro desiderio di libertà nell'amore. Svegliateli ed aiutateli a costruire la loro casa là, in mezzo ai fiori."

Così gli allievi fecero, costruirono una casetta di pietre e di legno e quella roccia da allora fu chiamata la roccia di Soldolce."

In realtà, forse questa novella spiega due cose: l'arrivo dei primi amici e il nome di uno dei castelli, il castello di Soldolce che infatti sorge a sud est della Rupe anche se però fu costruito parecchie generazioni dopo. Alla base di questo antico castello, fra le fondamenta, è inclusa comunque una piccola camera di costruzione vetusta, che potrebbe essere proprio la casa di quella prima coppia.

Riguardo all'arrivo dei primi "amici" vi è un'altra cosa da notare: la loro accettazione non fu immediata, ci volle un vero e proprio "miracolo" perché fossero accolti. E presto si pose il problema di come inserirli nella nascente comunità: dovevano seguire le regole della Comune o no?

Ma torniamo a Silvano, Cervo e agli altri. Vi è un altro documento interessante. È una lettera del gran prete di Opima ad un membro della Comune che proveniva dal Tempio della Dormizione del Principe. Nella lettera chiede come possa essersi messo alla sequela del "... sedicente Maestro Silvano, che notoriamente è solo uno scultore di immagini. Quale saggezza puoi trovare in un uomo che conosce le scritture solo per averle ascoltate quando andava al tempio? Che guida puoi trovare in un uomo che ha più dimestichezza con lo scalpello che con la penna? Che insegnamenti puoi ascoltare da un uomo che afferma che tutti gli uomini sono uguali? Nobili, preti, commercianti, artigiani, contadini, servi e schiavi, sarebbero dunque tutti uguali? Non sai forse che furono creati diversi dagli dei?..." e così via. Questo mostra in che considerazione fosse tenuto Silvano al di fuori della sua comunità e come fin dall'inizio la Chiesa ufficiale lo abbia guardato con occhio sospettoso e sprezzante.

Il 3/7/1 Fo III (216) Silvano muore. Abbiamo il racconto della sua morte, scritto probabilmente da Fiore. La mattina del terzo giorno del settimo mese, dopo aver cantato con i compagni le lodi del Risvegliato, il Maestro disse loro di seguirlo.

Scese per il dirupo ad ovest della Grotta fino ad un piccolo spazio digradante coperto di fiori bianchi, chiese a Cervo di sedere a terra, poi si stese con il capo appoggiato in grembo al suo compagno e disse: "Ecco, compagni, sono giunto al grande passaggio. Vi lascio ma sarò sempre con voi. Vi dono una parola: siate liberi nell'amore. Addio."

Cervo gli chiese: "Perché dici così, mio amato? Sei forte, hai solo sessantacinque anni, io ho bisogno di te, noi abbiamo bisogno di te. Non puoi andartene ancora."

Tutti i compagni ripeterono le sue parole: "Abbiamo ancora bisogno di te, non puoi andartene ancora"

Ma il Maestro fece segno di tacere, sorrise e disse: "Devo andare. Non lamentatevi per questo. Siate lieti, perché il Risvegliato mi attende. Qui, in questo punto, lascerete riposare i miei resti per sempre. Ora, vi prego, cantate con me la "Lode per la Dormizione del Risvegliato" e lasciatemi andare in pace."

Tutti i compagni, commossi cantarono, e quando giunsero alle parole "... e sorridendo gli occhi chiuse..." la voce del Maestro tacque. Cervo allora gli carezzò il volto e, cullandolo, assieme agli altri terminò la lode. Quindi chiese ai compagni di preparare la cassa e di portare gli attrezzi per scavare. Cervo rimase lì, in attesa, il capo del Maestro in grembo.

Quando gli amici seppero della dipartita del Maestro, lasciarono tutti le loro case, uomini, donne e bambini ed andarono al campo fiorito per onorare il Maestro. I compagni portarono la cassa e vi deposero il corpo, mentre gli amici lo cospargevano di fiori. Lì dove Cervo era stato seduto, scavarono, quindi vi calarono la cassa. Cosparsa anche questa di fiori, la coprirono di terra.

Quindi Cervo scolpì le pietre con cui si coprì il punto in cui era sepolto Silvano e gli amici, tutto attorno, vi piantarono giovani alberi, uno per ogni famiglia. Cervo poi iniziò a scolpire la grande effigie del fondatore, raffigurando se stesso seduto sul palmo della mano del suo compagno. Questa statua fu posta davanti alla grande statua del Risvegliato, nella grande grotta della rupe. Quindi compose la "Lode al Maestro" che tutt'ora si canta.

In località Campofiorito, il cimitero della Comune, ancora si può vedere la tomba del Maestro: le sculture che la ricoprono sono indubbiamente antichissime e sono chiaramente della stessa mano della statua del fondatore. La tomba è circondata da dieci grandi alberi ugualmente distanziati, il che può significare che alla morte di Silvano già c'erano dieci nuclei familiari di amici. I compagni dovevano essere, alla morte di Silvano fra i sessanta ed i settanta. In tutto, perciò, la comune doveva avere poco più di cento membri.

Non sappiamo esattamente il loro numero, poiché in quei primi tempi non si tenevano elenchi dei nomi come invece si iniziò a fare in seguito, né ancora si facevano censimenti periodici. Non dovevano sentirne il bisogno perché, essendo la comunità ridotta, si conoscevano certamente tutti per nome.



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