Mikel era partito da due giorni e Kiril ancora non si faceva vivo. Jaume decise di andarlo a cercare a casa durante la pausa pomeridiana. Doveva parlargli, dovevano parlare di loro due, di quello che sentivano, che provavano l'uno per l'altro. Doveva proporgli di pensare seriamente a mettersi assieme, a provarci.
Stava controllando che la sala fosse in ordine, pronta per ricevere i primi clienti, che i due tavoli riservati avessero il cartellino, quando entrò qualcuno. Si girò con il suo solito sorriso di benvenuto quando vide che era Jorge. Era la prima volta che uno dei suoi "colleghi" metteva piede nel ristorante: sapevano che lui non voleva. Jaume gli andò incontro lievemente teso.
"Scusami Jaume, ma devo parlarti."
"Adesso? Che c'è?"
"Kiril. L'hanno pestato."
"Pestato? Chi? Quando? Dov'è ora?"
"A casa, con Pablito e Carlos. È mal ridotto. Pare che l'abbia pestato un cliente, ieri notte. L'abbiamo trovato a letto e non ci siamo accorti di niente. Ma poi, stamattina quando ci siamo svegliati Pablito l'ha visto e ci ha chiamati e..."
"Avete chiamato un dottore?"
"No, non ancora. Carlos chiede se puoi venire tu."
"Cristo, non lo so! Aspettami fuori, vado a parlare col proprietario, vedo se mi lascia uscire adesso..."
Dopo poco era fuori.
"Andiamo, svelto. Mi ha lasciato la mattinata libera. Ma com'è successo?"
"Non lo so. Kiril non ne vuol parlare, dice che non è niente. Ma è mal ridotto. Forse non è grave, ma fa paura a guardarlo. L'han pestato proprio bene..."
Corsero quasi, salirono nell'appartamento dei ragazzi. Jaume si precipitò al letto di Kiril. Questi, quando lo vide, abbozzò un sorriso e fece una smorfia di dolore. Aveva un occhio violaceo e gonfio, il naso tumefatto, un taglio sul labbro inferiore che non sanguinava più ma che stava gonfiando. Era una maschera di dolore.
"Kiril, che è successo?"
"Niente... una discussione un po' troppo accesa con un cliente, stanotte. Perché t'han chiamato? Non era il caso, mi dispiace."
Jaume si girò verso Carlos: "Vai subito a chiamare il medico, il dottor Gutierrez in Passeig de Vilafranca al 23, mi pare. Svelto."
"Non è necessario..." protestò debolmente Kiril.
"Tu sta' zitto, so io cosa è necessario. Adesso voglio sapere chi è stato, com'è successo."
"No, non so neanche come si chiama, non è niente. Meglio lasciar perdere..."
"Proprio per niente. Saranno due anni che non capita più che uno di noi venga pestato. E non deve succedere. Dobbiamo sapere chi è e fargliela pagare. Un tipo così è pericoloso per tutti noi, deve sapere che non gli conviene fare il furbo qui a Sitges, che ci sappiamo difendere."
"Ma no, magari non sarà neanche più qui a Sitges... Era solo un po' ubriaco forse, e..."
Jaume insistette ancora ma non cavò una sola parola da Kiril. Frattanto tornò Carlos con il medico. Questi visitò Kiril, poi prescrisse alcune pomate e medicine, dicendo che per fortuna non c'era nulla di rotto e che in due o tre settimane il ragazzo sarebbe tornato a posto, senza nessuna traccia di quella brutta avventura.
Andato via il dottore, Jaume chiamò in cucina gli altri tre ragazzi.
"Kiril non ha voluto dirmi chi è stato. Ma noi dobbiamo scoprirlo. Passate parola a tutti gli amici. Se non sbaglio ha incontrato quel tizio allo Spray. Può darsi che lo bazzichi ancora. Dite che chi lo individua non gli faccia capire niente, gli dia un altro appuntamento e ci avverta il più in fretta possibile. D'accordo?"
"Sì certo. Ma... non sappiamo niente di quello: se è straniero o no, se è alto, basso, vecchio, giovane... Sarà difficile trovarlo." obiettò Jorge.
"No, basta far parlare i clienti, chiedergli se sono andati con altri di noi, come si sono trovati... Magari suggerire che tra noi marchette c'è gente che si meriterebbe una bella battuta..." suggerì Pablito.
Carlos replicò: "Magari non in modo così scoperto, ma credo che possa funzionare. Allora d'accordo. Passiamo parola a tutti gli amici. Vedrai che ci staranno tutti a dargli una bella lezione."
"Ma che gli facciamo, se lo troviamo?"
"Lo pestiamo come lui ha fatto a Kiril, e in più gli facciamo a pezzi i vestiti e lo lasciamo nudo per la strada."
"Ma quello poi ci denuncia, Pablito!" obiettò Jorge.
Carlos gli rispose: "Ma no, tonto, mica ci facciamo vedere in faccia da lui. Gli saltiamo addosso e per prima cosa gli mettiamo un cappuccio in testa."
"Ma chi lo aggancia e lo porta nel posto, quello può essere denunciato." obiettò ancora Jorge.
Jaume allora disse: "No, non ce lo porta, gli dà appuntamento. Poi arriva e lo soccorre. E noi logicamente non ci chiameremo per nome, fra noi. Non avrà nessun elemento per incastrarci."
Così, organizzata la cosa, Jaume tornò da Kiril.
"Cosa discutevate di là? Cosa volete fare?" chiese il ragazzo preoccupato.
"Niente, puledro. Adesso tu stai tranquillo e cerca di rimetterti presto. Ti voglio in forma. Io e te dobbiamo parlare, presto, di cose importanti."
"Importanti? Di che si tratta?"
"Non adesso. Adesso resto qui a farti compagnia."
"Ma non devi essere al lavoro tu, a quest'ora?"
"Sono libero fino ad oggi pomeriggio, non ti preoccupare. Ti fa tanto male?"
"Abbastanza. Era un culturista quello e... - si interruppe, poi soggiunse - no, magari non era un culturista. Era solo ubriaco e..."
"Non capisco perché lo proteggi."
"Ma no, non è che lo proteggo. Non m'importa, ecco."
"Però t'ha pestato. T'ha messo le mani addosso, quel porco."
"Beh, i clienti ci pagano proprio per metterci le mani addosso, no?" scherzò Kiril.
"Già, ma non così. Possibile che non ti sei reso conto che era un tipo pericoloso?"
"No, anzi, mi sembrava a posto. Ma parliamo d'altro, vuoi? Cosa dovevi dirmi di importante?"
"Quando saremo soli..." gli sussurrò Jaume.
Allora Kiril disse: "Pablito, ti dispiace lasciarci soli un attimo?"
"No, Kiril, nessun problema. Tanto c'è Jaume con te. Io vado a fare un po' di spesa per il pranzo e passo a comprarti le medicine. Vado e torno."
"Allora?" chiese Kiril guardando l'amico con l'unico occhio aperto.
"Io... io sono innamorato di te. Vorrei provarci, io e te, a vivere insieme. Appena puoi, ti andrebbe di trasferirti da me?"
"Da te? Dovrei pensarci..."
"Perché?"
"Non so se sarebbe una buona idea. Due marchette innamorate... Non credi che sia sbagliato? Finché si tratta di scopare, io e te, non chiedo di meglio, ma..."
"Cristo! Ma io ti amo. E anche tu mi ami."
"E non bestemmiare!"
"Scusa. Ma è vero quello che dico, sì o no?"
"Temo di sì, ma dobbiamo farcela passare."
"Perché?"
"Io non so se me la sentirei di rinunciare ai clienti..."
"Io ci proverei, almeno. E credo che ci riuscirei."
"Sì, forse tu sì. Ma tu hai un altro lavoro, che ti piace."
"Ne puoi cercare anche uno tu, se ti va."
"Ma se preferissi continuare a fare marchette?"
"Pazienza. Le potresti sempre fare."
"E tu mi vorresti lo stesso con te?"
"Certo, ti accetterei come sei. Non ti chiedo niente, io."
"Ma ci staresti male..."
"E tu? Non ci staresti male se fossi io a continuare?"
"Credo... di sì. Ma anche io accetterei. Anche io non pretenderei niente, da te."
"Solo... una cosa c'è che io ti chiederei..."
"Cosa?"
"Di essere sempre sinceri fra noi due. Di dirci sempre tutto. Sennò comincerebbero davvero i problemi. Uno comincerebbe a chiedersi che cosa non sa, che cosa fa o pensa l'altro, che cosa l'altro gli nasconde. Sarebbe molto peggio, capisci?"
"Certo, sono d'accordo con te. Ma ti rendi conto di quello che mi stai proponendo?"
"Sì, di regalarti tutta la mia vita."
"E non ti fa paura?"
"Sì, e parecchia. Ma credo che ne valga la pena, con te. Non vorrei perderti solo perché ho troppa paura, Kiril. Io ti amo e così... non posso far altro che offrirti il mio amore. E se tu vorrai offrirmi il tuo, non potrà che essere perfetto."
"Jaume... ma se tu sarai deluso di me?"
"E come? Non mi faccio illusioni, io. Ho deciso di non farmene. Mi piaci così come ti conosco e vorrei conoscerti sempre meglio e..."
"Jaume, non vorrei essere proprio io a farti soffrire un giorno."
"Bene. Finora non mi hai mai fatto soffrire, anzi. Ci vuoi provare, con me?"
"Sì... penso proprio di sì. Vero che sono brutto, adesso?"
"Sì, devo ammetterlo. Ma tornerai più bello di prima. Comunque mi piaci lo stesso."
"Non posso neanche darti un bacio, adesso."
"Ci rifaremo."
"Non diciamo ancora niente agli altri, per ora."
"Perché?"
"Prima voglio essere più sicuro, di me, di te... di noi due. Prima proviamo a stare un po' assieme."
"Gli altri capiranno, comunque."
"Può darsi. Quando mi trasferisco da te?"
"Quando vuoi. Appena puoi alzarti."
"Stanotte? Quando esci dal lavoro passi a prendermi?"
"Va bene. Ma perché di notte?"
"Almeno non mi vedono in giro con questa faccia... Dove dormirò? Nella stanza degli specchi?"
"Cosa? Ma con me, in camera mia, no?"
"Certo, scherzavo. Anche se per qualche giorno non è che potremo fare l'amore, temo. Come faremo? Stare vicini senza fare niente? Io avrei voglia persino adesso..."
"Anch'io. Ma ci terremo. Un po' d'astinenza ci farà bene... Sarà anche più bello, quando finalmente potremo farlo, non credi?"
"Diciamo così. Anche se mi pare un po' la storia della volpe e dell'uva acerba. Sai che sei bello, Jaume?"
"Sì, me l'hai già detto..."
"No, sei più bello di quello che t'ho detto. Hai due occhi bellissimi. Sai perché? Perché ci leggo l'amore che tu provi per me..."
"Tu hai un occhio bellissimo, allora, adesso." rispose ridendo Jaume.
"Antipatico! Ti pare il complimento da fare a chi dici di amare?"
"Guarisci in fretta. Ho voglia di baciarti."
"Solo?"
"No. Tanto per cominciare. Poi, sai com'è, da cosa nasce cosa e... Ti desidero Kiril. Ho tanta voglia di fare l'amore con te."
"Possiamo provarci. Basta che non mi tocchi la faccia. Il resto del corpo non fa tanto male..."
"No, preferisco aspettare."
"Peccato. Guarda come s'è tirato su, lui. Ci sperava già, poveretto."
Jaume guardò il lenzuolo sollevato a tenda fra le gambe dell'amico e sorrise. Poi si chinò e, attraverso la tela del lenzuolo, lo baciò lievemente. Kiril sospirò e gli carezzò i capelli.
"No, così è peggio. Se dobbiamo aspettare, è meglio che mi stai lontano. Distanza di sicurezza."
Tornò Pablito e preparò il pranzo mentre Jaume dava le medicine a Kiril e gli spalmava la pomata sulle parti tumefatte. Poi Kiril volle provare ad alzarsi per mangiare con gli amici, anche se in realtà si limitò a sorbire succhi di frutta con una cannuccia ed a mandar giù un po' di crema alla vaniglia.
Jaume tornò a lavorare. Poi la sera andò a prendere Kiril e lo portò a casa sua con tutta la sua roba. Kiril aveva avvertito i tre amici che si sarebbe trasferito da Jaume. Questi immaginarono subito che fra i due doveva esserci del tenero, ma non fecero commenti.
Kiril era già da due giorni a casa di Jaume. Erano riusciti a non fare l'amore, anche se tutti e due, specialmente quando erano a letto assieme, erano eccitati e pieni di desiderio.
I ragazzi ancora non erano riusciti ad individuare il tizio che aveva pestato Kiril. Forse davvero non era più a Sitges. Ma nessuno abbassò la guardia. Un motivo era certamente vendicare uno di loro, ma l'altro valido motivo era far sì che nessuno si azzardasse a toccare uno di loro impunemente, in seguito.
Arrivò una lettera di Mario, che fece molto piacere a Jaume. Non diceva nulla di speciale, solo saluti e l'augurio di trovare la persona giusta. Jaume gli rispose con una cartolina illustrata, in cui lo ringraziava e in cui diceva che forse l'aveva trovata davvero, la persona giusta...
La sera del terzo giorno, verso mezzanotte, squillò il telefono. Era Benito che chiamava dall'Atlantida. Aveva agganciato un cliente, un culturista di Lerida, che gli aveva detto di aver "conciato per le feste" un biondo che "faceva il furbo", una marchetta forestiera, tre giorni prima. Jaume non ebbe dubbi: Kiril s'era lasciato sfuggire che si trattava di un culturista. Gli chiese di trovare una scusa per dargli appuntamento per la sera dopo, al campo sportivo di Aiguadolç.
"Ma quello vuole scopare subito, stasera."
"Va bene, tu vacci. Fallo godere meglio che puoi, chiedigli poco, fatti dare un altro appuntamento. Dove ti porta a scopare, in albergo?"
"No, è venuto qui in auto. Vuole portarmi verso Garraf e farlo in macchina."
"Portalo ad Aiguadolç già stasera, allora. Sai, il boschetto dietro il campo sportivo. Lì starete tranquilli a scopare. Ma vedi di convincerlo a tornare domani sera, o se non può, una delle prossime sere, ma dagli un appuntamento sicuro, chiaro? Non ci deve scappare. Comunque per sicurezza segnati anche la targa della sua auto, senza farti vedere."
"Faccio meglio che posso, Jaume."
"Non fargli capire niente, mi raccomando. Cerca di saperne di più: chi è, cosa fa, se viene spesso, eccetera. E di essere sicuro che è lui che ha pestato Kiril, ma senza dire che lo conosci. Dagli corda..."
"D'accordo, lascia fare a me. Non sarà difficile, è un chiacchierone."
"Richiamami stanotte, quando se ne va. A qualsiasi ora. Così mi dici se sei riuscito a dargli l'altro appuntamento."
"D'accordo. Adesso vado, mi aspetta. Gli avevo detto che dovevo andare al cesso..."
Jaume posò il telefono soddisfatto. Era sicuro che era proprio il tizio che cercavano. Tornò in cucina.
"Chi era?" chiese Kiril.
"Benito. Voleva un consiglio."
"Benito? Carino quel ragazzo. Ha qualche problema?"
"Niente di grave. Andiamo a letto?"
"Sì, stallone. Ma quando possiamo fare qualcosa?"
"Spero presto, puledro. Ma non voglio ancora rischiare di farti male."
"Io rischierei..."
"No. Avrei troppa paura di farti male, non riuscirei nemmeno a fare le cose come si deve. Ancora un po' di pazienza, eh?"
"Va beh... Come vuoi tu. Queste sere non sei andato a battere..."
"Non ne avevo voglia. Poi, con te qui... non mi pare che sia il caso."
"Vi chiudete nella stanza degli specchi..."
"Domani sera forse vado a battere. Contento?"
"Va bene. Tu devi sentirti libero, lo sai."
"Mi ci sento, mi ci sento, stai tranquillo. Domani sera batterò che sarà un piacere. Mica resisto, sai."
"Ti credo, starmi vicino così e non poter far niente. Ti capisco, Jaume."
Il giovane sorrise all'amico. Dentro di sé sorrideva per un altro motivo: già pregustava la vendetta. Sì, sarebbe andato a "battere": l'avrebbero battuto bene, quel disgraziato. Culturista o no, tutti assieme lo avrebbero immobilizzato senza problemi, poi...
Kiril già s'era addormentato. Jaume ne sentiva il respiro lieve accanto a sé. Lui vegliava, la mano accanto al telefono a cui aveva messo la suoneria al minimo.
Verso l'una e trenta squillò. Fece appena un clic e Jaume alzò la cornetta.
"Pronto?" sussurrò appena.
"Jaume, sei tu?"
"Sì, parla."
"Sono Benito. Domani sera, alle 11,45 al chiosco dello stadio. Ha una Seat bianca con una striscia gialla e rossa dal muso alla coda, sul tetto. Non potete sbagliarvi."
"Sicuro che è stato lui, no?"
"Al 99 per cento. Si chiama Domingo."
"Grazie. Tu arriva a mezzanotte, così gli dai una mano... Almeno tu ne sei fuori."
"Sì, me l'han detto i ragazzi. Mi dispiace però non partecipare alla festa. Pestatelo anche da parte mia, lo stronzo! È pieno di merda, crede di essere il dio in terra, quello. Sai, il classico culturista pieno di sé. E poi, quello si picca di essere tutto maschio, solo attivo: dopo averlo pestato fottetelo in culo, rompeteglielo, mi raccomando."
"Vedremo. Tu intanto avverti tutti quelli che puoi, stasera e domani: riunione al chiosco alle 11,15 domani sera."
"Certo, passerò voce, vedrai che ci saranno quasi tutti."
Si salutarono e Jaume posò il telefono senza far rumore.
Kiril dormiva ancora, ignaro e sereno.