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una storia originale di Andrej Koymasky


pin LA LIBERA COMUNE DI SILVANA CAPITOLO 2

D - Il primo Tempio. La storia di Festoso, il successore di Silvano, e del suo compagno Silente.


Un documento interessante è la lettera del 1o anno del Fiore della X generazione (361) inviata dal gran prete di Potenza a Festoso, uno dei primi successori di Silvano. Da questa lettera risulta che Festoso aveva chiesto al gran prete l'autorizzazione a costruire e poi di andare a consacrare il tempio della comunità. Dove sorgesse questo primo tempio è solo congettura: molti pensano che fosse nella zona dove ora sorge il castello di Tempio, benché l'attuale che è entro le sue mura sia di parecchie generazioni posteriore.

Comunque Bennato risponde che andrà volentieri, perché "... conosco la pietà della comunità del Monte Ardente che tu con saggezza presiedi. Inoltre sono lieto di donare per l'occasione alla tua comunità tutto il territorio che va dal vostro Monte fino al Fiume Bianco che ora appartiene al nostro tempio. Sarà sotto la vostra completa giurisdizione con tutti i nostri servi e gli schiavi che ora coltivano il fondo..."

Era una stretta striscia di terra e costituiva il primo ampliamento del territorio della Comune. La lettera inoltre termina con le parole: "... e pregherò per te, per il tuo amato compagno Silente, per la tua comunità e per tutta la gente comune che lavora nel vostro territorio. Che il Risvegliato vi protegga e vi mantenga liberi ed uniti come sempre siete stati." Questa lettera mostra che Bennato aveva idee abbastanza chiare sull'organizzazione della comunità e sui valori di libertà e unione che professava. Inoltre parla di "giurisdizione" il che, se non è un vero e proprio riconoscimento di indipendenza del territorio, è però un riconoscimento della sua autonomia da altri poteri.

Questa lettera, assieme ad altri documenti, sarà usata in seguito dalla comunità come prova nelle cause che la oppose ai potenti vicini. Era anche chiaro che Bennato sapeva bene che questa comunità praticava l'amore fra maschi, come indica l'espressione "il tuo amato compagno".

Riguardo a Festoso e Silente, vi è un delizioso racconto, scritto probabilmente durante la XII generazione che, oltre a dirci come si fossero conosciuti ed innamorati, e infine uniti ci mostra quale fosse il rapporto fra amici e compagni.

"Un giovane compagno di nome Festoso, scendeva quasi ogni giorno, dopo le lodi del mattino, fino alla fonte di Acquaviva per prendere acqua per la comunità. Accanto alla fonte sorgevano cinque case di amici. Quando veniva Festoso, lo pregavano di fermarsi un po' con loro per raccontare dei primi tempi. Festoso allora sedeva su una pietra e raccontava. Specialmente i piccoli andavano attorno a lui, e spesso uno o un altro gli saliva sulle gambe e Festoso, carezzandogli lieve i capelli, iniziava il suo nuovo racconto.

Fra questi c'era il piccolo Silente, figlio di Bravo e di Fiorella. Era un bellissimo bimbo, dolce e quieto, appena entrato nell'età del fiore, dai capelli neri e lisci come seta e dagli occhi colore del cielo d'estate. Quando poteva andare lui a sedere sulle gambe di Festoso, poggiava il capo sulla sua spalla e restava immobile fin quando Festoso aveva finito il suo racconto. Poi lo ringraziava con un dolce sorriso, gli baciava il lembo della veste e lo guardava andare alla fonte a riempire i suoi due secchi.

Un giorno, mentre Festoso si avviava a tornare alla Rupe con i secchi pieni d'acqua, Fiorella e Bravo, tenendo per mano i loro tre figli, dissero a Festoso: -Nostro figlio vuole diventare un compagno. Possiamo affidarlo a te?- -A me? Sono uno dei più giovani compagni, perché non lo affidi a qualcuno più saggio di me?- -Nostro figlio è affezionato a te, vuole te come sua guida.- -Portatelo al nostro Rettore e lui, nella sua saggezza, deciderà chi sarà la guida più adatta per farne un compagno.- rispose Festoso. -Noi conosciamo te e lo affidiamo a te: ciò che tu farai sarà ben fatto.-

Festoso, preso per mano Silente, salì alla Rupe. -Perché vuoi diventare un compagno, mio piccolo amico?- -Io voglio diventare il tuo compagno.- rispose Silente. -Sei ancora un bambino.- -Ma crescerò. Tu mi aspetterai?- -Vedremo. Prima dovrai diventare veramente un buon compagno. Sai che non si può diventare compagni prima dell'età del Frutto, no?- -Mancano meno di cinque anni.- rispose sereno Silente stringendo con affetto la mano del giovane.

Festoso lo portò dal Rettore che interrogò a lungo il piccolo, quindi lo affidò a Lupo e al suo compagno Olmo perché lo istruissero. Silente dormiva nella casa dei novizi e si applicava con diligenza. Ogni giorno raccoglieva un fiore e lo deponeva sulla soglia della casa di Festoso e quando lo incontrava, lo salutava sempre con un caldo sorriso.

Festoso lo guardava crescere e gli sembrava che più cresceva più si facesse bello. Quando nella grande grotta cantavano le lodi al Risvegliato e al Maestro tre volte al giorno, spesso i loro occhi si incontravano e quelli di Silente diventavano luminosi, quelli di Festoso si riempivano di dolcezza.

Quando finalmente Silente entrò nell'età del Frutto, poté lasciare l'abito nero ed indossare l'abito azzurro dei compagni e con una cerimonia, pronunciò i voti di libertà, povertà e amore, quindi scese ad Acquaviva per il canto di ringraziamento ai genitori per avergli dato la vita.

Silente, diventato un compagno, ogni giorno depose sulla soglia di Festoso un frutto. Finché una sera, dopo il canto delle lodi, Festoso gli si accostò e gli disse: -I fiori che mi hai dato erano profumati, i frutti che mi dai sono dolci.- -Sono lieto che tu li apprezzi.- rispose il ragazzo contento. -Ma c'è un altro frutto che ora è maturo e che vorrei gustare. Perché non lo deponi sulla mia soglia?- chiese Festoso con un sorriso.

Silente allora salì fin davanti la soglia della casa di Festoso e sedette in attesa. Quando Festoso si ritirò per la notte, lo trovò là seduto. Allora lo prese fra le braccia, scostò la tenda e lo depose sul proprio giaciglio. Poi, accesa la lucerna, tolse al ragazzo l'abito e, stesosi con lui, lo gustò per tutta la notte.

Si amarono intensamente, giorno dopo giorno, finché Silente ebbe finalmente l'età per chiedere al Rettore di unirlo a Festoso. Il loro amore cresceva e si rafforzava sì che presto furono portati come esempio ai novizi del vero amore che deve unire due compagni."

Festoso fu fatto Rettore, e come abbiamo visto, fece costruire il Primo Tempio. La statua di Festoso e Silente nella Grotta è la terza alla destra di quella del fondatore: Silente è rappresentato accoccolato ai suoi piedi, per ricordare quando lo attese sulla soglia della porta, anche se è rappresentato come un giovane di venti anni. Nella mano destra ha un fiore e con la sinistra porge a Festoso un frutto, che simboleggia la sua completa dedizione. Si pensa che sia stata scolpita agli inizi degli anni 400 cioè della XII generazione.


E - La Rocca e Fortezza. Il Primo Statuto. Il Foro dei capifamiglia. La storia di Fidato e Severo.


Durante la XXIX generazione, quando era rettore Primo, il circostante impero fu percorso da scorrerie di barbari che venivano dall'ovest. I compagni, temendo la ferocia degli scorridori, decisero di fortificare la cima del monte e costruirono la Rocca che sorge sul punto più alto del Monte Ardente, sopra la Rupe, e che la avvolge scendendo e circonda con un poderoso muro la Grande Grotta.

Dai documenti risulta che parteciparono alla costruzione sia le famiglie di Acquaviva che di Tempio e, per la prima volta, si nominano anche famiglie residenti a Borgata. Infatti negli archivi vi è un atto del 3 Fi XIX (393) con cui la famiglia Galla di Opima dona i poderi di Piana alla comunità, e Borgata sorge quasi al centro di Piana. Risulta anche che i compagni erano organizzati in dieci squadre di lavoro e gli amici in altre dieci, il che ci fa pensare, essendo ogni squadra composta da otto persone, che in totale, compresi coloro che o per età o per altri incarichi non potevano lavorare alla Rocca, la popolazione totale della comunità doveva aggirarsi sui 200 compagni e 300 amici circa.

D'altronde vi è un appunto del rettore Primo in cui si legge che è necessario tenere di sentinella dodici uomini in quattro turni, cioè, precisa, circa un decimo della popolazione totale. Risale anche a questo periodo l'acquisto, fatto a Potenza, di cinquanta spade, cinquanta lance e cinquanta archi nonché di mille frecce con punta di ferro. Per pagare queste armi i compagni si impegnano a scolpire le 80 statue della torre del Tempio Maggiore di Potenza. Purtroppo la torre, crollata in un terremoto del 1027 non esiste più, ma doveva essere molto bella: ce ne restano alcuni antichi disegni nell'Archivio di Stato.

Nella parte alta della Rocca vi sono dodici "case" di compagni, di quelli cioè che garantivano due dei quattro turni. Gli altri due turni erano garantiti dagli amici. In un rescritto del comandante di Rocca di pochi anni dopo si impone ai compagni di sentinella di stare distanziati di due uomini dal proprio compagno, per evitare che cedano alla tentazione di fare l'amore durante il servizio: evidentemente accadeva, anche perché i compagni erano sempre di guardia di notte.

Abbiamo poi un documento del 20/2/1 Fr XXXVI (736) che è intitolato "Soluzione della controversia fra il gran prete di Opima e il rettore di Monte Ardente". In quell'anno era sorta una disputa fra Donato, gran prete del tempio maggiore di Opima e la comunità. Era rettore Semplice. Donato sosteneva che Semplice avesse usurpato al Tempio di Opima alcuni fondi sul versante occidentale del Monte Ardente. La decisione della causa fu affidata a Giovane, gran prete di Monpane, a Leone, signore di Monpane e a tre insigni giuristi chiamati da Valletta, Bonaria e Valenza. La disputa fu risolta a favore di Semplice e della comunità dei compagni di Monte Ardente, che riuscirono a provare che il tempio di Opima non era stato mai in possesso di quei beni e che né per "dieci, o due, o una generazione soltanto" ne aveva mai goduto. Fu quindi riconosciuto essere cosa tacita ora, per il passato e per sempre che i fondi di Riva, Piana, Casette, Selva e Terrazze appartenessero al Monte Ardente ed alla comunità dei compagni.

Siamo ormai all'alba dell'unità e dell'indipendenza del territorio. Una lettera del re Baldo datata 26/9/2 Se XL (852) dà il privilegio alla "libera comunità" di costruire un secondo castello sulla sommità del monte (il castello di Fortezza) e di cingere di mura gli abitati di Acquaviva, Tempio e Piana.

L'anno 3 Se LI (1023) il concilio dei gran preti di Valenza e Bonaria autorizza di circondare di mura le case degli amici che abitavano in zona Casette e si formò così il castello di Serena. Dai documenti di questa epoca risulta che la popolazione totale del territorio ammontava a circa 1800 abitanti di cui cinquecento compagni e gli altri amici.

A proposito di Serena, il nome del castello viene dal fatto che dalle famiglie della piana di Casette proviene Sereno, un compagno a cui si deve la stesura del primo "statuto" della comunità degli amici e dei compagni. E per la prima volta si usa il termine "La comune" per designare tutto il territorio sotto la giurisdizione del Monte Ardente e della comunità.

Per la prima volta si forma il Foro, cioè l'assemblea di tutti i capifamiglia degli amici. Si definisce come famiglia tutto il gruppo di persone aventi un comune antenato vivente. In questo periodo, con le famiglie, inizia l'uso dei cognomi. Alla morte dell'antenato comune la famiglia si divide in tante famiglie quanti sono i suoi figli: solo la famiglia del maggiore porta il cognome del padre, le altre hanno nuovi cognomi. Il Foro elegge un Capitano che affianca il Rettore per le decisioni.

Lo statuto impone l'obbligo del servizio militare per tutti i membri maschi fra i 15 ed i 60 anni. I custodi della Rocca e della Fortezza devono risiedervi dentro. Si era pronti ad ospitare i perseguitati, ma questi dovevano consegnare tutti i loro beni, ori, denaro, armi, attrezzi e oggetti al Custode, restando con i soli abiti che avevano indosso, e lavorare con gli altri: se avessero chiesto di restare, i loro beni diventavano proprietà comune, se invece decidevano di uscire dal territorio, erano accompagnati fino al confine e qui veniva loro restituito tutto quanto avevano al loro arrivo. Nessuno di notte poteva aggirarsi senza lume e armato nel territorio della Comune: le guardie notturne avevano l'ordine di arrestare immediatamente chiunque non obbedisse a questo ordine, fosse anche il Capitano o il Rettore. Nessun forestiero poteva acquistare case o terreni nel territorio. L'omicidio e il tradimento erano puniti con la decapitazione. Chi non pregava tre volte al giorno poteva essere punito anche con 150 giorni di prigione. I giocatori d'azzardo erano puniti con 150 giorni di prigione. Chi avesse gettato acqua sporca o immondizie nelle vie e nelle piazze era punito con 30 giorni di prigione.

Anche la vita sessuale era regolata da leggi precise, che non facevano distinzione fra amici e compagni: nessuno poteva avere rapporti sessuali con un piccolo dell'età del Seme, nell'età della Foglia era permesso solo se la differenza fra i due era al massimo di due anni e il rapporto era volontario, nell'età del Fiore solo se volontario e con tre anni al massimo di differenza, e in seguito era libero era libero. Chi non osservava queste regole e chi, a qualsiasi età, obbligava un altro a fare l'amore con qualsiasi mezzo, era punito con tanti anni di prigione quanta era la differenza di età fra i due. Nessuno poteva formare una coppia fissa prima di compiere i venti anni, ma dopo i quindici poteva essere "promesso".

I promessi non potevano ancora abitare assieme ma potevano unirsi liberamente in casa del maggiore. Il rapporto sessuale di una persona unita era punito, su denuncia del compagno, con un periodo di prigione pari alla durata della relazione illecita.

Nessuna famiglia poteva allevare più di un animale piccolo (polli, conigli, pecore) per ogni membro e non più di un animale grande (maiale, vacca) per ogni tre membri o frazione.

Infine, nel Foro nessuno poteva parlare finché non avesse finito di parlare colui che per primo avesse avuto la parola. Per evitare interventi troppo lunghi, si usava un orologio ad acqua che si esauriva in un'ora circa.

A proposito delle leggi sui rapporti sessuali, vi è un testo che riporta la storia di Fidato Dolci di Acquaviva. Era un artigiano, di una famiglia di vasai. Molto presto sentì per la prima volta il desiderio sessuale, perciò andava a spiare alla confluenza dell'Acquaviva con il Fiume Silvano i ragazzi più grandi che si bagnavano nudi.

Fidato si invaghì di un ragazzo di diciassette anni di nome Severo. Allora, un giorno che poté vederlo da solo, gli chiese di insegnargli a fare l'amore.

Severo gli rispose: "Non posso farlo con te, abbiamo cinque anni di differenza."

"Ma io voglio che sia tu ad insegnarmi."

"Non posso, lo sai bene. Perché non lo chiedi a Gentile: ha quindici anni, l'età giusta per te, e sa fare l'amore bene, te lo garantisco."

"Ti ho visto nudo e quello che ho visto mi è piaciuto. Gentile non è diverso da me, non mi interessa." rispose Fidato.

"Anche se non è molto sviluppato sa fare bene l'amore, credimi... chiedi a lui." insisté Severo.

Fidato allora chiese che cosa faceva Gentile per fargli dire che era bravo e Severo glielo spiegò. Ma Fidato voleva Severo e non Gentile. Li spiò e vide che Severo a volte metteva un segnale per dire a Gentile che lo aspettava e Gentile di notte si infilava nel fienile di Severo dove questi lo aspettava e, al buio, facevano l'amore. Fidato, nascosto lì vicino, sentiva i loro gemiti di piacere e si eccitava. I due non parlavano e questo gli dette un'idea.

Cercò abiti simili a quelli di Gentile e, quando Severo mise il segno con cui diceva a Gentile che quella notte lo aspettava, lo tolse prima che lo vedesse Gentile ed attese la notte. Si arrampicò nel fienile di Severo, questi lo accolse senza sospettare nulla, lo tirò a sé, lo denudò e cominciò a farci l'amore. Fidato gemeva per il piacere e faceva tutto quello che l'altro gli diceva con passione.

Quando finalmente Severo volle prenderlo, disse stupito: "Questa notte sembri più stretto del solito, non stringere così, Gentile." Ma quando finalmente riuscì a farlo suo, gli sussurrò: "Sei più caldo e piacevole che mai." e Fidato si sentì felice.

Severo era forte e deciso, ma anche tenero e dolce e Fidato mugolava di piacere sotto i sodi colpi del giovane che amava.

"Gentile, senza che io metta il segno, torni domani notte?"

"Sì." sussurrò rivestendosi Fidato e tornò soddisfatto alla sua casa.

Si trovarono per diverse notti, finché un giorno Gentile chiese a Severo perché non lo invitasse più nel suo fienile.

Severo gli disse: "Che dici? Ci stiamo vedendo tutte le notti, ormai."

"Tutte le notti? Saranno dieci giorni che non metti più il segnale."

Severo non insisté: immaginò subito che cosa potesse essere accaduto, infatti da una decina di giorni Fidato aveva smesso di insistere con lui di fare l'amore. Allora quella notte nascose una lucerna sotto un secchio in modo che non si spegnesse ma non se ne vedesse il chiarore ed attese.

Quando Fidato arrivò, prima lo denudò poi scoprì la lucerna: "Fidato!" disse con aria severa.

Il ragazzo non si scompose, lo carezzò e gli disse: "Ti piace farlo con me, no? Facciamolo ancora."

"Sai che è proibito!"

"Se lo farai ancora con me, tacerò, se no dirò che lo sapevi ed andrai in prigione. Che scegli?"

Severo era turbato, e allora Fidato iniziò a fare l'amore con lui finché riuscì a farlo eccitare e a farlo partecipare. Alla luce della lucerna l'espressione eccitata del compagno piaceva molto al ragazzino.

Severo era sempre più turbato e pregava Fidato di far cessare quegli incontri. Ma il ragazzino non voleva assolutamente saperne. Allora un giorno Severo salì alla Rupe e chiese di parlare col compagno Tigre e gli narrò tutto quanto gli stava accadendo, chiedendogli consiglio.

Tigre gli disse che cosa doveva fare. Quella notte, prima che arrivasse Fidato, nel fienile si nascosero tre compagni.

Quando Fidato arrivò, Severo gli disse: "Per l'ultima volta, ti prego, non voglio più fare l'amore con te: è proibito."

Fidato rispose: "Io invece voglio farlo, e lo sai bene che non ti conviene che io parli, crederebbero a me, non a te, direi che tu lo sapevi e ti farai cinque anni di prigione. Ti piace fare l'amore con me, no? So farti eccitare e darti piacere, no?"

"Sì, mi piace, ma non è permesso. Smettiamo, ti prego."

"No, io ti voglio." disse il ragazzino e si spogliò.

Allora i tre compagni si fecero vedere e Tigre disse: "Ora basta, rivestiti: abbiamo sentito tutto, noi possiamo testimoniare che hai obbligato con l'inganno Severo ad avere rapporti sessuali con te, quindi non puoi più ricattarlo."

Fidato non si rivestì, ma disse: "È una legge ingiusta, a me piace, a lui piace. Come potete imporre una legge così? La nostra terra non è la terra della libertà e non è chiamata giustissima? Che libertà e che giustizia c'è per me?"

"Sei un ragazzino, ancora, come vuoi giudicare le leggi dei nostri padri? Dire che cosa è giusto e che cosa no?" chiese Tigre severamente.

"I nostri padri non avevano queste leggi, sono state fatte dopo. Se non ci fosse questa legge, tu, Severo, mi avresti detto di no? Sii sincero, ti prego!" disse Fidato.

"Mi piaci molto, Fidato: penso che ti avrei detto di sì."

"E io dovrei aspettare tre anni per poter fare l'amore con lui? Quando tutti e due lo desideriamo? Questo non è giusto, compagni. Se sbaglio, dimostratemelo."

I tre compagni non seppero che cosa rispondere, quindi dissero che avrebbero sottoposto il quesito al Rettore e al Capitano perché decidessero. Ma nel frattempo Fidato doveva giurare che non avrebbe più cercato Severo. Il ragazzino giurò. I tre sottoposero il quesito ma il Rettore disse che non si poteva cambiare la legge solo per una persona. Il Capitano allora riunì il Foro e, senza fare nomi, raccontò ai capifamiglia il problema. Il Foro decise che si aggiungesse alla legge una postilla che, se due erano decisi a fare l'amore nel periodo proibito, dovevano fare una petizione al Rettore e al Capitano e se entrambi, oltre al capofamiglia del minore, dopo averli interrogati, davano il loro placet, non doveva essere loro proibito.

Così si convocò il capofamiglia Dolci, quindi furono chiamati Severo e Fidato. Fidato disse che, a costo di fare lui i cinque anni di prigione, avrebbe fatto ancora l'amore con Severo. Severo disse che Fidato era ben sviluppato e che gli piaceva molto, e che se gli fosse stato permesso, sarebbe stato lieto di fare l'amore con il ragazzo. Il capofamiglia Dolci dette il suo permesso, e anche il Capitano. Allora anche il Rettore dette il placet ed i due ragazzi furono autorizzati a continuare la loro relazione. Però per punizione Fidato dovette, ogni anno fino ai quindici anni, passare un mese in prigione. Fidato accettò con felicità ed i due poterono così amarsi tranquillamente.

L'aggiunta alla legge è datata 20/8/4 Fo LIV (1089).


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