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una storia originale di Andrej Koymasky


pin JAUME DI SITGES CAPITOLO 12

Kiril telefonò tre giorni dopo.

"Jaume? Disturbo?"

"No no... aspettavo che chiamassi. Speravo di vederti una di queste sere. Stai bene?"

"Sì, bene, grazie. E tu?"

La voce era lieve, quasi il ragazzo parlasse sottovoce.

"Benone. Sei libero alle 14,30?"

"Sì... perché?"

"Ti va di vederci? Ad Aiguadolç."

"Certo, va bene. In che punto?"

"Sai il campo di calcio? C'è un chiosco all'angolo, e alcune panchine. Ci troviamo lì? Il primo aspetta."

"Va bene, ci sarò. Sarai solo?"

"No, con te, spero!" rispose Jaume scherzoso.

Kiril rise allegro: "Ok, stallone, ci vediamo."

"A presto, puledro."

Jaume, finito il turno di pranzo, si cambiò e si affrettò verso Aiguadolç. Mentre passava Avinguda de Roig i Raventós incrociò Carlos.

"Hola, Jaume! Come stai?"

"Bene, e tu?"

"Bene. Ho un avvocato madrileno che m'aspetta al Baluard Vidal. Uno pieno di soldi."

"E come mai allora da queste parti?"

"Ho accompagnato Kiril al campo sportivo. Ha un appuntamento lì e non sapeva andarci. Pare che abbia un buon cliente..."

Jaume sorrise ma non disse che era lui che Kiril aspettava.

"Che tipo è Kiril?"

"L'hai conosciuto, no? Bravo ragazzo. Taciturno. Cioè, no, parla volentieri, ma non dice mai niente di sé. Misterioso, ecco. Però simpatico. Ti interessa?"

"Beh, è bello..."

"Bello sì! Io ho provato a farci l'amore. Ci sono riuscito solo una volta, appena arrivato. Poi, in bella maniera, m'ha detto di lasciar perdere che non sono il suo tipo. Anche con Pablito ha fatto all'amore un paio di volte, ma poi Kiril ha smesso. Pablito c'è rimasto male, credo, s'era preso una scuffia..."

"Farà troppe marchette e perciò a casa vorrà stare un po' tranquillo, sai com'è."

"È probabile. Beh, ciao, devo andare. Non voglio far aspettare il mio avvocato. È un ciccione, ma paga proprio bene."

Jaume s'affrettò. Tagliò per il parco e finalmente arrivò al luogo dell'appuntamento con Kiril. Mentre s'avvicinava lo vide e il suo cuore fece un tuffo. Era tutto vestito di bianco, un paio di jeans attillati, un T-shirt e scarpe da ginnastica, pure bianche, immacolate. Mentre s'avvicinava, lo vide accoccolarsi davanti ad un bimbetto di circa cinque anni e dirgli qualcosa. Il bimbo rispose. Jaume s'avvicinò incuriosito. Kiril non l'aveva visto arrivare e lui fece in modo di giungergli silenziosamente alle spalle.

"... e grande. Ma sei sicuro di non esserti perso?"

"No, c'è mio fratello. Parli buffo tu."

"Sono straniero. Ma dov'è tuo fratello?"

"Lì." indicò il bimbo in una direzione vaga alle sue spalle.

"Lì dove?"

"Lì con la sua fidanzata. M'ha detto che viene subito. Perché sei straniero?"

"Perché sono nato lontano lontano. Allora tu stai buono qui, non ti muovere, d'accordo?"

"Certo. Se sto buono mi comprano il gelato. Lontano lontano quanto?"

"Più lontano del mare..."

Kiril s'alzò e carezzò la testa al piccolo.

Allora Jaume disse: "Non credi che sia un po' troppo giovane per te?"

Kiril ebbe come un sussulto e si girò. Vide il volto sorridente di Jaume e s'aprì in un sorriso radioso.

"Oh, tu! M'avevi fatto un po' paura..."

"Coscienza sporca, allora. Corruttore di minorenni!"

"Ma va' là, scemotto. Semmai cercherei di corrompere te, stallone."

"Già fatto, puledro: m'hai corrotto. Ma se sei buono ti compro un gelato. Anche se parli buffo."

"Cosa devo fare per essere buono?"

"Lo sai cosa mi piace fare con te, no?"

"Allora non ho bisogno del gelato. Ho di meglio da leccare."

"Impudente! Come ti permetti!" disse Jaume facendo il volto accigliato. Poi fece un sorriso birichino e disse: "Quello, più tardi, stasera... Adesso lo vuoi un gelato? Un gelato vero?"

"Stasera non posso, ho un appuntamento. Non hai tempo adesso?"

"Qui? Nel parco? In pieno giorno?"

"Ma no, finto tonto! A casa tua."

"Non facciamo in tempo. Alle 4 ho lezione di tedesco, purtroppo."

"Beh, sono le 2,40..."

"Andare fino a casa, tornare... avremmo solo il tempo per una sveltina. No. Con te voglio non avere fretta. Domani sera?"

"Sono libero. Allora comprami un gelato, va'!"

Jaume ne comprò due. Si inoltrarono fra gli alberi e sedettero sull'erba. Mentre leccavano il gelato Kiril lo guardava.

"A che pensi?" chiese Jaume.

"Non lo immagini?"

"Porcaccione!"

"Non ti piace?"

"Troppo. Me l'hai fatto venire duro, tu, con certe allusioni..."

"Tu me l'hai fatto rizzare appena t'ho visto."

"Non si nota niente. Eppure hai i calzoni attillati."

"Un mio trucco. Indosso una conchiglia da ballerino. L'indosso sempre quando ho i calzoni attillati. Quando è molle lo fa sembrare più grosso e quando è duro non mi fa vergognare. Comoda."

"Astuto. Così hai sempre un bel pacco in forma in qualunque condizione ti trovi. Ma non ti sta stretta, adesso?"

"Stretta sì! Lui protesta che vorrebbe venir fuori... per te. Si sente in gabbia."

Jaume sorrise ed annuì. Poi gli chiese: "Avuto molti clienti, in questi giorni?"

"Sì, m'è andata bene. E tu?"

"Anche. Ho conosciuto un industriale di Bergamo niente male."

"Bergamo? È qui in Spagna?"

"No, Italia del nord. Giovane, pieno di soldi, generoso e pieno di voglia..."

"Il cliente ideale, insomma."

"Già, specialmente quando ci sa anche fare a letto. E tu? Grandi conquiste?"

"Un giornalista tedesco, una coppia di belgi, un vetrinista di Monaco ed un militare basco in licenza. Ah, e un ginecologo di Siviglia."

"In tre giorni? Sei un campione."

"No, in due soli giorni."

"E hai ancora voglia di fare all'amore con me?"

"Certo. Quelli erano solo gli antipasti. Tu sei il piatto forte. E ho faaaameee, di te."

"Beh... grazie. Stasera con chi hai appuntamento?"

"Col militare basco. Stasera tocca a me usare la stanza."

"Ti piace?"

"Carino, sì. Tenero. Non c'è male."

"Meglio di me?"

"Impossibile!"

"Allora dagliela buca e vieni da me, dai."

"No, gliel'ho promesso. Io non manco mai alla parola data. E poi l'altra volta abbiamo dovuto farlo alla veloce, in spiaggia. Stasera voglio farmelo con comodo, a letto. Voglio proprio godermelo."

"Ma allora ti piace!"

"Geloso?" chiese Kiril scherzoso e provocante.

"No, che c'entra. È il mestiere. E poi quelli se ne vanno. Noi restiamo, no?"

"Già. Sai che ho voglia di baciarti?"

"Anch'io. Sei molto sexy, tu."

"Me l'ha detto anche il militare. Mi ha detto che sono un angelo..."

"Sei un demonio, altro che! Scherzo... sei davvero bellissimo. Sai che non vedo l'ora di rivederti nudo?"

"Se non la smetti, mi spoglio qui."

"Sì dai... almeno la maglietta te la potresti togliere, no? È pure caldo, oggi... Fatti vedere, dai..."

"No. Ho già troppa voglia... Ah, ti ho portato questo. Ho visto che hai molti libri e... spero che ti piaccia."

Gli porse un pacchetto che Jaume aveva già notato prima. Lo aprì: era un libro fotografico sull'Ucraina. Jaume lo sfogliò.

"Bello. Dove l'hai trovato?"

"A Barcellona, ieri, per te."

"È bello il tuo paese, mi piacerebbe visitarlo..."

"Io non ci sono mai stato, purtroppo. Mi piacerebbe andarci una volta... Il mio paese è l'America, ormai. O qui, ora."

"Hai avuto anche il tempo di andare fino a Barcellona, ieri?"

"La notte prima, col giornalista, al suo albergo. Così ieri mattina, prima di tornare qui, sono passato in libreria."

"Per me?"

"Certo. Ti stupisce?"

"No... ma mi fa davvero piacere. Non ci hai messo la dedica, però."

"Te la scrivo domani sera, a casa tua, se vuoi."

"Se te ne lascerò il tempo!" disse Jaume allegro.

"Mmmh! Promette bene la serata, allora!"

"Kiril?"

"Sì?"

"Ho voglia di te."

"Anch'io."

"Io salto tedesco. Vieni?"

"No. Non voglio che rinunci ai tuoi impegni per me. Aspettiamo domani sera. Sarà bellissimo, vedrai!"

"Kiril... ho voglia di prenderti, poi di farmi prendere da te. L'altra volta non m'hai preso, tu. Cavolo, come ce l'ho duro! Vieni a casa mia, adesso, dai!"

"No. Domani sera vengo da te. E mi prenderai, poi io prenderò te. Non vedo l'ora di sentirti di nuovo dentro di me, sai? Ma anche di mettertelo. E ho anche voglia di fare un bel sessantanove e tutte le altre cose. E di baciarti. Sai che baci bene?"

"Io faccio tutto bene, sono un vero professionista!" scherzò Jaume per non lasciarsi andare.

"Lo so."

"No che ancora non lo sai. Non sai come sono bravo a prenderlo di dietro, per esempio..."

"Lo scoprirò presto, comunque. Non vedo l'ora..."

"Vieni a casa mia..."

"No, Jaume. Non insistere per favore. Anch'io voglio avere tutto il tempo. Mi prometti che domani sera non mi mandi via, dopo? Mi fai dormire con te?"

"Certo. Ma credo che non riuscirai a dormire."

"Per me va bene. Il problema è tuo: dopodomani sei tu che devi alzarti per andare al lavoro, non io. Io sono libero."

"No, dopodomani ho riposo."

"Davvero? Meglio così, allora. E sarò io a non farti chiudere occhio, stallone, promesso!"

"Ci conto, puledro." disse Jaume e guardò l'orologio. "M'accompagni fino a lezione di tedesco?"

"Volentieri. Dov'è?"

"In centro, in Carrer de Sant Damià."

"Andiamo."

Camminarono uno a fianco all'altro, parlando fitto fitto, ridendo. A volte qualcuno si girava a guardare quei due ragazzi stupendi, così diversi fisicamente ma così ben accoppiati, ma loro erano incuranti, che fosse una donna o un uomo, assorti nella loro conversazione. Al monumento di Santigo Rusiñol, girarono in Carrer de Sant Sebastià, poi in Sant Damià. Qui Jaume suonò ad un portoncino. Quando questo s'aprì, Jaume entrò e si girò verso Kiril.

Questi gli sorrise: "A domani sera, allora. Da te."

"Aspetta, entra un attimo..." disse Jaume e lo tirò dentro con sé, nel corridoio, chiuse la porta sospingendovi contro l'altro ed addossandoglisi lo abbracciò e lo baciò in bocca.

"Jaume, che fai!" È pericoloso!" sussurrò Kiril rosso come un peperone.

"No, dovevo farlo. Qui non ci vede nessuno. Senti come ce l'ho ancora duro! Senti!" disse e guidò la mano dell'amico fra le sue gambe.

Questi lo palpò e sorrise: "Sì... ma ora vai..." disse con dolcezza Kiril.

Ma Jaume gli si sfregò addosso con tutto il corpo e lo baciò di nuovo.

"Oh Jaume... ma se viene giù il tuo professore?" protestò debolmente Kiril, carezzandogli la nuca.

"È frocio anche lui. Al massimo prova a toccarci..."

"Ma se viene gente?"

"Abita solo lui, qui. Dai..."

"Jaume, ti prego... Se continui così mi fai venire e mi sporco tutto! Ti prego... mi piace troppo... smetti..." mormorò concitato ed emozionato.

Jaume annuì e si staccò da lui. Emise come un sospiro trattenuto, fece spallucce, poi bisbigliò: "Cavolo! Se non mi dicevi di smettere, ti prendevo qui! C'è mancato poco, ti giuro. Tu mi fai bollire il sangue, puledro!"

"Sì... e tu mi fai morire di voglia, stallone. Ciao, adesso."

Mentre si salutavano una voce di sopra chiamò: "Jaume, sei tu? Perché non sali?"

"Eccomi professore, arrivo! Vengo subito." gridò Jaume alla volta delle scale, dette un altro rapido bacio a Kiril, riaprì la porta ed il ragazzo scivolò svelto in strada.

Quindi, richiusala senza far rumore, salì le scale a due a due per la lezione di tedesco.

Jaume era solito pagare le sue lezioni in natura, permettendo al professore di succhiargli il membro. Ma questa volta, appena l'uomo gli si inginocchiò davanti e glielo prese in bocca, piacevolmente stupito di trovarlo già eretto, Jaume venne subito con foga, chiudendo gli occhi e pensando a Kiril. Il professore si alzò leccandosi il labbro.

"Ehi, ragazzo, che ti è successo, oggi? Appena t'ho toccato sei esploso come una bomba!"

"Mi dispiace... ero su di giri..."

"Me ne sono accorto. Pazienza. Dai, cominciamo la lezione, adesso."

Ma Jaume faticava a seguire, ad applicarsi. La sua testa era piena di Kiril, del suo sorriso, della sua voce calda e sensuale. Il desiderio che provava per il ragazzo era prorompente, assoluto, enorme. Jaume ne era quasi spaventato. Non aveva mai provato nulla di tanto intenso, in tutta la sua vita. E quel che lo attraeva in Kiril non era solo l'aspetto fisico, o il modo di fare l'amore, ma tutta la personalità del ragazzo che lui veniva man mano scoprendo.

Ad un certo punto il professore lo scosse: "Ehi, Jaume, dove sei? È inutile che mi affanno a spiegarti se..."

"Mi scusi, professore. Ho paura che... che mi sto innamorando!" mormorò Jaume e subito arrossì per quell'involontaria, istintiva ammissione.

"Per quello eri così eccitato, oggi?"

"In un certo senso, sì..."

"Lo conosco?"

"No."

"È bellissimo innamorarsi."

"No, è orribile. Non devo innamorarmi, non posso."

"Non puoi? Che senso ha?"

"Col mio mestiere, no."

"Non parli certo del ristorante..." disse l'uomo con lieve ironia, "quindi dell'altro."

"Certo. Una marchetta non può innamorarsi."

"Una marchetta è prima di tutto un essere umano. E tu, poi, sei una marchetta molto strana, particolare..."

"Strana? Che vuol dire?"

"Atipica. Hai un buon lavoro, non hai bisogno di far marchette."

"Più soldi ho, meglio sto."

"È vero, ma tu sei diverso. In fondo badi poco ai soldi, in realtà. Mi chiedo perché tu ti sia messo a far marchette."

"Una lunga storia..."

"Tanto oggi è inutile far lezione. E io sono un buon ascoltatore..."

"No, mi scusi professore. Non mi va di parlarne. Cercherei solo scuse ad alta voce."

"Mai stato innamorato, prima?"

"Sì, tre volte. Tre fallimenti."

"Così adesso hai paura."

"Forse. Ma ormai credo che innamorarmi sia la peggiore bestialità. Chi si innamora... cede le armi, per così dire. Resta nudo, indifeso. E così ci rimette, è sopraffatto, usato, e poi buttato via."

"Non necessariamente. Se anche l'altro è innamorato si è alla pari."

"Già. Ma per scoprire se anche l'altro ama, uno deve aprirsi, compromettersi, subire le conseguenze. L'ho fatto per tre volte. Adesso basta."

"Magari proprio adesso che dici basta, sarebbe la volta buona. Non è un peccato?"

"O magari invece mi buscherei la quarta legnata."

"Uno non può evitare di innamorarsi. Quando succede... succede."

"Ma uno può ucciderlo, il proprio sentimento, metterlo in gabbia, non lasciarlo trapelare..."

"Certo, è difficile ma è possibile. Ma così uno uccide se stesso, mette in gabbia la parte migliore di sé, non credi? Tu sei un ragazzo notevole. Sarebbe un vero peccato, credimi."

"Lei fa presto a parlare. Evidentemente non ha sofferto quanto ho sofferto io..."

"No, ragazzo mio. Ognuno conosce le proprie sofferenze e non sono mai paragonabili a quelle degli altri. Per ognuno di noi le proprie sofferenze sono enormi e quelle degli altri sopportabili. E ognuno di noi si sbaglia. Comunque, se più o meno di te non lo so e non m'interessa saperlo, anche io ho sofferto. Ma non ho mai avuto paura di soffrire, perciò non mi sono mai chiuso in una gabbia e sono ancora vivo anche se ho passato il mezzo secolo. Conosco invece ragazzini, anche più giovani di te, che sono già morti dentro. Cadaveri. Puzzano. Non hanno più ideali, non più sogni, non più desideri impossibili, non amore, non illusioni, non generosità, né curiosità, né... Sono morti. E mi dispiacerebbe vederti fare la stessa fine. Vedi, io mi accontento di succhiarlo a te, o di farmelo mettere da Antoni o da Robert. Ma continuo a sognare che un giorno incontrerò l'uomo che non lo farà in cambio di una lezione, o di qualche altro piccolo favore, ma che lo farà per amore, come lo faceva il mio Ramon..."

"Era il suo amante?"

"Sì. Abbiamo vissuto assieme per venticinque anni. Poi è morto, quattro anni fa. Ma non avrei mai conosciuto il mio Ramon se mi fossi chiuso in me stesso alle prime cinque o sei terribili delusioni d'amore. E così, avrei perso venticinque anni di vera vita."

"Ma ora lui è morto. E lei è solo."

"No, Jaume, non sono solo. L'amore non è morto, in me."


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