F - La Giustissima e Serenissima Comune di Silvana. La prima guerra della Comune: la libertà.
Il 4 Fr LIV (1099) sotto la reggenza di Cavallo e il capitanato di Magro, vengono costruiti i castelli di Soldolce e Montana, completate le mura che uniscono i quattro castelli ed iniziati i lavori della Porta Bella e della scalinata che dalla porta va fino a Campofiorito. Vi è inoltre una revisione degli Statuti. Il 1/4/3 Se LV (1103) c'è la stesura definitiva dello "Statuto della Giustissima e Serenissima Comune di Silvana". È la prima volta che compare per intero il nome del territorio ed è evidente che ormai si sentono giuridicamente liberi ed indipendenti da tutti i potentati circostanti. Inoltre gli Statuti contengono le leggi fondamentali, scorporando nei "Regolamenti" le leggi ordinarie. Per la prima volta compare la figura del Difensore, che si affianca a Rettore e Capitano nell'organismo conosciuto come Reggenza. Il Rettore è eletto da tutti i compagni maggiori di venti anni, il Capitano da tutti i capofamiglia, cioè dal Foro, il Difensore da tutti gli armati, compagni o amici, di servizio nei vari castelli. Tutti sono eletti per un periodo di venti anni. Se uno dei tre si ritira o muore prima, viene eletto il suo sostituto per un periodo di venti anni.
La controprova dell'importanza di questa data viene dal fatto che nello stesso anno, pochi mesi dopo, le potenze confinanti fanno un blocco completo dei confini del territorio: nulla e nessuno può entrare né uscire. Questo porta ad una guerra, la prima che la Comune combatte. La guerra volge a favore della Comune, che così acquista alcuni territori come risarcimento dei danni: Frontiera, ottenuta da Opima, Miniere da Bonaria, Petrosa e Solìo da Villetta e Bonifica da Monpane. Il territorio della Comune resterà intatto da ora in poi: non acquisterà né perderà più territori.
Questa politica di difendere i propri territori ma di non volere ulteriormente ingrandirsi d'ora in poi, sarà uno degli elementi che garantiranno per generazioni la libertà della Comune.
Ma nel 2 Fo LVII (1147) i signori dei territori vicini, come mezzo per minare l'indipendenza di Silvana, muovono causa alla Comune presso il tribunale del re, pretendendo che paghi le tasse al regno. Il re invia il Ministro Raggioforte quale suo plenipotenziario, con duemila fanti e cinquanta cavalieri. I Reggenti, avvertiti in tempo dell'arrivo del plenipotenziario, fanno chiudere tutte le porte e scendono, soli e disarmati, con le "vesti di stato", fino a Bonifica al confine con Monpane. Qui loro tre soli, sbarrano la strada al corteo di armati e funzionari.
Raggioforte scese da cavallo e parlò con i reggenti. Si lasciò convincere ad entrare accompagnato solo da dieci funzionari e dieci cavalieri armati e di lasciare tutti gli altri al confine, dicendogli: "Non vogliamo una guerra. Se ci dimostrerete che il re ha diritto alle nostre tasse, pagheremo, se no, ci lascerete in pace." Quindi risalgono al monte, passando per la Porta Bella.
Raggioforte è ammirato dalla bellezza della Porta, della facciata della Rupe, delle poderose fortificazioni, e infine dell'interno della Grotta. Qui i Reggenti lo fanno sedere su una specie di trono ligneo posto un gradino più in basso del triplice trono, ma loro siedono su sedili normali allo stesso livello. Quindi dimostrano al plenipotenziario che nessuno dei territori della Comune ha mai pagato tributi a nessuna città, Tempio, Signore del passato, per circa mille anni.
Gli esperti esaminano tutti i documenti mostrati, e li trovano validi e veritieri.
Il plenipotenziario ancora non è contento: "Voi dite di essere un popolo libero ed indipendente, che cosa è questa libertà? Voglio interrogare la gente comune, non voi monaci. Portatemi un analfabeta per ogni vostro centro abitato, che io li interroghi."
I Reggenti accettano subito. C'è la cronaca di quell'evento e le risposte date dalla gente della Comune:
"Il Plenipotenziario del Re, Ministro Raggioforte, seduto sul trono approntato per lui nella Grotta Grande, chiese agli uomini radunati e scelti dalla sua gente: "Dite, dunque, che cosa significa per voi libertà e indipendenza?"
Rispose Agnello di Acquaviva: "Gli uomini della Comune mai hanno pagato tributo da cinquanta generazioni, né a forestieri né ad uomo della Comune."
Guida di Tempio disse: "Noi di qui mai pagammo tributo ad essere vivente né a dei o potenti, né ora li paghiamo: perché da quando ci allatta la nostra madre sappiamo che, nella Comune, siamo tutti uguali, giovani e vecchi, amici e compagni e nessuno è superiore agli altri."
Assennato di Borgata disse: "Per tutto il tempo della mia vita mai ho visto un uomo della Comune di Silvana inchinarsi ad altro uomo, né pagargli decima o tassa o tributo alcuno, né i miei vecchi mai mi han detto di avere mai visto una simile cosa."
Arruffato di Bosco rispose: "Per tutto il tempo della mia vita ho sempre sentito dire che tutti qui siamo eguali e liberi e indipendenti perché così ci lasciò detto Maestro Silvano."
Galletto di Giardino affermò: "Fra noi non c'è schiavo o servo e nessun uomo è obbligato a servire o obbedire ad altro uomo se non il capo del turno di lavoro per il turno di lavoro. Nessuno di noi è sottomesso se non agli Statuti ed ai Regolamenti. Anche i Reggenti vi sono sottomessi come me. Questo è essere liberi, uguali, indipendenti."
Portatore di Serena rispose: "L'uomo nasce libero cioè non deve essere sottomesso all'arbitrio di nessuno per nessun motivo. E qui liberamente sono venuto per rispondere, e liberamente di qui uscirò quando ne avrò piacere."
Mattino di Valletta rispose: "L'uomo nasce libero e possiede il necessario e di ciò non è tenuto a dar conto a chicchessia se non al Principe Risvegliato, il giorno in cui gli si presenterà."
Beldono di Chiusa disse: "L'uomo libero dona il cibo al pellegrino, ospitalità al profugo, ma nessuno può pretendere il suo cibo o il suo tetto."
E infine Grazioso di Silvana, un giovane soldato, disse: "Come soldato obbedisco al mio capo, come figlio la mio padre, come uomo al Risvegliato, come amico allo Statuto ed ai Regolamenti: fuori di questi non riconosco a nessuno il diritto di dirmi ciò che devo o non devo fare."
Allora Raggioforte si alzò e disse: "Voi siete davvero un popolo libero, fiero e forte. Dirò al mio Re che non appartenete a nessuno e a nessuno potete appartenere. Quindi non può esservi richiesto alcun tributo. Che gli dei vi assistano." e, lasciato loro un attestato della sua decisione, radunati tutti i suoi uomini, tornò a Regale donde era venuto. Lasciò anche in dono il suo mantello di seta bianca trapunto d'oro.
Allora i Reggenti radunarono tutta la popolazione e dichiararono quel giorno festa solenne in perpetuo: la "Festa della libertà perpetua." Al confine di Bonifica fu eretto il Memoriale della Libertà perpetua, in cui si vedono i tre reggenti che fermano il plenipotenziario del Re. La bandiera di Silvana, azzurra col sole d'oro a sedici raggi, fu bordata, in ricordo, con la stoffa del bianco mantello del plenipotenziario del re.
Nell'anno 1 Fo LVIII (1166), essendo il Foro divenuto troppo grande e formato per la maggioranza da vecchi furono fatte due modifiche: ogni famiglia doveva scegliere fra i suoi membri fra i 20 ed i 60 anni un rappresentante come capofamiglia; inoltre ogni borgata eleggeva ogni anno un certo numero di rappresentanti proporzionale ai suoi abitanti che formavano il Consiglio Generale composto di 60 membri, tutti scelti fra gli amici: 4 da Acquaviva, 5 ognuno da Serena, Valletta e Chiusa, 9 ciascuno da Tempio, Bosco e Giardino e 14 da Borgata.
Infine, ad imitazione dei territori vicini, anche Silvana ebbe il suo Signore: questi era eletto fra i compagni, veniva considerato il successore del Maestro quindi sedeva sul trono alto sotto la statua del fondatore, era eletto per dieci anni fra i compagni che avessero un'età compresa fra i venticinque ed i trentacinque anni e doveva essere il più bello fra essi: ma, a differenza dei Signori dei territori circostanti, non aveva alcun potere reale, era solamente un simbolo. Era circondato di onori, vestito in modo splendido e presiedeva la Reggenza, il Consiglio Generale e il Foro, ma senza diritto di voto. Era quindi molto diverso dai Signori di quel tempo pur avendone i simboli ed il nome.
Inoltre l'esercito, formato da spadieri, lancieri e arcieri per un totale di 671 armigeri in servizio permanente, ebbe divise con colori diversi a seconda dei castelli di appartenenza, ogni arma era comandata da un luogotenente, ogni castello da un guardiano e tutte assieme eleggevano, come prima, il Difensore.
È dell'anno seguente una relazione scritta dal gran prete Altero di Regale, che non si sa come sia finita in questo archivio, visto che è destinata al "Gran Re" di Regale, in cui si descrive la "Giustissima e Serenissima Comune di Silvana", dominata da un "sasso altissimo ed erto" coronato da quattro castelli "saldi e forti ed imprendibili e ben guardati" e circondato, "in un territorio ampio e amenissimo" da otto "centri abitati arroccati". Descrive minutamente la Porta Bella, nonché le porte di Via a sud, la Porta Maggiore a est e la porta di Valle a nord. Descrive poi anche "l'amenissimo cimitero che pare un giardino con statue assai belle di bianco marmo che pare avorio cesellato". Il fatto che non descriva assolutamente nulla all'interno della mura fa comprendere che non sia entrato, o non sia stato ammesso, nei centri abitati.
Ma questa relazione è interessante per un altro aspetto: conclude con una considerazione: "È un vero peccato che una perla di si grande bellezza non adorni la vostra corona, ma questo popolo virile e fiero, da sempre libero ed indipendente, questo territorio piccolo ma forte e dolce, non ha mai conosciuto padrone né mai lo conoscerà finché gli dei saranno rispettati nelle vostre terre." Sembra quasi, come avremo modo di vedere, una profezia.
Di questo stesso anno è una ballata in poesia, di ben 9999 terzine, che narra dell'amore di un compagno per un amico sposato. In riassunto la storia è questa:
"Nel borgo di Bosco viveva un giovane di venticinque anni di nome Deciso Solchi, che faceva il cestaio, sposato con Bellezza Pozzo di Valletta. Avevano tre figli piccoli. Deciso ogni giorno saliva al Campofiorito per adornare di fiori la tomba del suo antenato Solco. Ogni giorno scendeva al Campofiorito un giovane compagno, di nome Terzo, di venti anni per adornare la tomba del Fondatore.
Terzo, la prima volta che vide Deciso, se ne invaghì: ma saputo che era sposato, pensò che non aveva alcuna speranza di poter unirsi a lui. Ciononostante, giorno dopo giorno, la sua passione diventava più forte e profonda. All'inizio si salutavano soltanto e Terzo si sentiva il cuore balzare in petto. Poi iniziarono anche a scambiare qualche parola e Terzo diventava felice al solo vederlo e triste quando dovevano allontanarsi.
Terzo non dormiva quasi più, era completamente affascinato da Deciso, dal suo corpo snello e sodo, dal suo sorriso luminoso, dalla sua voce bassa e dolce, da ogni sua movenza, parola. Lo desiderava con tutto se stesso, eppure sapeva che non avrebbe mai potuto averlo. Più si ripeteva di non pensarci, meno ci riusciva. Allora si mise a pregare intensamente il Principe Risvegliato, il Maestro Fondatore e tutti gli dei del cielo, della terra, delle acque e degli elementi che lo soccorressero.
Decise di fingere di non vederlo, ma Deciso lo salutò e gli chiese che avesse, se stesse male. Terzo disse di no, che tutto andava bene, ma quando tornò a Silvana, si mise a letto e non riuscì più ad alzarsi. Deciso, non vedendolo tornare per alcuni giorni, decise di salire alla Rupe e di chiedere notizie di Terzo: gli dissero che era misteriosamente caduto malato e che nessuno sapeva capirne il motivo e che nessuna cura pareva efficace.
Terzo languiva, sempre più debole, nonostante le attente e affettuose cure dei compagni. In particolare un compagno suo coetaneo e suo amico, di nome Prudente, lo assisteva notte e giorno. "Terzo, mio dolce amico, che cosa ti prostra così? Che cosa ti sta facendo spegnere come un lucignolo che si consuma a poco a poco?" gli chiedeva, ma Terzo non rispondeva.
Frattanto Deciso andava ogni giorno a chiedere sue notizie e gli portava ora un dolce frutto, ora un fiore raro. Finché Prudente immaginò che dovesse esserci una qualche relazione fra le visite dell'amico e la malattia del compagno.
Così un giorno Prudente chiese a Terzo: "Dimmi, mio dolce amico, che c'è fra te e Deciso?"
"Nulla, ti giuro." rispose il giovane malato con un filo di voce, ma una lagrima brillò nell'angolo dei suoi occhi.
"Con me ti puoi confidare, ti sono amico, non ti tradirei mai, lo sai." insisté Prudente.
Ma Terzo non parlava.
Finché una notte, nel delirio, Terzo mormorò: "Deciso, mio dolce amato, sto morendo perché non possiamo amarci."
Prudente così ebbe conferma di ciò che aveva intuito. Non voleva che Terzo morisse, ma d'altra parte sapeva che non era possibile quell'amore e così non sapeva che fare. Allora, in piena notte uscì da Silvana e pregò gli armigeri alla porta Bella di aprirgli e di lasciarlo scendere fino a Campofiorito.
Giunto alla tomba del Maestro, vi si stese sopra e lo pregò, per l'amore che l'aveva unito a Cervo, di illuminarlo e di non far morire Terzo. Pregò tutta la notte, finché l'alba tinse di rosa il cielo dietro la Rupe. Ma non aveva ottenuto alcuna risposta. Tornò triste alla Rupe ed andò a vegliare Terzo. Questi non aveva ripreso coscienza e tremava per tutto il corpo, scosso di tanto in tanto da profondi gemiti.
La notte seguente Prudente tornò a pregare sulla tomba del Maestro, fino all'alba, ma ancora non ottenne alcuna risposta. Tornò per la terza notte e pianse a lungo, perché sembrava che Terzo ormai fosse prossimo alla morte. Quando la luna uscì, vide arrivare un uomo. Si nascose.
Era Deciso, che si prostrò davanti alla tomba del Maestro e disse: "Silvano, padre di tutti noi, Terzo sta morendo e nessuno ne conosce la causa. Perché? Io sento di amarlo, anche se so che non dovrei, e perciò, per l'amore che tu ci hai lasciato come testamento, ti prego: prendi la mia vita, ma lascia vivere Terzo! Mia moglie troverà un altro marito per i nostri figli, la mia vita non è importante. Prendila e rendila a Terzo."
Allora Prudente uscì dal cespuglio dietro cui era nascosto e disse a Deciso: "Ho ascoltato la tua preghiera e sono profondamente commosso. Tu ami Terzo ed offri la tua vita per la sua. Anche Terzo ti ama e sta morendo perché non può dirti il suo amore. Anche io ho pregato il Maestro che salvasse la vita di Terzo: chissà, forse se pregheremo assieme il Maestro ci illuminerà e ci farà capire come possiamo fare per ridare la vita a Terzo."
Deciso, che non sapeva che Terzo lo amasse fino a quel punto, ne fu commosso e disse: "Sì, preghiamo assieme e non smettiamo di pregare finché il Maestro ci illuminerà."
I due si stesero uno a destra e l'altro a sinistra della tomba e ripresero a pregare in cuor loro con tutte le forze.
Quella notte il Signore di Silvana non riusciva a dormire. Passeggiò sugli spalti fin sopra la Porta Bella e, quando guardò verso il Campofiorito, vide, distintamente illuminati dalla luna, un compagno ed un amico stesi ai lati della tomba del Maestro. A quell'ora, quei due, in quella posizione, lo incuriosirono, così chiese agli armigeri di aprirgli la porta e scese fino alla tomba del Maestro.
Quando vi giunse accanto, vide una cosa straordinaria: il capo dell'amico era circondato da un alone azzurro ed il capo del compagno da un alone d'oro. Provò a chiamarli, a scuoterli, ma del tutto inutilmente: erano vivi eppure non sentivano nulla. Allora si inginocchiò davanti alla tomba e pregò.
Come una lievissima nebbia luminosa comparve sulla tomba e prese la forma del Maestro: sorridendo questi gli disse: "Non hai capito il mio segno? Che significa l'azzurro?"
"È il colore dei compagni..."
"E chi l'ha attorno al capo?"
"L'amico e... il colore oro, simbolo della libertà, è sul capo del compagno... Ma ancora non capisco."
"Che l'uno prenda il posto dell'altro e tutto sarà risolto." disse il Maestro.
"Tutto? Che cosa?" chiese il Signore ignaro del problema che assillava i due.
"Guarda e capirai." rispose il Maestro e il Signore ebbe in visione tutta la vicenda e comprese.
Tutto tornò normale e i due si alzarono e videro il Signore e lo salutarono stupiti. Questi disse loro la visione che il Maestro gli aveva inviato e quale fosse la soluzione del loro problema. Entrambi si rallegrarono. Il Maestro li fece spogliare e scambiare gli abiti. Quindi, con i due scese fino a Bosco, alla casa di Deciso. Qui trovarono Viola sulla porta che li attendeva.
La donna disse: "Un sogno mi ha svegliato: ho sognato che perdevo mio marito ma che trovavo un marito nuovo... ma vedo che sei ancora vivo, Deciso."
"Sì, ma vedi che indosso l'abito azzurro. Sono venuto a dirti che dovrò divorziare da te. Ma, se tu lo vorrai, Prudente, qui, sarà tuo marito."
"Mi sembra un giovane a modo... il sogno era dunque giusto."
Prudente le disse: "Ti amerò ed amerò i tuoi figli e ne avremo altri se tu vorrai."
"Così sia, dunque, così sia." rispose la donna.
"Domani venite alla Rupe e scioglieremo il precedente matrimonio e celebreremo il nuovo. Ora ti lascio con lei, Prudente: sii un buono sposo!" disse il Signore.
Quindi Deciso, dopo aver salutato la donna, Prudente ed i tre bimbi, assieme al Signore risalì alla Rupe.
Qui giunti il Signore portò Deciso nella casa di Terzo: "Passa qui la notte, con lui. Domattina sarai ammesso fra i compagni ufficialmente. Ma già lo sei, perché così ha deciso il Maestro. Ora ridona la vita a Terzo."
Quando il Signore fu uscito, Deciso si tolse tutti gli abiti e si infilò sotto la coperta di Terzo, lo abbracciò, carezzandolo e baciandolo e scaldandone il corpo freddo col proprio corpo. Terzo a poco a poco smise di tremare, aprì gli occhi e vide il volto sorridente di Deciso.
"Sono con te? È un sogno questo?" chiese con voce flebile.
"No, è reale: sono venuto a portarti il mio amore." gli disse con dolcezza Deciso e lo baciò in bocca a lungo ed intimamente.
Terzo, grazie a quel bacio sembrò riprendere le forze a poco a poco, si strinse a Deciso, lo abbracciò e finalmente i due iniziarono a fare l'amore, provando entrambi le gioie del paradiso. Si unirono donandosi l'uno all'altro più volte con grande passione e solo quando udirono che il canto delle lodi mattutine era iniziato capirono che il sole era già sorto. Allora, anche se a malincuore, sciolsero il loro abbraccio, rivestirono l'abito azzurro ed andarono a cantare con gli altri.
Arrivarono Prudente e Viola con i tre piccoli. Il Signore allora raccontò alla comunità riunita la visione avuta, quindi dichiarò sciolto il matrimonio fra Deciso e Viola, liberò Prudente dai vincoli con la comunità e celebrò l'unione fra Prudente e Viola, affidando all'amore di questi i tre piccoli. Poi vi fu prima il rito di ammissione di Deciso, quindi si celebrò il rito dell'unione fra Deciso e Terzo.
Il poema si conclude con due canti: il primo narra l'amore di Prudente per Viola ed i tre piccoli e narra degli altri tre figli che nacquero loro. Il secondo narra della bellezza e della felicità dell'unione fra Deciso e Terzo descrivendo in toni realistici e lirici al tempo stesso come i due facessero l'amore.
Quello che è interessante in questo lungo e bel poema è soprattutto quanto riguarda la possibilità di cambiare stato anche da adulti, che non viene presentato come cosa eccezionale: anche se è la visione del Maestro che risolve il problema, nessuno si oppone, nessuno lo trova strano, i riti sono chiaramente preesistenti.
G - La seconda guerra di Silvana. Gli archivi segreti. Il sistema educativo completo.
La vita in Silvana procede tranquilla, finché, nel confinante regno in dissoluzione, i vari Signori locali si proclamano re ed iniziano guerre per ampliare i propri territori. A poco a poco i Testi di Opima ampliano il loro territorio alle spese di Potenza, di Valenza e di Bonaria, mentre i Di Villa di Monpane conquistano Villetta. I due regni ora sono confinanti ed i Di Villa entrano in guerra con i Testi per il possesso di Potenza. La guerra dura più di una generazione, dall' 1 Fo LXIV al 4 Fo LXV (1290-1313).
Silvana cerca di tenersi fuori dal conflitto, ma presto questo si sposta anche nel territorio di Silvana, in quanto gruppi di soldati dell'una o dell'altra parte sconfinano nel suo territorio quando in difficoltà e sono inseguiti dai soldati dell'altro esercito. Chiusa viene saccheggiata. Allora il Foro chiede di entrare in guerra per difendere i confini, il Consiglio Generale dichiara lo stato guerra. Le truppe di Silvana sono ammassate lungo il Fiume Bianco che segna il confine col territorio di Opima e di Potenza, si costruisce il grande muro di Chiusa che sbarra la valle e due piccoli castelli: il castello di Selva e quello di Frontiera.
Il compito dell'esercito di Silvana è non fare entrare nel territorio soldati armati, respingendoli con le armi. Se questi chiedessero asilo, devono prima essere disarmati, spogliati delle loro uniformi, poi o portati in un altro punto del confine di loro scelta e rilasciati liberi, o ospitati se si considerano profughi. Questa politica porta a volte a scontri armati di piccola entità, sempre vinti dagli armigeri di Silvana che ne rendono sicuri i confini.
Quando finalmente i due signori firmano la pace, Potenza è passata sotto il dominio dei Di Villa. I due Signori chiedono a Silvana di prestarsi come mediatrice per la pace e salgono, con una scorta di soli dieci cavalieri a testa, fino alla Rupe: Genio di Villa re di Monpane e Giusto dei Testi re di Opima, firmata la pace, lasciano una dichiarazione di ringraziamento che è estremamente importante sul piano storico perché entrambi i signori confinanti confermano che "la Giustissima e Serenissima Comune di Silvana è stato libero e sovrano, nazione indipendente, territorio inviolabile nei suoi attuali confini segnati a nord dal fiume Rapido, a est e sud dal fiume Bianco e dal fiume Salto e ad ovest dal crinale dei colli che passano per i territori di Solìo, Petrosa e Miniere, il cui confine è segnato da cippi di pietra bianca." Questi confini, sanciti da questo documento in modo solenne, non saranno mai più cambiati.
Nello stesso anno in cui si firma la pace la Reggenza decide la costruzione degli archivi segreti alle spalle della grande statua del Risvegliato e del Fondatore. Le due colossali statue poggiano su un parallelepipedo di roccia viva alto cinque metri, profondo sei a largo quattro: qui sotto viene scavata la galleria ad L che porta al centro di un lungo corridoio parallelo al lato di fondo della Grotta Grande e su cui si aprono sette ambienti: uno ad ogni estremità e cinque sul lato di fronte all'ingresso. Il tutto viene scavato nella roccia viva. Le pareti del complesso sono decorate da bellissimi altorilievi omoerotici, opera collettiva dei compagni: nel lungo corridoio scene di preliminari d'amore, nella stanza all'estrema sinistra scene di rapporti orali e nelle altre sei stanze scene di rapporti anali. Una rappresentazione che sorpassa in bellezza i famosi kamasutra di pietra dell'India. In tutto sono rappresentate sulle pareti esattamente centoquattro coppie, più ventuno coppie sui soffitti. Dai documenti risulta che questi locali siano stati destinati fin dall'inizio come Archivio segreto e deposito dei tesori della comunità.
La base delle statue del Principe Risvegliato e del Maestro Fondatore, che cela l'ingresso, fu coperta da altorilievi che nascondono un ingegnoso sistema di apertura della porta che fortunatamente non fu mai sospettato dagli invasori del piccolo stato e che perciò preservò intatto fino ai nostri giorni il ricco archivio ed il tesoro.
Nell'anno 5 Fo LXV (1319) il censimento della popolazione riporta di 2767 persone. Si sente l'esigenza di instaurare un sistema di istruzione accurato. Viene affidato al compagno Abile di Bono il difficile compito di organizzarla, poiché questi ha molto viaggiato nei territori vicini e visitato diversi tipi di scuole. Abile imposta l'istruzione secondo uno schema che per molte generazioni resterà praticamente immutato: i piccoli dalla nascita a i quattro anni, età del Seme, saranno allevati dalle famiglie, poi, dai cinque ai nove anni, età della Foglia, andranno a scuola per imparare a leggere, scrivere e far di conto: passeranno dodici ore di giorno nella scuola e le altre dodici con la famiglia. Dai dieci ai quattordici anni, età del Fiore, vivranno nella scuola e sarà loro insegnata la storia, le sacre scritture e a fare l'amore. Dai quindici ai diciannove anni, età del Frutto, vivranno per le dodici ore di giorno in famiglia o con i compagni, e per le dodici ore di notte a scuola dove studieranno.
L'età del Fiore è l'età centrale, in cui i ragazzi e le ragazze capiranno se sono chiamati ad essere amici o compagni: la scelta infatti sarà fatta al quindicesimo anno. Prima della pubertà impareranno a toccarsi, poi, raggiunta la pubertà, potranno avere rapporti completi fra di loro, sia fra persone dello stesso sesso che di sesso diverso, perché capiscano quale sarà la loro via.
Si costruiscono nove scuole, una per ogni centro abitato, e ad ogni scuola vengono assegnati gli insegnanti: il 50% sono compagni, il 25% amici e il 25% amiche. Per la prima volta si parla in questi progetti di possibili rapporti sessuali anche fra donne: non che prima non ci fossero stati, evidentemente, ma ora se ne parla in modo esplicito e chiaro.
Questo porterà alla richiesta della fondazione delle compagne. Sono interessanti i documenti dei dibattiti fra i compagni su questa questione. Nell'anno 4 Se LXVI (1323) si ha la prima decisione che dice: d'ora in poi la comunità sarà divisa in fratelli e sorelle, il nome compagno sarà usato solo da chi è unito in coppia. Inoltre si aprono fraternite fuori di Silvana, nei vari castelli: compito di queste fraternite sarà curare le scuole ed i riti. Ogni fraternita elegge per cinque anni un padre o una madre. Si forma così il Consiglio Piccolo che affiancherà la Reggenza per i problemi dell'ordine.
Questo sistema scolastico obbligatorio porta rapidamente all'alfabetizzazione di tutta la popolazione: in un'epoca in cui le popolazioni vicine erano al 90% del tutto analfabete. Le nove scuole in questo periodo hanno una popolazione di circa 135 allievi a tempo pieno e 270 a metà tempo e quindi 270 posti letto circa di cui la metà "misti" e comuni e la metà "separati" per sesso ed individuali.
Alla nostra cultura può sembrare strano pensare che i ragazzini sotto i quindici anni dormissero tutti assieme e avessero rapporti sessuali, col proprio o con l'altro sesso, sotto gli occhi di tutti i compagni. Ma proprio questo dava loro una visione semplice e serena, libera e piacevole del rapporto sessuale. Dai quindici anni in su, invece, dormire e fare l'amore in stanze individuali, permetteva ai giovani di sviluppare anche l'affettività, componente fondamentale del rapporto fisico, in modo personale.
Se infatti l'essere umano non ha difficoltà a mostrare il proprio desiderio fisico ed a viverlo di fronte ad altri, ha invece un naturale pudore a mostrare la propria affettività, che non lo coinvolge solo fisicamente ma ad un più profondo ed intimo livello spirituale.
Ai ragazzini nelle scuole veniva anche insegnato come evitare gravidanze indesiderate quando avevano un rapporto fisico completo con l'altro sesso e le norme di igiene sessuale. Gli insegnanti o altri adulti, non potevano né dormire né avere rapporti sessuali con gli allievi prima che questi raggiungessero il quindicesimo anno di età.
Questo sistema di educazione sessuale, quindi, pare estremamente efficiente ed equilibrato. Prova ne sia che, dopo questa riforma, i "crimini sessuali" nella Comune si riducono drasticamente, come pure i divorzi o i cambiamenti di stato.
Durante l'età del Fiore, al raggiungimento della pubertà, si svolgeva una piccola cerimonia in cui i capelli venivano sciolti e tagliati corti. All'ingresso nell'età del Frutto abbandonavano la tunicella dei piccoli ed indossavano per la prima volta abiti da adulti in un'altra semplice cerimonia.
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