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una storia originale di Andrej Koymasky


pin LA LIBERA COMUNE DI SILVANA CAPITOLO 5

K - L'assedio della Comune. La caduta del regno confinante. Contatti con la nuova potenza.


Una legge del 19/6/3 Fo LXXX (1607) stabilisce che le coppie senza figli, miste o uguali (cioè gay) possono adottare fino a tre piccoli o orfani di entrambi i genitori o di famiglie troppo numerose che desiderano mettere in adozione un figlio. Questa legge stabilisce che i fratelli o le sorelle non possono adottare, il che fa capire che doveva essere iniziato l'uso di sposarsi fra persone dello stesso sesso anche fra gli amici e non solo nell'Ordine.

Il 12/7/2 Fr LXXXI (1636) un gruppo di quindici soldati regi a cavallo si presenta a Serena e chiede asilo. Consegnano le armi, i cavalli e sono portati al Sindaco. Questi li esamina e viene a sapere che si erano ribellati ad un comandante spietato e tirannico e pertanto sarebbero stati condannati a morte. Il Sindaco approva la richiesta di asilo. Per la prima volta la Comune entra in possesso di quindici fucili ad avancarica con una certa quantità di munizioni e la nuova arma impressiona i comandanti delle forze armate.

Inoltre quei quindici cavalli erano cavalli di razza, molto belli, forti, completamente diversi dai pochi cavalli da soma e da trasporto che erano fino ad allora nel territorio. E i quindici cavalli sono quattro maschi e undici femmine. Su consiglio dei rifugiati, inizia così, nel territorio di Valletta, l'allevamento di cavalli da corsa che renderà famosa la Comune in seguito.

Ma il Legato regio, saputa della fuga, pretende che i quindici uomini, le loro armi ed i cavalli siano resi al gran re. La comune rifiuta: si dice disposta a rendere armi e cavalli, le uniformi, ma non gli uomini. Il Legato non accetta il compromesso. Il 20 dell'8o mese il territorio viene completamente circondato da 40.000 uomini dell'esercito regio: non entrano nel territorio, ma non lasciano entrare né uscire nessuno fino a quando i quindici uomini non saranno consegnati. La comune non si piega. La Milizia viene armata e si prepara ad opporsi a qualsiasi tentativo di invasione, anche a costo della vita.

Il Signore di Silvana dichiara al Legato: "Vi avverto: per entrare nel nostro territorio, dovrete ucciderci tutti, fino all'ultimo uomo. Non potremo opporci alle forze del gran re, ma non ci lasceremo piegare."

Il Legato sa che la popolazione è tutta in armi, anche donne, vecchi, adolescenti e manda un messaggio alla Capitale pregando di non ordinare l'invasione del territorio: la cosa si risolverebbe certamente in un bagno di sangue e "...non è il caso di massacrare 5000 cittadini per ottenere la vita di soli 15 disertori". Secondo il Legato il blocco, tagliando completamente il commercio della Comune, prima o poi la piegherà.

Il blocco continua per poco più di 8 mesi, impenetrabile. Tutti i tentativi di uscire o entrare nel territorio della Comune sono sventati, anche se fortunatamente senza spargimento di sangue, e non passa neppure una singola persona. Ma la Comune non piegò il collo, non si arrese. E il 24 del 4o mese dell'anno seguente, improvvisamente le truppe regie levarono i campi e si ritirarono: il blocco era finito. Il Legato regio spiegò che la cosa non era dovuta ad un ripensamento: la questione restava aperta, ma il regno aveva ben più gravi problemi: da ovest un'armata formidabile ne stava tentando l'invasione: il regno era in guerra contro un potente vicino.

Notizie sulla guerra e sui progressi dell'invasore iniziarono a preoccupare la Reggenza che stabilì un "Osservatorio permanente degli affari relativi alla guerra." La segnalata fuga di ricchi e nobili con "ori, argenti, armi, servi e cavalli" di fronte all'armata conquistatrice fa temere alla Comune una "invasione di profughi che chiedono asilo" e quindi si decide che sarà dato asilo solo a chi si presenterà "con il solo abito che ha indosso, come si era sempre richiesto nei tempi passati." Ciononostante chiedono ed ottengono asilo ben 4673 persone, cioè un numero di persone quasi pari a tutta la popolazione della Comune.

Il 7/3/3 Fo LXXXII (1636) dall'alto del monte vedono giungere la poderosa armata che si ferma al di là del Fiume Rapido. La Reggenza allora manda un Messo con una lettera per il supremo comandante dell'esercito straniero, chiedendo garanzie per il piccolo territorio di cui mandano una mappa ed un breve profilo storico: "... da 1500 anni siamo una nazione piccola, insignificante forse, ma libera e fiera. Abbiamo sempre dato asilo ai perseguitati senza chiedere in cambio né oro né premi, mai abbiamo attaccato il vicino, ci basta ciò che abbiamo e siamo: poveri ma dignitosi..." recita un passaggio della lettera.

Il supremo comandante invia allora una delegazione composta di tre alti ufficiali perché visitino la Comune e gli facciano una relazione e chiede un elenco di tutti i rifugiati "per verificare che non vi siano personaggi che vorrei avere nelle mie mani." I tre alti ufficiali sono accolti con tutti gli onori e viene loro fatto visitare tutto il territorio della Comune, illustrandone la storia in dettaglio. E, con diplomazia, spiegarono che non potevano acconsentire a consegnare nessuno a meno che fosse provato oltre ogni dubbio che si era macchiato di assassinio o furto.


L - Il nuovo Imperatore riconosce la libertà di Silvana e abolisce il "dono" e la leva.


I tre alti ufficiali chiesero di vedere le leggi in base a cui si dava asilo. Quindi, dopo cinque giorni, lasciarono la Comune. Passarono ancora tre giorni di trepida attesa. Quindi una nuova delegazione arrivò: il Supremo Comandante ed Imperatore inviava la sua risposta scritta: avendo ascoltata la relazione dei suoi inviati, assicura "pace ed amicizia inviolabile a sì fiera terra che giustamente si fregia del titolo di Giustissima e Serenissima. Se qualcuna delle vostre frontiere fosse un giorno contestata, sarà mia cura, basandomi sulla carta da voi mandatami, respingere qualsiasi pretesa. Siete esenti ora e per sempre, come per il passato, da ogni tributo ed i cittadini della Comune potranno liberamente circolare per tutti i miei territori non come forestieri ma con tutti i diritti e privilegi dei miei sudditi, non in quanto sudditi ma in quanto amici stimati e rispettati." Inoltre l'Imperatore inviò un dono di mille quintali di granaglie, di cinquemila fucili con munizioni, di dodici cannoni. E l'esercito imperiale proseguì nella conquista dei territori a sud e ad ovest della Comune.

Per ringraziare l'Imperatore della sua ammirazione e rispetto, il Foro decise che alla bandiera della Comune si dovessero aggiungere due bordi, uno rosso e uno verde, i colori del vessillo imperiale. La Milizia fu armata di fucile e fu posto un cannone a difesa di ogni borgata.

Il libero commercio con il territorio imperiale fece fiorire la vita nella Comune e, per la prima volta, la Comune coniò una propria moneta, il Sole d'oro, d'argento e di rame. Inoltre, con la legge del 1 Fi LXXXII (1650) si permise la proprietà privata agli amici, ma con alcune limitazioni "affinché la troppa ricchezza degli uni e la troppa povertà di altri non porti i primi a dominare ed i secondi ad essere dominati". Quindi nacque il primo testo di leggi suntuarie e il primo sistema di tassazione interna.

Il 4 Fr LXXXII (1658) si fondò la Gendarmeria con funzioni di polizia: essa era formata solo di cittadini foresi di qualsiasi nazionalità "perché non essendo della Comune, non soggiaciono a interessi di parte". Erano arruolati per cinque anni con possibilità di rafferma. Ebbero un'uniforme nera con bordi azzurri, alamari e fregi d'argento, bandoliera, cappello e guanti bianchi. Inizialmente erano armati di fucile, furono poi invece muniti di pistola. I Gendarmi che volevano chiedere la cittadinanza, terminato il periodo di servizio attivo, potevano averla subito.

Il 25/2/1 Fi LXXXIII (1675) la popolazione della comune è di 6173 cittadini e 397 foresi. In questo stesso anno inizia la storia di Onorato. Era un fratello di trentaquattro anni che risiedeva a Tempio ed insegnava nella scuola di questa borgata. Il suo compagno, di ventinove anni, si chiamava Coraggio ed officiava il tempio. Avevano una relazione tranquilla da nove anni, ma in un certo senso erano più amici che amanti pur facendo l'amore spesso e restando completamente fedeli l'uno all'altro.

Nella classe di Onorato c'era un allievo di diciotto anni, di nome Costante, figlio di un sarto. Costante era un ragazzo sano e forte e di notevole avvenenza. Il giovane, fin da quando aveva quindici anni, s'era innamorato di Onorato, ma essendo questi unito, non osava manifestargli il proprio sentimento.

Dopo tre anni di silenzioso amore, Costante si sentiva del tutto preso dal suo amato insegnante e faceva sempre più fatica a nascondere ciò che provava per lui. Invece di diminuire, il suo amore aumentava e si rafforzava sempre più. Costante si sentiva impotente, non riusciva più a soffocare il proprio sentimento. Voleva essere di Onorato, voleva il suo amore anche se sapeva che non poteva averlo.

Costante iniziò a scrivere biglietti anonimi a Onorato e glieli faceva trovare nei posti più diversi. Più o meno quello che ci scriveva era sempre: "Ti amo, voglio essere tuo!" Onorato capì che doveva essere uno dei suoi allievi, ma per quanto cercasse di capire a chi appartenesse la scrittura, non riusciva a riconoscerla. Né, studiando le espressioni dei suoi studenti, riusciva a capire chi potesse inviargli quei biglietti. Ne parlò con Coraggio, ne parlò con il responsabile della scuola, chiedendo consiglio.

Coraggio gli disse: "Non capisci chi ti sta mandando quei biglietti perché cerchi di trovare uno sguardo particolare: intenso, innamorato, sognante. Ma forse chi ti manda quei biglietti non vuole farsi scoprire, e perciò dovresti piuttosto cercare chi evita il tuo sguardo. Però, mi chiedo, una volta che tu capissi da chi vengono i biglietti, che mai potresti fare?"

"Fargli capire che non deve più pensare a me."

"Forse l'ha già capito da solo, ma semplicemente non ci riesce."

"Ma perché mi scrive quei biglietti? Che spera di ottenere?"

"Aiuto, forse? e forse anche amore. Spera contro ogni speranza.."

"E allora, che posso fare?"

"Non so, poco, temo: o dargli il tuo amore o fare in modo che non ti veda più, facendoti trasferire a Valletta, per esempio. Ma tu, che cosa vuoi fare veramente?"

"Se almeno sapessi chi è!" rispose Onorato.

Il responsabile della scuola gli dette un consiglio simile a quello di Coraggio: farsi trasferire altrove, almeno per un ciclo scolastico. Così Onorato chiese ed ottenne trasferimento a Valletta. Coraggio invece restò a Tempio. Pochi giorni dopo la partenza di Onorato, Costante si presentò al tempio e chiese di parlare con fratel Coraggio.

Quando fu in sua presenza, gli chiese: "Come mai il tuo compagno è andato via? Si vuole separare da te?"

"No, non è questo, semplicemente voleva cambiare per un po', quattro o cinque anni."

"E starete separati per tutto questo tempo?"

"Lo andrò a trovare di tanto in tanto."

"Ma non vi pesa stare separati così?"

"Come mai tutte queste domande? Per caso eri tu che mandavi quei biglietti ad Onorato?" chiese intuendo improvvisamente la verità.

"No..." rispose Costante, ma i suoi occhi si riempirono di lagrime.

Coraggio gli mise un braccio su una spalla: "Perché non mi dici la verità?" chiese con gentilezza.

"No..." ripeté Costante.

"Se non avessi mandato tu quei biglietti, non avresti risposto di no, ma avresti chiesto quali, perché non potresti sapere di che biglietti parlo, non ti pare?"

Ora Costante piangeva apertamente.

"Allora, sei innamorato di Onorato?"

"Sì..." gemette il giovane.

Coraggio annuì e gli chiese: "E che intendi fare?"

"E che posso fare? Non riesco a non amarlo. Vorrei andare da lui, anche se so che è inutile. Anche se capisco che è andato via perché io gli mandavo i miei biglietti. Ma io lo amo, non riesco a rinunciare."

"Rinunciare a cosa? Si rinuncia a qualcosa che si ha, ma lui non sa neppure che fossi tu a mandargli i biglietti. Cerca di dimenticare tutto: il tempo guarisce qualsiasi ferita."

"Non questa, non la mia. Sono tre anni che cerco di dirmi che devo dimenticare ma non ci riesco, anzi, è sempre peggio. Che posso farci? Uccidermi?"

"Non dire sciocchezze. Ma cosa ti ha fatto innamorare di Onorato?"

"Proprio tu me lo chiedi? Non sei il suo compagno?"

"Sì, ma... Io e Onorato... avevo venti anni, facevamo già l'amore, mi piaceva, gli piacevo, abbiamo deciso di unirci. Non c'è stato mai fra noi un grande amore, una grande passione. Semplicemente siamo sempre stati bene assieme, ma forse siamo più amici che amanti."

"Come è possibile? Onorato è un uomo eccezionale."

"Sì, è in gamba, onesto, buono, gentile, certo... ma tu lo vedi eccezionale perché ne sei innamorato, non lo capisci?"

"O invece io lo vedo come è perché ne sono innamorato." ribatté il giovane.

Quando Coraggio andò a trovare Onorato gli raccontò di Costante. Onorato ne fu un po' meravigliato: non aveva assolutamente immaginato che l'autore dei biglietti fosse quel ragazzo e tanto meno che potesse essere innamorato di lui da ben tre anni.

"Che un quindicenne si infatui del proprio insegnante, non è cosa nuova, capita e capiterà sempre. Ma di solito non dura tre anni." disse pensieroso.

"Mi è sembrato innamorato cotto di te e mi è sembrato molto stupito quando gli ho detto che, in realtà, quello che lega noi due è più una dolce abitudine che non vero amore."

"Sì, una piacevole abitudine, comunque. Mi sei un po' mancato in questi giorni."

"Solo un po'?"

"Abbastanza, comunque, per non aver voglia di perdere altro tempo in chiacchiere. Vieni di là, dai."

"Chissà..." iniziò Onorato mentre si rivestivano, ma poi tacque.

"Chissà, cosa?"

"Pensavo a Costante."

"Cosa?"

"È un gran bel ragazzo; tu non l'hai mai visto nudo?"

"No. E tu?"

"Certo, al bagno: un corpo perfetto, molto bello, sensuale."

"Ne parli come se... con desiderio."

"Non lo so, forse."

"Cosa significa forse? Hai provato desiderio per lui?"

"No, allora no: provavo solo ammirazione estetica, credo. Non ne sono sicuro, a dire il vero, ma ora che so che è innamorato di me..."

"Non ne sei più tanto sicuro." disse Coraggio sorridendo comprensivo. "Allora, che intendi fare?"

"Niente. Credo di aver fatto bene a venire qui."

"Perché?"

"Mah, è solo un ragazzo e per di più un mio allievo.."

"Era un tuo allievo..."

"Mi vuoi spingere fra le sue braccia? Ti sei stufato di me?" chiese ridendo Onorato.

"No. Ma tu, all'inizio, eri innamorato di me e avresti sperato che ricambiassi il tuo amore. Lui invece sarebbe pronto a dartelo."

"Io ti ho accettato come sei. E non me ne pento, davvero."

"Ti sei adattato, certo. Forse ha ragione Costante a dire che sei eccezionale, forse davvero lui ti ha capito meglio di me."

Quando Coraggio tornò a Tempio, andò da Costante: "Credo che tu faresti bene ad andare a trovare Onorato." gli disse.

Il ragazzo lo guardò sorpreso: "Perché mi dici questo? Sai che cosa significa per me andarlo a trovare ora che sa che..."

"Appunto: credo che sia giusto che vi parliate, che vi spieghiate di persona che cosa sentite l'uno per l'altro."

"Ma è il tuo compagno."

"Esiste la possibilità di dividersi, lo sai."

"E tu saresti disposto... Non ti capisco."

"Gli voglio bene e se per caso con te potesse essere più felice che con me... perché no?"

"Ma lui... che ti ha detto?"

"Lui? Gli piaci, questo è certo. Che ti ami, non so, non ancora, credo che non ti ha mai pensato in quella prospettiva, anzi, essendo tu un suo allievo, non voleva pensarci."

"E non vorrà ancora pensarci, no?"

"Ma ora non sei più un suo allievo, e sei in età di scegliere liberamente con chi fare l'amore. Forse adesso ti guarderà con altri occhi, non credi?"

"Perché fai questo per me?"

"Perché mi piaci, e perché gli voglio bene. Più che per te lo faccio per lui. Io non gli ho mai dato quello di cui lui aveva bisogno: l'amore. Tu invece forse puoi darglielo. Vai da lui."

Costante si mise in viaggio: in quattro ore, camminando svelto, arrivò a Valletta e si presentò alla scuola. Col cuore in gola chiese di Onorato. Quando si trovarono di fronte, nessuno dei due parlò per un attimo, l'uomo per la sorpresa, il ragazzo per l'emozione.

Poi Onorato disse: "Sei venuto fin qui?"

"Sì..."

"Entra in casa. Vuoi parlarmi?"

"Sì..."

"Ti ascolto."

"Io... io sono innamorato di te."

"Lo so."

"... ma se tu non mi vuoi basta che tu me lo dica e non mi faccio più vedere, se me lo chiedi."

"Costante, che posso dire? Fino a pochi giorni fa eri un mio allievo, e ho un compagno, a cui sono sempre stato fedele. Non ho mai pensato a te come ad un possibile amante. E queste cose, non si possono decidere così, su due piedi."

"Perciò non vuoi più avermi fra i piedi?" chiese il ragazzo con voce incerta.

"Non ho detto questo. Tu mi piaci. Però... Sei un ragazzo molto in gamba, senz'altro, e anche bello, molto bello. Tu, fisicamente, mi attrai. Solo che vorrei conoscerti meglio: non credo che tu mi chieda di passare una notte nel mio letto, no?"

"Mi accontenterei, ma è vero, non è in questo che spero. Vorrei essere tuo.."

"E che io fossi tuo, no?"

"Sarebbe... sarei... sarebbe un sogno." mormorò Costante.

"Perciò, forse, dovremmo semplicemente conoscerci meglio, capire se veramente siamo fatti l'uno per l'altro. Anche tu, in realtà, non mi conosci ancora veramente.."

"Io sì: sono tre anni che ti osservo, che penso a come sarebbe poter vivere con te.."

"Ma non io, comunque."

"Sì, capisco. Allora, che cosa vuoi che faccia"

"Che... che tu mi dia il tempo per riflettere, per conoscerti."

"Ma come è possibile, stando così lontani?" chiese Costante con tono quasi accorato.

"Devi finire la scuola e non come mio allievo. Perciò non ti resta che aspettare questo anno e mezzo che ti manca."

"Ma posso venire qui da te, quando sono libero?"

"Certo, ti accoglierò sempre con piacere..." rispose Onorato con un sorriso, "... Voglio conoscerti meglio. Perché mi piaci, te l'ho detto."

"Grazie." mormorò il ragazzo con un sorriso in cui s'affacciava un filo di speranza. Onorato gli carezzò una mano in un gesto affettuoso.

Restarono assieme poche ore, poi Costante dovette tornare indietro per presentarsi puntuale a scuola. Ma la mattina seguente, quando tornò a casa, parlò col padre e gli disse che lui era innamorato di un fratello che era a Valletta, e che voleva andarlo a trovare il più spesso possibile, ma che, essendo Valletta a quattro ore di cammino, ed avendo lui solo dodici ore libere al giorno, quando fosse andato a trovare Onorato non avrebbe potuto aiutarlo in sartoria.

Il padre per prima cosa volle capire fino a che punto per Costante fosse seria la cosa. Discusse col figlio, finché si convinse che questi non solo era veramente innamorato ma aveva anche qualche speranza di essere corrisposto. Allora parlò del lavoro. Gli disse che non poteva fare a meno di lui molto spesso e che non valeva la pena che, per stare solo quattro ore con l'uomo, perdesse dodici ore di lavoro. Perciò gli disse che, nel giorno libero da scuola, avendo trentasei ore libere, poteva andare, ma negli altri tre giorni doveva restare a casa a lavorare.

Costante capì le ragioni del padre e lo ringraziò, e si impegnò, nei tre giorni in cui doveva restare a lavorare con il padre, di rendere al massimo. Giunto il giorno di vacanza, andò subito a Valletta. Arrivò a tarda mattina e cercò Onorato. Questi lo accolse con piacere.

Costante gli spiegò come si era accordato con il padre e chiese: "Perciò posso fermarmi a dormire qui questa notte?"

"Sì, ma non con me, almeno per ora..."

"Perché?" chiese un po' deluso il ragazzo.

"Perché sono ancora unito a Coraggio e non voglio fargli un torto. Se dormissimo assieme, non so se sarebbe facile." disse Onorato.

Costante capì e, anche se da una parte gli dispiacque, dall'altra ne fu contento, perché questo significava che il fratello provava una forte attrazione nei suoi confronti. Onorato gli disse che l'avrebbe fatto dormire nella scuola, nella sezione del Frutto, che non era usata in quella notte. Per i pasti, chiese al Padre se Costante poteva mangiare con loro, e ne ottenne il permesso.

La sera, dopo cena, Onorato lo accompagnò nella stanzetta in cui il ragazzo avrebbe dormito quella notte. "Buonanotte." gli disse e fece per lasciarlo.

"Non puoi restare solo un po'?" chiese il ragazzo.

"Solo per un po'..." concesse Onorato.

Costante si stese sul letto e gli fece cenno di sedersi accanto a lui. "Sai, sono così contento di poter stare un po' con te..."

"Sì."

"E di poterti dire che ti amo." aggiunse Costante prendendogli una mano, portandosela alle labbra e baciandola.

Onorato gli carezzò una guancia, sorridendogli.

Il ragazzo rispose al sorriso poi, con un filo di voce, chiese emozionato: "Non puoi darmi un bacio prima di andare via?"

Onorato sorrise di nuovo e gli sfiorò con un dito, lieve, le labbra. Costante fremette appena e le schiuse. Onorato gli prese il volto fra le mani e si chinò su di lui, e le sue labbra si posarono su quelle del ragazzo. Questi prese il labbro inferiore dell'uomo fra le sue e lo suggé passandovi la lingua.

Onorato si staccò dolcemente da lui e disse: "Ora è però meglio che io vada."

"Sì."

"Buona notte."

"Sognerò te: sarà una buona notte."

"Ti verrò a svegliare, domattina." disse l'uomo alzandosi ed andando via. Onorato si sentiva eccitato, pieno di desiderio e sapeva che, se non si fosse allontanato subito, non avrebbe saputo resistere all'attrazione che provava per il ragazzo.

La mattina seguente, quando andò a svegliarlo, il ragazzo dormiva profondamente. Lo chiamò ma il ragazzo non rispondeva. Lo scosse leggermente chiamandolo ancora. Niente. Si chinò su di lui e gli baciò le labbra finché lo sentì reagire, allora si staccò dal ragazzo e lo chiamò ancora.

Costante aprì gli occhi e gli sorrise. "Alzati, hai appena il tempo di fare il bagno prima di colazione."

"Vieni a farlo con me?" chiese il ragazzo.

"L'ho già fatto, io."

"Peccato: mi sarebbe piaciuto lavarti." disse il ragazzo mentre si iniziava a spogliare.

Onorato provò il desiderio di accompagnarlo al bagno per guardarlo mentre il ragazzo si lavava ma pensò più saggio aspettarlo nella cameretta. Già soltanto guardarlo mentre si spogliava l'aveva fatto eccitare. L'uomo si accorgeva che era più di semplice attrazione fisica quella che provava: gli piaceva il suo sorriso, le cose che diceva, che pensava, il carattere, la personalità del ragazzo che a poco a poco gli si rivelava: era in parte diversa da quella che conosceva come insegnante del ragazzo. Ora questi gli si stava svelando a poco a poco anche nei suoi più intimi pensieri.

Costante tornò e si rivestì. Passarono il resto della giornata assieme, finché Costante dovette tornare a Tempio. Quando Coraggio andò a trovare Onorato, questi gli raccontò come era andata con il ragazzo, quello che aveva provato, pensato.

"Credo che allora dovremmo chiedere la separazione, no?" disse Coraggio.

"No, non ancora. Non sono ancora sicuro."

"Da come ne parli, mi pare che il ragazzo ti piaccia parecchio."

"Sì, ma non posso dire di esserne innamorato. E non voglio ripetere quello che è accaduto con te."

"Ma con me quello non innamorato ero io, non tu. Costante è innamorato di te, è diverso, no?"

"Aspettiamo ancora." disse Onorato.

Costante tornò a trovarlo regolarmente. A volte si davano qualche bacio, stavano semiabbracciati, ma Onorato faceva sempre in modo che non andassero oltre certi limiti e Costante, benché lo desiderasse, non cercò mai di spingere il loro rapporto oltre i limiti tacitamente fissati. Ma l'uomo era sempre più attratto dal ragazzo e ne aspettava l'arrivo con crescente gioia e piacere.

Quando Coraggio gli rinnovò la proposta di separarsi, dopo qualche esitazione, Onorato accettò. Questo provocò nell'uomo un cambiamento: si sentì libero di esprimere quello che provava. Quando infatti Costante tornò a trovarlo, percepì subito un cambiamento, se pur lieve, nell'atteggiamento di Onorato. Non avrebbe saputo dire in che cosa era cambiato, eppure lo sentiva. Pranzarono, andarono a fare una passeggiata fino al fiume, tornarono per cena, poi Onorato lo accompagnò a dormire.

"Adesso vado a fare il bagno, mi aspetti?" chiese Costante iniziando a spogliarsi.

"Devo ancora fare il bagno, oggi vengo anche io. Così almeno ci laviamo a vicenda." disse Onorato iniziando a sua volta a togliersi gli abiti. Costante lo guardò piacevolmente sorpreso, e pensò che per la prima volta avrebbe potuto vedere nudo il corpo dell'altro. E si eccitò, quindi, un po' imbarazzato, si girò in modo di non guardare l'uomo ma soprattutto di non fargli vedere l'erezione che gli era venuta.

Lo precedette nel bagno ed iniziò subito ad insaponarsi il corpo. Onorato arrivò subito dopo: Costante gli girava le spalle e Onorato da dietro gli prese il sapone dalle mani e gli iniziò ad insaponare la schiena, poi il piccolo sedere tondo e sodo. Con le mani scivolose di schiuma di sapone, gli massaggiava il dietro del corpo, provando un piacere ed un desiderio crescenti. Anche il ragazzo, nell'essere toccato in quel modo, si eccitò anche più di prima ma nessuno dei due fece nulla per giungere a toccarsi più intimamente.

Poi Onorato si girò e si insaponò davanti, quindi passò il sapone al ragazzo che lo insaponò dietro. Erano entrambi pienamente eccitati, ma forse proprio per questo non si erano ancora neppure guardati negli occhi. Si sciacquarono, poi entrarono nella grande vasca dell'acqua calda sedendovisi dentro. Immersi nell'acqua fino al collo infine si guardarono negli occhi. Onorato tese una mano verso il ragazzo, che tese la sua e le loro dita si intrecciarono strette.

Onorato tirò a sé Costante e quando l'ebbe vicino, gli cinse un fianco con un braccio: "Mi piaci." gli mormorò lieve.

Il ragazzo gli poggiò la testa su una spalla e con la mano, sott'acqua, gli carezzò i pettorali. Onorato gli sollevò il volto e gli dette un bacio sulle labbra. Costante le schiuse e Onorato vi insinuò la lingua. Il ragazzo prese a suggerla lieve. Onorato si alzò lentamente in piedi tirando su con sé il ragazzo, continuando a baciarlo ed i loro corpi aderirono. L'uomo lo tirò a sé ponendogli le mani a coppa sul sedere, finché le loro erezioni sfregarono, sode e frementi, l'una contro l'altra.

"Ti fermi da me, stanotte?" gli chiese emozionato Costante appena le loro bocche si separarono.

"Sì. Andiamo?"

"Sì..." disse il ragazzo.

Uscirono dalla vasca e si asciugarono. Andarono nella stanza del ragazzo, questi si stese sul letto, Onorato gli si sdraiò sopra carezzandolo.

"Sei bellissimo." mormorò il ragazzo.

"Pensi?"

"No, non lo penso, lo vedo." rispose con un sorriso luminoso Costante passandogli le mani sul corpo.

A poco a poco i due si carezzarono più intimamente, in un crescendo di passione, finché arrivarono ad unirsi dando finalmente piena libertà al reciproco desiderio con dolce vigore. Sarebbe stato difficile dire chi dei due era più felice per essere giunto a darsi all'altro, se Costante che finalmente stava coronando il suo sogno o se Onorato che stava riscoprendo la bellezza del sesso fatto con amore. Onorato sentiva forte la carica di amore del ragazzo e quasi timidamente stava lasciando libero il proprio bisogno di dare e ricevere amore.

Infine si addormentarono stretti l'uno all'altro, grati per aver potuto condividere quelle ore di amore. La mattina, quando Onorato si svegliò, trovò dolce poter svegliare il ragazzo con baci e carezze e Costante poter dare liberamente corso al proprio desiderio per l'uomo che da anni amava. Fecero di nuovo l'amore, prima di alzarsi, ed entrambi si sentivano splendidamente in forma.

Passarono le ore che restavano loro in dolce intimità, dicendosi mille cose, trepidanti, felici. Onorato sentiva che anche lui si stava innamorando sempre più del ragazzo. Quando infine nel pomeriggio dovettero lasciarsi, per entrambi fu difficile. Si dettero appuntamento per la volta seguente. I giorni in cui non poterono vedersi passarono lenti, ognuno dei due il cuore ed il pensiero pieni dell'altro.

I mesi trascorsero e Costante finalmente terminò la scuola e allora chiese al padre di potersi trasferire definitivamente a Valletta da Onorato. Onorato propose a Costante di aprire una sartoria nella borgata che non aveva sarti. E quando finalmente Costante compì i venti anni, celebrarono la loro unione ed Onorato chiese di lasciare i fratelli, pur continuando a fare l'insegnante, per poter vivere con Costante.

Il loro amore era forte e profondo e ad Onorato sembrò quasi di ringiovanire, tanto era felice e stava bene col suo amato Costante. Erano uniti da tre anni, quando decisero di adottare due piccoli, di quattro e due anni, di una famiglia molto numerosa. I due piccoli erano fratelli e si chiamavano rispettivamente Vitale e Nube. Il fatto di dover pensare ad allevare i due piccoli dette nuova freschezza e dolcezza alla loro unione.

Vitale, quando sarà adulto, diventerà uno dei più famosi e validi Capitani e Reggenti di Silvana e sarà proprio lui che firmerà il nuovo patto col nuovo sovrano delle terre circostanti. Ma questo lo vedremo poi.


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