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una storia originale di Andrej Koymasky


pin LA SCELTA di Andrej Koymasky © 2008
scritto il 12 novembre 1996
PREFAZIONE E

CAPITOLO 1
DON GUSTAVO


PREFAZIONE


L'ispirazione per questa storia mi è venuta leggendo la storia intitolata "1964" scritta da Harry Schultz. È la storia dello sbocciare di un forte amore fra un pastore protestante ad un ragazzo della comunità afro-americana di Filadelfia. La storia mi è piaciuta molto, è scritta molto, molto bene, e questo mi ha spinto a cercare di immaginare come avrebbe potuto essere una storia così, ma accaduta in Italia, fra un prete cattolico ed un suo giovane parrocchiano. È nata così la seguente storia, che in diverse parti ricalca l'originale, ma che ho riscritto secondo le realtà italiane contemporanee, e con il mio stile. Spero che vi piaccia.
Buona lettura.


DON GUSTAVO


Don Gustavo Cirasa, nonostante non avesse ancora trent'anni, era parroco di San Mattia. Era nato in Calabria, e qui aveva vissuto fino all'età di cinque anni, quando il padre, con tutta la famiglia, s'era trasferito a nord per trovare un migliore lavoro. Perciò Gustavo aveva frequentato tutte le scuole nel nord, infatti non aveva affatto un accento calabro. Essendo oltretutto biondo, pochi avrebbero potuto immaginare che fosse nativo del Sud Italia.

I genitori di Gustavo erano molto religiosi ed avevano allevato tutti i loro figli nel cattolicesimo più tradizionale, ma molto sentito. Gente poco colta e non molto aperta come mentalità, non s'erano mai neppure sognati di dare un'educazione sessuale ai propri figli. Probabilmente, se solo ne fosse venuta loro l'idea, si sarebbero vergognati a morte. Perciò Gustavo era cresciuto, a questo riguardo, senza sapere granché sul sesso, a parte qualche infantile e distorta supposizione o, come d'altronde per la maggior parte dei bambini, inconsciamente assorbendo elementi dalla TV, da brani di conversazioni carpiti agli adulti e, naturalmente, dalle informazioni avute dagli altri bambini. Ma essendo questi in media disinformati tanto quanto lui, al massimo potevano insegnargli tutte le parole sporche che descrivevano l'anatomia genitale maschile e femminile. Poco più.

Anche se poi alle medie, l'insegnante di scienze aveva informato in modo un po' più esatto i ragazzini sulla terminologia sessuale, non aveva in realtà affrontato mai l'argomento delle tecniche o delle realtà sessuali che fioriscono nella società contemporanea e tanto meno il tema dell'amore e del desiderio che sono alla base della sessualità. Tutto quello che l'insegnante aveva detto si limitava al fatto che un ragazzo "incontra" una ragazza e che col seme di lui e con l'uovo di lei iniziava una nuova vita nel pancino di lei, e che il bambino sarebbe nato dopo nove mesi. Non granché, quindi.

Ma quello che diede origine a profonde riflessioni in Gustavo, fu la domanda, quasi certamente innocente, che un suo compagno fece al professore di scienze. Che cosa sarebbe accaduto se per caso un ragazzo "incontrava" un altro ragazzo, o una ragazza un'altra ragazza? Gustavo era rimasto affascinato al pensiero di quella possibilità, e si era detto che la cosa poteva anche accadere. Attese la risposta dell'insegnante. Ma questi, imbarazzato e disturbato, rispose che in quel caso il bambino non poteva nascere. Punto e basta.

Fu quando aveva dodici anni, dopo un pranzo di Natale in cui tutta la grande famiglia s'era radunata in casa dei nonni, giù in Calabria, che due suoi giovani zii si misero a parlare, in un angolo della grande cucina della casa di campagna, delle loro esperienze fatte durante il servizio militare, mentre gli altri giocavano a tombola nella sala, secondo la tradizione. Per la gente di campagna il servizio militare era spesso l'unica esperienza di vita in città, l'unica possibilità di incontrare gente proveniente dai più remoti angoli della nazione. I due cugini non ancora trentenni, sorseggiavano da bicchieri di carta un vinello dolce frizzante, credendo di essere soli. Non s'erano accorti che il loro nipotino non stava a giocare con gli altri, ma s'era raggomitolato a leggere un fumetto fra il caminetto e la credenza, alle loro spalle.

I discorsi "fra adulti", nella civiltà rurale, erano tabù per i piccoli che in qualche modo erano tenuti separati dai grandi e dovevano giocare fra loro. Gustavo, completamente assorto in lettura, non si rese conto della situazione e del fatto che stava involontariamente trasgredendo una tacita ma chiara regola. Una risata dei due giovani uomini, zio Tomaso e zio Lorenzo, attirò improvvisa l'attenzione del ragazzino. All'inizio non capì di che stessero parlando e ridendo.

"... di farsi dare una dose di bromuro!" diceva scosso dalle risate Renzo, e continuò in un tono basso e misterioso che subito catturò tutta l'attenzione del ragazzino: "Bene. Poco dopo ci fu il solito campo estivo in montagna, nel Parco Nazionale degli Abruzzi. Seconda o terza sera. Sai, i soliti fuochi di bivacco visto che non si può andare a valle. Il nostro caporale era un certo Mattei, un bolognese. Lo chiamavamo Silvester, di soprannome, sai, per non chiamarlo Stallone!" rise Renzo e Maso gli fece eco annuendo.

Bevvero ancora un po' di vino. Il tono sommesso e affabulante dello zio affascinava Gustavo che ora era tutto orecchie.

"Era un marcantonio grande e grosso, che faceva il duro, che lo era, comunque uno dei più rispettati caporali. Anche perché non faceva mai lo stronzo, capisci? Uno che ti faceva filare dritto ma chiudeva un occhio nei momenti opportuni. Rispettato. E quando parlava, era meglio starlo a sentire. Dio, non era un Adone... ma pareva che avesse più avventure lui che tutti noi messi assieme, ogni volta lo vedevamo con una diversa e certo non ci faceva solo due chiacchiere... capisci, ecco perché il soprannome. Beh, ti dicevo, terza o quarta notte, attorno al fuoco, mi alzo per andare a fare una pisciata. Vado fra gli alberi, fuori vista e me lo tiro fuori, quando sento una specie di grugnito, che so io, come se ci fosse un orso o qualcosa lì vicino. Nel buio. Paura no, ma... Beh, sai, in montagna, fra i boschi, mi capisci. Un altro suono mi fa girare e faccio un passo sperando di non far rumore e pronto a darmela a gambe, scosto una fronda e... C'era la luna, lì dietro vedo una specie di piccola radura e quei due nudi come mamma li aveva fatti, Silvester steso sulla schiena e con le gambe tirate su che le ginocchia quasi gli toccavano le spalle. E dietro quella nuova recluta, il biondino di Spoleto, quello che avrebbe dovuto prendere il bromuro, piegato su di lui che sgroppava come un cavallo. Il biondo aveva tutto il suo manico infilato fra le chiappe del caporale e gli sbatteva dentro come un matto lì nell'erba alta, a meno di cento metri dal campo."

"Il piccoletto si fotteva lo stallone?" chiese divertito e con tono lievemente incredulo Maso.

"Sì, eccome! E il caporale, il duro, il terrore di tutti, capisci, che se lo gustava grugnendo come una scrofa in calore! Da non crederci. Mi dimentico di pisciare, me lo rimetto a posto e, piano piano, mi allontano e..."

Gustavo beveva quelle parole ed aspettava ansioso il seguito trattenendo il fiato quando nella cucina si affacciò sua madre che disse ai cugini: "Maso, Renzo, venite per la foto." e scomparve. I due, interrotti sul più bello, si alzarono andando verso la sala. Quando furono usciti, il piccolo sgusciò fuori dal suo angoletto e, passando per la porta che dava in dispensa e di qui in corridoio, entrò nella sala dall'altra parte per non farsi vedere uscire dalla cucina.

Il ragazzino, durante il racconto, aveva colto il tono di scherno e disapprovazione nella voce dello zio. Eppure, nonostante il punto di vista piuttosto negativo del narratore, le informazioni sul sesso nel caso in cui "un ragazzo incontra un altro ragazzo" erano diventate improvvisamente molto più accurate e, in qualche modo, affascinanti.

Mentre continuava a crescere, manifestazioni di normale libidine maschile, aperte o nascoste, lo resero via via più conscio di se stesso e degli altri ragazzi.

Finite le medie, decise, appoggiato e sostenuto dalla famiglia, di entrare in Seminario. Quando era entrato in seminario s'era trovato pieno di domande senza risposta. Non conosceva, né era del tutto in grado di immaginare, la bellezza dell'abbandono che si poteva provare fra le braccia di un altro maschio né tanto meno che cosa si potesse provare nell'unirsi con un maschio ben fatto, voglioso e ardente...

Dopo la pubertà aveva scoperto il semplice mezzo per placare, da solo, il frequente insorgere delle classiche febbri adolescenziali, il pungente desiderio che lo spingeva verso i suoi amici o compagni. Benché la privacy fosse diventata un bene quasi inesistente fra le mura del seminario minore, in cui tutta la vita avveniva in comune, comprese le notti nei grandi dormitori, a volte si lasciava andare a quella pratica o chiuso nel cesso o nella doccia quando, se pure di rado, gli capitava di farla da solo.

Ansioso di riuscire a soddisfare le aspettative dei suoi pii genitori ed a seguire la vocazione che aveva sentito crescere in sé, quando era entrato nel seminario minore il bel ragazzino s'era dato anima e corpo agli studi per diventare un buon sacerdote e, su consiglio del suo confessore, agli sport per tenere a bada i suoi istinti.

Era all'ultimo anno e Gustavo Cirasa, orami diventato un gran bel diciannovenne, era uno dei migliori e più intelligenti allievi fra i liceali del seminario e procedeva diligentemente e senza particolari problemi verso la maturità e l'ammissione al seminario maggiore. Genitori e superiori erano fieri di lui. Mancavano solo quattro mesi alla maturità, era metà febbraio. Al ragazzo, fisicamente e moralmente sano, la natura non aveva negato i suoi doni e il suo corpo era diventato splendido nella sua evoluzione verso una matura virilità. Ma nonostante si applicasse con passione a studi e sport, la sua giovane mente era diventata a poco a poco fertile terreno per ricorrenti pensieri di sesso e naturalmente per sogni d'un impossibile amore.

Benché avesse legato piuttosto bene con gli altri giovani studenti che frequentavano il seminario, aveva sperimentato con sempre maggior forza un fondamentale senso di solitudine ed un forte desiderio di avere un buon amico. Qualcuno che potesse fargli da confidente, qualcuno di speciale.

Nonostante avesse sempre ostinatamente tenuto lo sguardo dritto davanti a sé sia in classe che fuori, attrazione e desiderio erano cose difficili da imbrigliare negli spogliatoi della palestra e prima e dopo le partite di calcio. Nelle docce, poi, gli si presentavano davanti agli occhi le multiformi visioni di tutto lo spettro, dalla pubertà alla sua stessa età, di nuda mascolinità dei suoi compagni. Mai fuori dal suo campo visivo, c'era una sovrabbondanza di attrazioni maschili tale da non poter essere evitata senza rendere ovvi i suoi tentativi di non soffermarcisi, il che l'avrebbe tradito tanto quanto un esplicito guardare.

E così si trovava quotidianamente fra ragazzi alti e bassi, snelli o tozzi, glabri o pelosi. Ognuno così diversamente attraente nella sua conformazione fisica come diverse erano le forme e le misure e le consistenze sia dei corpi che degli attributi sessuali.

L'apprezzamento di Gustavo riguardo agli uomini, per quanto riguardava quelli che più lo attraevano e gli facevano vibrare le più intime corde, era vario, poiché nonostante il desiderio non aveva mai assaggiato il frutto proibito con nessuno di loro. Segretamente godeva della vista di tutti quei corpi maschili, e più erano maschili, più entravano nelle sue segrete fantasie. A volte lo colpiva semplicemente il colorito di una guancia, la piega di una bocca, lo sguardo di occhi immersi in chissà quali pensieri, la curva di un'orecchia, l'affascinante modo in cui il naso di un compagno s'arricciava lievemente quando rideva. Alcune volte era semplicemente la posa di una mano a catturare la curiosità di Gustavo, o la posa languida di un corpo a causare in lui un senso di calore ed a fargli fantasticare che cosa si potesse provare nel toccarlo.

In ogni caso, Gustavo era sempre stato contento di essere solo uno dei tanti ragazzi. Simili visioni rivelatrici nelle docce o negli spogliatoi avrebbero potuto essere particolarmente pericolose per uno così attratto da esse, ma neppure una volta il suo membro si era inturgidito, tradendolo, durante i primi quattro anni di seminario. Comunque una porta verso la conoscenza di sé s'era aperta al ragazzo.

Il taglio dei vincoli della sua ignoranza riguardo agli uomini accadde una notte, molto tardi, verso le due del mattino, in febbraio. Attorno a lui sentiva il ronfare o gli inconsci mormorii dei giovani compagni di seminario che condividevano con lui la camerata. Cercando di restare il più silenzioso possibile, Gustavo si girava e rigirava nel suo lettino, in un incessante dormiveglia. Ad un certo punto, almeno all'inizio senza pensare a ciò che faceva, iniziò a giocherellare col proprio membro indurito. Non era stata una decisione conscia, ma cominciando a provare un certo gusto nelle lievi ma gradevoli sensazione che provava e che le sue mani stavano evocando, si abbandonò ad un lento e consapevole gioco privato, sotto le coperte, chiedendosi se sarebbe riuscito a tenersi sull'orlo del piacere che provava senza giungere all'orgasmo.

Anche se non era stato mai detto esplicitamente, se non in confessione, la masturbazione era stata presentata come un peccato altamente sconveniente, specialmente per ragazzi che si apprestavano ad indossare la talare. Qualcosa da evitare per non insudiciare la purezza che si addiceva ad un sacerdote. Eppure quella notte Gustavo aveva pensato che "finché non lo sa nessuno... magari solo per questa volta..." non ci sarebbe stato nessun danno o pericolo in quello che stava facendo, che sarebbe stato accettabile fin tanto che fosse riuscito a fermarsi prima di eiaculare. In qualche modo gli pareva che il peccato consistesse più nello spargere invano il proprio seme che non nel piacere che stava provando. Non per niente era detto "il peccato di Onan".

Avendolo quasi dimenticato, dopo mesi di astinenza assoluta, il muscoloso giovane seminarista si stupì nel notare come ogni movimento della sua mano provocasse vampate di piacevole fuoco, concentrate nel suo basso ventre. Ma, pian piano, si sentì rabbrividire e si autocondannò quando si rese conto di non essere più capace di abbandonare quel gioco. Di conseguenza nella mente del giovane studente di teologia iniziò una serrata lotta fra il suo diavoletto tentatore ed il suo angelo custode. Con senso di colpa, i suoi pensieri lussuriosi furono assaliti dalle severe parole dei suoi maestri di morale e teologia. Eppure, pensò il giovane seminarista turbato, anche se era un atto in ultima analisi apparentemente innocuo e semplice come quello di Onan, era condannato chiaramente dalle Scritture e dalla Chiesa. Gustavo, sentendosi improvvisamente indegno e pieno di vergogna, cercò di rientrare nella via maestra e quindi di non spargere invano il proprio seme e con questo dissipare la propria purezza.

Quando Gustavo aveva iniziato a toccarsi aveva creduto che l'abbandono all'autogratificazione della propria sessualità non gli avrebbe provocato nessun problema né morale né pratico. Un altro erroneo giudizio da parte sua era stato il pensare che si sarebbe comunque addormentato presto ponendo così naturalmente fine a quell'innocente esercizio. Alla fine Gustavo riuscì a distogliere la mano dal calore fra le sue cosce sode, ma i suoi lombi, tesi e dolenti, non gli permisero di scivolare nel pietoso sonno per lungo tempo. Pulsando insidiosamente, una specie di dolore emanava dal dolce, caldo e teso grembo di Gustavo, i testicoli dolevano come mai prima e il ragazzo dal corpo teso si sentiva sempre più spinto a cercare il rimedio che ben conosceva. Valorosamente cercò di distogliere mente e mano dall'imperioso richiamo della natura, e per un po' sembrò riuscirvi.

Quando l'insistente bisogno di uno sfogo aveva raggiunto livelli assolutamente insopportabili, Gustavo si arrese al proprio corpo. Sfilò un asciugamano dal comodino di legno accanto al proprio letto. Tenendolo sul braccio, drappeggiato di fronte a sé per nascondere l'evidente pienezza nel proprio pigiama una volta sceso dal letto, uscì furtivamente dal dormitorio dirigendosi verso le docce, volendo, sbagliato o giusto che fosse, portare a termine quanto aveva iniziato. Ma di nuovo, frenando le proprie intenzioni per un improvviso ripensamento una volta che fu nel locale, Gustavo si sfilò il pigiama ed entrò in una delle cabine. Risolutamente fece sgorgare l'acqua dal doccione spingendo con forza la leva nella posizione dell'acqua fredda e si sottopose rabbrividendo allo scroscio gelido...

Proprio nel momento in cui lo scroscio di acqua gelida iniziava ad investire il suo corpo atletico, una voce seria e solenne, sussurrò alle spalle di Gustavo: "Se bastasse solo una doccia per superare certi problemi!"

Sobbalzando per l'improvvisa voce, stupito ed imbarazzato, Gustavo si girò e scivolando barcollò. La sua erezione, che non era stata ancora raggiunta dall'acqua fredda, ballonzolò in piena vista. Mortificato, ma ancora padrone dei propri movimenti, trovò un appiglio a cui sostenersi prima di cadere sulle piastrelle del pavimento e ritrovò l'equilibrio, se non l'autocontrollo.

"Tranquillo, Cirasa... tranquillo." sussurrò Daniele Colella. Nel fresco volto del compagno che gli stava di fronte c'era qualcosa di talmente e ovviamente non critico che Gustavo istantaneamente perse gran parte della propria preoccupazione. "Non c'è anima viva quaggiù a parte me e te." gli disse cercando di rassicurare l'agitato compagno davanti a sé il gentile e accomodante ragazzo e sorrise con aria piena di comprensione allo sguardo nervoso che Gustavo gli aveva lanciato. "Non aver paura," aggiunse, "non sono il tipo che va a parlare in giro."

"Io stavo solo..." iniziò a dire Gustavo confuso.

"Senti, ti ho detto che non devi preoccuparti. Non c'è niente da spiegare."

Daniele era un ragazzotto piccolo ma sodo, aveva spalle larghe, capelli castano scuri lievemente ondulati, calabrese come lui e di un anno più giovane di lui. Il ragazzo guardò in giù, senza un'ombra di imbarazzo, portando anche lo sguardo di Gustavo a fissarsi sulla evidente protrusione davanti all'asciugamano che cingeva le sue anche. Poi, tranquillamente, Daniele disse: "Come vedi, so benissimo anch'io cosa capita... a volte."

Poi risollevò lo sguardo ad incontrare di nuovo quello di Gustavo. Questa volta direttamente nella profondità degli occhi bruni dell'atletico giovane che ancora stava ritto, nudo ed eccitato, nel box della doccia. Lentamente Daniele sciolse l'asciugamano e lo lasciò scivolare a terra, svelando interamente la prova del suo analogo bisogno ed entrò nel box. Allungò un braccio riportando la leva in una posizione intermedia ed entrò sotto il getto d'acqua di fronte al compagno.

"Dai," gli disse sollecito mentre i loro membri si sfioravano e l'acqua ora dolcemente tiepida li investiva, "lasciati andare. Ci sono cose che non si può pretendere di controllare, buon Dio. Anche se le nostre menti possono volare ad altezze angeliche, in fondo siamo esseri umani, carne e sangue."

Pareva che Daniele parlasse più a se stesso che a Gustavo: dopo aver pronunciato queste parole tacque come se le meditasse. Poi, quasi d'improvviso, fece un passo avanti che portò i loro membri a premere l'uno contro il ventre dell'altro. Gustavo istintivamente fece subito un passo indietro. Il sogno che per tanto tempo aveva cercato di ignorare era ora lì a portata di mano, era saltato fuori con tale inattesa e improvvisa forza da spaventarlo leggermente.

C'era un potente ipnotismo nella voce di Daniele quando sussurrò sicuro: "Va tutto bene." Il ragazzo capiva perfettamente di che cosa avesse bisogno Gustavo ed anche la sua paura di ammetterlo, di chiederlo.

Per un attimo il giovane, alto seminarista pensò che quel "va tutto bene" avrebbe potuto essere la traduzione letterale delle autentiche parole che il serpente aveva detto al primo uomo nell'Eden. Ma in qualche modo Gustavo non riuscì a focalizzare il proprio pensiero né su questo né su altro. In un istante tutta la sua già debole e vacillante capacità di resistere, svanì. Non appena Daniele ebbe allungato lentamente una mano e si impadronì gentilmente del suo membro, Gustavo non dedicò più nessun pensiero né a serpenti né a regole né a giudizi. Per la prima volta una mano estranea, ma quanto piacevole, si posava in quelle sue parti intime e in calore.

Quando il suo compagno di camerata con la mano libera prese il suo polso e lo guidò verso il gocciolante e bagnato cespuglio di scuri peli del proprio pube, Gustavo non oppose alcuna resistenza e sua volta contraccambiò. Volenterosamente accolse nella mano la rosea e soda verga che si protendeva all'unione delle forti cosce del compagno e la circondò con le proprie lunghe dita affusolate. A Gustavo non interessava paragonare i rispettivi membri, ma si stupì quanto sembrasse caldo, bruciante quello di Daniele nella sua salda presa.

"Sì... così... proprio così, bravo." esalò Daniele in un sussurro roco. I suoi occhi grigio pietra si chiusero non appena il grande e forte pugno di Gustavo avvolse il suo sesso virile. In piedi sotto la calda e piacevole pioggia che cadeva su di loro dal doccione e massaggiava i loro corpi nudi aumentando tutte le loro sensazioni, appoggiò una guancia arrossata di piacere sulla calda, dorata pelle dell'ampio petto di Gustavo che si sentì invaso di tenerezza. Con movimenti lenti, sincroni, ognuno prese a masturbare il membro dell'altro.

Le richieste della passione aumentarono, pretendendo più di quello che Gustavo sapesse chiedere. Dopo poco, fu il più giovane dei due che pensò ad alta voce: "Oh, è piuttosto grosso, ma..." lasciando il resto del commento in sospeso, e che abbandonò il membro di Gustavo e prese la barra di sapone dalla mensolina a muro. "Dobbiamo fare in fretta." sussurrò con un senso di urgenza nella voce. "Ecco, comincia tu, ma prima mettici parecchio sapone."

Gustavo non aveva capito che cosa l'altro gli chiedesse di fare finché Daniele gli mise in mano lo scivoloso panetto, si girò e si chinò un po', allargandosi impaziente le piene e sode natiche. Le dita di Daniele guidarono la mano col sapone nella calda valle delle sue pallide e dolci colline dalla pelle liscia e vellutata. Daniele si chinò in avanti a novanta gradi protendendo il bacino verso il compagno per dargli libero accesso e farsi applicare l'improvvisato lubrificante. La visione della tonda rosetta di carne nel solco di Daniele così offertagli, fece fare uno spontaneo sobbalzo al membro teso di Gustavo. Per la prima volta in vita sua, completamente affascinato, si trovò nella possibilità di usare la sua chiave per aprire il nascosto ingresso di un altro maschio. Pensò che la visione che il compagno gli offriva era bella e che era un privilegio raro poterne disporre e le sue dita inquisitrici la esplorarono.

In precario equilibrio come un ballerino che attenda di lanciarsi in uno dei suoi virtuosistici passi di danza, Daniele, più basso di Gustavo, protese indietro il suo giovane e sodo corpo premendo lo sfintere palpitante contro le dita del compagno. Mentre Gustavo l'insaponava accuratamente, il ragazzo spinse indietro le mani e lo afferrò per le anche. Le gambe di Daniele tremarono e si tesero, e anche la sua mano tremò quando afferrò alla radice il membro insaponato del compagno e lo guidò sul bersaglio, pronto ed avido di accoglielo. Bramoso ed impaziente il più giovane seminarista strinse con forza le labbra per trattenere il gemito di naturale risposta che sapeva avrebbe emesso non appena il massiccio maschio membro, cercando rifugio dentro di lui, avrebbe iniziato ad invadere la stretta guaina del suo sedere.

Fin dall'inizio, il doloroso palpitare del seducente pallido sedere del compagno e il suo respiro rapido e contratto, avevano rivelato a Gustavo l'intensità della pena del compagno, nonostante questi non gli avesse dato voce. "Mi dispiace..." mormorò con voce calda Gustavo nell'orecchia di Daniele. Le sue scuse erano sincere, sentite, ma era sopraffatto dal desiderio. "Mi dispiace, Dani..." mormorò scusandosi di nuovo il fremente seminarista, "Ma non riesco a fermarmi... non posso più fermarmi, ormai!"

Il caldo abbraccio delle forti braccia di Gustavo si strinse con forza attorno alla vita di Daniele. Quindi, con un profondo mugolio, lo sollevò da terra stringendolo a sé, finendo di penetrarlo con bruciante desiderio. Sospeso a mezz'aria, con le sode gambe penzoloni come quelle di una marionetta, saldamente impalato sul caldo e forte membro del compagno, Daniele rabbrividì di piacere. Rimasero così mentre il membro di Gustavo, duro come temprato acciaio, finiva di scivolare nello stretto canale e si assestava bene a fondo.

"Mettimi giù adesso, fottimi..." suggerì estasiato Daniele, con voce strozzata ma felice.

Gustavo, tenendolo sempre strettamente vincolato a sé, posatolo in modo che poggiasse di nuovo i piedi, aveva iniziato finalmente a dare veloci e profonde spinte avanti e dietro nell'ospitale, caldo, stretto canale.

Non ci volle molto tempo perché la Gustavo giungesse al piacere. Non molte, affrettate e profonde spinte nella dolce presa dello stretto canale di Daniele furono sufficienti per aprire le cataratte del giovane che disperatamente stantuffava dentro di lui. Gustavo barcollò indietro, stringendo con tutte le proprie forze contro di sé il bruciante corpo di Daniele e il suo sedere premette contro le fredde piastrelle della parete. Boccheggiante, l'ardente ragazzo fra le braccia di Gustavo, a questo punto completamente trafitto dalla massiccia e vibrante colonna del suo membro virile, fece palpitare il suo piccolo eburneo sedere per dare ulteriore piacere al giovane uomo che stava per scaricarsi in lui.

La pressione della grande mano contro il ventre contratto di Daniele tenne compresso il sedere del ragazzo moro contro il pube di Gustavo. Incredulo per le forti sensazioni che mieteva ogni contrazione della sua dura, inflessibile verga fra le dolci natiche del compagno e incapace di rimanere in pace per quell'imponente esperienza, le labbra di Gustavo si aprirono per lanciare un grido. Appena in tempo premette le sue labbra con forza sul lato del collo di Daniele. Soffocò l'acuto mugolio che esprimeva l'estrema intensità delle sue emozioni e sensazioni e, dalle vette della sua brama di ottenere ancora di più, iniziò la discesa che l'avrebbe presto portato a riempire di sé il grazioso compagno. Piegando il tremulo corpo di Daniele con il suo, Gustavo sbatté il suo massiccio organo nello stretto canale del ragazzo per un'ultima volta mentre l'orgiastico colpo di mazza dell'orgasmo lo faceva quasi cadere sulle ginocchia.

Incurvato e piegato su Daniele, il corpo dorato e dai fluidi contorni di Gustavo, che abbracciava con affanno il giovane amico impalato con piacere dalla sua fremente virilità, faceva pensare ad un grande blocco di ambrato lucido marmo scolpito e lisciato da mano esperta. Il suo poderoso corpo si tendeva ogni volta che il suo rigido membro pulsava lanciando fuori una bordata di seme su per le intimità di Daniele. Lottando per tirare il fiato, Gustavo, mezzo stordito, continuava a stringere a sé Daniele finché il suo membro iniziò finalmente ad ammorbidirsi e si ritrasse infine dalla calda intimità dell'altro. Tremante, il forte giovane lasciò andare il compagno.

Daniele si girò veloce, ansante, gli occhi in fiamme. Il suo forte petto si sollevava ed abbassava con forza proprio come quello di Gustavo . "Adesso io... girati per me." gli sussurrò con urgente desiderio.

Gustavo obbedì in silenzio e nei suoi occhi scintillanti non si affacciò nessun dubbio. Daniele posò le mani sulla vita del compagno che docile si lasciò guidare fino ad essere in posizione. Subito il panetto di sapone scivolò nel suo solco fra i muscolosi glutei di Gustavo e si soffermò sull'ano.

Daniele guidò Gustavo sussurrandogli: "Chinati e piega un po' le ginocchia. Tienti sulle ginocchia." Quindi, tirando a sé per le larghe spalle il suo volenteroso allievo, "Ecco... così... così..." mormorò eccitato il bramoso ragazzo, "Abbassati ancora un po'..."

Sorreggendosi sulle proprie ginocchia flesse, Gustavo assunse una posa semiacquattata mentre Daniele si preparava febbrilmente alle sue spalle. Desideroso di godere a sua volta di questo tipo di piacere, il compagno pieno di brama sospinse il suo rigido e sodo paletto contro le dorate e tremule collinette del posteriore di Gustavo .

Questi cercò un nuovo equilibrio mentre accettava il peso di Daniele che aveva piegato il proprio corpo sul suo. Incerto sul grado di pena o di piacere che stava per ricevere, il cuore del giovane seminarista batteva in un galoppo forsennato.

Daniele si sollevò leggermente sulle punte dei piedi. Le sue dita portarono, con ansiosa fretta, la punta del suo caldo e turgido membro, corto ma grosso, nella inesplorata valle del sedere di Gustavo e la puntarono dritta sul bersaglio.

Il grande ed atletico corpo di Gustavo fremette mentre si lasciava sfuggire un lieve, basso e incontrollabile gemito alle ritmiche spinte che sentì contro la piccola apertura del suo didietro.

Sbrigativamente Daniele afferrò con vigore Gustavo per le spalle e lo tirò a sé mentre spingeva il bacino e la sua lancia in avanti e tremò quando il muscoloso giovane piegato davanti a lui fremette violentemente sentendo che il suo inviolato foro iniziava ad essere inesorabilmente forzato. Daniele sospirò in estasi desiderando sempre più quella sensazione, ma immobilizzandosi per godere l'allettante calore che improvvisamente sentiva avvolgere la tumida punta della sua virilità. Il riposo di Daniele durò una manciata di secondi. Abbandonò rapidamente ogni indugio e procedette fino in fondo inserendosi in Gustavo con una salda, lenta e forte spinta del bacino. Quando fu completamente inserito nelle calde e vibranti profondità del compagno, non pensò egoisticamente solo al proprio piacere.

Infilò un braccio sotto il corpo ripiegato di Gustavo e raggiunse con la mano aperta i suoi genitali. Quando i due iniziarono a muoversi assieme, morbido e pendulo, il membro di Gustavo oscillò nella mano esperta del compagno. Mentre l'acqua calda continuava a carezzare i loro corpi strettamente uniti che stantuffavano all'unisono, Daniele gli sfregò in modo allettante il glande con le punte delle sue dita insaponate mentre con l'altra mano gli premeva e sfregava il sodo sacco dei testicoli. A questo sapiente tocco combinato, il membro di Gustavo s'inturgidì di nuovo, rapidamente. Quando fu completamente eretta, rigida, pienamente estesa, le dita di Daniele smisero il provocante gioco e s'impadronirono dell'asta pompandola energicamente con la sua piccola ma esperta mano. Le spinte nel canale di Gustavo e i movimenti della mano, presto furono perfettamente sincronizzati.

Nonostante le alte vette da capogiro che stavano scalando con la loro passione, i due seminaristi focosamente accoppiati mantenevano la tacita consegna al silenzio tenendo ostinatamente chiuse le bocche e soffocando i gemiti di piacere.

Capivano il grave pericolo di una eventuale scoperta e perciò cercavano di minimizzarlo pur godendosi a fondo quell'intimità nel deserto locale delle docce. A parte i loro fieri e pesanti respiri che esalavano ritmici e forti dalle narici dilatate, l'unico suono che si poteva eventualmente sentire dal corridoio era quello dell'acqua scrosciante. Ma a quell'ora, in quella parte del seminario, non c'era nessuno.

Il massiccio, forte manico di soda carne nella mano di Daniele era di nuovo in piena forma, pronto per un secondo round. Pulsava con sempre maggior forza nella mano servizievole. E anche quello di Daniele che danzava nel bollente tunnel, iniziò a contrarsi spasmodicamente. Lavorando furiosamente il membro di Gustavo con la sua mano perché voleva che raggiungessero assieme le vette del piacere, anche Daniele si affrettò. Il suo ventre contratto si piegò e si unì con forti e veloci colpi alla schiena di Gustavo. E improvvisamente, durante la corsa forsennata, il suo membro iniziò a schizzare caldi getti di seme nel pozzo di sensazioni nel quale era calato. Immediatamente tutti i muscoli del bacino di Gustavo si tesero, presero a tremare ad uno ad uno in una specie di scomposta danza, finché anche lui fu sommerso da una seconda, bruciante ondata di piacere. Era un'esperienza profondamente gratificante: la bollente lava si riversò lungo il fremente palo e schizzò perlacea verso il pavimento, fra i piedi di Gustavo; ogni getto era come una lucente cristallina collana di perle illuminate dalla luce sopra di loro, interrotta ad intermittenze ad ogni contrazione, subito lavata via dall'acqua della doccia...

Staccatisi, uscirono dalla doccia, ancora ansanti e si asciugarono, guardandosi con un lieve sorriso. Erano due ragazzi soli, entrambi avevano bisogno non solo di un contatto fisico, non solo di uno sfogo, ma anche di un amico... Si ritrovarono altre poche volte. Ma Gustavo sentiva che il loro rapporto era sbagliato. Capiva che dovevano smettere, e lo disse a Daniele. Così tutto finì. Dopo di allora, Gustavo riuscì a mantenersi casto. Daniele invece non ci riusciva, forse aveva meno autocontrollo, forse era sessualmente più vivace... Così Daniele una volta lo fece con un altro, che non si oppose affatto. Ma l'altro, dopo, lo disse al superiore, e non in confessione, che sarebbe restato un segreto. Così, anche se senza rumore, Daniele fu allontanato dal seminario.

Verso la fine dei suoi studi nel seminario maggiore, i seminaristi venivano mandati ad aiutare i parroci nelle varie chiese della diocesi, per iniziare a prendere contatto con la realtà pastorale a cui presto si sarebbero dedicati. Gustavo fu mandato ad aiutare il parroco di San Mattia.

San Mattia era una chiesa costruita alla fine degli anni sessanta, in quello stile né moderno né classico, a cavallo fra il preconciliare ed il postconciliare, da un architetto ai suoi tempi famoso ma ora quasi sconosciuto. La chiesa aveva a fianco tre costruzioni che formavano un cortile al suo lato destro. Nel vasto cortile c'era un campetto per le attività sportive, dal calcio alla pallavolo, alla pallacanestro. Quella verso strada, che continuava la facciata della chiesa, aveva gli uffici parrocchiali ed un teatrino. Parallela alla chiesa era la casa delle associazioni cattoliche e, che chiudeva il quarto lato, era la casa parrocchiale e la sacrestia. Già il parroco precedente aveva cessato di vivere nella casa parrocchiale trasformandola, assieme a parte della casa delle associazioni cattoliche, in una serie di appartamentini da dare in affitto, per pagare in parte le spese di mantenimento del complesso, ed era andato a vivere in un appartamentino, non proprio vicino alla parrocchia, che aveva avuto in eredità da una vecchia prozia nubile. Poi aveva voluto liberarsi di tutti i problemi amministrativi ed aveva così formato una commissione amministrativa di laici, alla cui testa aveva posto Ubaldo Crespi, una delle colonne della comunità.

Don Gustavo aveva incontrato per la prima volta Ubaldo Crespi quando, ancora seminarista, era stato mandato ad aiutare il vecchio parroco.

Ubaldo, uomo d'affari, presidente cittadino degli uomini di Azione Cattolica, teneva la contabilità della parrocchia di San Mattia. Uomo di fede, ex seguace di Lefebvre tornato all'ovile quando il prelato aveva rotto con Roma, passava quasi tutta la domenica e più sere a settimana in parrocchia nei gruppi di preghiera o biblici.

Comunque in tutto il tempo che non dedicava alla chiesa, era altrettanto devoto alle sue attività finanziare e si dedicava anima e corpo alla sua agenzia di assicurazioni, che da un ufficetto di periferia aveva trasformato in un alveare di attività: aveva ormai tre segretarie ed un collaboratore. Indubbiamente ci sapeva fare.

Nessuno poteva negare che Ubaldo Andrea Crespi era ed era sempre stato un lavoratore indefesso, un uomo con pochi grilli per il capo. Il tipo "tirati su le braghe da solo e fai poche storie" come amava dire di sé stesso l'uomo senza false modestie. Un uomo alto e spigoloso, che non ignorava per un solo momento la sua posizione nel mondo e nella società, la cui vita era regolata da una filosofia essenziale, fatta di pochi chiari punti, di cui nessuno superfluo.

Ubaldo non si sarebbe mai abbassato ad avere rapporti con qualcuno che negasse uno solo dei suoi "valori" che sapeva difendere con logica essenziale come aveva imparato da suo padre, e tutto ciò che non rientrava in quello era semplicemente "indegno della vita". Punto e basta.

Con queste convinzioni ben radicate, Ubaldo Crespi viveva una vita semplice e frugale, che si svolgeva su binari sicuri e dritti, senza compromessi né tolleranza verso le aree grigie o non ben definite della vita. E questo non valeva solo per sé, ma si applicava a tutto il proprio regno... "O fai o non fai. O sei o non sei. O bianco o nero, ragazzi. State a sentire quello che vi dico? Non può essere più semplice di così! Il tuo parlare sia: sì, sì; no, no! Chiaro e netto".

Questo ripeteva ai propri quattro figli, al primo, Adriano, al secondo, Diego, alla sorellina Loredana ed al piccolo Oreste. Questo i ragazzi sapevano a memoria. Si può dire che non passasse giorno che Ubaldo ripetesse questa sua massima aurea, che fosse in casa o al lavoro o anche in parrocchia.

Clara Crespi, la moglie di Ubaldo, era una donna minuta ma alta, dalla voce dolce ma forte e determinata. Era una filippina che Ubaldo aveva conosciuto a casa di uno zio dove faceva da donna di servizio e che aveva deciso di prendere in moglie. Per sposarla aveva quasi rotto con la famiglia. Ma quando Ubaldo aveva deciso una cosa, nessuno lo smuoveva. Erano sposati da due anni quando nacque il primo figlio, Adriano.

Clara aveva iniziato ad occuparsi della vita della parrocchia col vecchio parroco. Aveva praticamente in mano la manutenzione di chiesa e sacrestia: paramenti, suppellettili, arredi, pulizia, decorazioni per i matrimoni. Guidando un gruppetto di altre parrocchiane, gestiva il tutto con mano lieve ma decisa.

E con loro Gustavo aveva conosciuto Adriano, allora tredicenne: un ragazzino quieto e dal sorriso dolce, solerte ed obbediente, che spesso aiutava la madre in chiesa o in sacrestia. Un ragazzino che si faceva apprezzare ed amare da tutti. Sempre pronto ad aiutare, a rendersi utile con buona grazia. Il secondo, Diego, aveva dieci anni: era un tipo più vispo, dagli occhi furbetti, a cui piaceva più giocare che aiutare, ma che comunque obbediva a tutto quello che la madre gli diceva di fare. Poi Loredana, di sette anni, silenziosa, schiva ed infine il più piccolo, Oreste, allora do quattro anni. Gustavo Cirasa aveva notato che i quattro figli erano nati esattamente a tre anni di distanza l'uno dall'altro... e aveva scoperto in seguito che le loro nascite erano state accuratamente pianificate da Ubaldo e Clara. Non certo usando anticoncezionali, erano cattolici osservanti, ma semplicemente facendo sesso per quattro brevi periodi della loro vita matrimoniale e vivendo castamente negli altri...

Il primo incontro fra Don Gustavo e Adriano, era avvenuto una domenica mattina dopo la messa del parroco. Per la prima volta si strinsero la mano e sentirono entrambi, lo lessero uno negli occhi dell'altro, che si piacevano... ed era nata allora la loro amicizia. A Don Gustavo piaceva molto quel ragazzetto quieto, bello, modesto che era già alto quasi quanto lui...

Quando il vescovo, tornato da Roma dove aveva ricevuto la berretta cardinalizia, aveva voluto fare la grande cerimonia in Cattedrale per sottolineare l'importanza dei sette sacramenti, celebrando prima del pontificale un battesimo ed un rito di riconciliazione, dopo il vangelo una cresima, un'ordinazione ed un matrimonio, all'eucarestia una prima comunione ed alla fine della messa l'unzione di un infermo, la scelta del ragazzo da cresimare cadde su Adriano ed il sacerdote da ordinare fu don Gustavo. Questo, dopo un anno che si conoscevano, aveva cementato tacitamente il loro senso di avere un rapporto speciale: nella stessa cerimonia entrambi avevano ricevuto il crisma... Era stato un caso, ma entrambi l'avevano sentito inconsciamente come un segno... E quando don Gustavo, ormai sacerdote, aveva iniziato a predicare in san Mattia, davanti alla moltitudine dei parrocchiani, con la coda dell'occhio guardava verso il ragazzino e spesso traeva, dal sempre attento sguardo di Adriano, sicurezza ed ispirazione, silenzioso sostegno ed ammirazione.



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