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una storia originale di Andrej Koymasky


pin JAUME DI SITGES CAPITOLO 4

La madre non voleva che Jaume smettesse di studiare e che andasse a lavorare, tanto meno fuori Barcellona. Lei avrebbe voluto che Jaume si diplomasse poi andasse all'università, voleva farne un medico, voleva che diventasse "qualcuno". Ma il padre fu d'accordo: se Jaume, come aveva detto, non aveva voglia di studiare, il lavoro in un ristorante di lusso era una manna dal cielo.

Così, fatti tutti i documenti e le pratiche necessarie, nel settembre del '77 invece di riprendere la scuola Jaume cominciò a lavorare al La Brasa. Inizialmente fece il lavapiatti nel turno dalle 10 alle 18. Ma presto, data la sua notevole avvenenza e soprattutto la sua buona grazia e belle maniere, il proprietario gli fece fare l'uniforme su misura da cameriere e lo mise in sala come cameriere ausiliario perché imparasse il mestiere. Jaume stava d'incanto con lo stretto pantalone nero, l'ampia camicia bianca, il corto gilet nero aperto ed il rosso fiocco morbido di velluto al colletto. Era veramente attraente e sensuale. Specialmente con quella sua aria da bravo figliolo ingenuo, il suo sguardo intelligente, il suo atteggiamento riservato ma premuroso.

All'inizio abitava in una stanzetta a tre letti messa a disposizione dal proprietario, che condivideva con un cameriere ed un cuoco.

Quando iniziò a servire in sala cominciarono anche ad arrivare generose mance. Alla fine del primo mese, fra salario e mance, Jaume aveva ricevuto quasi 75.000 pesetas. Inoltre la sera, girando per le vie, le spiagge, i bar del paese, aveva agganciato diversi turisti ed aveva guadagnato quasi 90.000 pesetas. Certo, pensava, se avesse avuto un posto tutto suo in cui ricevere i clienti, avrebbe potuto guadagnare anche di più. Doveva mettere da parte altri soldi e fra solo sei mesi poteva finalmente ritirare tutti i risparmi in banca e disporne a proprio piacimento. Si sentiva contento e soddisfatto.

Una sera, alla discoteca Trailer in Carrer d'Angel Vidal, notò che un bel ragazzo, un moretto molto seducente, lo stava guardando da un po' di tempo. Jaume lo studiò a lungo di sottecchi. Il ragazzo doveva avere 19 o 20 anni, non di più. Fisicamente era ben proporzionato, anche se non molto alto. Era elegante, raffinato, doveva essere un turista ricco. E visto il modo in cui lo guardava, doveva anche essere interessato a lui.

Jaume, dopo un po' che si guardavano, s'alzò dal proprio posto, gli andò accanto e, chinatosi verso di lui con un sorriso, chiese: "Parli spagnolo?"

"Sono spagnolo."

"Solo?"

"Per ora."

"Aspetti qualcuno?"

"Non in particolare. Sei qui per turismo?"

"No, sono cameriere al La Brasa."

"Ah, il migliore ristorante di Sitges."

Così parlarono per un po', studiandosi. Poi andarono a ballare. Jaume si sentiva sempre più attratto dal moretto.

Alla fine, non sapendo più trattenersi, gli chiese: "Hai un posto?"

"Sì, sto all'Hotel Incognito. Vuoi venirci con me?"

"Sì, certo. Mi lasceranno entrare?"

"Sì sì, senza problemi. Però, ti avverto, io lo faccio per soldi. E sono anche caro."

Jaume lo guardò, dapprima stupito, poi scoppiò a ridere.

L'altro, meravigliato per quella reazione, gli chiese: "Ti pare tanto buffo?"

"Sì... oh sì.... perché anch'io sono una marchetta."

Allora fu la volta dell'altro a scoppiare a ridere. Parlarono ancora a lungo, questa volta soprattutto del loro mestiere.

Poi l'altro, che si chiamava Alvino, gli disse: "Ascolta Jaume: io stasera spero di trovare un buon cliente. Però tu mi piaci molto. Perciò verso l'una, se non abbiamo combinato né io né tu, t'invito a passare la notte con me. Ci stai? Ti va?"

"D'accordo. Comunque mi piacerebbe se diventassimo anche amici. Ho l'impressione che avrei un sacco di cose da imparare da te."

Quella sera non si trovarono: Jaume aveva trovato un cliente ricco. Ma due sere dopo Jaume seguì Alvino in albergo. Avevano tutti e due una gran voglia addosso. Si spogliarono l'un l'altro e finalmente Jaume vide il corpo nudo e i genitali del compagno. Fecero all'amore e piacque molto a tutti e due. Dormirono insieme. Al mattino, prima di separarsi, si dettero appuntamento. Dopo quella volta non fecero all'amore molto spesso, ma si incontravano quasi tutti i giorni per stare assieme, passeggiare, chiacchierare, andare a cena, poi al cinema o a ballare. Alvino fu prodigo di consigli a Jaume.

Alvino viveva a Madrid per otto mesi e nei quattro mesi estivi si trasferiva a Sitges o in altre località turistiche dove c'era movimento gay. Si manteneva solo facendo marchette, ma la sua tariffa era davvero molto alta: non meno di 10.000 pesetas per volta e per persona. A Madrid aveva un appartamento e riceveva solo su appuntamento: non andava più a battere da un paio di anni. Aveva un certo numero di clienti fissi e questi a loro volta portavano qualche loro amico, così il ricambio dei clienti era assicurato. Fra i vari consigli spiccioli che dette al suo più giovane collega, alcuni colpirono e convinsero Jaume.

"Cura molto il tuo corpo, è la prima cosa che attrae il cliente: fai ginnastica, massaggi, fai in modo di essere sempre lievemente abbronzato, ma né troppo né troppo poco, e soprattutto abbronzatura integrale. E la bocca: alito fresco, denti bianchissimi. Cura molto il tuo abbigliamento: cose firmate, belle, eleganti ma non appariscenti, alla moda ma raffinate. Adatte a qualsiasi ambiente, in modo che il cliente non si vergogni a farsi vedere eventualmente in giro con te. Fatti un bel guardaroba e fatti sempre ritoccare gli abiti su misura: devi essere quasi come un indossatore, ma con un'apparenza meno lisciata, più spontanea. Fatti una cultura: spesso ai clienti, specialmente quelli più ricchi, non interessa solo scopare ma vogliono anche parlare, scambiare idee. Perciò leggi molto, sia quotidiani che riviste che libri. Fare la marchetta di lusso è un lavoro serio e difficile e a tempo pieno. Tu non vendi solo il tuo corpo, ma la tua compagnia. È il salto da marchetta a escort. Comunque, vedrai, più ti impegni e più hai successo. Altrimenti diventi la puttana di tutti, da due soldi. Tu hai stoffa, Jaume, datti da fare!"

Quando Alvino tornò a Madrid, Jaume aveva maturato diverse idee e si cominciò subito a muovere nella direzione indicatagli dal suo nuovo amico-collega.

Per prima cosa cercò un appartamentino da acquistare, abbastanza al centro del paese ma non proprio nella parte più vecchia. Lo voleva in una costruzione rispettabile e di bell'aspetto. Girò a lungo, visitò diversi alloggi in vendita, finché, verso fine anno trovò qualcosa che gli piaceva veramente. Era in Carrer de Sant Mus, al 12, all'ultimo piano. C'era un vecchio e lento ascensore, ma l'ingresso era elegante e curato e lo stesso ascensore aveva un'aria gradevole, nelle sue forme antiquate e soprattutto era lustro e pulito.

Nei piani inferiori vi erano gli studi di un medico e di un avvocato, gli alloggi di un professore e del proprietario di un buon ristorante e di due famiglie della media borghesia che vivevano normalmente una a Madrid e l'altra a Cordoba ma che passavano le vacanze a Sitges. Nell'altro alloggio all'ultimo piano viveva una vecchia gloria del teatro, ora a riposo. Prima, l'appartamento ora in vendita, era appartenuto al vecchio farmacista di Avinguda de Sofia, ma morto questi il figlio aveva deciso di vendere l'alloggio poiché egli con la sua famiglia viveva in un alloggio più grande e più bello al piano superiore della farmacia stessa.

Questo alloggio era di 125 metri quadri, più un ampio terrazzo-veranda di 35 metri quadri, completamente chiuso da vetri. Tutte le altre case circostanti erano di almeno un piano più basse, perciò dalle finestre dell'appartamento e dalla veranda si vedevano i tetti delle altre case, verso la montagna.

La porta d'ingresso dava su un'ampia stanza; di qui si passava ad un corridoio che serviva tutte le altre stanze. Sì, avrebbe dovuto farlo risistemare bene. Avrebbe rifatto tutto l'arredamento, che era compreso nel prezzo, e soprattutto le pareti. Avrebbe conservato solo le belle librerie antiche, che erano nello studio e che avrebbe spostato nella prima stanza, e pochi altri pezzi decisamente belli. Il resto l'avrebbe venduto. Bagno e wc erano indipendenti e questo gli piaceva. Avrebbe fatto togliere la vecchia vasca e l'avrebbe sostituita con una grande cabina da doccia a vetri di circa 2 x 1,5 metri: vi si sarebbe potuta fare la doccia anche in due o tre insieme, comodamente, e quindi anche fare all'amore. Quello che ora era lo studio, sarebbe diventata l'alcova per le scopate. Riceveva luce dalla veranda. Di fianco alla cucina vi era un ampio stanzino cieco in cui si sarebbe fatto installare un lettino abbronzante e alcuni attrezzi da ginnastica. Infine c'era la camera da letto in cui avrebbe dormito lui: lì i clienti non sarebbero mai entrati. Anche la camera da letto dava sulla veranda. Quest'ultima, pensò, l'avrebbe trasformata in un piccolo giardino pensile. In cui ci fosse il posto per scopare eventualmente all'aperto, ma protetti...

Mentre visitava l'alloggio aveva già tutto chiaro in mente. Sì, doveva assolutamente comprarlo! Chiedevano 3 milioni. Lui in banca aveva ora circa un milione. Inoltre ogni mese guadagnava in tutto circa 180.000 pesetas di cui poteva risparmiare una grossa parte, sì che in un anno, massimo un anno e mezzo, sarebbe stato in grado di mettere assieme gli altri due milioni. Se nonché quelli chiedevano il pagamento immediato, in contanti. L'unica cosa che ottenne, fu che avrebbero aspettato fino a marzo per vendergliela, cioè che lui compisse i 18 anni e potesse sbloccare il conto in banca. Discusse ancora un po' ma non riuscì a smuoverli: a marzo volevano i 3 milioni uno sull'altro, tutti e subito. Il farmacista gli suggerì di fare un mutuo in banca.

Allora vi si recò e seppe che, una volta che fosse stato maggiorenne, avendo un lavoro regolare, poteva ottenere un prestito per i due milioni mancanti e poi renderli mensilmente con gli interessi. Se li avesse resi in quattro anni avrebbe dovuto versare alla banca 71.650 pesetas al mese. Quei due milioni gli sarebbero costati circa tre milioni e mezzo, ma gli andava bene. Gli sarebbe restato abbastanza, ogni mese, per arredare la casa a poco a poco. Ma, con la casa, avrebbe potuto chiedere anche lui 10.000 pesetas per volta ai suoi clienti invece delle 3-4000 che chiedeva ora. E poi, almeno all'inizio, poteva essere meno schizzinoso nell'accettare clienti. Così tornò dal proprietario e fissò l'alloggio versandogli una modesta caparra. Ora non gli restava che aspettare il 1º marzo del 1978: ancora tre mesi.

Sitges, per il periodo di Natale, si stava animando di nuovo. Jaume, al ristorante, era passato cameriere effettivo. Ora faceva l'orario spezzato: dalle 10 alle 14 e dalle 19 alle 23. Questo orario gli piaceva. Il pomeriggio aveva quelle cinque ore libere che potevano essergli preziose se si fosse organizzato bene. La sera, poi, era proprio verso le 23 che i ritrovi cominciavano ad animarsi ed a riempirsi e poteva perciò cominciare a battere fra le 23,30 e l'una. Se non trovava, andava a dormire e poteva restare a letto fin verso le 9. Se invece trovava un cliente sarebbe solo andato a dormire più tardi, ma comunque difficilmente dopo le 3 di mattina e gli restavano comunque sei ore di sonno piene.

Era soddisfatto, aveva pianificato tutto.

Per occupare il pomeriggio s'era trovato due attività utili: prima due ore di palestra e dieci minuti di lampada solare, finché non avesse avuto casa sua ed i suoi attrezzi, poi un'ora e mezza di lezione di lingue. Per cominciare avrebbe ripreso e migliorato il francese e l'inglese. La giornata era piena, ma Jaume era felice. Quando avesse avuto casa propria, poi, le cose sarebbero andate anche meglio.

L'antivigilia di capodanno Jaume andò al Planta Baja, in Santa Tecla. Amava quel bar. Lì aveva fatto i migliori incontri. Verso la mezza entrò un uomo sui 35 anni. Alto, castano chiaro, con due magnifici occhi cerulei. Questi si guardò attorno e notò subito Jaume seduto al bancone. Andò a sedere deciso nello sgabello accanto al ragazzo e, in uno spagnolo con forte accento tedesco, ordinò una birra.

Poi si girò verso Jaume e gli chiese: "Posso offrirti una birra?"

"No, grazie. Non bevo alcolici."

"Ah, allora un analcolico. Offro io se permetti."

Jaume abbozzò un sorriso ed accettò. L'altro, mentre sorseggiava il suo boccale di birra, non gli toglieva gli occhi di dosso.

"Quanti anni hai, ragazzo?"

"Diciotto appena compiuti." mentì Jaume.

"Ah, te ne davo venti. Come ti chiami?"

"Jaume."

"Jaime?"

"No, Jaime è castigliano. Io sono catalano: Jaume."

"Allora sei di qui, non un turista."

"Sì, sono cameriere al ristorante La Brasa."

"Non ci ho mai mangiato. Ti piace il tuo lavoro?"

"Serve per vivere, non per gli extra."

"Già, capisco. Hai la ragazza, tu?"

Jaume lo guardò divertito: quello era un locale gay! che stupida domanda.

Comunque scosse la testa e rispose: "Non mi interessano le ragazze."

"Ti capisco, neanche a me interessano. Sai che sei molto bello?"

"Grazie. A volte me lo dicono."

"Saresti libero, adesso?"

"Sì, sono libero."

"Allora ti andrebbe di venire con me al mio Residence? Possiamo ascoltare un po' di musica, rilassarci un po'..."

"Io faccio marchette, però."

"Lo pensavo. Quanto vuoi?"

"Seimila pesetas." sparò Jaume.

"Ma fai tutto?"

"Certo, qualsiasi cosa, ma non sado-maso."

"Va bene, Jaime, andiamo."

"Jaume..." lo corresse di nuovo il ragazzo.

Seguì l'uomo. Era alloggiato al Tropicana. Appena entrati in camera l'altro gli pagò subito le 6000 pesetas quindi cominciò a spogliarsi. Jaume lo imitò. Il tedesco aveva un corpo un po' massiccio e peloso, ma non brutto, e fra le cosce gli pendeva un vero e proprio manganello di carne non ancora turgido. Jaume pensò che non aveva mai visto niente di così lungo e grosso. Anche l'altro lo stava guardando e quando vide che Jaume aveva un bell'equipaggiamento fra le gambe, mormorò "gut!" e lo sospinse verso il letto. Gli si sdraiò di fianco e cominciò a palparlo per tutto il corpo. Jaume lo lasciava fare. Aveva l'impressione che quello fosse il tipo di cliente a cui piace condurre il gioco e che non apprezza che anche l'altro prenda iniziative.

Il tedesco, dopo un po' che lo palpava compiaciuto e che giocava con l'erezione del ragazzo, gli chiese: "Ragazzo, quanti cazzi hai già preso in culo?"

"Pochi," mentì Jaume, "quattro o cinque."

"E quando hai cominciato a fare la puttana?"

"Appena maggiorenne, tre mesi fa."

"Ma scopavi coi maschi già da prima, no?"

"Qualche volta, coi compagni."

"Cosa facevate, eh, maialoni?"

"Ce lo prendevamo in bocca..."

"E vi sborravate in bocca?"

"Sì..."

"E ve lo mettevate anche in culo, porconi?"

"A me no. Avevo un compagno che se lo faceva mettere da me. Io la prima volta l'ho preso tre mesi fa."

Il tizio si eccitava con questi discorsi e Jaume gli dava corda. Sapeva, per istinto e per esperienza, che cosa l'altro voleva sentire e glielo diceva, inventando ad arte. E più quello si eccitava, più diventava volgare e sboccato, perciò Jaume fece di tutto per aver l'aria del ragazzo alle prime armi che ancora si vergogna e parlava solo per allusioni senza mai usare un solo termine volgare. Aveva visto giusto: il tizio si eccitava credendo di metterlo a disagio. Eppure, stranamente, il suo toccare, le sue carezze, non erano grossolane, volgari.

Quando l'uomo vide che il ragazzo era fisicamente eccitato, si alzò sul letto e Jaume si preparò mentalmente all'assalto e all'invasione di quel membro spropositato.

Ma con sua sorpresa l'altro si mise a quattro zampe e gli si offrì implorandolo: "Inculami, dai, sfondami, fottimi, riempimi tutto!"

Jaume, velocemente e con un silenzioso sospiro di sollievo, gli si inginocchiò alle spalle e lo penetrò con forza, quasi con rudezza, in un solo vigoroso colpo. L'altro era in estasi. Continuando a parlare in modo volgare, accompagnava i movimenti del ragazzo per aumentare la forza della penetrazione. Jaume l'afferrò per la vita e prese a sbatterlo con tutto il proprio vigore e all'improvviso l'altro, senza che si fosse masturbato né che Jaume gli avesse sfiorato il membro, eiaculò violentemente contraendo i muscoli dell'ano, seguito a ruota dal ragazzo.

Allora l'uomo si sfilò, si girò, ripulì con alcuni fazzolettini di carta il membro ancora ritto del ragazzo, poi glielo succhiò e leccò per un poco.

Infine gli disse: "Grazie, sei stato grande. Ti sei meritato quello che hai chiesto."

Cominciò a rivestirsi ed anche Jaume si rivestì, badando, come aveva imparato a fare quando si spogliava o si rivestiva, di non andare né più veloce né più lento del cliente.

L'uomo poi lo accompagnò fino in strada e gli disse: "Ti andrebbe di rivederci domani sera?"

"Sì, va bene."

"Vieni direttamente qui al Tropiacana alle 23?"

"Se vuoi. Ma alle 23,30."

"Ti dispiace se invito anche un amico mio?"

"No, tariffa doppia, però."

"Sì, certo. Allora a domani notte, bel maschione!"

La notte seguente, appena terminato il servizio al ristorante, Jaume tornò al Tropicana. Nel tempo in cui di solito avrebbe soddisfatto un cliente poteva farsene due e guadagnare il doppio. Niente male. Chissà come sarebbe stato l'amico del tedesco? Tra poco l'avrebbe saputo.

Salì alla stanza del suo cliente e bussò. Questi venne ad aprire, avvolto in una vestaglia di seta nera e gli porse subito il denaro. Jaume lo contò e lo mise nel portafoglio. Sul letto c'era un uomo sui 30 anni, già completamente nudo, che si stava masturbando lentamente, le gambe divaricate. A Jaume dette subito un'impressione sgradevole: era biondo ossigenato, assai stempiato, il corpo molliccio ed un'aria da checca che fu subito confermata da una voce in falsetto, chiocciante. Ma ormai era lì e cominciò a spogliarsi per svolgere il ruolo per cui era stato pagato.

Salì sul letto e il biondone si mise subito in posizione, a quattro zampe, dicendogli con voce querula: "Non farmi troppo male, maschiaccio!"

Jaume capì che era un chiaro invito ad essere rude, così l'impalò con forza, senza alcun preliminare né preparazione e subito gli affondò completamente dentro come un coltello nel burro fuso. Lo sbatté a lungo, mentre l'altro scodinzolava estasiato e lanciava gridolini di presunto dolore. Quando il ragazzo cominciò ad essere stanco, simulò un orgasmo: era un maestro nel farlo. La checca, che si era masturbata per tutto il tempo, eiaculò in una cacofonia di gemiti di piacere. Fuori uno, pensò Jaume. L'altro frattanto aveva assistito a quella cavalcata forsennata da vicino, masturbandosi a sua volta e sottolineando l'azione con parole scurrili.

Appena Jaume si sfilò, l'altro salì sul letto ed infilò il suo enorme manganello tutto dentro al foro dilatato del proprio amico, dicendo a Jaume: "Mentre io fotto in culo questa lurida troia sfondata, tu incula me: fammelo sentire tutto, stallone!"

Jaume allora prese con la stessa foga anche il tedesco. Ma questa volta gli piaceva: era più stretto e più sodo ed anche il corpo era meno spiacevole. Non era certo il suo ideale di maschio, ma questo poteva andare. Mentre lo montava, alzò gli occhi e vide riflessa nello specchio dell'armadio che fiancheggiava il letto, l'immagine dei tre corpi incastrati che si agitavano nell'amplesso e questo lo eccitò molto e all'improvviso venne, mentre pensava che quando avrebbe avuto casa sua, doveva mettere specchi tutto attorno al letto dell'alcova. Quasi immediatamente venne anche il tedesco insultando il suo amico checca...

Jaume tornò a casa che ancora non era l'una, fece una doccia ed andò a dormire soddisfatto, non tanto per l'amplesso quanto per le 12.000 pesetas in più che aveva nel portafogli. I suoi due compagni di stanza già dormivano beati.


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