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una storia originale di Andrej Koymasky


pin JAUME DI SITGES CAPITOLO 7

A Jaume pesava sempre più la sua doppia vita. Da quando si incontrava con Kevin, a dire il vero, aveva avuto solo un paio di clienti i primi giorni, perché aveva già preso gli appuntamenti precedentemente. Poi basta. Non solo perché Kevin stava occupando quasi tutto il suo tempo libero, ma soprattutto perché, anche le sere in cui Kevin non poteva andare a Sitges, Jaume non aveva voglia di avere rapporti sessuali con altri. Passarono due settimane, poi tre ed i due erano sempre più attratti l'uno dall'altro, provavano sempre più gioia nello stare assieme.

Jaume si trovò con pochi soldi e riuscì appena a pagare la rata alla banca. Ma non gli importava: aveva trovato l'amore ed era felice. Era solo sempre più combattuto se dire o no a Kevin della sua doppia vita. Questi, non essendo un tipo curioso, non aveva mai chiesto di vedere la stanza dietro la porta del corridoio o dietro le persiane chiuse della veranda, né aveva mai chiesto che cosa vi fosse dentro o perché fosse sempre chiusa. Ma quella stanza rappresentava un po' la "cattiva coscienza" di Jaume. La sentiva un po' come il simbolo dell'ostacolo che c'era ancora fra loro due perché il loro amore fosse perfetto.

A letto le cose andavano sempre meglio ma anche fuori dal letto Kevin gli stava dimostrando il suo amore in modo sempre più esplicito, anche se non glielo aveva mai dichiarato apertamente.

Festeggiarono il primo mese del loro incontro. Jaume aveva davvero pochi soldi, ora che praticamente aveva smesso di fare marchette. Per poter pagare la nuova rata in banca, vendette il videoregistratore ed il televisore a schermo gigante. Kevin, a volte, si fermava da Jaume tutta la notte, specialmente il sabato quando non doveva presentarsi in ufficio la mattina seguente. A Kevin piaceva molto fare l'amore nel mini giardino della veranda, specialmente quando lo facevano di giorno, sotto il sole che filtrava dalle vetrate del tetto. Ogni volta Jaume temeva che gli chiedesse che cosa c'era dietro alle persiane chiuse, ma non accadde mai. Però, man mano che il ragazzo sentiva crescere in sé l'amore per l'altro, gli pesava sempre più tenere quel segreto, non rivelarsi completamente al suo amante.

Festeggiarono il loro secondo mese. Avevano appena finito di fare l'amore in giardino quando Kevin, per la prima volta, gli disse chiaramente di essere innamorato di lui. Jaume si sentì felice e commosso.

Ma chiese all'altro: "Perché mi ami?"

"Perché? Perché so che anche tu mi ami. E poi perché sei un ragazzo in gamba, intelligente, buono, semplice, appassionato. E poi perché sei bello. E poi perché mi piace come fai l'amore..."

"Ma tu non mi conosci ancora veramente..."

"In questi due mesi ho imparato a conoscerti e mi sei piaciuto sempre più."

"Non sai nulla del mio passato. Non te ne ho mai parlato. Non mi hai mai chiesto nulla..."

"Non è meglio parlare del futuro? Di quello che faremo assieme? Perché io voglio chiederti una cosa: fra un paio di mesi devo tornare negli States. Ma io non voglio perderti. Perché non vieni via con me?"

"Con te? Negli USA?"

"Sì, certo. Puoi venire a casa mia."

"Ma... e il lavoro?"

"Sono abbastanza ricco. Se anche non lo trovassi, non ci saranno problemi. Credo che comunque potresti trovare qualcosa di buono, prima o poi. Conosci tre lingue... e trovare un lavoro ti darà il visto necessario per restare con me... Comunque non voglio più che tu faccia il cameriere, cercheremo altro. Allora, accetti? Verrai via con me?"

"Sì che verrei. Lascerei volentieri tutto. Ma tanto più ora, prima di decidere una cosa così importante, devi sapere tutto di me. Dopo, se mi inviterai di nuovo a seguirti, verrò a vivere con te, dove vuoi tu."

Jaume cominciò a raccontare. Non se la sentiva di affrontare subito la sua vita di marchetta, perciò cominciò dalle prime esperienze avute con Pedro Augusto. All'inizio Kevin ascoltava sorridendo, annuiva. Ma quando il ragazzo entrò nel vivo della sua storia, l'altro divenne improvvisamente serio, teso. Jaume, che ne spiava le reazioni, capì quel che stava accadendo ma, se pure tremando interiormente, proseguì dicendo tutta la cruda verità. L'altro ora ascoltava, immobile come una statua di sale. Quando finalmente Jaume arrivò a raccontargli del loro incontro, di quel che lui aveva provato, sentito, Kevin l'interruppe.

"Il resto lo so. Sei riuscito ad ingannarmi bene!" disse alzandosi dal materassino e rientrando nella camera da letto.

Qui cominciò a rivestirsi.

Jaume, che l'aveva seguito, dalla porta gli chiese accorato: "Che fai? ti rivesti? te ne vuoi andare?"

Kevin non rispose. Jaume gli si avvicinò e gli prese delicatamente un braccio, cercando di farlo girare verso di sé, ma l'altro lo scostò bruscamente. Il ragazzo gli chiese di dirgli qualcosa, lo supplicò. Finalmente l'altro, ora rivestito, si girò ed i suoi occhi spaventarono Jaume. Kevin, la voce piena di odio e di disprezzo, gli disse che non voleva avere più nulla a che fare con lui. Jaume si sentì il mondo crollare addosso. Cercò di convincere l'altro a restare, a parlare, a non distruggere tutto così, per un impulso. Lo pregò di cercar di capire, gli giurò il suo amore, lo implorò di aspettare. L'altro ora era in salotto. Si fermò, sedette al tavolo davanti alle librerie.

Jaume sentì riaccendersi la speranza e, conscio della sua nudità, gli disse: "Solo un momento, torno subito."

Andò in camera, infilò il suo djellabah e tornò svelto nel salotto. Kevin stava scrivendo qualcosa. Quando Jaume gli si avvicinò, si alzò e gli porse un assegno.

"Ho calcolato quante volte abbiamo scopato. Dovrebbe bastare questa cifra. Tieni!"

Jaume spalancò gli occhi in preda ad un profondo dolore.

"Non puoi farmi questo. Non puoi trattarmi così. Io con te ci sono venuto per amore. Amore, capisci? Amore! Amore! Amore!" urlò con tutte le proprie forze.

L'altro si mise a ridere poi, con voce bassa e gelida, sferzante, cominciò ad insultarlo con una litania di feroci epiteti. Jaume tremava violentemente, scosso da quell'inattesa, violenta aggressione verbale. Prese l'assegno e lo stracciò, poi si avvicinò a Kevin porgendoglielo ed afferrandolo per un braccio. L'altro si divincolò e gli sputò in viso.

Jaume sentì un'ondata di collera salire in lui, esplodere e picchiò Kevin con tutte le forze urlando: "Perché? perché? perché?"

Kevin cercò di aprire la porta d'ingresso, armeggiò mentre l'altro continuava a strattonarlo e picchiarlo con furia selvaggia. Finalmente riuscì ad aprirla ed uscì precipitandosi per le scale. Jaume, mentre l'altro fuggiva, ne aveva visto il volto contorto dalla paura e sporco di sangue e d'improvviso si sentì svuotato di ogni energia.

Richiuse la porta, vi si appoggiò contro e scivolò lentamente seduto a terra singhiozzando e ripetendo a mezza voce, infinite volte: "Perché?"

Poi si guardò le nocche delle mani: erano sporche di sangue. Si strinse i pugni sulle tempie e, dondolando il busto avanti e dietro, dette libero sfogo alle sue lacrime.

Rimase a lungo in quella posizione, accoccolato dietro la porta dell'ingresso, in preda ad una sorda disperazione. Il suo corpo continuava a tremare tanto da fargli sbattere i denti. Jaume li serrò stretti. Quindi si alzò lentamente. Si sentiva debole, quasi come un ubriaco. Arrivò in qualche modo fino alla propria camera e si gettò sul letto. Si sentiva svuotato, esausto. Si addormentò quasi di colpo.

Il mattino seguente sentì la sveglia. Si sentiva ancora debolissimo. Prese il telefono, chiamò il ristorante ed avvertì che non sarebbe potuto andare a lavorare perché stava male. Quindi si addormentò di nuovo. Si risvegliò alle undici. Allora riprese il telefono e chiamò Miguel. Lo pregò di venire da lui. L'altro, udito il tono della voce dell'amico, cercò di sapere che cosa gli fosse successo. Jaume non si sentiva di parlarne al telefono e di nuovo lo pregò accoratamente di venire. Miguel, preoccupato, prese subito l'auto e si precipitò a Sitges. Salito da Jaume suonò alla porta. Questi, sceso dal letto, andò ad aprire. Miguel, quando si trovò davanti Jaume e ne vide l'espressione sconvolta, entrò, chiuse la porta ed abbracciò l'amico.

"Che c'è, Jaume? Che ti succede? Che hai?"

L'altro quasi gli si aggrappò addosso e, scosso da violenti singulti, cercò inutilmente di raccontare l'accaduto. Miguel lo guidò fino al divano, lo fece sedere, gli sedette accanto e gli cinse una spalla tirandolo a sé.

"Calmati Jaume, sono qui io... calmati..."

A poco a poco il ragazzo riuscì a controllarsi e cominciò a spiegare all'amico quello che gli era accaduto. Miguel lo ascoltò, stringendolo a sé. Alla fine, cercando di consolarlo, gli disse di non prendersela e gli promise che sarebbe restato a fargli compagnia finché avesse voluto. Poi lo convinse a prendere un tranquillante ed a provare a dormire ancora un po'. Lo accompagnò fino in camera da letto e lo fece stendere. Jaume s'era finalmente addormentato. Miguel gli sistemò il lenzuolo e tornò a rimettere ordine nel salotto, rimettendo in piedi le sedie cadute e raccogliendo dal tappeto i pezzi dell'assegno stracciato.

Ripensava al racconto dell'amico e si sentiva colmo di pena per lui. Certo, non aveva mai approvato la scelta di Jaume di fare il marchettaro ma pensava che comunque non meritava un simile trattamento. Kevin s'era meritato le botte che gli aveva dato Jaume. Anzi, spesso un pugno in pieno volto o nello stomaco fa meno male di una sola parola cattiva.

Verso le 15 andò in cucina a mangiare qualcosa. Di tanto in tanto andava in camera a controllare l'amico. Questi dormiva un sonno agitato. Stava appunto guardandolo quando sentì suonare alla porta. Si chiese chi potesse essere. Forse Kevin che aveva compreso il male che aveva fatto a Jaume? Andò a guardare dallo spioncino, chiedendosi come avrebbe potuto riconoscere l'americano, di cui Jaume gli aveva parlato spesso e che aveva descritto, ma che lui non aveva mai incontrato. Alla porta c'era un poliziotto. Aprì, preoccupato. L'altro gli consegnò una busta, gli fece firmare una ricevuta e se ne andò. Miguel, mentre tornava verso la camera dell'amico, studiò la busta: aveva l'intestazione del locale comando della Guardia Civil. Immaginò che fosse un mandato di comparizione per un interrogatorio. Kevin, evidentemente, l'aveva denunciato.

Essendo Miguel all'ultimo anno di legge, sapeva che cosa ciò significasse: se vi fosse stato il minimo elemento di sospetto sulla veridicità della denuncia, Jaume sarebbe stato incriminato e vi sarebbe stato un processo. Poteva anche essere ordinata una perquisizione domiciliare, se Kevin avesse scritto sulla denuncia che Jaume si prostituiva. E se l'omosessualità fra adulti consenzienti non era più un crimine, la prostituzione era ancora punita dalla legge. Pensò che doveva far subito scomparire tutto il materiale compromettente. Ma lui non avrebbe saputo dove mettere le mani. Doveva svegliare l'amico.

Giunto accanto al letto prese a scuoterlo dolcemente ed a chiamarlo. Dopo diversi tentativi, Jaume aprì gli occhi. Guardò l'amico con un'espressione di profonda tristezza ed abbozzò uno stanco sorriso.

"Sei ancora qui, Miguel?"

"È arrivata questa. Aprila. Deve essere un mandato per un interrogatorio alla Guardia Civil."

"Aprila tu, per favore."

Miguel l'aprì e la lesse rapidamente. Aveva ragione.

"Devi persentarti domattina alle 8,30."

Jaume annuì senza dire nulla. Allora Miguel gli spiegò quello che aveva pensato e gli disse che l'avrebbe aiutato in tutti i modi ad uscirne. Convinse Jaume ad alzarsi ed a consegnargli tutto il materiale eventualmente compromettente: tutti gli indirizzi dei suoi clienti, le videocassette e le riviste gay, la corrispondenza di amici gay, libri a soggetto gay e così via. Anche i biglietti da visita, in cui c'era solo scritto "Jaume di Sitges", il numero di telefono e in piccolo "chiamare fra le 9 e le 9,30 di mattina, per favore": non erano normali biglietti da visita, quelli, era chiaro.

Quindi gli disse che gli avrebbe trovato un buon avvocato e fece alcune telefonate. Chiamò anche a casa sua avvertendo che avrebbe passato la notte fuori. Poi telefonò a Juan. Questi gli promise che il giorno seguente sarebbe venuto a Sitges. Con lui discusse i consigli da dare a Jaume per l'interrogatorio dell'indomani.

Quindi, forzato l'amico a mangiare qualcosa con lui, lo rimise a letto. Quando questi si fu addormentato, prese tutte le cose che Jaume gli aveva consegnate, le mise in alcuni sacchetti di plastica, le trasportò fino al parcheggio e le chiuse nel cofano della propria auto. Quindi tornò su. Entrato in camera di Jaume, mise la sveglia, si spogliò e si stese accanto all'amico. Era la prima volta che Miguel entrava nello stesso letto di Jaume non per farci all'amore. In quel frangente, si accorse, non provava alcun desiderio ma solo una grande tenerezza. Ricordò lo shock che Jaume aveva provato con Pedro Augusto e pensò che il ragazzo era davvero sfortunato. Sentì di disprezzare quel Kevin, ma molto di più disprezzava Pedro Augusto. D'altronde con lui aveva rotto già da allora.

Quando sentì la sveglia Miguel saltò giù dal letto. Si lavò, si vestì, preparò un caffè ed andò a svegliare Jaume. Lo fece alzare, gli fece fare una lunga doccia, lo fece vestire. Jaume aveva ripreso a tremare. Gli dette ancora un tranquillante, poi gli ricordò come doveva comportarsi all'interrogatorio: ammettere tutto riguardo alla relazione sessuale con Kevin ed alle percosse, ma negare assolutamente che lui facesse marchette. Gli propose di accompagnarlo alla Guardia Civil, ma Jaume non volle assolutamente.

"Aspettami qui. Hai detto che deve venire Juan, vero?"

"Sì, certo."

"A che ora?"

"Credo verso le 9,30."

"Quindi è meglio che lo aspetti qui. Non sto male, non troppo, non preoccuparti. Il tranquillante sta facendo effetto."

Jaume uscì. Miguel prese un libro di poesie di Garcia Lorca, sedette in una poltrona del salotto e si mise a leggere per ingannare l'attesa. Verso le 9,15 arrivò Juan. Parlarono del problema di Jaume. Juan aveva contattato un buon avvocato di Barcellona che li attendeva nel pomeriggio. Poco dopo le 10 Jaume tornò.

"Ho risposto come m'hai detto tu, Miguel. Adesso vado a dormire. Scusami, Juan."

"Alle 17 ci aspetta l'avvocato a Barcellona."

"Non posso lasciare Sitges. Ne parliamo dopo, scusatemi..."

Jaume andò in camera sua. Juan allora telefonò all'avvocato e questi, capita la situazione, disse che sarebbe andato lui a Sitges, ma dopo le 19. Quindi Miguel disse a Juan che lui sarebbe andato a portare a casa sua la roba che gli aveva affidato Jaume e che sarebbe tornato circa un'ora più tardi. Juan, restato solo, andò nella camera del ragazzo. Liberò una sedia dagli abiti che vi erano appoggiati e sedette accanto al letto. Guardò l'altro: gli pareva bello, pur nella sua espressione lievemente contratta. Ricordò le tre volte in cui avevano fatto all'amore. La prima, per scommessa. Poi le altre due in cui era stato lui a volerlo rincontrare.

Jaume non aveva voluto assolutamente essere pagato: "Clienti ne ho tanti. Vorrei che tu mi fossi amico, Juan!" gli aveva detto.

Juan aveva accettato: in fondo anche lui preferiva vederlo come un amico più che come un professionista del sesso. D'altronde, fin dalla prima volta, Jaume non aveva mai voluto far l'amore con lui nell'alcova con gli specchi.

"Questa è per i clienti. Non mi va di farlo qui, con te, Juan." gli aveva detto.

Aveva anche scoperto il piccolo sotterfugio di Miguel, che in un primo momento non gli aveva detto di essere amico di Jaume. Non gli aveva dato fastidio, quella piccola bugia. In fondo aveva scoperto una nuova dimensione della propria sessualità, grazie a quel piccolo inganno. E Jaume gli piaceva. E la seconda e la terza volta, doveva ammetterlo, essere penetrato da Jaume gli aveva dato un crescente piacere. Anche se preferiva ancora essere lui a penetrarlo. Ma aveva voluto continuare a fare "tutto" con Jaume.

Era quasi l'una. Juan cominciava a sentire un po' di fame ma decise di aspettare Miguel. Questi tornò verso le tre. Jaume dormiva ancora. Miguel andò in cucina a preparare qualcosa da mangiare. Quindi, apparecchiata la tavola, andò a chiamare Juan ed a svegliare l'amico. Lo obbligarono quasi a mangiare. Poi si misero a chiacchierare per distrarlo.

Alle 19,25 l'avvocato arrivò. Jaume gli raccontò tutta la vicenda rispondendo a tutte le domande dell'avvocato. Mentre raccontava si emozionò di nuovo e riprese a tremare e le lacrime bagnarono di nuovo i suoi occhi. Miguel e Juan intervennero spesso. Alla fine l'avvocato disse che la tattica migliore era fare una controquerela per diffamazione. Se Kevin avesse ritirato la sua querela per percosse e la sua accusa di prostituzione, loro avrebbero ritirato quella per diffamazione. Diversamente ci sarebbe stato il doppio processo: Jaume sarebbe stato certamente condannato per le percosse, ma solo ad una multa perché essendo incensurato gli sarebbe stata data la sospensione della pena. Ma l'altro quasi sicuramente non avrebbe potuto dimostrare che Jaume si prostituiva e sarebbe stato condannato a sua volta. E con una condanna, avrebbe avuto difficoltà ad avere di nuovo la concessione del visto di ingresso in Spagna.


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