logoMatt & Andrej Koymasky Home
una storia originale di Andrej Koymasky


pin LA LIBERA COMUNE DI SILVANA CAPITOLO 6

M - Il gran comandante Ammira chiede asilo. L'invasione del Principe. Primula e Desiderio.


L'impero in cui ora era inserita la comune di Silvana ebbe vita relativamente breve. Da ovest premeva il sovrano delle vicine terre e all'interno vi erano sollevamenti da parte di chi voleva indipendenza e da parte di chi parteggiava per il nuovo sovrano che stava a poco a poco conquistando i territori. Questo portò ad un aumento di quelli che chiedevano rifugio in Silvana.

Il 25/3/5 Fr LXIV (1699) il gran comandante dei Devoti della Libertà, Nostro Ammira, con 2500 fanti, 400 cavalieri, alcune bestie da soma ed un cannone da campagna, stava andando a difendere gli insorti di Valenza perciò mandò una delegazione a chiedere libero transito per i suoi uomini attraverso il territorio della comune, fra Tempio e Serena. Ma prima che giungesse una risposta, le truppe imperiali lo affrontarono a Potenza ingaggiando una violenta battaglia.

Il 27 il gran comandante in ritirata con 1500 fanti e 300 cavalieri si presentò al confine di Tempio chiedendo asilo per sé e per i suoi uomini. Le cronache di Silvana così descrivono quel gruppo di uomini:

"... c'erano ragazzi di quindici, vent'anni... si vedevano cavalieri a piedi e fanti a cavallo, uniformi di vari colori e strane e varie fogge, luride, lacere e insieme confuse. Armamenti difformi, incompleti... cavalli sfiniti e mal bardati; militi col pugnale a lato e la giberna davanti più simili a banditi che a soldati, le barbe lunghe, i capelli scarmigliati; la gente dei borghi chiusa in casa li guardava passare sgomenta, impensierita. Il loro gran comandante, a capo scoperto, la lunga chioma rossa, li precedeva..."

Il gran comandante fece fermare la sua gente fuori di porta del Sole e, da solo, a cavallo, salì fino alla Rupe per Porta di Via e si fece annunciare alla Reggenza.

Ricevuto, disse: "Signore di Silvana, Rettore, Capitano, Difensore, le mie truppe inseguite da soverchianti forze imperiali, affrante per gli stenti di una fuga per monti e dirupi, non sono più atte a combattere. Ci fu necessità varcare il vostro confine per il riposo di poche ore e per aver pane. Ora e qui cessa la nostra battaglia per la libertà e per l'indipendenza. Eccomi a voi come rifugiato: accoglietemi come tale. E vi prego di farvi mediatori col nostro nemico per la salvezza di coloro che m'han seguito in quest'ultima dolorosa fuga."

Il Difensore rispose: "Accogliamo il rifugiato: questa terra ospitale vi accoglie, gran comandante. Sarà dato cibo ai vostri uomini, saranno curati i vostri feriti. Voi ci dovete il contraccambio deponendo le armi per evitare a questa terra temuti mali e disastri. Accettiamo il mandato che ci affidate perché il prestarvisi è compito umanitario che ci è grato compiere."

Il gran comandante scese allora alla Porta del Sole e disse ai suoi uomini: "Soldati, noi siamo nella terra di rifugio e dobbiamo ai generosi ospiti il contegno migliore. In tal modo avremo meritata la considerazione dovuta alla disgrazia che ci ha perseguitati. Io vi sciolgo dal giuramento di combattere ai miei ordini. Chi di voi può, torni alla propria casa, ma ricordatevi che la nostra terra non deve restare asservita. Consegnerete le vostre armi ai militi di codesta ospitale terra, poi ognuno di voi sarà libero di decidere che fare."

In piena notte il gran comandante uscì dal confine di Bosco accompagnato da un abitante di Silvana che conosceva perfettamente i dintorni e si mise in salvo. Quando le truppe imperiali circondarono e bloccarono i confini, il gran comandante era lontano e al sicuro. Le truppe imperiali chiesero che tutti i rifugiati fossero consegnati. Un gruppo di questi tentò una sortita traversando il Fiume Bianco da Selva ma furono presi dalle truppe imperiali e ne furono arrestati circa 800.

Il confine della comune fu violato il 3 del 4o mese dalle truppe imperiali. Intimidazioni, perquisizioni, requisizioni: a nulla valse che la reggenza avesse consegnato agli imperiali 437 fucili, 12 spade, 17 sciabole e 23 lance: volevano gli altri uomini nascosti nel territorio. In effetti nelle miniere erano stati nascosti circa centoventi uomini del gran comandante, soprattutto giovani che non avevano voluto tornare alle proprie case e che avevano chiesto asilo.

La reggenza mostrò al Principe comandante il rescritto imperiale che garantiva l'inviolabilità dei confini della comune e chiese con coraggio e determinazione che tutte le truppe imperiali lasciassero subito il territorio della comune. Il Principe per tutta risposta schiaffeggiò il Signore che aveva parlato a nome della Reggenza e fece mettere i quattro agli arresti domiciliari.

Il Consiglio generale si riunì clandestinamente a Borgata ed emanò un editto: tutta la popolazione, che allora contava circa 6000 persone, doveva radunarsi entro Silvana, e circondare la Rupe, senza armi, unita per famiglie, bimbi e vecchi compresi, e formare un muro umano attorno alla Legazione, residenza del Principe, chiedendo che abbandonasse il loro territorio.

Tutti risposero immediatamente: indossarono gli abiti della festa e si affollarono, con fiori e fronde in mano, attorno alla Rupe. Il Principe imperiale uscì ed ordinò di tornare nelle proprie case, o avrebbe ordinato alle truppe di sparare ed uccidere tutti.

Allora una donna, il bimbo in braccio, si fece avanti e disse: "Certamente, Principe, tu puoi dare ordine di ucciderci tutti. E tutti dovrai ucciderci, perché di qui non ci muoveremo: ma come giustificherai tu l'uccisione di donne, vecchi, e soprattutto bambini al tuo sovrano? E i tuoi uomini, uccideranno questo bambino che potrebbe essere loro? Rifletti." poi, rivolta ad un soldato che aveva il fucile spianato, ponendogli il bimbo davanti alla canna del fucile, disse: "Perché non premi il grilletto?"

Il soldato confuso abbassò il fucile. Allora la donna si rivolse di nuovo al principe: "Tu ci dici di tornare alle nostre case, ma noi qui siamo a casa nostra. Tornate voi alle vostre case e lasciateci vivere in pace. Perché ti vuoi accanire a cercare un pugno di uomini sconfitti e disarmati, che non potranno certo nuocere all'impero del tuo signore? Sii magnanimo, sii veramente Principe!"

Il Principe si ritirò nella Legazione e nessuno si mosse. Dopo circa un'ora il principe uscì di nuovo e chiese alla donna: "Qual è il tuo nome?"

"Primula."

"E quello del tuo figlioletto?"

"Desiderio."

"Bene, gente di Silvana: a Primula e Desiderio dovete gratitudine, perché là dove i vostri Reggenti non mi hanno convinto, questi due mi hanno fatto cambiare idea. Tornate alle vostre case e io vi prometto che entro il tramonto del sole non un soldato imperiale sarà più sulla vostra terra. Parola d'onore!"

Fra Porta di Valle e Porta di Piana ancora si vede il monumento di una donna che solleva un lattante nudo: è il monumento a Primula e Desiderio, eretto per decisione del Foro esattamente nell'1 Se LXXXV (1700), cioè l'anno dopo questi eventi.


N - Il nuovo Imperatore di Tutte le Terre. Stretti e buoni rapporti con il nuovo Impero.


Frattanto la guerra continuava e tutto il territorio cadde nelle mani del nuovo Imperatore di Tutte le Terre. Il Capitano Vitale guidò personalmente l'ambasceria alla corte del nuovo imperatore per garantire la libertà e indipendenza della comune. Fu ricevuto con onore e curiosità. Vitale si trattenne a parlare personalmente con l'Imperatore per un intero mese. Non si sa che cosa si siano detti in quel lungo periodo, ma Vitale tornò a Silvana con un nuovo trattato.

La Comune poteva avere le proprie leggi, il proprio esercito, la propria moneta che però doveva essere parificata a quella imperiale, quindi la propria indipendenza. I cittadini di Silvana avevano libero accesso e circolazione nell'impero ma anche i cittadini dell'impero nella comune. Solo le forze armate e la polizia non poteva varcare i confini.

Il nuovo trattato reca la data del 23 marzo 1712 secondo il nuovo calendario dell'impero che aveva adottato il calendario occidentale, cioè il 22 del 1-o mese del 3 Fi LXXXV del calendario vecchio che ormai solo Silvana conservava, affiancato però al nuovo calendario di uso generale.

Il nuovo Impero aveva scuole e università a cui i cittadini di Silvana avrebbero voluto accedere, perciò nel 1 Se LXXXVI (1725) vi fu l'ultima riforma del sistema scolastico di Silvana. Si conservarono le "quattro età" ma la scuola della Foglia fu chiamata Primaria, quella del Fiore Media e quella del Frutto Secondaria ed i programmi della secondaria furono concepiti in modo di preparare all'ingresso nelle università imperiali.

Il 1743 vide i primi laureati tornare a Silvana e vide anche la fondazione dell'ultimo corpo della comune, i Volontari, dall'uniforme verde e azzurra che si occupavano di incendi, pronto soccorso e pronto intervento. In quello stesso anno fu aperto il primo Ospedale a Borgata.

La nobiltà e la ricca borghesia dell'impero, sparsasi la voce dell'esistenza di quel piccolo libero territorio, iniziò ad andarci per visitarlo o per passarci le vacanze, sì che presto fu necessario costruire un Albergo per ospitare i ricchi villeggianti. Fu costruito lungo la strada che porta da Borgata a Tempio, sul bivio per la Porta di Selva. Aveva una bella vista sul fiume Bianco e aveva attorno campi da gioco e un maneggio.

Proprio uno degli ospiti dell'elegante albergo e un giovane cameriere sono i protagonisti di una novella di sesso e di amore. L'ospite era il terzo figlio del principe imperiale Vincitore-nel-popolo, il granduca Chi-come-lui, di ventisei anni, il cameriere aveva venti anni e si chiamava Novello. Il giovane granduca aveva sentito da compagni racconti sulla libertà sessuale della Comune e proprio per questo vi era andato a passare le vacanze nell'estate del 1749: gli piacevano i ragazzi e sperava perciò di divertirsi in Silvana.

Sistematosi nell'Albergo, prese di mira Novello: era un cameriere molto sensuale e l'uniforme tradizionale composta di una calzamaglia bianca attillata e dal corto gilet azzurro aperto davanti metteva piacevolmente in risalto il suo bel corpo, sì che, quando fu in camera, sedette sul letto e suonò la campanella per chiamare il cameriere.

"Vostra eccellenza comanda?" chiese il giovane con un inchino.

"Toglimi gli stivali." ordinò il granduca.

Il cameriere gli si inginocchiò davanti e, preso uno stivale, cominciò a tirare. Il granduca iniziò allora a carezzarsi fra le gambe allargate in modo provocatorio. Novello, sfilato uno stivale, prese a tirare l'altro. I suoi occhi si posarono sulla mano del nobile che si carezzava il rigonfio sempre più cospicuo.

Sfilatogli anche il secondo stivale, il giovane chiese: "Desidera altro, vostra eccellenza?"

"Sì, non lo vedi?" rispose l'altro con un sorriso malizioso.

"Se posso esservi utile, non avete che da chiedere." disse il giovane.

"Vieni qui, prenditi cura di lui." disse il granduca allargando di più le gambe e mostrando il bozzo palpitante.

Novello allungò una mano e lo palpò lievemente: "Che cosa desiderate, eccellenza?" chiese.

"Toglimi i pantaloni, succhiamelo!" ordinò il giovanotto.

Novello obbedì prontamente perché quel giovane forese gli piaceva parecchio. Gli sfilò assieme pantaloni e mutande e si chinò al leccarlo fra le gambe, con evidente gusto. Chi-come-lui gli carezzò i capelli e gli sospinse il capo contro il proprio pube facendogli sentire l'intensità del proprio desiderio. Novello schiuse le labbra e se lo lasciò scivolare tutto fino in gola succhiandolo. Chi-come-lui si abbandonò indietro ansando in preda ad un intenso piacere.

A Novello piaceva dare piacere al bel giovanotto e gli carezzava l'interno delle cosce, il ventre piatto, i pettorali forti continuando a succhiarlo di buona lena. Chi-come-lui sussultava e gemeva in preda ad un crescente godimento e si liberò dei vestiti anche nella parte superiore del corpo. Allora anche Novello si denudò e, salito sul letto, si mise a leccare e suggere il giovane duca per tutto il corpo, dai piedi al capo.

Chi-come-lui afferrò il membro turgido del cameriere e lo tirò a sé, finché Novello gli si mise sopra carponi in modo che poterono succhiarsi a vicenda. Chi-come-lui allora succhiò con avidità il bel membro carezzando le sode natiche dell'altro e tentandogli con un dito il morbido foro palpitante. Quando sentì che il ragazzo pareva gradire quel dito stuzzicante, gli scivolò col capo fra le gambe in modo di leccargli prima i testicoli sodi, poi più su fino a leccare il solco fra le natiche e quindi raggiungere con la lingua inquisitrice il foro.

Novello gemette in preda al piacere, mentre la lingua continuava a frugargli nel foro ammorbidendolo e preparandolo. Poi Chi-come-lui gli scivolò sopra, salendo con la lingua lungo la spina dorsale del giovane cameriere che fremeva in attesa. Gli mordicchiò le spalle, il collo e frattanto la sua asta frugava contro il foro insalivato. Novello spinse in su con il bacino ad incontrare il palo duro che si apprestava a penetrarlo.

Chi-come-lui lo fece girare su un fianco in modo di carezzargli il petto e baciarlo in bocca e finalmente gli si insinuò dentro con appassionate spinte. Novello lo accolse in sé gemendo e fremendo, spingendosi contro di lui pieno di desiderio sì che anche il giovane granduca si sentì presto infiammato e lo prese con crescente piacere e godimento. I due si muovevano all'unisono, gemendo e stringendosi l'uno all'altro con passione. Chi-come-lui, mentre lo prendeva con brama e con vigore, lo masturbava.

Raggiunsero l'orgasmo insieme mugolando forte.

Poi Chi-come-lui, tenendolo fra le braccia, gli chiese: "Siete tutti così, qui a Silvana?"

"Così, come, Eccellenza?"

"Che basta chiedervi di scopare che lo fate?"

"Se ci piace, sì. E se non abbiamo già un compagno con cui siamo uniti." rispose Novello.

"Ma così, liberamente?"

"Certo. Voi mi piacete, così quando ho capito che mi desideravate, sono stato lieto di farlo con voi."

"Se no?"

"Se no, no, si capisce. Siamo un popolo libero, noi, signore."

A Chi-come-lui era piaciuto molto far l'amore con Novello, ma soprattutto l'aveva colpito la semplice spontaneità con cui questi gli si era dato: lui era abituato a dover scovare con prudenza chi ci stava ed a farlo con anche maggior prudenza, di nascosto di tutti, anche se il fatto di appartenere all'alta nobiltà imperiale gli dava qualche vantaggio specialmente con i servi. Il fatto che esistesse davvero un posto in cui si poteva chiedere senza problemi ad un altro di fare l'amore lo affascinava.

Perciò volle provare con altri: bastava che vedesse un ragazzo o un giovane che gli piaceva che lo accostava e gli chiedeva di fare l'amore: qualcuno accettava, altri no, o perché non gli interessava farlo con il granduca o perché dicevano di essere già legati ad altri. Ma nessuno pareva stupito dalla sua richiesta diretta, esplicita.

Un giovane che accettò tranquillamente di accompagnarlo in camera per fare l'amore, quando furono nel letto, cercò di penetrare il granduca. Questi si rifiutò e cercò di penetrare lui l'altro, allora l'altro, con gentilezza, gli disse che forse non erano fatti l'uno per l'altro.

Chi-come-lui, a cui il giovane piaceva molto, insistette e fu molto stupito quando quello gli rispose: "Se anche tu fossi il signore di Silvana o l'imperatore, ti direi di no. Semplicemente io e te non ci troviamo, niente di grave, no? Ognuno è fatto a modo suo." disse tranquillo il giovane rivestendosi.

Chi-come-lui, dopo essersi divertito per alcuni giorni in questo modo, alla fine pensò che Novello era quello con cui si era trovato meglio, perciò lo chiamò nella sua stanza: "Ho voglia di fare l'amore con te, Novello." gli disse quando il cameriere si presentò.

"Credevo di non interessarvi più..." disse il ragazzo, "... siete andato con tutti."

"Volevo divertirmi un po', ma tu mi sembri il migliore. Mi piaci parecchio. Non vuoi farlo di nuovo con me?" gli chiese quasi stupito di trovarsi, lui granduca, quasi a pregare un cameriere.

"Sì, mi piacete molto anche voi." disse il ragazzo accostandoglisi e carezzandolo fra le gambe con un sorriso pieno di desiderio. Poi aggiunse, provocante: "Perché non mi spogliate, allora?"

Chi-come-lui lo tirò a sé e lo baciò iniziando a spogliarlo, mentre il ragazzo lo carezzava e lo spogliava a sua volta. Quindi il granduca lo prese, lo depose sul letto e si chinò a suggerli la lingua, il petto, il ventre e infine il membro. Poi lo fece girare e gli baciò, leccò, succhiò, mordicchiò il sedere, spingendosi nella piega fra le natiche a lubrificarlo abbondantemente con la saliva, preparandolo per la penetrazione. Novello fremeva tutto, gemendo in piacevole attesa.

Chi-come-lui lo fece girare di nuovo, gli salì sopra mentre il ragazzo si preparava ad accoglierlo. Chi-come-lui gli prese le gambe e se le fece passare sulle spalle, quindi si chinò su di lui e, carezzandolo, sul petto e sul volto, gli disse pieno di brama: "Ora ti prendo..."

"Sì..." disse il ragazzo guidando con una mano il forte e duro membro in sé.

Chi-come-lui, fremendo, iniziò a spingere e gli scivolò dentro spiando l'espressione di piacere che si dipingeva sul volto di Novello man mano che gli affondava dentro.

"Ti piace?" chiese eccitato Chi-come-lui quando gli fu tutto dentro, muovendo lievemente il bacino in un moto rotatorio.

"Sì..." mugolò Novello spingendosi contro il pube del giovanotto e salendo col viso a suggergli e mordicchiarli i capezzoli.

Allora Chi-come-lui iniziò a scivolargli dentro e fuori con vigorosi e lunghi colpi che facevano sussultare e gemere di piacere il ragazzo.

Poi, cingendogli le spalle, lo tirò a sé sollevandosi lentamente in ginocchio. Novello, per non perdere il contatto, gli cinse la vita con le gambe e il collo con le braccia, sì che, quando Chi-come-lui fu in ginocchio, gli pesava completamente sulla forte asta saldamente infissa in lui. Allora Chi-come-lui si stese sulla schiena. Novello, puntando le ginocchia ai lati della vita dell'altro, iniziò a molleggiarsi su e giù sul palo ritto del giovanotto con gioia ed evidente piacere.

Dopo una lunga cavalcata, Chi-come-lui raggiunse la sommità del piacere e subito dopo anche Novello ebbe un forte orgasmo.

Allora Chi-come-lui lo tirò a sé abbracciandolo: "Mi piace molto fare l'amore con te."

"Anche a me. Siete forte e gentile."

"In questi giorni, verrai a fare l'amore con me ogni giorno?"

"Con vero piacere."

Ma venne il giorno in cui Chi-come-lui dovette rientrare. Fece un regalo a Novello e gli disse che sperava di poter tornare presto. Novello era dispiaciuto per la partenza dell'arciduca. Lo pensava spesso, e con crescente nostalgia. Ma anche Chi-come-lui pensava ogni giorno a Novello con desiderio, così, appena gli fu possibile, tornò per alcuni giorni a Silvana per poter fare l'amore con il ragazzo.

Il desiderio reciproco fra i due si rafforzò ed anche il piacere di stare assieme, sì che il granduca Chi-come-lui chiese a Novello di andare con lui come cameriere personale. Novello accettò e così lasciò Silvana. Ma quando fu nel palazzo della famiglia del granduca, nella capitale, il fatto di dover nascondere a tutti il rapporto che aveva col granduca, di poterlo vedere quasi solo la notte, il fatto di trovarsi fra gente così diversa per lingua, costumi, mentalità, abitudini, a poco a poco intristirono Novello.

Chi-come-lui frattanto si era, a poco a poco, innamorato del ragazzo e questi del granduca, sì che, per amore, sopportava. Ma Chi-come-lui si accorse che il ragazzo stava sfiorendo. Così, dopo quasi due anni da che l'aveva portato con sé, decise che la cosa migliore era, per tutti e due, tornare a Silvana. Disse perciò al padre che intendeva trasferirsi nella piccola comune. Il padre non si oppose al desiderio del figlio cadetto, gli dette la sua parte di eredità ed una rendita e lo lasciò partire.

Chi-come-lui chiese il permesso di farsi costruire una villa in località Terrazze, poco sotto le mura della città, fra la porta di Selva e la porta del Sole. Ottenuto il permesso, fece costruire la piccola graziosa villa che ancora esiste, chiamata Villa Ducale: è una bella costruzione su un piano, digradante, caratterizzata dalla costruzione circolare della camera da letto che dà sul bagno per metà all'aria aperta, tutta costruita in pietre scolpite all'esterno ed in legni pregiati all'interno. Gli otto maschi nudi in pietra bianca che costituiscono le colonne della camera da letto sono forse fra i capolavori della scultura di Silvana. Si dice che i due verso il bagno coperto rappresentino Chi-come-lui e Novello.

Dopo un anno che vivevano in Silvana, Chi-come-lui e Novello celebrarono la loro unione con una gran festa. Dopo altri quattro anni Chi-come-lui ottenne la cittadinanza di Silvana. Dopo altri due anni adottarono tre fratelli: Vitale di quattordici anni, Semplice di undici e Decio di sei anni. Vitale diventerà poi Deputato agli affari Foresi e Decio entrerà nell'Ordine e sarà Signore per una generazione.

Semplice invece diventerà un poeta e, tra l'altro, ci restano i suoi "Sonetti in lode dei miei ragazzi", una raccolta di 417 poemi dedicati ai suoi vari amati, composizioni eleganti e sensuali in cui canta i pregi di ognuno. Evidentemente, a leggere le sue poesie, ebbe una vita sentimentale molto varia e vivace, tanto che anche nella letteratura delle generazioni seguenti "Semplice del Duca" divenne sinonimo di "dongiovanni" in quella cultura.

Nel 4 Se LXXXIX (1783) vi fu il primo tentativo storico di evangelizzazione della comune: un gruppo di missionari provenienti nell'impero tentò la conversione della popolazione. Questo provocò come reazione una nuova presa di coscienza dell'antica religione della Comune: il motivo principale per cui i missionari fallirono fu soprattutto il loro atteggiamento nei confronti del sesso che essi definivano come una cosa negativa, specialmente fra persone dello stesso sesso. Vi è un interessante "Apologia della religione degli avi" in cui Padre Dorato di Chiusa, fra l'altro scrive:

"Voi (i missionari) dite che la vostra è una religione basata sull'amore: in questo non ci insegnate nulla di nuovo, lo è anche la nostra. Ma il vostro amore ci sembra cosa astratta e, più ancora, limitata e limitante. Il vostro dio sembra non abbia meglio da fare che decidere con chi è lecito fare l'amore. Ma se l'amore è, come voi dite e noi concordiamo, una cosa senza confini, perché il vostro dio traccia un confine con metà dell'umanità? Dite che, come per l'appetito il fatto di mangiare è ordinato solo alla sopravvivenza dell'individuo, così l'amore sessuale è ordinato soltanto alla sopravvivenza della specie. A questo oppongo due cose: mangiare del buon cibo per il piacere di mangiarlo, allora, dovrebbe essere proibito. E, secondo, le coppie di maschio e femmina che non procreano, dovrebbero essere separate. Voi negate queste due cose, perciò siete in contraddizione con voi stessi. Dite che la vostra è religione del perdono, ma pare che siate voi stessi a creare i sensi di colpa per poterli perdonare quando la nostra religione ci insegna il perdono e la tolleranza per tutti, senza bisogno di creare assurdi sensi di colpa. Ciò che è male per la nostra religione è solo ciò che toglie la libertà all'altro: la sopraffazione, l'asservimento: la vostra religione, dicendo di liberare l'uomo, lo asserve ad una legge assurda, non naturale né umana. Eppure nelle vostre scritture è scritto che non esiste più padrone o servo, uomo o donna e così via. Come potete proporci una religione che si contraddice in sé stessa?..."

Dopo meno di una generazione i missionari, non essendo riusciti a fare praticamente nessun adepto, abbandonarono il territorio della Comune. Ma il loro arrivo provocò un piccolo cambiamento: l'ordine fondò una scuola di formazione e di studio delle sue sacre scritture e cominciarono a prodursi volumi che studiavano e spiegavano l'antica religione che, per la prima volta, ebbe un nome: il silvanismo. Infatti, pur continuando il culto del Principe Risvegliato, si accorsero di essere ormai diversi anche dall'antica religione del Principe, che d'altronde stava scomparendo dalle terre circostanti.

Il 5 Se XC (1804) iniziò il servizio postale: una carrozza andava ogni tre giorni ad Opima a prendere e portare la posta ed i volontari furono incaricati della distribuzione e raccolta della posta interna. In quell'anno la popolazione della comune risultava di 9359 cittadini più 611 foresi residenti permanenti e 423 foresi di passaggio, per un totale di 10393 abitanti.


O - Decadenza, deportazioni, soppressione della Comune. Sua vita clandestina nella diaspora.


Ma nubi nere si addensavano sul cielo della piccola comune. L'autorità imperiale non ammetteva che sia pure una piccola parcella del territorio non fosse sotto il suo diretto controllo. Così, il 23/5/1 Se XCII (1840) sotto il nuovo Imperatore, prendendo a pretesto il fatto che circa un centinaio di renitenti alla leva avevano chiesto rifugio alla comune, le truppe imperiali occuparono il territorio. Inizialmente le autorità imperiali sembrarono rispettare le tradizioni della Comune, imponendo soltanto la presenza di un "Governatore imperiale" che aveva diritto di veto sulle leggi della Comune. Ma poi a poco a poco tutte le libertà della comune furono soppresse, una dopo l'altra: per prima cosa la moneta della Comune non ebbe valore fuori dal suo territorio, costringendo così di fatto tutti ad usare la moneta imperiale.

Poi la leva nell'esercito imperiale di mille uomini fu ristabilita e dopo due anni tutti furono soggetti alla normale leva, fu quindi soppresso il contingente speciale della comune. Quindi furono imposte tasse a tutti i cittadini,

Nel 1851 fu soppresso il Foro, poi la Deputazione, e infine anche la Reggenza. Questo provocò una ribellione che fu soppressa nel sangue dalle truppe imperiali. Come conseguenza della ribellione furono deportati i due terzi della popolazione. Era l'inizio della fine.

Il Consiglio si riunì clandestinamente e stabilì alcune regole nell'attesa di ristabilire un giorno la libertà. Alcuni fratelli, in borghese, partirono per ristabilire i contatti con i deportati e, il primo gennaio del 1867 fu fondato il giornale "Il Sole" che, di fatto, teneva i collegamenti con tutta la popolazione dispersa della comune. Il Sole non parlava mai della comune di Silvana, ma in ogni numero pubblicava una novella in cui, con tutta una serie di metafore, parlava della situazione della Comune.

Nel 1883 fu scoperto un tentativo di ristabilire la libertà, quindi il governo imperiale stabilì la deportazione di tutta la popolazione rimanente, e il decreto imperiale conteneva clausole che tendevano ad annullare per sempre la cultura silvanita: proibizione dell'ordine, proibizione dei matrimoni fra persone dello stesso sesso, proibizione di celebrare le feste tradizionali, proibizione di radunarsi in quanto silvaniti.

I silvaniti reagirono a queste leggi continuando in segreto le loro abitudini. Si deve dire che queste leggi, non dando adeguate punizioni a chi le violava, non crearono grossi problemi alla popolazione dispersa, ma ancora raggruppata in piccole comunità locali. Il Sole suggerì ai suoi abbonati di aderire alla religione ufficiale dell'impero, almeno formalmente, e sorsero così gruppi che, pur adottando tutti i riti esterni della religione di stato, in realtà continuavano, in segreto, a dare ai giovani delle comunità silvanite, l'insegnamento tradizionale.

Ma nel 1902 il Sole fu soppresso. Usando gli schedari segreti degli abbonati, nacque un nuovo organo: "La Notte" che portava come sottotitolo abbastanza trasparente: "In attesa dello spuntare del giorno nuovo". La Notte, organo culturale, era in vendita assieme agli altri giornali dell'impero, ma solo gli ex silvaniti lo ricevevano in abbonamento.

Nel 1917 vi fu la grande rivoluzione che abbatté l'impero spegnendolo nel sangue. Il nuovo regime fu peggiore del precedente, deludendo le speranze dei silvaniti. Ma, i silvaniti decisero di fare buon viso a cattiva sorte e si infiltrarono negli organi del partito unico. Fu grazie ad un funzionario silvanita che fu varata la legge che espulse dal territorio di Silvana i nuovi abitanti che vi si erano installati, quasi tutti non silvaniti, e che trasformò il territorio in una specie di grande museo: la "Città morta di Silvana", come fu chiamata.

Il nuovo regime era particolarmente severo nei confronti dei rapporti sessuali fra persone dello stesso sesso ed i silvaniti aggirarono l'ostacolo sposandosi ufficialmente, due uomini che volevano vivere assieme con due donne che volevano vivere assieme, andando a vivere in alloggi confinanti o addirittura nello stesso alloggio e scambiandosi, nel segreto, i letti. La Notte pubblicava le richieste di matrimonio, spesso concepite come: "Due amici amanti della vita all'aria aperta cercano due amiche pari condizioni per matrimonio" o con parole analoghe.

Per riconoscersi fra loro iniziarono ad adottare tutta una serie di segni e simboli, basati soprattutto sui colori azzurro e oro e sul simbolo del sole, o anche su gesti come la mano chiusa a pugno col pollice serrato dentro, o, durante le funzioni nelle chiese, le due mani incrociate sul petto con le dita stese a formare il simbolo del sole.

Nel 1989 cadde il sistema politico dittatoriale e per un po' sembrò che soffiasse un vento di libertà. Così, nel 1990, per la prima volta, iniziarono a sorgere, grazie alla nuova legge sulla libertà di religione, case dell'ordine dei silvaniti, oltre all'associazione degli ex deportati, e il giornale "La Notte" cambiò per la terza volta il nome della testata e si chiamò "L'Aurora": il dato più interessante è che al suo inizio L'Aurora aveva ben 9.103 abbonati, il che significa una stima di una popolazione circa doppia. Questo significa che la vecchia popolazione della comune, lontana dal disperdersi, si era mantenuta compatta, nonostante fossero passate circa sette generazioni dalla prima deportazione.

Gli attuali membri dei silvaniti sono tutti nati dopo la deportazione. Non hanno ancora ottenuto di poter tornare in Silvana, ma hanno ottenuto che tutto l'archivio scoperto da poco, a cui devo le notizie storiche contenute in questa pubblicazione, resti nel "Museo" e che la neonata "Associazione di Silvana" fosse dichiarata proprietaria del territorio "con tutto ciò che contiene".

Si pensa che questo sia solo il primo passo per un ritorno alla terra degli avi e, se non il riconoscimento dell'indipendenza, forse almeno il riconoscimento di una certa autonomia nell'ambito della nazione.

L'Associazione di Silvana ha a tutt'oggi 23.238 iscritti, al suo interno ha ristabilito la Reggenza ed il Consiglio come organi sociali. L'ordine dei silvaniti ha dodici case sparse nel territorio della nazione, con un totale di 2.746 fratelli e sorelle. Queste case sono diventate il punto di riferimento e di ritrovo di tutti i silvaniti laici.

Da quest'anno L'Aurora esce in edizione bilingue: non più solo la lingua della nazione, ma anche il silvanita a fronte di ogni articolo. E sta pubblicando, sempre in edizione bilingue, sia i testi sacri che testi di storia, arte, letteratura silvanita.

Per il prossimo anno sta organizzando un grande raduno nazionale di tutti i "soci" cioè di tutti i silvaniti. La reggenza sta studiando il problema delle numerose domande di gente della nazione che vuole entrare a far parte dell'associazione pur non avendo ascendenti silvaniti.

Per concludere questa breve storia della "Giustissima e Serenissima Comune di Silvana" mi è gradito dire che fra coloro che vorrebbero entrare a far parte dei silvaniti vi sono anche io: quando infatti stavo facendo le ricerche che portarono alla scoperta dell'archivio segreto della Comune nel cuore della Rupe, uno dei lavoranti della nostra missione Archeologica mi aveva colpito non poco per la sua avvenenza: era un giovane studente della facoltà Archeologica da cui provengo.

Giusto, questo è il suo nome, si accorse che ero attratto da lui e una sera, mentre assieme si stava riordinando alcune schede fotografiche sulle sculture di Campofiorito, mi chiese che cosa ne pensassi di un gruppo marmoreo che mostrava due giovani strettamente abbracciati in tenero atteggiamento.

"Sono dolci, teneri: si vede che si amano e così sono stati immortalati."

"Lei non pensa che l'amore fra due maschi sia una cosa... deprecabile?"

"Se è amore, no, penso che al contrario possa essere una cosa bella, come mostra anche questo gruppo marmoreo. E anche altri."

"Lei accetterebbe l'amore di un maschio? Potrebbe corrisponderlo?"

"Penso proprio di sì, in special modo con uno come te." gli dissi allora apertamente.

Giusto mi sorrise e disse: "A me piacerebbe poter dare e ricevere amore da uno come lei."

E così, da quella sera, divenimmo amanti. Quando Giusto iniziò a conoscermi meglio, e entrambi ci rendemmo conto che il nostro rapporto era più che non il semplice piacere reciproco, quando insomma ci rendemmo conto che quel che ci spingeva l'uno verso l'altro era sempre più chiaramente amore, mi svelò di essere un silvanita e mi spiegò a poco a poco le cose che, poco dopo, trovarono conferma nel favoloso archivio che scoprimmo.

Dapprima Giusto sembrò molto spiacente che avessimo trovato l'antico archivio, ne temeva la dispersione. Lui non ne conosceva l'esistenza, ma ne capì immediatamente il valore, prima ancora che noi se ne studiasse il contenuto.

Giusto mi ha aiutato a decifrare molti dei documenti, poiché fin da piccolo i suoi genitori, oltre alle tradizioni dei silvaniti, gli avevano insegnato la loro antica lingua e scrittura. Ma soprattutto mi ha aiutato a comprendere e tradurre le molte espressioni colorite di quella antica lingua.

Giusto mi ha anche spiegato come si sono tramandate, in segreto, le tradizioni dei silvaniti, raccontandomi come si era comportata con lui la sua famiglia. Dalla nascita fino ai quattro anni, cioè nell'età del Seme, la famiglia ha tenuto nascosto al piccolo tutto quanto riguardava la loro identità di silvaniti. Ma a partire dai cinque anni, fino ai nove, nell'età della Foglia, i genitori hanno iniziato ad insegnare al piccolo la lingua, la storia, i costumi silvaniti ed a spiegargli la necessità di tenere segreto qualsiasi cosa imparava sui silvaniti a tutti gli altri.

Compiuti i dieci anni ed entrato nell'età del Fiore, gli hanno spiegato tutto quanto c'era da imparare sulla vita sessuale, in modo che, quando raggiunse la pubertà, chiesero ad altre famiglie silvanita con un figlio o una figlia sui quindici anni, di insegnare al piccolo "a giocare", cioè ad avere attività sessuali con il piccolo, mentre la famiglia continuava la formazione alla sessualità ed all'affettività. Inoltre Giusto iniziò a partecipare alla vita sociale dei silvaniti.

A quindici anni fu libero di avere rapporti sessuali con chi voleva, ma senza rivelare la sua identità di silvanita agli altri. Dopo i venti anni, e solo in caso in cui un non silvanita fosse innamorato di un silvanita e fosse deciso a viverci assieme, il silvanita poteva chiedere il permesso di spiegare all'altro qualcosa sui silvaniti ed eventualmente introdurlo gradualmente nel gruppo. Quello che Giusto ha fatto con me: ed ora voglio sposarmi con lui con il loro antico rito. Il nostro, cioè.


F I N E


Pagina precedente
back
Copertina e indice
INDICE
5oScaffale
shelf 1


navigation map
recommend
corner
corner
If you can't use the map, use these links.
HALL Lounge Livingroom Memorial
Our Bedroom Guestroom Library Workshop
Links Awards Map
corner
corner


© Matt & Andrej Koymasky, 1997 - 2008