Jaume esercitò un attento controllo sui propri sentimenti. All'inizio non fu molto facile, perché lui era portato a sentirsi attratto da più d'uno dei suoi clienti appena sentiva un po' di tenerezza, di affetto e allora fantasticava di aver trovato il suo "principe azzurro". Ma aveva fermamente deciso di non crederci più.
L'amore, ammesso che esistesse, era un lusso che lui non poteva concedersi. Era un'illusione che non poteva tentare di affrontare. Era una fiaba a cui doveva smettere di credere.
Così, quando sentiva che qualcuno dei suoi incontri rischiava di trasformarsi in qualcosa di più di un semplice rapporto fisico a pagamento, lo teneva sotto controllo, lo limitava, a volte l'interrompeva persino. Non di rado questa sua scelta lo faceva sentire teso, amareggiato, scontento. Ma più spesso lo faceva sentire libero, padrone della situazione, sicuro.
Riprese a curare il proprio corpo, il proprio aspetto, la propria cultura. Voleva essere il migliore sul mercato di Sitges, e lo era. Tutti gli altri ragazzi che facevano marchette lo riconoscevano ed era ammirato e rispettato. Questo anche per il suo carattere. Non di rado aveva dato una mano agli altri ragazzi quando questi si erano trovati in difficoltà e non lo faceva solo perché era cosciente di non temere alcuna concorrenza, ma anche e soprattutto perché era d'animo buono e generoso.
Qualche volta gli capitava anche di fare all'amore con qualcuno dei suoi "colleghi", specialmente con qualcuno dei nuovi che, ogni anno, s'affacciava sulla colorata e vivace scena di Sitges. E verso i nuovi era anche prodigo di preziosi consigli. Quanto ai clienti, li sceglieva sempre e solo lui ed i suoi prezzi potevano essere altissimi o ridicolmente bassi, a seconda di come lui valutasse il cliente. Ma di solito erano piuttosto alti.
Con gli anni, un po' per il proprio carattere, un po' per la sua applicazione, un po' per l'esperienza, era arrivato a capire quasi d'istinto cosa l'altro si aspettasse da lui, al di là della comunicazione verbale, e lui glielo dava. Tutti, già la prima volta che facevano sesso con lui, ne erano entusiasti. Le uniche cose che rifiutava erano i rapporti sado-maso, il fist fucking, la pioggia d'oro, il bondage, sia nel ruolo attivo che in quello passivo: gli ripugnavano sia fisicamente che psicologicamente. In fondo, nonostante cercasse di avere un rapporto se non cinico, almeno razionale e distaccato con i propri clienti, era e restava fondamentalmente un romantico e nel rapporto sessuale cercava sempre almeno un fondo di dolcezza. Ma soprattutto di rispetto reciproco.
Venne il 1984 e il suo ventiquattresimo compleanno. Fece una festa in casa sua a cui invitò Miguel, Juan e Pablito, un suo amico marchettaro di diciassette anni, arrivato da poco a Sitges, che lui aveva aiutato a fare i primi passi ed a sistemarsi.
L'aveva conosciuto la prima sera che Pablito era arrivato a Sitges. Jaume stava passeggiando, poco oltre la mezzanotte, lungo la spiaggia. Quella sera non aveva voglia di cercare clienti: era stato lasciato da poco da Patrick e si sentiva triste. Le mani in tasca, camminava sfiorando il bagnasciuga, lo sguardo perso nel buio del mare. Quell'oscurità vellutata da cui provenivano deboli folate tiepide ed un rumore ritmico, ovattato, come di un profondo respiro, affascinavano Jaume. Il respiro eterno del mare... pensò incantato. Sentiva scendere in sé come una grande pace che a poco sembrava lenire il sordo dolore che era annidato in fondo al suo cuore.
Si era fermato.
Ad un certo punto vide un'ombra arrivare verso di lui. La silhouette, il modo in cui camminava, fecero pensare a Jaume che doveva trattarsi di un ragazzo piuttosto giovane e ben fatto. Lo guardò avvicinarsi, restando immobile. Pian piano cominciò a distinguerne i particolari.
Quando l'altro gli arrivò accanto i loro sguardi s'incrociarono, poi l'altro, quasi vergognandosi, chiese: "Hai una sigaretta?"
Jaume rispose con un sorriso e gliene offrì una. Poi gliel'accese e il ragazzo posò una mano lieve sulla sua, quasi a guidare l'accendino nella giusta posizione. Jaume sentì che la mano del ragazzo tremava lievemente. I loro occhi si incontrarono di nuovo e Jaume sorrise.
L'altro allora gli disse: "Io sono Pablo. E tu?"
"Jaume."
"Jaume? Catalano, allora."
"Sì. E tu castigliano, invece."
"Sì. Voi catalani odiate i castigliani, vero?"
"A volte. Ma credo che sia difficile odiare te."
"Dici? E perché?"
"Perché sei bello, ma soprattutto perché hai un bel sorriso."
"Grazie. Ma tu sì che sei bello. Però, non sempre chi è bello è anche un tipo a posto."
"Tu non lo sei?"
"Spero di sì. Vivi qui? Che lavoro fai?"
"Sì, vivo qui. Di giorno faccio il cameriere e di notte faccio marchette."
"Marchette? E lo dici così?"
"Certo. Scandalizzato?"
"No... no no! Anch'io a volte ne faccio... Sono venuto qui perché ho sentito dire che qui è facile, ci sono molti stranieri pieni di voglia e di soldi... è vero?"
"Appena arrivato?"
"Sì, oggi pomeriggio."
"Già fatto qualcosa, oggi?"
"No. Speravo che tu potessi essere il mio primo cliente, ma..."
"Qui in spiaggia trovi poco o nulla. Devi andare nei locali. Ne conosci?"
"No, e poi non ho i soldi. Sono proprio in bolletta."
"Ti ci porto io, ti va? Offro io, logicamente."
"Davvero? Ok, grazie,"
Jaume fece girare a Pablito i locali gay di Sitges e lo presentò ai proprietari, ai gestori ed al personale come un amico. Era l'una di notte quando Jaume decise di rientrare.
Allora chiese a Pablito: "Scommetto che non hai un posto per dormire."
"No..."
"Beh, questa notte puoi dormire da me. Domani ti porto in una pensione in cui si paga molto poco e tutti i pensionanti sono marchette. Farai amicizie, ti sarà più facile entrare nel giro. Andiamo?"
"Grazie. Abiti lontano?"
"No, a due passi."
"Da solo?"
"Sì."
"Hai due letti o..."
"Sì, ho due letti, tutti e due grandi. Se vuoi puoi dormire da solo."
"Oppure?"
"Con me, se preferisci."
"Ma a te andrebbe?"
"Sì, penso di sì. Mi piaci, anche se sei castigliano." disse scherzando Jaume.
Il ragazzino rispose allegro: "Anche tu mi piaci, nonostante sei un catalano. Credo che sia meglio dormire nello stesso letto, allora."
Arrivati a casa di Jaume, Pablito chiese di fare una doccia. Poi raggiunse Jaume nel suo letto e fecero l'amore fin quasi alle tre del mattino. A Jaume piaceva la freschezza del ragazzo e fece l'amore con lui con un piacevole abbandono, prendendolo e facendosi prendere e portandolo a poco a poco al massimo del piacere. Pablito era sopraffatto dall'emozione, dopo il lungo e travolgente rapporto fisico.
"Cazzo! Se sei così anche con i clienti, vorranno tutti tornare da te, dopo la prima volta. Sei una bomba! Non avevo mai fatto l'amore così bene, fino ad ora!"
Jaume sorrise e gli scompigliò i capelli: "No, sono così solo con chi voglio che torni."
"Allora vuoi che torni?"
"Saremo tutti e due abbastanza occupati con i clienti, penso... e spero. È molto raro che si faccia l'amore fra noi marchette, sai?"
"Sì, capisco. Ma ogni volta che mi vuoi, fai un fischio e mollo tutto! Mi piaci un sacco, sai?"
"Anche tu mi piaci. Forse potremo ancora incontrarci, a letto, voglio dire. Ma tu prima devi sistemarti. Soldi se ne possono fare tanti, ma vanno via anche in fretta. Dormiamo, adesso, alle nove devo alzarmi per andare al lavoro."
Nel pomeriggio Jaume accompagnò Pablito da Mama Pata che assegnò al ragazzo un letto in una camera con altri tre quasi coetanei. Jaume gli prestò i soldi per pagare una settimana anticipata. Dopo quel giorno si incontrarono diverse volte. Pablito gli restituì il prestito e volle fargli anche un regalo per esprimergli la sua riconoscenza. Jaume spesso gli dava consigli che il ragazzo seguiva ciecamente. E un paio di volte si trovarono anche per fare all'amore.
Durante la festa, Miguel non faceva che guardare Pablito: ne era evidentemente attratto. Pablito rispondeva alla discreta corte dell'altro in modo civettuolo: era chiaro che non gli dispiaceva affatto.
Jaume dopo un po', chiamato in cucina Pablito con la scusa di farsi aiutare, gli disse: "Se vuoi, puoi portarti Miguel nella stanza degli specchi."
"Non ti dispiace?"
"Certo che no. Siete miei amici e se vi va di stare un po' assieme da soli... Ma non chiedere soldi a Miguel, è amico mio."
Pablito parve offeso: "Certo che no, per chi mi prendi!"
"Ok, scusa. Solo che ci tengo a Miguel."
"L'hai già fatto con lui?"
"Certo, parecchie volte."
"Cosa gli piace fare? Se me lo dici, vedo di farlo contento..."
"Scoprilo da solo. È più divertente, no?"
Tornarono di là col gelato. Dopo averlo mangiato tutti e quattro assieme, Pablito si alzò ed andò a sussurrare qualcosa nell'orecchio di Miguel. Questi guardò con aria interrogativa Jaume che gli fece un lieve cenno di assenso, sorridendo. Allora Miguel si alzò e, senza dire niente, cinse con un braccio la vita di Pablito e lo portò nella stanza degli specchi. Si sentì lo scatto della chiave.
Juan guardò Jaume, sorrise e disse sottovoce: "È tutta la sera che Miguel spoglia il tuo amico con gli occhi. Finalmente lo sta spogliando davvero."
Jaume assentì sorridendo, poi disse: "Ti va se metto su un po' di musica sinfonica?"
"Certo, va bene. Gli crei il sottofondo musicale?"
"Sì, la colonna sonora. Anche se, conoscendo quei due, forse sarebbe più adatto un rock."
"E... per noi due cosa sarebbe adatto?" chiese Juan con voce calda.
Jaume gli sorrise: "Sinfonica, appunto. Vuoi venire di là?"
"Sì, stavo per chiedertelo io. Tu sei l'unico maschio con cui riesco a fare l'amore, sai? Anzi, con cui desidero farlo. E sei l'unico con cui l'ho mai fatto."
"Sì, lo so, ma continuo a non capirne il perché. A te piacciono le donne e io non sono per niente femminile."
"Già, anzi, sei un bel maschio, dolce e virile nello stesso tempo."
"Altri maschi sono dolci e virili. Miguel, per esempio, e lo stesso Pablito."
"Certo, ma con loro credo che non ci riuscirei. Voglio dire, sono certo che saprebbero anche farmi godere. Ma mi sentirei a disagio, non mi attirano, non mi eccita l'idea di farci l'amore. Te, invece, ti desidero. Anche quando mi penetri, ormai, mi sento a posto. Se andassi a letto con altri maschi, invece, mi sentirei un finocchio. Con te no, invece. Buffo no? Devo avere qualche rotella fuori posto."
"Sì, davvero! Ma quando scopi con una femmina, pensi mai ad un maschio?"
"Certo che no. Mi godo la femmina."
"E quando lo fai con me?"
"Beh, allora penso a te e mi godo te. E adesso ho voglia di te. Senti qui quant'è già duro!"
"Quando lo fai con me non pensi mai ad una femmina?"
"E come potrei, col tuo arnese che mi stantuffa fra le chiappe?"
"Ma quando sei tu a metterlo a me?"
"Nemmeno. Mi piace tocarti e guardarti e sentirti così maschio! È una cosa diversa, capisci? Mi piace farti godere e vederti godere. E mi piace come mi sai far godere. Con te mi sento a posto."
"Sì, lo vedo, eppure non ti capisco. Se sei bisessuale, dovresti provare la stessa cosa per altri maschi."
"No, mi vergognerei da matti. Con te è diverso. Ci conosciamo bene. Tu sei stato il primo e l'unico maschio della mia vita. Di fronte a te mi piace spogliarmi, mi piace come mi guardi, come mi tocchi. Mi piace guardarti, toccarti. Con un altro maschio mi vergognerei."
Andarono in camera di Jaume e fecero l'amore. Juan a letto era sempre più disinibito e sempre più bravo. E con Jaume era di una tenerezza dolcissima.
Furono svegliati la mattina da Pablito, che portò loro il caffè a letto. Fatta la doccia e rivestitisi, i quattro amici si ritrovarono per colazione. Poi Miguel e Juan salutarono e ripartirono per Barcellona. Pablito uscì con Jaume e l'accompagnò verso il La Brasa.
"Mi piace il tuo amico Miguel, è un ragazzo a posto."
"Tutti i miei amici sono gente a posto."
"Anch'io?"
"Certo. Sei un mio amico, no?"
"È bello essere tuoi amici. I ragazzi giù ai locali, non fanno che parlar bene di te. Anche i più velenosi, non li ho mai sentiti dire una sola parola cattiva nei tuoi confronti. Credo che tu sia il ragazzo più stimato di tutta Sitges."
"Meglio così. Sono fortunato."
"No, non credo che sia fortuna. È che tu sei gentile con tutti, hai una parola giusta per tutti, dai una mano a chiunque ha bisogno, un consiglio, un sostegno. Tu sei un giusto."
"Ma no, sono solo... io. Prendo anche a cazzotti chi mi fa girar l'anima."
"Sì, me l'ha detto Xavier che una volta gliele hai suonate di santa ragione."
"Ti ha anche raccontato il perché?"
"Sì. E io gli ho detto che hai fatto bene. E lui m'ha detto che era vero."
"Povero Xavier. Ma credo che gli sia servito."
"Credo anch'io. Tu, qui a Sitges, sei una specie di leader, ho scoperto."
"Io? Macché. Mica do mai ordini a nessuno, no?"
"No, è vero. Ma quando dici una cosa, è così. Tutti la ascoltano. Marcel dice che tu sei il Re di Sitges."
Jaume sorrise e scosse la testa. Erano giunti davanti al La Brasa. Si salutarono. Pablito andò a fare alcuni acquisti, poi al Reflejos per vedere se c'era qualche collega. Qui trovò Carlos e Jorge. Sedette al loro tavolo e si misero a chiacchierare. Carlos stava dicendo che aveva trovato un appartamentino vuoto dietro la stazione.
"È bello. Se ci mettiamo in quattro, possiamo affittarlo. Ha due camere da letto e un soggiorno, cucina e bagno. Si potrebbe dormire tutti e quattro in una camera e tenere l'altra e il soggiorno per portarci i clienti che non hanno un posto. Ci dividiamo i lavori di casa a turno. Che ne dite?"
"Io ci starei, lo sai. Tu Pablito?"
"Beh, sì... ma chi sarebbe il quarto?"
"Possiamo chiederlo a Marcel, è a posto." disse Jorge.
"Sì, ma non è che sia molto pulito. Non mi andrebbe di dover pulire pure per lui." disse Carlos.
"Allora Esteban?"
"No, lui no. Non sono mai riuscito ad andarci d'accordo. O io o lui."
"Preferisco te, allora, Pablito. A chi possiamo chiedere, però?"
"A Tony?"
"Tony? Mah, potrebbe andare..."
"No, Tony no. Non mi fido di lui. Non sono sicuro, ma si dice che quando può allunga le mani..."
"Cos'è, Jorge, hai paura che ti faccia di notte?"
"No, non me, magari! Il portafogli dei clienti. Mica voglio trovarmi la polizia in casa." obiettò Jorge.
Gli altri risero ma annuirono.
Continuarono a parlare. Mentre stavano ancora discutendo su chi potesse essere il quarto, si aprì la porta ed entrò un ragazzo. Tutti e tre smisero di parlare e lo guardarono affascinati. E non solo loro tre ma parecchi altri clienti del Reflejos.
Era sui diciassette-diciotto anni, snello, alto, un corpo fasciato da una T-shirt lilla ed un paio di jeans dello stesso colore, attillati, che ne mettevano in risalto il corpo atletico e proporzionato. Il volto era aureolato da un folto casco di riccioli biondi del caldo colore dell'oro antico. Due occhi celesti-viola come un cielo di tarda primavera scorsero la sala e, notati gli sguardi puntati su di lui, si abbassarono ed il ragazzo arrossì lievemente, deliziosamente. Si diresse verso il bancone e, con voce bassa e calda, chiese una birra.
"Cavolo! Ma allora esistono gli angeli!" sussurrò Carlos esprimendo il pensiero di tutti.
"Credo di sì. Anche se il pacco che gli gonfia la patta non mi pare tanto spirituale. Deve avere un buon 20 centimetri, ci giurerei!" esclamò Jorge.
"Pensi solo a quello, tu?" chiese Carlos ridacchiando.
"Perché tu no? non ve lo fareste voi quell'angelo lì?" chiese Pablito.
"No, ha la mia stessa età! Lo sai che a me piace solo la gente più matura, no? Dai trentacinque anni in su." rispose Jorge.
"Beh, anche a me... dai venticinque in su. Ma con lui lo farei anche qui, adesso, subito. Sembra il principe azzurro delle favole!" disse Pablito, poi soggiunse: "Anzi, sapete che vi dico, io ci provo."
"Ma magari quello non ci sta, e se anche ci sta, magari non vuole marchette. Non ne ha certo bisogno, uno così..." disse Carlos.
Pablito si alzò.
"Io comunque ci provo, e ci sto anche gratis, ve lo dico io. Ciao, belli!" e si avvicinò al bancone, sedendo nello sgabello di fianco al ragazzo.
"Salve, io mi chiamo Pablo. Sei straniero?" disse sorridendo al nuovo arrivato e tendendogli la mano.
L'altro lo guardò, dapprima incerto, poi ricambiò il sorriso, strinse la mano di Pablito e, in uno spagnolo approssimativo, disse: "Buon giorno. Io sono Kiril, sono ucraino. Parli inglese?"
"No, e nemmeno ucraino. Ma tu parli spagnolo, no?"
"Poco poco. Posso offrire una bevanda?"
"Grazie, birra anch'io."