Al ristorante Jaume ripensava ora a Kiril, ora al suo professore di tedesco. Quell'uomo, che lui dentro di sé aveva giudicato con sufficienza come un vecchio patetico succhiacazzi, era invece un uomo solo, assetato d'amore. Ora quasi si vergognava della condiscendenza con cui "pagava" le sue lezioni. Quell'uomo che gli si inginocchiava davanti, che glielo succhiava con tanto desiderio, era un essere umano degno di tutto il suo rispetto. E lui, anche se lo stimava come insegnante, non l'aveva mai valutato come essere umano. Ed ora se ne vergognava, sì, se ne vergognava davvero.
"José, a quel tavolo manca il pane. Non stare con la testa fra le nuvole!" sussurrò ad un cameriere.
Avrebbe dovuto aspettare più di ventiquattr'ore per rivedere Kiril. Per annegare in quegli occhi azzurri-viola come un'aurora d'estate. Per perdersi in quel corpo dalla pelle color dell'oro chiaro, così bello, così sensuale. Per passare le dita fra quei riccioli color dell'oro antico, così soffici. Per sentire le mani delicate e le labbra calde e morbide dell'amico viaggiare per tutto il suo corpo, esplorarlo, sconvolgerlo. E lui a sua volta dedicarsi anima e corpo a Kiril, svegliarne i sensi, portarlo all'esplosione del piacere, sentirlo fremere fra le sue braccia e le sue gambe e fremere con lui.
"Bentornato, signor Conte. Signora. Il loro tavolo è pronto. Se vogliono seguirmi..." disse Jaume con un breve inchino al cliente ed alla sua nuova compagna. Quello dava buone mance, proprio perché Jaume trattava ognuna delle sue nuove conquiste come se fosse sempre la moglie... e questo alle ragazze faceva piacere. Tutto il trucco era in quel "signora" invece che signorina, e in quel "loro" tavolo...
Jaume ci sapeva indubbiamente fare.
Come dio volle la sera passò, Jaume tornò a casa e si cambiò. Decise che doveva trovarsi un cliente, quella sera, uno che lo aiutasse a non pensare a Kiril, uno giovane e bello.
Andò al Parrot's Pub. Lì c'erano spesso ragazzi giovani. Magari con pochi soldi, ma bella gente. Entrò, salutò il barman ed ordinò una birra. Mentre aspettava guardò nello specchio la sala alle sue spalle. C'erano altre due marchette, Robert che parlava con un giovanotto che aveva l'aria di essere uno yankee, e Julio, ancora solo, appoggiato accanto al juke box, che esplorava lentamente la sala valutando i clienti ed aspettando un cenno.
Ad un tavolo notò un ragazzo sui diciannove, venti anni, solo. Pareva un tipo timido, sperso. Molto carino: capelli castano scuro lisci e corti, pelle chiara, un corpo ben modellato che s'intravedeva da un camiciotto aperto sul petto e da un paio di shorts in jeans. Girava fra le mani un boccale di birra pieno a metà, lo sguardo perso nella schiuma bianca. Jaume prese il suo boccale ed andò dritto al tavolo del ragazzo.
"Posso sedermi? Aspetti qualcuno?"
"No, siedi pure..."
"Io mi chiamo Jaume. Nuovo di qui?"
"Arrivato l'altro ieri."
"Sei basco, vero?"
"È così forte, l'accento?" chiese l'altro lievemente imbarazzato.
"No, ma io ci sono allenato, sbaglio raramente. Io sono catalano, invece."
"Di qui?"
"Sì. Ti fermi molto?"
"Altri quattro giorni. Sono in licenza."
"Ah, militare. Dove?"
"Valencia."
"E... come mai sei venuto fin qui?"
"Beh... per... mi han detto che qui... ci si può divertire." disse il ragazzo arrossendo ed il suo sguardo ripiombò imbarazzato sulla schiuma della sua birra.
"Sì, è vero. Specialmente se si trova un amico con cui divertirsi. Ma qui è facile trovare amici, no?"
"Dici?"
"Tu sei ancora solo? Eppure sei proprio un bel ragazzo."
"Grazie... Sì, sono solo."
"Strano. A me, per esempio, piacerebbe conoscerti meglio. Più... intimamente, voglio dire. Mi capisci, no?"
Il ragazzo arrossì violentemente ma annuì senza guardarlo. Allora Jaume gli sfiorò una mano.
"Qui c'è troppa gente, troppo rumore. Usciamo a fare due passi, ti va? Così possiamo parlare tranquilli."
L'altro annuì di nuovo. Finirono le loro birre ed uscirono. Passeggiarono fino al lungomare, costeggiarono la Platja de la Ribera, poi la Bassa Rodona. Il ragazzo gli parlava del servizio militare, degli scherzi dei compagni e sembrava aver perso un po' della sua timidezza.
"Non hai nessun amico... intimo, fra gli altri soldati?" chiese Jaume sottolineando la parola "intimo".
"No, scherzi? Solo amici così, tanto per dire."
"Dev'essere una sofferenza, aver vicini così tanti bei ragazzi e non poterci far niente, no?"
"Beh, certo..."
"Senti, io abito qui a due passi. Ti va di venir su da me? Beviamo qualcosa e..."
L'altro lo guardò un attimo, poi, abbassato di nuovo lo sguardo, disse: "Io... mi piacerebbe, ma... vedi, ho pochi soldi, sono un soldato e... se tu lo fai per soldi..."
Jaume sorrise: "Non lo faccio per soldi. Tu mi piaci. Vieni?"
L'altro arrossì di nuovo ma lo guardò: "Scusami, mica volevo offenderti. È che ieri sera ho conosciuto un altro ragazzo, bellissimo, biondo, alto, un francese... Ma lui faceva marchette e voleva 20.000 pesetas, così niente. Già 2000 sarebbero state tante, per me."
"Ventimila? Cavolo! Come si chiama?"
"Mi pare Jacques."
"Ah, si chiama come me, ma in francese. No, vieni su tranquillo, io sono gratis! Ma non m'hai ancora detto come ti chiami..."
"Oh, scusa. Sono Mikel."
"Vieni, Mikel. Non m'interessa il tuo portafogli, ma qualcos'altro che hai in quei calzoncini..." disse ridendo Jaume prendendolo a braccetto e guidandolo verso casa sua.
Per un momento aveva pensato che si potesse trattare di Kiril! Ma Kiril col suo soldato basco ci aveva fatto una sveltina e proprio stasera se l'era portato in camera. Evidentemente era qualcun altro, anche se lui non sapeva di nessun francese biondo con quei prezzi. Forse questo Jacques era una marchetta appena arrivata dalla Francia, uno stagionale.
Portò su il soldatino basco. Prima lo fece sedere in salotto e gli offrì una birra. Cominciò a carezzarlo, a baciarlo. Mikel rispose subito con calore e parve perdere a poco a poco la sua timidezza. Jaume gli sfilò il camiciotto e cominciò a baciarlo sul petto mentre gli carezzava il collo e la schiena.
Mikel gli aprì la camicia e gliela tolse: "Jaume, sei... bellissimo!"
"Anche tu mi piaci, Mikel. Dai, aprimi i calzoni, toccami lì, sentilo com'è già sull'attenti, il mio soldatino."
Mikel ridacchiò ma non si fece pregare due volte. Dopo poco erano entrambi nudi, ritti in mezzo al salotto, che si strofinavano uno contro l'altro, si toccavano, si palpavano eccitandosi a vicenda.
"Cosa ti piace fare, Mikel?"
"Io... mi piacerebbe... ecco, ti va di incularmi? di fottermi?" chiese arrossendo per l'ennesima volta.
"Certo, certo che mi va. Hai un bel culetto, tu."
"Hai un letto? Mi piace di più farlo su un letto..."
"Vieni, allora." disse Jaume e lo portò nella stanza degli specchi.
Appena accesa la luce, il ragazzo si guardò attorno, spalancò gli occhi e disse: "Uau! Che bello! Sembra di fare un'ammucchiata, qui. Guarda tutti quei ragazzi coi cazzi dritti!"
"Sì, e guarda fra poco che belle inculate: goditele tutte. Vieni qui sul letto... ecco, mettiti giù, così, a quattro zampe. Guarda, guarda negli specchi... C'è tutta la caserma che ha voglia di fottere, vedi? Guarda gli altri che si avvicinano, guarda come gli allargano le chiappe, sono pieni di voglia, vedi?... ecco, adesso gli spalmano la crema sui buchetti pronti a ricevere quei bei cazzi duri..."
"Sì, è bellissimo, dai, dai..."
"Ecco, guarda quelli dietro come glieli puntano dritti e duri, come tengono fermi per la vita i soldatini a quattro zampe, come adesso glieli stanno spingendo dentro, tutti assieme, tutti allo stesso tempo..."
"Sì, tutto fino in fondo, forte... oh... oh che bello, così... sì..."
"Guarda, adesso quelli dietro prendono il cazzo in mano ai soldatini e mentre li fottono, glielo menano..."
Continuarono così, in quel misto di gioco, di spettacolo, di passione finché entrambi vennero lanciando rochi mugolii di piacere.
"T'è piaciuto, Jaume?"
"Sì, certo. E a te?"
"Accidenti! Era già da un po' che dovevo contentarmi di battermelo da solo. Cazzo! Sai che ci sai proprio fare? Senti... ti andrebbe se ci si rivede? Magari domani?"
"No, non posso. Domani sera mi devo vedere con un amico."
"Oh, peccato... Io speravo..."
"Fermati qui, stanotte. Più tardi, prima di dormire, se vuoi lo facciamo ancora. E magari anche domattina prima che io vada a lavorare..."
"Davvero? Va bene, grazie. Sai, poi chissà per quanto tempo dovrò di nuovo battermelo da solo ai cessi, in caserma... Devo fare il pieno, in questi giorni, mi capisci, no?"
"Certo che ti capisco, soldatino." disse Jaume scompigliandogli i capelli in un gesto affettuoso.
Faceva caldo. Jaume scese dal letto, aprì un po' la porta verso la veranda e spense la luce.
"No, per favore. Mi piace vedere i nostri due corpi nudi riflessi tutto attorno. Riaccendi..."
Jaume fece un risolino ma riaccese. Poi tornò sul letto.
Mikel gli cinse le spalle con un braccio. Poi gli chiese: "Tu ce l'hai il ragazzo?"
"Io no. E tu?"
"Io sì. Si chiama Juan, ha ventisei anni."
"Allora perché non sei andato da lui, questi giorni?"
"Non potevo. È in Germania per lavoro."
"Quando torna?"
"Non torna, è emigrato là."
"Ma allora..."
"Finito il militare, mi aspetta. Ha già trovato casa e dice che c'è lavoro anche per me."
"Gli vuoi bene?"
"Certo. Vivremo assieme, per sempre."
"Per sempre? Non ti pare un po' troppo?"
"Se si è innamorati no, è troppo poco."
"Ma se l'amore finisce?"
"Noi due mica lo lasceremo finire."
"Ma uno dei due un giorno potrebbe stancarsi, cambiare idea. Allora l'altro soffre."
"Ma i giorni belli passati assieme, quelli, nessuno glieli può più rubare."
"Quanto tempo è che state assieme?"
"Cinque anni."
"Cinque? Allora tu ne avevi quindici, quando vi siete messi assieme?"
"Sì, e lui ventuno."
Jaume scosse la testa e sorrise, ma non disse nulla.
Quando il mattino seguente si salutarono, Jaume gli disse: "Lo dirai al tuo Juan di me? Di questa notte?"
"Certo, ci diciamo tutto, noi."
"E lui non ci starà male?"
"No, perché quando glielo dirò sarò fra le sue braccia. Se c'era lui, mica ci venivo con te." Mikel arrossì. "Oh! Non volevo dire... tu sei bellissimo e simpatico e mi piace come m'hai preso, tutte e tre le volte. Ma io sono innamorato di lui."
Jaume gli scompigliò i capelli: "Ciao, soldatino. Buona fortuna a te e al tuo Juan."
"Ciao, grazie. Io sto alla pensione della Traversa Balmina... se per caso..."
"Vedremo, ma è difficile. Sono molto occupato in questi giorni. Beh, ciao Mikel, allora."
"Ciao. Grazie."
"Grazie di cosa? Il piacere è stato reciproco, no?"
"Io lo so che tu forse... di solito ti fai pagare: la stanza con gli specchi... e poi... perciò grazie."
"È stato bello. Mi hai pagato, sta' tranquillo, più che con i soldi. Ciao e auguri, Mikel."
"Auguri, Jaume. Ti scriverò: ho rubato un tuo biglietto da visita!" disse il ragazzo scendendo le scale a quattro a quattro.
Jaume sorrise: sul biglietto da visita non c'era il suo indirizzo, solo il numero di telefono. Andò al lavoro. Bene o male la giornata passò. La sera, finito il secondo turno di lavoro, si precipitò a casa. Giunto in cima alle scale, seduto sull'ultimo gradino, c'era Kiril che lo accolse con un sorriso radioso.
"Sei già qui?"
"Non vedevo l'ora di stare con te. Sei bellissimo vestito da cameriere, elegantissimo."
"Dici?"
"Ti preferisco nudo, però."
"Non così forte qui fuori! I vicini..."
"Non sanno nulla di te?"
"Non lo so, ma non mi va di dirlo ad alta voce."
"Scusa, ma m'è venuto spontaneo. Perché è vero."
Entrarono e subito si baciarono. Tale era il desiderio che agitava entrambi che in un attimo furono nudi e le loro membra si intrecciarono sul letto della camera di Jaume: dietro di loro avevano lasciato una lunga traccia di abiti, fra la porta d'ingresso e la camera da letto.
Fecero l'amore con un misto di selvaggio e di dolcezza, donandosi l'uno all'altro senza alcuna riserva. Poi, per il momento appagati, si stesero strettamente allacciati, carezzandosi.
Dopo un po' Jaume propose: "Fa caldo. Andiamo in terrazza."
Si stesero sul materassino fra le piante, abbracciati di nuovo.
"Domani è il tuo giorno di riposo, hai detto."
"Già."
"Perciò posso fermarmi qui da te fino a dopodomani, giusto?"
"Certo ma... non hai altri appuntamenti?"
"No, li ho disdetti, e tu?"
"Per me?"
"Per noi. Per me e per te."
"Mi piace stare con te, Kiril."
"Anche a me, molto. Peccato che non possiamo metterci assieme. Saremmo una bella coppia."
"Sì, ma..." iniziò Jaume, ma non aggiunse altro.
"Guarda che luna! È piena."
"No, domani è piena, ma è bella."
"Ci guarda."
"Per quello sorride."
"Sorride?"
"Non vedi?"
"È vero... Perché sorride?"
"Perché siamo belli: due maschi, nudi..."
"La luna è gay?"
"Non lo sapevi?"
"No. Ho voglia di baciarti..."
"Baciami."
"Jaume... è meglio che me ne vada, che torni a casa..."
"Eh? Come? Perché?"
"Ho paura che... ho paura che mi sto innamorando di te. Due marchette non possono innamorarsi, non devono. Ma tu stai diventando troppo importante per me. Ho paura, Jaume."
"Anche tu... speravo di essere solo io a... Oh, Cristo!"
"Non bestemmiare. Però è un bel casino, vero? È meglio che vada via perciò, no?"
"Io... non lo so. Perché non possiamo essere solo due buoni amici? Una scopata ogni tanto... sarebbe bello, no? Sarebbe bello."
"Io non ho fatto una scopata con te... io ho fatto l'amore, temo."
"Già, anch'io. Questo è il guaio."
"E adesso, che facciamo?"
"Non lo so. Non lo so. Io... io ci sto male a pensare che tu... che tu vai via, adesso. Senti, io ho abbastanza soldi per tutti e due: smetti di far la vita!"
"Smetti tu, allora! Credi che mi fa piacere a me sapere che stai con un altro... con tanti altri?"
"Non posso. A me piace, e poi... e poi ci conosciamo ancora troppo poco... io potrei essere un mostro, che ne sai? o magari tu. No, tu no, è impossibile. Kiril?"
"Dimmi..."
"Non dobbiamo innamorarci. Me lo prometti?"
"Ci possiamo provare. Ma se non funziona? Non è meglio che io me ne vada via adesso, subito... e che non ci vediamo più?"
"No!" fu quasi un grido, quello di Jaume. Poi, con un tono più sommesso, aggiunse: "Forse non è necessario. Io ho voglia di fare l'amore con te, tu sei diverso da tutti gli altri. Con gli altri spesso mi piace. Come col ragazzo di ieri notte. Ma con te è completamente diverso, credimi."
"Lo so, anche per me... Sei bello, illuminato dalla luna."
"Avevi detto che volevi baciarmi. Che aspetti?"
Fecero di nuovo l'amore, questa volta con una dolcezza struggente. Poi si addormentarono sul terrazzo, avvinghiati.
Quando i raggi del sole svegliarono Jaume, si accorse di essere solo. Saltò a sedere, allarmato, e col cuore in gola chiamò.
"Kiril?"
Non ci fu risposta. Jaume si sentì il cuore battere forte forte, tambureggiare nelle tempie. Si alzò ed andò in camera sua.
"Kiril?" chiamò con un tono di voce un po' più alto.
Andò in cucina. vuota!
"Kiril?" chiamò quasi gridando.
Percorse tutto l'appartamento. In salotto i suoi abiti erano ripiegati su una poltrona e quelli di Kiril non c'erano più. Si lasciò cadere sul divano e lacrime brucianti gli sgorgarono lentamente. Se n'era andato! Sentì come in un'eco nella testa le parole della notte precedente: "Non dobbiamo innamorarci. È meglio che io me ne vada."
"Oh, Cristo! ma io sono già innamorato di te, Kiril!" disse a mezza voce Jaume, lasciando colare liberamente le lacrime e scuotendo la testa sconsolato.
Dopo poco sentì la chiave girare nella toppa della porta d'ingresso. Fece appena in tempo ad asciugarsi le lacrime ed a balzare in piedi e si trovò di fronte Kiril con un pacchetto in mano.
"Oh! Speravo di tornare prima che ti svegliassi. Ho preso le chiavi dai tuoi calzoni. Ti ho preso delle paste fresche, per colazione..."
"Ah, grazie."
"Spero che ti piacciano. La mattina prendi caffè o tè?"
"Latte, solo latte stamattina."
"Caldo?"
"Sì."
"Vieni, allora, te lo preparo."
"Mi vesto e vengo."
"No, resta così. Mi spoglio di nuovo io, piuttosto. Non è più bello?"
"Se mi stai nudo davanti, chi resiste?"
"E perché dovresti resistere, scusa?" rispose il ragazzo con un sorriso provocante, denudandosi in fretta.
"Vieni, andiamo a far colazione, adesso."