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una storia originale di Andrej Koymasky


pin LA LIBERA COMUNE DI SILVANA CAPITOLO 4

H - Il principe Biancospino invade Silvana per sei mesi. L'eroismo di Gentile. Nuovi pericoli.


Nell'anno 4 Fi LXVII il principe Biancospino Della Torre, che aveva conquistato i territori dei Testi di Opima, entrò col suo esercito nel territorio della Comune ed espugnò le quattro rocche di Silvana. La reggenza si rifugiò nel castello di Giardino con tutti gli uomini armati che riuscirono a sfuggire al Della Torre. In questa occasione la Reggenza stipulò un patto di mutua alleanza con i Signori Di Villa di Monpane. Infatti aveva capito che da sola la Comune non avrebbe potuto opporsi ad un grande esercito bene armato.

Il principe Biancospino è noto per la sua crudeltà, la sua vita sregolata e gaudente: Il primo atto che fece dopo conquistata la Comune, fu dichiarare che tutti i ragazzi dell'età del frutto gli appartenevano e dovevano essere pronti a darsi a lui a suo piacere. L'episodio riportato più oltre mostra quale fosse la fierezza dei giovani silvaniti: la maggioranza fuggì a Giardino, altri si opposero a costo di prigione, torture ed anche della vita: furono molto pochi quelli che si sottomisero alle brame del principe.

Il dominio di Biancospino su quasi tutto il territorio della Comune durò esattamente sei mesi: infatti il gran re inviò le sue truppe contro il principe, che dovette abbandonare la Comune per difendere la sua sede a Valenza. Nella sua fuga, trascinò con sé i pochi giovani che gli avevano ceduto e di loro non si seppe mai più nulla.

La comune e il Signore di Monpane combatterono a fianco delle truppe del gran re, che riconobbe loro i rispettivi domini. Il gran re offrì alla Comune alcuni territori confinanti di Valenza e Bonaria al di là del fiume Rapido, ma la Comune ringraziando, non accettò. Allora il gran re inviò in dono molte armi ed oro in segno di ringraziamento.

Qui si inserisce la storia di Gentile, un ragazzo di diciassette anni.

Portato davanti a Biancospino, questi, colpito dalla sua grande bellezza, gli ordinò di denudarsi e di andare ad attenderlo nel suo letto.

Gentile rispose: "Tu non hai nessun diritto su di me: né tu né alcun essere vivente. Come puoi pensare di ordinarmi una simile cosa?"

Biancospino scoppiò a ridere: "Come non ho nessun diritto? Ho il diritto della forza, questa terra è ora mia e tutto ciò che sopra vi si trova o vive. Perciò anche tu sei cosa mia."

Il giovane scosse il capo, tranquillo: "Tu sei un ladro, un predone, e per questo sarai punito. Dici che io ti appartengo, ma ti sbagli, nessun uomo libero appartiene ad altro uomo, e tu puoi rubare il mio corpo, la mia vita, non la mia libertà."

Biancospino disse: "È appunto il tuo corpo che voglio, che me ne faccio della tua libertà? Quella mica posso portarmela a letto né godermela!"

Allora Gentile disse: "Se è solo il mio corpo che vuoi, puoi anche prendertelo, visto che tu sei il più forte di me."

"Bene, vedo che hai capito: allora denudati: ti prenderò qui, davanti a tutti, così imparerai a non disobbedire ai miei ordini."

"Farò quello che mi chiedi, Biancospino, mi spoglierò qui davanti a te ed ai tuoi uomini, ma non dei miei abiti, bensì della mia vita: un corpo vuoi, un corpo ti lascio." disse sereno e, estratto un pugnale, se lo immerse tutto nel cuore prima che chiunque dei presenti avesse tempo o modo di fermarlo. Cadde senza un gemito.

Biancospino si chinò su di lui, sollevandone il capo da terra: Gentile era ancora vivo. "Perché hai fatto questo?"

"Volevi il mio corpo: prendilo, qui, davanti a tutti, come avevi detto. Sii di parola." disse con un sorriso e spirò.

Biancospino si alzò pallido in volto. "Portatelo via." disse solamente.

I suoi soldati lo sollevarono con cura e rispetto e lo portarono fuori. Scesero fino a Campofiorito e lo deposero fra i fiori. Allora arrivarono fratelli ed amici e, scavata una fossa, avvoltolo in molti mantelli, poiché non avevano né modo né tempo di fare una cassa, lo inumarono.

Quando Biancospino dovette fuggire da Silvana, tornarono al luogo della provvisoria sepoltura. Lo esumarono: il suo corpo era intatto e profumava di fiori. Lo chiusero in una cassa di legno, lo inumarono di nuovo nello stesso punto e costruirono sulla sua tomba un monumento in cui si vede il giovane che giace a terra col pugnale infisso in petto. L'elsa del pugnale porta, in oro, il simbolo della libertà: il sole a sedici raggi. Il volto di Gentile è soffuso di un dolce sorriso ed i suoi occhi sono rivolti verso il punto in cui sale il sole, la mattina, da dietro la Rupe.

Il 6/3/4 Se LXVIII (1393) la Comune subì un tentativo di invasione. Il nuovo signore di Opima, Noce Della Valle e il capitano delle truppe del gran re di stanza a Valenza, accordatisi, con due colonne di armati composte ciascuna di circa 500 fanti e venti cavalieri, entrarono nel territorio durante la notte con l'intenzione di scalare il Monte Ardente e cancellare l'antica libertà del territorio. Una colonna, aggirata Chiusa, entrò dalla strada per Opima e l'altra varcò il Fiume Rapido fra Serena e Valletta.

Ma quella notte vi fu una imprevista tormenta di neve di grande violenza e questa seconda colonna si perse nel territorio di Miniere, incapace di trovare la via. La colonna che percorreva la più agevole strada proseguì senza problemi, se pure più lentamente del previsto. Aggirato Borgo, salì fino alla porta di Valle e si apprestava a scalare la Rupe, quando alcuni cani randagi iniziarono ad abbaiare furiosamente. Le sentinelle, stupite per l'inconsueta cagnara, si affacciarono dagli spalti e si accorsero del tentativo: suonarono l'allarme. I difensori dei quattro castelli di Silvana e quelli di Acquaviva, Borgo, Serena, Valletta e Bosco si armarono e, presa fra due fuochi questa colonna, la costrinsero alla fuga.

Fuggendo, trovarono gli uomini dell'altra colonna e dissero loro che la sorpresa era fallita, quindi anche questi, smarriti e stanchi, tornarono oltre confine. Lasciarono però sul campo 84 morti, mentre i difensori non lamentarono nessuna vittima. Per celebrare lo scampato pericolo fu eretto il monumento fuori porta di Valle, con il branco di cani (e non lupi come dicono le guide turistiche) ululanti su un campo si neve.

Intorno alle mura di Silvana, frattanto, erano sorte case di amici, per lo più artigiani, sì che, per difendere queste case da eventuali attacchi e provvedere un'ulteriore difesa al complesso dei quattro castelli, la Comune decise di erigere la seconda cinta di mura, quella che va dalla confluenza dei due minuscoli fiumi Acquaviva e Silvano, quello che scaturisce dalle grotte del Fondatore in cui si mescolano le acque calde e fredde, fino al castello di Acquaviva, gira al confine col territorio di Terrazze, sotto al castello di Soldolce, costeggia la Via includendo Campofiorito e, sempre costeggiando la Via, si ricongiunge con il muro alla confluenza dei fiumi. In questo muro si aprono solo tre porte: la Porta di Piana sulla via per Opima, la porta di Selva che va alla via che da Borgo porta a Tempio e la Porta del Sole che conduce a Bosco e Giardino.

È di questo stesso anno la formazione della Guardia di Castello, che si affianca agli armigeri: ha giacca verde e pantaloni rossi, con cappello a tamburo rosso con lunghe penne bianche che fluiscono morbide sulla sinistra, armata inizialmente di balestra, poi, parecchie generazioni più tardi, di fucile con baionetta. La Guardia di Castello ha cani di ronda e deve dormire in appositi alloggi nelle mura nuove.

Sei anni più tardi, l'1 Fi LXVIII (1399) la Comune subisce un nuovo tentativo di invasione che respinge a fatica dopo otto giorni di cruenta battaglia, in cui per la prima volta anche le donne scendono in armi a difendere la libertà del territorio. La comune, allora, rinnova un patto di alleanza perpetua e assoluta protezione col Signore di Monpane, che impegna i due territori a reciproco soccorso in caso di attacchi o invasioni.

Ma il 2 Se XLIV (1431) muore l'ultimo Signore di Monpane. Essendo senza eredi ed ammogliato ad una figlia minore del gran re, il suo territorio viene da questi incluso nel regno. In questo modo la Comune si trova completamente circondata dal territorio del regno. Temendo, a ragione, ulteriori tentativi di annessione, la Reggenza invia a Regale una delegazione che chiede garanzie. Il gran re accoglie in parte le richieste della Reggenza, ma pone alcune condizioni: che la Comune mandi ogni due anni mille soldati nel suo esercito, che ogni anno la Comune invii alle casse di stato 3000 misure di oro fino o l'equivalente.

I Reggenti riuscirono ad ottenere due cose: che i mille soldati formassero un unico corpo e non fossero per alcun motivo dispersi nell'esercito regio, e che il pagamento alle casse regie fosse definito "dono". Questo aveva il solo vantaggio di non dichiararsi sudditi o tributari, ma tanto bastava ai prudenti e saggi Reggenti.


I - Decadenza morale della Comune. Le riforme. Rinascita della Comune.


Ma a poco a poco, la vita della Comune s'intristì: finiti i pericoli esterni, la Comune avvizzì sotto il peso delle discordie interne, della decadenza morale, della corruzione amministrativa. Il Consiglio ed il Foro andavano deserti. La pubblica istruzione era trascurata. Il diritto d'asilo aveva riempito il territorio di delinquenti comuni. La giustizia, come i pubblici uffici, non funzionava per mancanza di mezzi a causa del pesante "dono" a cui la Comune era costretta.

È di questo periodo la storia di Balduccio che bene illustra a quale punto fosse scesa la morale della fiera Comune.

Balduccio era un fratello che insegnava a Bosco. Una sera, mentre stava facendo l'amore col suo compagno, Toro, disse a questi: "Deve essere divertente quando, nell'età del Frutto, si può farlo con tutti gli altri e non solo in due."

"Sì, lo facevamo anche in tre o in quattro: ma eran cose da ragazzini."

"Piacevoli, però. Mi piacerebbe poterlo fare. A te no?" chiese tentatore.

"Mah, sì, sarebbe divertente." disse Toro.

Allora Balduccio disse: "E allora, facciamolo: non ti piacerebbe un culetto ancora fresco e delicato, una bocca dolce e profumata?"

"A che pensi?"

"Ai ragazzi della scuola, che adesso stanno godendosi l'un l'altro."

"Sai che è proibito."

"Perciò più eccitante. Vieni, andiamo a divertirci." gli disse Balduccio.

Silenziosamente entrarono nel dormitorio del Fiore: videro un ragazzino di quattordici anni che stava prendendo un altro e con le labbra soddisfaceva un terzo.

Toro scostò quest'ultimo e, offrendosi al ragazzo, gli disse: "Assaggia questo, è più succoso!"

Il ragazzino lo guardò stupito e disse: "Ma tu sei un adulto." ma non poté continuare perché Balduccio gli era salito sopra per prenderlo.

Così i due profittarono del ragazzetto finché furono soddisfatti.

Il ragazzo, quando lo lasciarono era in lagrime. Gli altri avevano assistito muti.

"Non dovevate fare una cosa così." disse un altro ragazzo di quattordici anni.

"Ah no? E perché? È stato piacevole perciò domani lo faremo a te. E se uno di voi parlerà, lo sgozzeremo come un agnello, ricordatevelo bene. Le vostre famiglie vi hanno affidato a noi, perciò noi possiamo fare quello che ci piace di voi."

La notte dopo profittarono, come avevano detto, proprio di quello che aveva protestato, dopo essersi fatti eccitare da altri. I ragazzini, impauriti, obbedivano a tutte le richieste dei due adulti senza fiatare. Non contenti, i due iniziarono ad andare anche nelle camere singole dei ragazzi nell'età del Frutto e profittavano anche di loro a loro piacimento, un po' con le buone un po' con le cattive finché ottenevano quello che volevano.

Poi Balduccio, durante le lezioni, inventò un nuovo tipo di divertimento: chi prendeva il voto più alto, per "premio" doveva andare ad accoccolarsi sotto la cattedra, fra le sue gambe, per soddisfare le sue voglie con la bocca. Questo portò al fatto che tutti cercavano di avere voti più bassi. Allora Balduccio immaginò una "punizione" per chi scendeva nei voti: doveva chinarsi sulla cattedra e Destro, un ragazzo di diciannove anni loro complice, famoso per le dimensioni dei suoi genitali, li prendeva davanti a tutti.

Uno dei ragazzi, finito l'anno scolastico, si lamentò in casa con i genitori che denunciarono i due insegnanti al Padre della fraternita di Bosco. Questi fece un'inchiesta, ma parecchi dei ragazzi, spaventati, negarono ogni cosa. Il Padre era ugualmente convinto della verità della denuncia, ma Balduccio e Toro, usando tre loro complici fra i ragazzi dell'età del Frutto, minacciarono di denunciare il Padre alla Reggenza dicendo che aveva profittato più volte dei tre ragazzi contro la loro volontà.

Il Padre dichiarò che Balduccio e Toro erano innocenti e condannò il ragazzo a cinque mesi di carcere. Il risultato fu che parecchie delle famiglie non mandarono più i loro ragazzi a scuola e quando gli armigeri andarono ad indagare, Balduccio e Toro, con regali, convinsero gli armigeri ad andar via e dichiarare che i ragazzi erano malati e perciò non potevano andare alle lezioni.

Uno dei ragazzi dell'età del frutto che ancora andavano a scuola, un giorno decise che voleva vendicarsi dei due insegnanti per quanto facevano. Perciò andò con alcuni compagni dagli armigeri di Bosco e offrirono di darsi loro per fare sesso purché tendessero un agguato a Balduccio e Toro e li sottoponessero a quanto questi facevano ai ragazzi. Gli armigeri accettarono volentieri. In otto aspettarono, una sera, Balduccio e Toro mentre tornavano dalla Rupe, li assalirono, li immobilizzarono, li denudarono e profittarono di loro tutti quanti.

Balduccio e Toro, furenti, li denunciarono al Difensore perché li punisse. Questi fece un'indagine, ma i ragazzi e le loro famiglie dichiararono che quella sera gli otto soldati erano stati sempre con loro e non si erano mai allontanati dalle case. Così il Difensore prosciolse gli armigeri da ogni accusa. Balduccio e Toro allora andarono dal Padre chiedendo di ricorrere alla Reggenza, ma il Padre disse loro: -Avete raccolto quello che avete seminato. Non lamentatevi e cercate di non esagerare, in futuro.-

Questa storiella mostra il grado di decadenza morale a cui era giunta la comunità. La storia dice che Balduccio era un ex rifugiato, quindi un delinquente sfuggito alla polizia del gran re, ma ciò non giustifica né il comportamento del Padre, né che un delinquente comune fosse addirittura diventato insegnante. Inoltre il Padre non dice di smettere, ma di "non esagerare"...

Chi cercò di porre freno a questa situazione, comprendendo che la base di tutto era proprio il sistema educativo, fu il Rettore Bello Cestari di Giardino. Egli, il 2 Se LXXVII (1541) riformò il sistema scolastico: tutto restava uguale a prima riguardo ai ragazzi, ma l'insegnamento doveva riguardare "non solo le lettere e le arti ma puranco i costumi e la morale" e riformò completamente la formazione degli insegnanti: istituì un corso per i giovani dai venti ai ventiquattro anni in cui chi voleva diventare insegnante era formato e tenuto sotto osservazione. Inoltre stabilì che solo chi era nato nella Comune poteva diventare insegnante. Stabilì poi che ispettori girassero periodicamente per tutte le scuole per verificarne il funzionamento.

Undici anni più tardi un'altra riforma fu approvata dalla reggenza: il Consiglio Generale fu ridotto da 85 a 45 membri eletti ogni cinque anni, che erano obbligati a partecipare alle riunioni, pena il carcere. Inoltre fondò la Deputazione dei dodici che era formata da un rappresentante dei fratelli per ogni castello, eletto ogni quattro anni, che affiancava la Reggenza. Il Consiglio Generale era l'organo legislativo assieme al Foro, mentre la Deputazione dei dodici era in pratica il governo, infatti si occupava di: rapporti con gli esteri, ordine interno, finanze, territorio, comunicazioni, sanità, istruzione, agricoltura, commercio, artigianato.

Stabilì che il Foro dovesse riunirsi due volte l'anno, il primo del 5o mese e dell'11o mese per fare proposte, richieste. Il Foro poteva abolire una legge precedentemente fatta dal Consiglio Generale. Inoltre il Foro doveva nominare ogni sei anni i nove Sindaci di Condotta, cioè la magistratura superiore: questa doveva scegliere i Sindaci Ordinari, cioè i giudici dei tre gradi, e vegliare sul loro operato.

Un'ultima riforma fu riguardo a chi chiedeva rifugio: se era dimostrato che erano colpevoli di delitti contro la persona o il patrimonio, l'asilo veniva rifiutato. Un rifugiato poteva ottenere la cittadinanza di Silvana solo dopo un periodo pari al 20% della sua età al momento della richiesta d'asilo. Tutte queste riforme portarono gradualmente ad una rinascita della Comune che così meritò di nuovo l'appellativo di "giustissima".


J - L'invasione del Principe Albero Mastino contro il diritto d'asilo. Nuovo accordo con il Re.


Il 7/6/5 Fo LXXIX (1589) due uomini si presentarono a Chiusa e chiesero asilo. Furono portati dai Sindaci per essere esaminati. Dai verbali risulta che erano tali Amico Cassa di quarantacinque anni e suo figlio Pacifico di ventidue anni. Erano scappati dai territori del gran re perché ingiustamente accusati di aver derubato il Principe Gran Prete Albero Mastino di cui erano servi.

In realtà, spiegò Pacifico, egli aveva rifiutato di soggiacere alle pretese sessuali della figlia del Gran Prete e questa si era vendicata accusandolo di aver rubato cinque preziose e antiche statuette d'oro.

"Se le avessimo rubate, le avremmo portate con noi, o avremmo portato con noi il danaro se le avessimo vendute." disse il padre.

I Sindaci li esaminarono separatamente, li interrogarono a lungo, e alla fine si convinsero che i due dicessero la verità, perciò li dichiararono accoglibili e il Deputato per gli interni dette loro il permesso di residenza. Furono alloggiati nell'apposito Asilo dei Rifugiati, che sorgeva accanto alla Porta del Sole, in attesa che trovassero lavoro e casa.

Ad Amico, che era un giardiniere, fu offerto di andare a lavorare a Campofiorito, suo figlio Pacifico, che era un cameriere, chiese di andare a lavorare nella bottega di mastro Fulgido, che faceva il tessitore e di imparare a tessere. Mastro Fulgido lo accolse volentieri ed iniziò ad insegnargli il mestiere. Fulgido aveva quattro figli, il secondo si chiamava Sincero ed era un ragazzo di diciassette anni, schivo e gentile. Il giorno lavorava nella bottega del padre e la notte andava a scuola.

Pacifico e Sincero divennero presto amici, e il ragazzo insegnava con perizia e pazienza l'arte del tessere al giovane, incoraggiandolo ed insegnandogli le piccole astuzie che conosceva per eseguire un migliore lavoro. Finalmente Pacifico fece la sua prima tela vendibile e si sentì molto fiero. Sincero gli spiegava anche i costumi di Silvana e gliene raccontava la storia nei momenti liberi. Pacifico gli faceva mille domande.

Quando seppe del sistema di educazione sessuale della Comune, Pacifico ne fu profondamente meravigliato. "Vi insegnano a fare l'amore?"

"Sì, certo: è una cosa importante, no?"

"Ma anche fra maschi?"

"Perché, non fate l'amore fra maschi da dove vieni tu?"

"Sì... certo che c'è chi lo fa, ma di nascosto. Qui da voi, vi insegnano addirittura a farlo! Mi pare incredibile. E che due dello stesso sesso possano anche sposarsi, poi!" esclamò pieno di incredulo stupore il giovane.

"Ma tu, che hai detto di no alla figlia del prete, non è perché ti piacciono i maschi?"

"No, solo che non volevo farlo con lei."

"Tu allora non hai mai fatto l'amore con un maschio?"

"No, non l'ho mai fatto. Beh, a parte da ragazzino, con un mio compagno. Ma non era proprio fare l'amore, ci si divertiva un po', di nascosto." ammise poi arrossendo lievemente.

"Di nascosto! Mi pare così ridicolo, stupido. Non era una cosa bella?"

"Beh, sì, era divertente, piacevole, ma era solo una cosa da ragazzini."

"E con le donne hai mai fatto l'amore?"

"Proprio fino in fondo... solo una volta."

"E ti piaceva molto?"

"Beh, era piacevole, sì."

"Io con le ragazzine lo trovo piacevole, ma con un amico lo trovo proprio bello, mi piace molto di più."

"E perché?"

"Mah, perché due maschi, fra di loro, possono fare l'amore nello stesso modo. E poi, io so che effetto mi fa sul mio corpo quello che mi fa il mio compagno e siccome due maschi hanno il corpo uguale, so che cosa può piacergli di più e cosa di meno e così lui a me. L'uomo prende la donna e basta. Due uomini invece possono anche prendersi a vicenda."

"Insomma, tu sposerai un uomo?" chiese Pacifico.

"Penso proprio di sì. Quando troverò l'uomo giusto per me."

"Mi pare così strano, tutto questo. Due maschi possono essere grandi amici, ma amanti..." disse scuotendo la testa il bel giovane.

"Si è così tanto amici che ci si vuole anche amare, no? È naturale, direi. E è bello, perché col corpo puoi dire all'altro cose che in nessun altro modo riusciresti ad esprimere." ribatté Sincero.

Erano passati tre mesi e mezzo dal loro arrivo a Silvana, quando da Giardino chiesero di entrare tre carrozze: in una c'era il Principe Gran Prete Albero Mastino in persona, nelle altre il suo seguito. Fu dato ordine di lasciarle salire. Alla Porta del Sole il Deputato per gli esteri li accolse e, facendoli passare dalla Porta Bella, li portò nella Grotta Grande dove la Reggenza li attendeva.

Il Principe disse che sapeva che due malfattori, ladri e sacrileghi, s'erano rifugiati nel territorio della Comune e, essendo suoi sudditi e servi, ne chiedeva la consegna per portarli indietro, giudicarli e punirli. Il Signore rispose che nel territorio della Comune non risultava che si nascondessero due ladri sacrileghi, e che perciò non era in grado di esaudire la risposta del Principe.

Questi insisté che da fonte sicura sapeva che erano nel territorio della Comune e perciò, aggiunse con arroganza, dovevano assolutamente cercarli e consegnarglieli. Il Signore ribadì che non c'erano ladri sacrileghi rifugiati. Il Principe, irato, disse che lui cercava due suoi servi di nome Amico e Pacifico Cassa e che ne pretendeva assolutamente e prontamente la consegna.

Il Signore rispose deciso: "Non ho nessun uomo da consegnarvi. Pertanto, potete anche tornare alle vostre terre, Principe."

Il Principe Gran Prete si alzò irato e disse: "Non finisce qui, ve lo giuro! Devo avere quegli uomini e li avrò." e se ne andò.

Amico e Pacifico erano terribilmente spaventati ma tutti li rassicuravano dicendo che non correvano alcun pericolo, che erano al sicuro. Il 17 del 10o mese all'alba, però, Albero Mastino giunse a Giardino guidando 39 cavalieri, 350 militi scelti e 1647 fanti con sette macchine da guerra e la espugnò. Quindi salì fino alla Porta del Sole che in sole tre ore sfondò ed attaccò Porta di Via. Dopo sole dieci ore di combattimento, a notte, riuscì a penetrare nella cinta interna. Arrestò la Reggenza e la Deputazione al completo e si dichiarò padrone e Signore di tutto il territorio di Silvana.

Quindi fece assalire uno dopo l'altro i borghi fortificati e li espugnò. Disarmò tutti gli armati della Comune e dette ordine ai suoi uomini di rastrellare tutte le case ed interrogare tutta la gente per trovare i due uomini.

Ma nel frattempo, appena avuto sentore dell'attacco, la reggenza aveva preso due provvedimenti urgenti: aveva inviato dei Legati al Gran Re per protestare della violazione dei loro diritti e nello stesso tempo avevano fatto fuggire i due ricercati.

Mastro Fulgido li affidò a Sincero, dando loro un sacco di provviste, coperte e abiti pesanti, dicendo al figlio di andare a nascondersi nelle miniere. Scappati da Porta di Piana, Sincero guidò i due fino al territorio di Miniere: lo conosceva molto bene, perché da ragazzino vi andava spesso con gli amici a giocare. Era una zona impervia, piena di anfratti, pozzi, gallerie, alcune ancora in uso altre abbandonate. Giunti ad una galleria, Sincero accese tre lucerne e si inoltrarono. Camminarono per un dedalo di gallerie e passaggi, ora arrampicandosi ora calandosi, finché si fermarono in una piccola grotta accanto a cui scorreva una minuscola polla di acqua pura.

"Ecco, qui sotto non farà troppo freddo e abbiamo l'acqua per bere e lavarci. Se anche gli uomini di Mastino trovassero queste gallerie, prima di trovare noi avranno filo da torcere. L'importante è che, eventualmente, non ci sorprendano qui dentro magari nel sonno. Uno di noi a turno deve andare fino all'ultimo quadrivio in cui siamo passati: se qualcuno arrivasse da una delle altre tre direzioni, di là si sentirebbe subito il rumore dei passi, delle armi. Chi è di guardia farebbe a tempo a chiamare gli altri due e io conosco bene tutti i passaggi, le uscite: possiamo fuggire di nuovo."

"Ma il cibo ci basterà per sette otto giorni, non più." obiettò Amico.

"Non temere, i miei fratelli con i loro amici si organizzeranno per portarci periodicamente cibo e notizie. Vedrete che tutto andrà bene." rispose Sincero e cominciò a stendere le coperte ed a sistemare le poche cose che avevano portato. Quindi chiese chi avrebbe fatto il primo turno. Pacifico si offrì ed andò fino al trivio con una lucerna e sedette in attesa.

Sincero aveva portato carta e penna, per passare il tempo e si mise a scrivere.

"Che scrivi?" gli chiese Amico.

"Tutta questa storia." rispose il ragazzo.

"Ma qui, sapete scrivere tutti?"

"Certo, perché da voi no?"

"Io e mio figlio, come la maggioranza dei servi, non abbiamo mai imparato."

"Non è difficile: se volete posso insegnarvi."

"Non a me, ormai. Ma mi piacerebbe che mio figlio imparasse: lui è ancora giovane. Davvero gli insegneresti?"

"Con molto piacere. Quando farai tu il turno di guardia, gli insegnerò e servirà anche per passare il tempo."

"Ti ringrazio. Siete tutti molto gentili, qui."

"Beh, purtroppo non tutti, anche se gli insegnanti ci dicono che la gentilezza è una grande virtù." rispose sorridendo il ragazzo.

Quando Amico andò a dare il cambio al figlio, gli disse che Sincero gli avrebbe insegnato a scrivere.

Pacifico quindi tornò nella grotta e chiese: "Dice papà che mi insegnerai a scrivere. È difficile?"

"No. Devi ricordarti solo un centinaio di segni."

"Si può cominciare subito?"

"Certo." gli disse Sincero e, preso un foglio e la penna, iniziò con lo scrivere i loro nomi e a farglieli copiare, correggendolo e facendogli ripetendo l'esercizio.

Poi mangiarono, Sincero andò a dare il cambio ad Amico e Pacifico si mise a dormire. Erano nascosti da una settimana quando Pacifico che era di turno, andò nella grotta a dare l'allarme: aveva sentito rumori provenire da una delle tre gallerie. Sincero disse ai due di raccogliere la roba ed andò al quadrivio ad ascoltare.

Quando i due arrivarono con i sacchi, Sincero sussurrò: "È uno solo e si muove rapido, potrebbe essere uno dei miei amici. Voi aspettate qui, vado a vedere."

"Se sono i soldati o un nemico?"

"Non preoccupatevi, vado al buio: li vedrò prima io e tornerò a portarvi altrove."

"Ma come sapremo che sei tu che torni e non altri?" chiese Amico.

"Già... se sono io schioccherò le dita con questo ritmo, d'accordo?"

"Sì, ho capito." disse Amico.

Sincero partì a piedi scalzi, al buio, seguendo la parete della galleria con una mano, rapido e leggero, finché intravide di fronte a sé una fiammella che s'avvicinava. E poco dopo riconobbe il fratello minore. Allora lo chiamò, prese una delle due ceste che portava e tornò con lui verso gli altri dicendo: "Sto tornando, è solo mio fratello, state tranquilli."

Il fratello disse loro che Mastino s'era impadronito della Comune e che li stava facendo cercare, ma che secondo il padre lì dove erano era il posto più sicuro. Speravano che prima o poi o se ne andasse o comunque smettesse di cercarli. Si accordarono per fare segnali quando fossero tornati a portare loro cibo e notizie. Sincero chiese che portassero loro alcune cose che sarebbero state utili per una permanenza che si annunciava lunga.

Infine il fratello se ne andò ed Amico andò a fare il suo turno di sentinella.

Pacifico disse a Sincero: "Ho avuto tanta paura sai? E poi, voi siete stati invasi per colpa nostra. Perché fate tutto questo per due sole persone che neanche sono dei vostri?"

"Voi due ormai siete dei nostri. Tutti quelli che difendono la propria libertà sono dei nostri. Ma tu ancora tremi tutto! Stai tranquillo che andrà tutto bene, vedrai." gli disse Sincero carezzandogli una guancia in un gesto lieve, affettuoso e rassicurante.

Pacifico gli chiese in un sussurro: "Posso abbracciarti?"

"Certo." gli rispose Sincero.

Erano vicini, seduti a terra sulle coperte. Si accostarono, si abbracciarono.

Pacifico gli disse: "Mi sento meglio, ora, più sicuro. Stringimi..."

Sincero lo strinse e gli carezzò la schiena poi, d'istinto, gli posò lievi le labbra sulle labbra. Era un bacio amichevole, affettuoso. Ma Pacifico spinse fuori la lingua e la inserì appena fra le labbra dell'amico. Questi fremendo appena, si mise a suggerla, gli carezzò la nuca.

Pacifico si abbandonò fremente a quel bacio poi carezzando la schiena dell'altro, chiese con voce emozionata: "Sincero, vuoi fare l'amore con me?"

"E tu? Lo vuoi?"

"Sì..."

"Perché?"

"Non so, lo desidero, ne sento il bisogno. Voglio dirti col mio corpo quello che non saprei dirti in un altro modo."- disse il giovane baciandolo di nuovo e sospingendolo sulla coperta.

Sincero sorrise nel sentirlo ripetere quello che lui gli aveva detto circa un mese prima: evidentemente Pacifico vi aveva pensato a lungo. Stesi, le loro giovani membra si allacciarono, i loro corpi si cercarono, si carezzarono dappertutto con crescente desiderio e piacere.

Quando Sincero sentì l'eccitazione dell'amico, iniziò a togliergli gli abiti e Pacifico fece lo stesso con lui e in breve i loro corpi nudi aderirono strettamente pieni di reciproco desiderio. Sincero lo guidò con dolcezza per le vie dell'amore fisico finché, pieni di fremente passione, finalmente si unirono dandosi con gioia l'uno all'altro.

Quando, lievemente ansanti, abbracciati, si rilassarono, Pacifico carezzò il corpo del ragazzo e mormorò: "Grazie, amico mio, è stato bellissimo..."

"Sì, davvero." rispose Sincero contento, e gli si strinse contro.

"Possiamo dormire così, senza rivestirci?" chiese Pacifico.

"Ma e... tuo padre?"

"Gliel'ho detto che mi sento attratto da te. Ha capito, ha detto che va bene. Non c'è nessun problema."

Dovettero restare nascosti per due mesi. Pacifico imparò a leggere e scrivere discretamente bene, e i due giovani ormai dormivano assieme e facevano l'amore spesso e volentieri, e si sentivano sempre più attratti l'uno dall'altro e sempre più felici di stare assieme. Fuori era caduta la neve, ma nella grotta, profondamente sotto terra, non faceva molto freddo. Gli amici portavano con una certa regolarità cibo e notizie. Mastino aveva preteso obbedienza da tutta la popolazione e questa, su consiglio dei fratelli, aveva finto di inchinarsi all'invasore, ma in realtà aspettava la risposta della legazione inviata al gran re oppure il momento giusto per sollevarsi e ribellarsi.

Il 15 del 12o mese, finalmente tornò dalla capitale del regno la Legazione accompagnata da un Plenipotenziario Regio con la sua scorta. Il gran re ordinava al Principe Mastino di liberare tutti i prigionieri e di evacuare immediatamente la Comune, di non portare via con sé né prigionieri né beni della Comune. Il Principe dovette chinare il capo ed obbedire e, sotto il controllo personale del Plenipotenziario, richiamare tutti i suoi armati ed uomini e lasciare il territorio della Comune.

Quando tutti furono andati via, la popolazione fece una gran festa e la famiglia di Sincero andò ad annunciare ai tre che era tutto finito, che erano liberi. Sincero riprese ad andare a scuola, Pacifico a lavorate al telaio e Amico a curare Campofiorito. Ma ora Sincero doveva dormire a scuola e quando tornava a casa doveva lavorare, perciò i due amici per diversi giorni non ebbero modo per condividere il letto.

Un giorno, mentre Sincero spiegava all'amico come armare un telaio per una saia da cinque, questi gli disse: "Sincero... mi manca molto il fatto che non possiamo più fare l'amore."

"Anche a te?"

"Io credo di... essere innamorato di te."

"Dici sul serio? Oh Pacifico, non sai quanto sono felice di sentirmelo dire! Anche io credo di amarti..."

"Vorrei vivere con te, per sempre."

"Anche io, ma dovremmo aspettare altri tre anni, prima di poter chiedere di essere uniti."

"Ma nel frattempo, potremo ugualmente fare l'amore, io e te?"

"Sì. La sera, prima che io vada a scuola, si può. Chiederò a mio padre che ci lasci usare la stanza su al primo piano. Sono tanto felice che anche tu mi ami."

"Non l'avevi capito in quei due mesi?"

"Temevo che fosse per la situazione particolare in cui eravamo, ma che ora, tornati alla vita normale, tu non volessi continuare. Prima non mi avevi mai detto di amarmi."

Neanche tu, però." lo rimproverò con dolcezza il giovane.

"È vero, ma è perché temevo di metterti in imbarazzo, temevo di non essere corrisposto."

"Ora non più, vero? Ora sai che ti voglio sposare."

"Certo, mio dolce amico." rispose Sincero.

Ecco, questo è il racconto come risulta leggendo il quadernetto che Sincero scrisse in quel periodo e che, per qualche particolare motivo, è finito nell'archivio segreto della Comune. Alcune pagine del quaderno sono piene delle prove di scrittura di Pacifico, e se ne vedono i progressi.

Una delle conseguenze della disavventura col Principe Albero Mastino fu che la Comune ed il gran re si scambiarono una Legazione permanente, in altri termini instaurarono relazioni diplomatiche. Un'altra fu l'organizzazione della Milizia: gli Armigeri, divisi nelle tre vecchie armi di spadieri, lancieri ed arcieri, restarono solo come guardie delle porte. Ma tutti gli uomini che facevano servizio militare furono organizzati appunto nella Milizia, che assunse l'uniforme blu con fregi bianchi, comandata da un capitano generale e otto capitani di rocca. La Milizia formò anche la prima banda musicale di cinquanta uomini.

In quel tempo fu armata di sciabola, oltre alle armi di guerra: archibugio, alabarda e in seguito fu armata di fucile e in tempi più recenti di pistola. Inoltre gli elementi migliori della Milizia entravano a far parte della cosiddetta Guardia Scelta, fondata il 12/3/2 Fi LXXIX (1591) formata da sessantuno uomini con uniforme azzurra e fregi in oro, con chepì oro con piume a casco azzurre, guanti bianchi, armata di sciabola fino a tempi recenti: suo compito era proteggere e difendere la Reggenza ed i Deputati.

La Guardia di Rocca rimase come la parte professionale della Milizia, conservando la sua uniforme ed il suo compito di vigilare sempre dagli spalti e, fino a molte generazioni più tardi, cioè fino alla formazione della Gendarmeria, anche compiti di polizia. La Guardia di Rocca, in seguito, fu armata di fucile.


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