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una storia originale di Andrej Koymasky


pin JAUME DI SITGES CAPITOLO 16

Jaume quella sera, appena finito il turno, si cambiò a tempo di record e corse all'appuntamento. C'erano già Xavier, Pablito, Antoni, Jorge, Chico, Juanito, Carlos e Manuel. Poco più tardi arrivarono anche Damià e Pedro. Jaume guardò l'orologio: erano le 11,25. Si appostarono fra i cespugli aspettando che arrivasse quel tale, Domingo il culturista di Lerida. Juanito s'era appostato lungo la strada per vedere che non arrivasse nessuno: era munito di un fischietto da arbitro ed avevano concordato i segnali: 1 fischio per una o due persone, due fischi per tre o più persone, tre fischi per la polizia. Avevano pianificato accuratamente tutto, erano pronti.

Nel parco non c'era nessuno, oltre a loro, ed ora che erano nascosti pareva completamente deserto. Alle 11,40 circa sentirono arrivare un'auto: era la Seat bianca con la striscia giallo-rossa. Parcheggiò accanto al chiosco e spense fari e motore. Il tizio al volante si accese una sigaretta. Xavier scivolò verso la macchina, dalla parte opposta del guidatore, stando steso a terra. Non visto svitò la valvola dello pneumatico posteriore e spinse il nottolino facendola sgonfiare. Si sentì il sibilo dell'aria. Quasi subito il tizio dentro l'auto lanciò una bestemmia e scese, guardando le ruote. Non fece a tempo ad accorgersi che tre ombre gli arrivavano alle spalle. I tre ragazzi lo afferrarono e gli calarono sul capo un sacchetto di tela spessa, legandoglielo attorno al collo. Si divincolò gridando ma frattanto erano arrivati gli altri che lo immobilizzarono: dal numero delle mani capì che erano parecchi e smise di gridare, spaventato.

Chico gli disse, duro: "Zitto e fermo. O ti taglio la gola e i coglioni!"

L'altro s'immobilizzò e disse: "Che volete? Ho pochi soldi, prendeteli. Non fate cazzate."

Si sentì spingere a terra ed i ragazzi cominciarono a spogliarlo. L'uomo protestò debolmente ma non si oppose. Frattanto Antoni e Jorge stavano svuotando la macchina di tutto quello che era asportabile, dall'autoradio alla ruota di scorta.

L'uomo era stato denudato completamente ed i ragazzi avevano cominciato a pestarlo sistematicamente, in silenzio, L'uomo gridò di nuovo ma appena sentì qualcosa di freddo contro la gola, si immobilizzò e tacque di nuovo, lasciandosi solo sfuggire bassi gemiti di dolore.

Chico gli disse: "Quattro giorni fa ti sei divertito a pestare uno di noi, brutto porco. Adesso la paghi, stronzo di merda!"

L'uomo gemette: "Ma quello voleva fregarmi, il fottuto francese!"

Jaume fece cenno agli altri di fermarsi: "Il francese?" gli chiese temendo per un attimo di essersi sbagliati.

"Sì, il biondo, Jacques. L'avevo pagato, e salato, poi lui mi dice che non era una marchetta, che non ci stava. Io lo volevo, ci ho provato e lui mi ha detto di lasciar perdere, che mi ridava i soldi."

"Te l'ha ridati?"

"Sì, ma..."

"E allora perché l'hai pestato?"

"M'aveva fatto eccitare... io avevo diritto di scoparlo! Così l'ho preso e lui non voleva, cercava di scappare e allora l'ho pestato."

"Tu brutto frocio di merda non hai nessun diritto di scopare nessuno!" gli sibilò Manuel dandogli un calcio.

Jaume fece di nuovo cenno ai compagni di star fermi.

"Se ci dici la verità, ti lasciamo andare. Dove l'hai incontrato?"

"Al Trailer. M'ha agganciato lui."

"Come t'ha agganciato? Che t'ha detto?"

"Ha attaccato bottone. Poi abbiamo ballato e si lasciava toccare."

"Va bene, e poi?"

"Ero su di giri, allora gli ho chiesto se ci stava e lui ha detto di sì, ma che era caro, voleva 20.000 pesetas anticipate."

"E tu ci sei stato?"

"Sì, gliel'ho date, quel biondino riccio e snello mi piaceva, non vedevo l'ora di fotterlo in culo... Allora l'ho portato in auto verso Garraf, e gli dico: mentre andiamo tiramelo fuori e preparalo con la bocca..."

"Va bene, e allora?"

"E allora lui mi dice di fermare, che non vuol venire, e mi ridà i soldi..."

"E tu l'hai pestato?"

"Ero incazzato."

"Anch'io sono incazzato!" disse Carlos e ricominciò a colpirlo.

Jaume di nuovo lo fermò: "Era riccio e biondo, hai detto?"

"Sì..."

"Quanti anni aveva?"

"Credo diciotto."

"E com'era vestito?"

"Pantaloni neri e camicia lilla..."

Jaume annuì: ormai non c'erano più dubbi, si trattava proprio di Kiril. Annuì ai ragazzi che ripresero a pestarlo, poi lo girarono, Antoni tirò fuori un grosso dildo nero che spalmò di vaselina e mentre Carlos, Xavier, Pablito, Chico e Jorge lo tenevano fermo e Manuel gli allargava le chiappe, glielo cominciò a spingere dentro, l'uomo sussultò e gridò ma Antoni glielo spinse con forza tutto dentro fino in fondo agitandolo.

Jaume guardò l'orologio: le 11,55. Fece cenno agli altri di andare via. L'uomo, nudo e immobile a terra, tremava visibilmente, pochi centimetri del grosso dildo nero emergevano di fra le sue natiche.

Chico gli si accoccolò vicino e, muovendo il dildo con una mano, gli sibilò: "Adesso resta lì fermo e zitto, sennò ti castro e te lo ficco in bocca. I miei amici vanno a chiamare Jacques e vediamo se hai detto la verità."

Se ne andarono tutti in silenzio, portandosi via la roba e tutti i vestiti dell'uomo. Lungo l'Avinguda de Roig i Raventós incontrarono Benito che aspettava.

"Vai, svelto. È tutto tuo!"

"L'avete pestato come si deve?"

"Certo, va'."

"E inculato?"

"Anche, vai adesso."

Arrivati alla Platja de Sant Sebastià, i ragazzi buttarono a mare tutte le cose che non gli interessavano e si divisero il resto. Jaume con Carlos e Pablito s'avviarono verso casa.

Pablito chiese: "Ma era proprio Kiril che lo stronzo aveva pestato, no?"

"Sì, certo. Sicuro."

"Lo sapevi che si faceva passare per francese e chiamare Jacques?"

"No, io no. E voi?"

"No. Ma spesso usiamo nomi falsi, niente di strano, no?" disse Carlos.

Pablito annuì e disse: "Comunque non aveva nessun diritto di pestarlo solo perché aveva cambiato idea. Gli aveva anche ridato i soldi."

Discussero ancora un po', poi si lasciarono. Jaume tornò a casa. Kiril stava guardando la televisione.

"Jaume, già di ritorno? Non sei andato a battere?"

"Sì, ho fatto una sveltina con un tizio di Lerida, un fusto che si chiama Domingo."

Kiril lo guardò con aria interrogativa.

Jaume continuò tranquillo: "Ha una Seat bianca, con una striscia gialla e rossa. Mi ha pagato 20.000 pesetas."

"Perché mi racconti tutto questo?"

"Così. Non dobbiamo dirci tutta la verità? Anche un soldatino basco di nome Mikel, un po' di tempo fa, mi ha pagato 20.000 pesetas per divertirsi un po' con me, sai?"

Kiril ora era visibilmente imbarazzato. Jaume lo guardava dritto negli occhi, serio.

Poi continuò: "Ma quello che è buffo è che tutti e due non han fatto che parlarmi di una marchetta francese, un biondino che si chiama Jacques, che pare che a letto non valga una cicca... Lo conosci, tu, questo Jacques?"

Kiril abbassò lo sguardo, poi disse: "Se vuoi ti spiego tutto. Tanto, prima o poi, avrei dovuto farlo, comunque."

"La verità, però. Non mi va che mi prendi in giro."

"La verità, certo. Anche se... anche se ho paura che ti arrabbierai con me. Ma se... se dovesse finire tutto, fra noi due... meglio subito. Spegni la TV, per favore."

Jaume la spense e sedette davanti a Kiril.

"Io non ti ho raccontato tutta la verità. Io non sono mai scappato di casa. Mio padre è morto. Era molto ricco. Io sono il suo unico erede. Ho deciso di fare un viaggio in Europa. Tutto il resto che t'ho raccontato della mia storia a Boston è vero, tutto, a parte che non ho mai fatto marchette. Sono arrivato qui a Sitges. Ero appena arrivato, era pomeriggio. Ti ho visto che camminavi per strada, assorto e... un colpo di fulmine. Tu non m'avevi visto. Ti ho seguito: ero completamente affascinato da te. Avrei voluto fermarti, attaccare bottone, conoscerti... Poi tu hai incontrato Pablito: era uno spettacolo vederti sorridere, parlare con lui... camminare... vi ho seguiti, non potevo fare altro. Siete arrivati davanti al ristorante La Brasa, vi siete salutati e tu sei entrato. Adesso sapevo come ti chiamavi: Pablito ti aveva chiamato Jaume... Volevo sapere chi eri, cosa facevi, non sapevo neanche se tu eri gay come me o no, ma avevo completamente perso la testa per te. Ho gironzolato un po' attorno al ristorante sperando che uscissi, ma poi ho capito che lavoravi lì.

"Allora ho pensato che forse dovevo venirci a cena, per vederti, parlarti, ma non ne avevo il coraggio e poi tu molto probabilmente non avresti potuto metterti a parlare con me durante il lavoro... Ero combattuto, ma poi mi sono detto che ero solo uno stupido, che il mio era solo un sogno ad occhi aperti, e così sono andato via. Ma non riuscivo a togliermiti di mente. Non ho fatto che pensare a te...

"Sono andato a passeggio... Poi, più tardi, sono andato al Reflejos, che era segnalato sulla mia guida gay come un buon locale. Appena entrato ho riconosciuto Pablito. Allora ho pensato che forse potevo chiedere a lui chi eri... E se Pablito era lì, doveva essere gay e se lui era gay, forse anche tu lo eri... Ero di nuovo in preda ai miei sogni. Stavo per decidermi ad andare ad agganciare Pablito, nonostante stesse parlando con due suoi amici, quando lui m'è venuto vicino, s'è presentato e m'ha agganciato. Non credevo alla mia fortuna.

"Abbiamo parlato. Lui m'ha chiesto se volevo fare l'amore con lui e mi dice: io di solito lo faccio per soldi, ma con te ci vengo gratis. Io, per non dirgli di no, ho risposto che anche io ero una marchetta, ma che non lo facevo gratis. S'è messo a ridere e abbiamo parlato. Io gli ho chiesto della scena qui a Sitges e mi stavo chiedendo come fare a domandargli di te. Lui mi parla dei locali, io gli chiedo se c'erano molte marchette, lui dice di sì. Io gli chiedo che prezzi fanno, sai, per sembrare uno del mestiere... Lui me lo spiega, poi mi dice che però un suo amico, la migliore marchetta di Sitges, il Re di Sitges, anzi, come ha detto lui, il suo amico Jaume, chiede anche fino a 20.000 pesetas.

"Sapevo che Jaume eri tu. Allora l'ho fatto parlare di te. Me ne parlò in termini entusiasti. A me mi si stava allargando il cuore, ora volevo a tutti i costi conoscerti... Poi Pablito mi dice che però sei sfortunato, che ti sei sempre innamorato dei clienti sbagliati e che perciò adesso non ci credevi più, non volevi innamorarti più, non credevi più a nessuno. Io allora ho pensato che avevo fatto la cosa giusta dicendogli che ero una marchetta anch'io. Così avrei potuto conoscerti, avvicinarti senza farti subito alzare un muro. Ho pensato che se diventavo amico di Pablito, tramite lui potevo conoscere te, diventare amici... e che forse poteva nascere qualcosa di bello fra te e me... E allora è cominciata, da quella piccola scusa iniziale, la mia doppia vita. Ho fatto l'amore con Pablito, quella notte. Poi con Carlos, poi ho conosciuto anche Jorge e loro mi hanno chiesto se volevo mettermi con loro per affittare l'appartamento e dividere le spese. Ho accettato immediatamente. E finalmente ti ho conosciuto.

"Ti ho conosciuto, e più ti conoscevo, più mi piacevi, più quella prima infatuazione cambiava e mi sono innamorato di te. Ma tu continuavi a dire che non ci si deve innamorare. Io ti davo ragione, speravo che il tempo e il mio amore ti facessero cambiare idea... A me non andava di fare la marchetta per davvero... l'avrei anche fatta, ma io ero troppo innamorato di te, infatti anche con Pablito, dopo un paio di volte, ho voluto smettere. Con la scusa di non far loro concorrenza, andavo sempre in locali diversi dai loro, così potevo poi raccontare che avevo avuto buoni clienti e portare i soldi a casa... Ma qualche volta c'erano amici comuni e se qualcuno mi agganciava non potevo sempre dire di no nel locale, l'avrebbero trovato strano. Allora dicevo di sì, ma poi, appena usciti, chiedevo cifre altissime e tutti mi scaricavano. Me li toglievo sempre di torno, come Mikel, il soldatino basco. Domingo invece s'è incavolato e m'ha pestato. Ma non è colpa sua, è colpa mia... E adesso l'avete trovato, evidentemente, e l'avete pestato per colpa mia..."

Jaume l'aveva ascoltato in silenzio, senza interromperlo mai.

Quando capì che aveva smesso di parlare, gli chiese: "E tu ti sei fatto passare per marchetta per starmi vicino?"

"Sì. Se ti agganciavo come cliente, magari facevamo l'amore, ma mi avresti chiuso fuori... fuori dal tuo cuore..."

"E praticamente facevi l'amore solo con me?"

"Da quando ci siamo conosciuti, sì."

"Ma allora, perché certe sere dicevi che avevi appuntamenti con clienti invece di venire da me, anche se ero io a chiedertelo?"

"Per essere più credibile. Sennò, che marchetta ero?"

"E i soldi che avevi? Che mettevi in comune per le spese?"

"Appena ho deciso che volevo provarci con te e far finta di essere una marchetta, ho aperto un conto in banca, ho fatto fare un trasferimento di fondi da Boston. Quando dicevo che andavo a depositare una parte dei soldi, in realtà li andavo a ritirare..."

"Cristo! È così assurdo che... che dev'essere vero."

"Non bestemmiare..."

"No, scusa. Ma non era più semplice agganciarmi subito e dire la verità?"

"Te l'ho detto... Tu m'avresti accettato se t'avessi detto: sono un ricco americano di origine ucraina. Passavo di qui e mi sono innamorato di me. Innamorati di me, per favore..."

"No. L'amore con te l'avrei fatto di sicuro, ma avrei fatto del tutto per non innamorarmi, e forse ci sarei anche riuscito, credendoti un cliente. Sei stato astuto, devo ammetterlo. Non ho pensato a difendermi da una marchetta come me, l'hai vista giusta."

"Sei arrabbiato con me, adesso?"

"No... Sono troppo sbalordito, ancora."

"Io ti amo davvero, Jaume. Non è una bugia, questa. Non ti ho preso in giro. Io ti amo..."

"Sì, ti credo. Anche io, ormai, sono innamorato di te..."

"Ma?"

"No, non c'è un ma. Sono innamorato e basta. Devo solo abituarmi all'idea che tu non sei una marchetta come me ma un riccone. E adesso mi chiederai di smettere di fare marchette, che tanto puoi mantenermi tu, no?"

"Io ti chiedo soltanto di volermi bene. Puoi continuare a fare marchette, se vuoi, a lavorare nel ristorante. Tutto quello che vuoi. Io resto qui con te, se ancora mi vuoi."

"Non devi tornare a Boston?"

"Non necessariamente. Gli affari vanno avanti quasi da soli. Anche se ho ereditato tutto io, c'è ancora mia madre che li segue, come li seguiva con lui quando era vivo papà. Comunque, se tu vuoi, io rinuncio anche all'eredità. Ma non mandarmi via."

"No... io non ti mando via. Ma davvero tu mi ami così tanto che... che mi lasceresti fare la marchetta se lo volessi, e rinunceresti a tutto per me?"

"Certo. Tu sei il Jaume che ho conosciuto e di cui mi sono innamorato, qualunque cosa fai. Se per te è importante continuare, io non cercherei di farti cambiare."

"Romantico. Ma non ci staresti male, tu? Tu in camera o a passeggio, io nella stanza degli specchi a scopare con uno, mille sconosciuti?"

"Ci starei molto peggio a perderti."

"Ne sei proprio sicuro?"

"Ho avuto mesi per pensarci. Sicurissimo."

"E se ti chiedessi di rinunciare ai tuoi soldi ma di metterti a far marchette anche tu? Tu le faresti?"

"Spero che tu non me lo chieda, ma... se fosse l'unico modo per vivere con te... ci proverei."

"Sei matto, tu!"

"Può darsi. Ma mi vuoi, così matto?"

"Lo sai che anche io sono innamorato di te, no?"

"Ancora?"

"Forse anche più di prima... Sei così inverosimile! Così fantastico! E così bello, anche ridotto male come sei. Ma come hai fatto a cacciarti in questo pasticcio? A innamorarti di una marchetta? Uno come te..."

"Non lo so... Appena t'ho visto ho sentito qualcosa di speciale dentro. Forse il tuo modo di sorridere. Ho perso la testa per te. E conoscerti me l'ha fatta perdere ancora di più. Sì, quando ti ho conosciuto ho capito che non m'ero sbagliato. Tu sei una delle persone più pulite dentro che io abbia mai conosciuto. E poi... mica solo tu hai incontrato un paio dei miei... clienti, sai? Anche io ne ho conosciuti due o tre. Quando si parlava, erano tutti affascinati da te. E anche tutte le marchette di Sitges, ti adorano. E non solo per la tua bellezza fisica. Anzi, spesso la bellezza suscita invidia. Ma tu sei davvero speciale. Come potevo non innamorarmi di te? Se quando t'ho visto la prima volta era solo fascino, infatuazione, è diventata presto amore, vero, profondo. Credimi."

"Come potrei non crederti, matto! No, io, se mi metto con te, devo essere un uomo nuovo. Non potrei continuare a fare marchette. Tu meriti il meglio che uno può darti. Ma credi che ne sarò capace? Credi che saprò ricominciare una vita nuova? Se mi aiuti tu, forse sì. Ma se poi non ci riuscissi? Perché non ho conosciuto te invece che Pedro Augusto, allora? Quando ero ancora un ragazzo a posto. Adesso, invece, dopo anni di prostituzione..."

"A me non importa per niente. Io ti amo così come sei adesso, così come vorrai essere. E poi, quando tu hai conosciuto Pedro Augusto, io ero ancora un lattante... Ci siamo conosciuti al momento giusto. Lasciati amare da me, Jaume, ti prego."

"Lasciamo tutto. Andiamo via da Sitges. All'estero. Ci cerchiamo un posto, un lavoro. Mi piacerebbe ricominciare tutto da capo, una vita completamente nuova, con te. Te la senti?"

"Sì, certo."

"Mi hai detto che sei molto ricco."

"Milioni di dollari."

"Cosa faceva, tuo padre?"

"Import-export di gemme grezze, soprattutto smeraldi. Era il quarto al mondo per gli smeraldi."

"E tu lasceresti tutto?"

"Certo, non ho paura della vita, io. Specialmente se sono con te. Papà aveva cominciato da niente ed è riuscito. Perché non noi?"

"E se invece tu mi facessi lavorare con te?"

"Come vuoi tu, te l'ho detto."

"Non hai paura che accetto solo per i tuoi soldi?"

"No, ti conosco, ormai. E poi tu non ti sei innamorato di un ricco ma di una marchetta spiantata, perciò sto tranquillo."

"I soldi possono anche dare alla testa."

"Sbaglierò, ma credo che l'unica cosa che ti può dare alla testa, a te, sia l'amore. Non hai mai dato peso ai soldi, tu."

"Non ho mai avuto milioni di dollari."

"Vedi tu. Se ne hai paura, rinunciamo a tutti i soldi. Se non ne hai paura, possiamo continuare assieme il lavoro di mio padre. Comunque, anche un ricco può vivere semplicemente, se vuole. Quello che decidi tu, per me va bene."

"Sì... proviamoci. Andiamo via."

"La casa qui? Le tue cose?"

"Non so... pensavo... regalo tutto a Pablito: in qualche modo è lui che ci ha messo in contatto. Che ne pensi?"

"Ottimo. Sarà un bel salto, per lui. Gli raccontiamo tutto?"

Jaume fece un sorriso birichino: "No. Gli diciamo solo che abbiamo deciso di vivere insieme e di andare a battere altrove..."

"Va bene."

"Kiril?"

"Sì?"

"Quant'è distante l'America?"

"Girato l'angolo."

"A me non va di sentirmi mantenuto, lo sai."

"Non ti ci sentire."

"Ci proviamo?"

"A far che?"

"A tornare a Boston. Ad occuparci assieme del tuo lavoro. Ad amarci per davvero, soprattutto."

"Proviamo."

"Ma se i tuoi soldi ci creano problemi?"

"Li buttiamo via. Ci cerchiamo un lavoro assieme e ricominciamo da zero."

"Ci sto. Quando prepariamo le valige?"


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