Adriano stava quasi per compiere i vent'anni. Fino ad allora in qualche modo aveva percorso, bene o male, il cammino della propria vita. Era passato dalla fanciullezza all'adolescenza, da questa alla giovinezza e si stava ora affacciando alle soglie della maturità, sereno malgrado l'esperienza di vivere fatti che spesso trovava snervanti.
Aveva percorso tutta la sua via, dalla nascita ai suoi diciannove anni quasi venti, crescendo con un cuore pieno di calore ed una natura estremamente gentile e serena. Questa natura l'aveva assai raramente posto di fronte a conflitti quando l'autorità dei genitori che governava la sua crescita gli richiedeva piena ed immediata obbedienza.
Nella scuola superiore come nel vicinato, Adriano non aveva sviluppato amicizie tali da esser considerate intime neppure dalla sua vigile madre. Ciononostante quel ragazzo dal quieto eloquio e dall'aspetto incredibilmente attraente, piaceva molto a tutti. E così, chiuso nella cornice della sua adolescenza accuratamente pianificata dai genitori e che lo circondava da ogni lato, dalle attività in parrocchia alla scuola privata scelta con cura, alle feste organizzate dai grandi per i ragazzi, lui era sempre stato uno del gruppo, accettato pienamente sia dai suoi coetanei maschi e femmine che dagli adulti. Adriano perciò aveva poca esperienza su cosa significasse fare la propria strada in modo diverso da quello che gli era stato instillato dentro.
Aveva acquisito presto la nozione che la vita fosse qualcosa di difficile e duro, perché il ragazzo aveva capito che doveva lasciare indefinite ed inesplorate le emozioni ed i desideri che a volte provava, e che non parevano aver posto in quella rigida cornice.
Ma tutto era cambiato in quel mercoledì; tutti gli aspetti della propria vita stavano per cambiare. Adriano Crespi era indubbiamente giunto ad una svolta nella sua mente e nella sua vita dal momento che aveva deciso di non coprire i suoi occhi di fronte a nulla di ciò che sentiva in sé, grande o piccolo che fosse. Mai più.
Adriano si rigirava incessantemente nel suo letto nella stanza che condivideva con suo fratello Diego. Voleva dormire ma il suo corpo era in quel dormiveglia agitato, conscio del proprio corpo come mai era stato. Si era girato e rigirato, sulla schiena, sul ventre, poi sul fianco, cercando inutilmente di addormentarsi. I suoi occhi chiusi, in quello stato a metà fra la veglia ed il sonno, in cui i pensieri si mescolano ai sogni, si riempirono di immagini di don Gustavo che scorrevano come un film contro le sue palpebre chiuse, e tutte gli sorridevano...
Quella notte la fantasia di Adriano era ben desta. Il ragazzo nel suo dormiveglia rivide Gustavo come quella volta, due anni prima, al campo estivo: il giovane sacerdote indossava solo un costume azzurro, il corpo seminudo inondato di sole... Ne rivide i bei muscoli perfetti e la sua fantasia vi sovrappose la voce bassa e calda, gentile, di quando predicava e vi aggiunse senza sforzo il profumo che emanava dal giovane uomo abbandonato languidamente nel sonno, profumo che aveva carpito quella volta che era andato a svegliarlo un mattino in tenda, al campo dell'anno precedente.
E così il bel ragazzo nel suo dormiveglia si stese accanto al proprio miraggio e il suo membro lentamente si rassodò e crebbe. Il suo scroto prendeva morbido fra le cosce che sembravano improvvisamente calde come una fornace accesa. E, mentre era in bilico fra veglia e sonno, nella sua mente quasi paralizzata su quella visione di sogno, confusamente fece giuramenti di eterno amore al suo invisibile compagno.
Fianco a fianco nel magico buio della notte, Adriano ed il suo amato giacquero nella penombra in cui i sogni escono a portare messaggi. Messaggi... meravigliosi messaggi... come quelli che si stavano sussurrando a vicenda. Parole che venivano da brani di prediche o di loro conversazioni, giustapposti in un prodigioso collage, diventavano preziose espressioni di amore sulle labbra del miraggio di Gustavo che col suo corpo dorato gli si premeva contro.
Una passione bruciante era fiorita da queste sue semiconscie fantasie ed ora avvolgeva Adriano. Il suo corpo snello e forte, dolcemente cullato da queste sensazioni, giaceva nella cameretta buia, perfettamente conscio di tutte le sue parti e del calore meraviglioso che provava. Il suo risvegliato desiderio era più reale del fantasma che giaceva con lui nel letto. Adriano sostituì l'immaginaria mano dell'uomo con la sua e si diede, nel segreto del buio, un surrogato delle dolci sensazioni tattili che il fantasma non gli poteva dare.
Adriano lentamente mosse le proprie mani sotto le coperte che lo proteggevano dal freddo invernale. Posatele sul proprio petto e sul ventre, le lasciò migrare lentamente sulla propria pelle in fiamme, quasi di loro volontà. Muovendosi, i polpastrelli delle sue dita affusolate sfiorarono gentilmente la liscia, soda e vellutata pelle di petto e addome. Come uno stormo di uccelli che vola basso su un campo di grano, in ampi giri, le sue dita spaziarono lievi e finalmente si posarono sul tronco che ora si ergeva al fondo dell'ampia pianura... Emettendo un lievissimo gemito, Adriano arcuò la schiena e il bacino e rapidamente fece scivolare verso le ginocchia gli slip di bianco cotone, l'unico indumento che solitamente indossava a letto. E finalmente dette corpo alla sua fantasia, nel classico modo che i ragazzi, nei loro solitari piaceri, conoscono...
Il pomeriggio del giorno dopo, mentre sedeva al bar per prendere un cappuccino caldo, dopo scuola, Adriano aveva capito chiaramente che la sua sola speranza di raggiungere finalmente una pace interiore era quella di trovare un orecchio capace di ascoltare, un cuore saggio in cui depositare il suo segreto. Le sue paure sarebbero state così spogliate del loro potere, una volta che avesse potuto esprimere in parole, sentirsele pronunciare, farle uscire da sé.
Seduto davanti alla sua tazza fumante, la sedia inclinata indietro e le spalle poggiate contro la parete coperta di antichi pannelli lignei di quercia, Adriano era rimasto a lungo in silenzio a guardare le proprie mani poggiate in grembo, le dita intrecciate strettamente come in angosciosa preghiera. Ma finalmente aveva messo a fuoco i propri pensieri. Aveva deciso.
Aveva fatto un lento ed accurato bilancio nella propria mente: aveva messo su una colonna le perdite e su un'altra i guadagni... e nelle perdite c'era in prima linea il pugno di ferro con cui il padre aveva retto la sua vita dalla nascita ad allora, nei guadagni lo spirito di carità che aveva scorto nel suo giovane parroco. C'era voluto poco per Adriano giungere a razionalizzare i suoi bisogni e scegliere di aprirsi con la persona che più gli dava garanzie di comprensione, don Gustavo. "Lui... sì, non può essere altri... lui..." si convinse alla fine. "Come potrei se non con lui?"
Il campanello elettrico che suonava ogni volta che qualcuno apriva la porta del bar, lo scosse dai suoi pensieri. Adriano s'era alzato deciso, aveva preso i propri libri, lasciato sul tavolinetto il cappuccino intatto ed era uscito risoluto. Era andato a prendere il tram sentendosi più leggero.
Ma durante il viaggio, immagini si affollarono nella sua mente: il volto severo del padre faceva da sfondo a tutte... e si chiese per la prima volta, seriamente, in profondità, che cosa provasse nei confronti di Ubaldo Crespi, l'uomo che gli aveva dato la vita.
Si accorse di provare emozioni in conflitto: desiderio di amore ma paura, voglia di comunicare ma irremovibili confini, desiderio di vicinanza ma solitudine... ammirazione ma timore... voglia di compiacere, di essere accettato... di temere di non poterlo essere, di non essere all'altezza...
Era stato nutrito bene, vestito nel modo migliore, ma non aveva mai avuto il diritto di scelta. "Onora tuo padre e tua madre" era il ritornello, perciò fai come ti dicono loro. Chi sei tu per decidere che cosa è bene, che cosa è giusto? Che ne sai tu della vita? Fai come ti dice tuo padre, perciò!
La sua fronte alta e liscia si raggrinzì quando chiuse i suoi occhi color bronzo e contro il nero delle palpebre fece affiorare l'immagine di suo padre steso sul letto, rigido, fra quattro ceri accesi. E si chiese, per mettersi alla prova: "Quanto mi farebbe male se, tornato a casa, lo trovassi morto? Mi metterei a piangere? Mi sentirei perso, disperato? Sentirei di aver perso qualcosa di insostituibile nella vita, per sempre... come dicono che dovrebbe essere?"
Questo pensiero, questa domanda, la risposta che non osava darsi lo lasciarono con un senso di colpa e di confusione. Che il padre debba essere onorato ed obbedito e non contrastato era tutto quanto gli era stato instillato dentro sia in casa che nella scuola dei preti in cui aveva studiato e studiava. Da sempre. Perciò quando la risposta "Sì certo!" che ogni figlio avrebbe dovuto pronunciare non era affiorata nella sua mente, Adriano si sentì un figlio degenere.
"No! ... no! .... Mio padre sarebbe l'ultima persona, la più sbagliata a cui parlare di queste cose. E comunque niente di quello che dovrei dirgli... non sarebbe neppure disposto ad ascoltarmi, figurati! Nessuno mai può parlare con lui... solo ascoltarlo. Lui non sa ascoltare, solo parlare. A senso unico. O sei con me o contro di me. Lui!"
Era così da quella mattina, da quando Adriano aveva iniziato a cercare di riordinare le proprie emozioni, i propri pensieri, i propri desideri, e poi lungo la giornata. Ma tutte le rotelle del suo cervello parevano grippare, rifiutarsi di girare come avrebbero dovuto. Allo stesso modo, tutte le risoluzioni in un senso o nell'altro che fino ad allora aveva preso, parevano dimenticate, inutili, impossibili. Era tutto fuori quadro. La testa gli ronzava sordamente.
Si sentiva, svuotato di ogni speranza, sul bordo di un precipizio di paura, e un profondo sconcerto gli raggelava il cuore. Mentre camminava, il diciannovenne pieno di ansie, riprese a ripetersi i propositi che s'era fatto, a recitarli come una cantilena dentro di sé, quasi a convincersene, perché doveva trovare una risposta, una soluzione, una via d'uscita al problema che assillava la sua mente. No, non poteva certo andare avanti così.
Considerando tutte le possibilità, carezzava l'idea che, forse anche per un qualche involontario errore da parte sua, una forza sconosciuta ma potente stesse forzando con mano pesante ed occhio maligno l'evolversi della sua vita. Adriano speculava su questa possibilità per spiegare la maledizione che apparentemente aveva posto il sigillo su ogni possibile via di soluzione, di ragionamento che avrebbe potuto permettergli di uscire dai suoi problemi incalzanti. Ma tutto era fallito! Tutto.
Frustrato, rapidamente si accorse, come s'aspettava, che c'era più assurdità che buon senso in una simile spiegazione. Strinse le labbra, poi esclamò a mezza voce: "Cazzo!" rendendosi conto che era in un labirinto di vicoli ciechi. Anche se la maggior parte della gente più vecchia di lui avrebbe presunto che Adriano fosse troppo giovane per capire che cosa sia la vera sofferenza, la pena che il ragazzo dagli occhi tristi stava provando quel giorno lo attanagliava con durezza e profondità come il gelido e forte vento penetrante di quella giornata di dicembre.
Una cosa era certa: Adriano intendeva, ad ogni costo, porre fine al dolore che sentiva in sé. Si ripeté che da quel giorno lui, e solo lui, avrebbe deciso sulle cose che riguardavano la sua vita e che lui e solo lui avrebbe avuto l'ultima parola su come risolverle. Era una decisione irrevocabile, a cui era giunto quella mattina e che restava nonostante la pena e la confusione di tutta la giornata. Avrebbe scelto da solo cosa prendere, come dare... e quando e a chi esprimere il proprio amore. Per un momento, mentre ripensava alla decisione che aveva preso, la scintilla ed il chiarore di una tenue speranza lo illuminarono. I secoli bui erano cosa del lontano passato, si disse. Dopo tutto siamo nel ventesimo secolo, anzi, quasi nel ventunesimo, no? Siamo nel 1997...
Benché il peso del problema fosse stato sopportato con quieta rassegnazione fino ad un certo giorno, il dilemma del giovane sul quali fossero i giusti sapori della vita continuava ad assillarlo. Tutto il peso dei problemi che lo assillavano, s'era accumulato opprimente sulle spalle di Adriano ben prima che queste fossero diventate larghe e forti come ora. L'aveva infallibilmente sovrastato man mano che l'adolescente acquisiva consapevolezza di sé stesso... Continuava a risuonare nelle sue orecchie con lo sconcertante rintocco di una grande campana fessa.
La verità che il ragazzo dai grandi occhi teneva nascosta quasi più a se stesso che agli altri, era diventata evidente a punto tale che dovette riconoscerla e giungere ad un'inevitabile compromesso con essa - lui era attratto dagli uomini, lui amava un uomo! Quel mercoledì, forte come il bisogno di cibo o la fame di sesso, un'intima esigenza di sentirsi libero perseguitava Adriano con maggiore forza di quanto credesse possibile.
La presenza di desideri così grandi sopraffaceva il giovane a cui i genitori non avevano mai spiegato quei fatti della vita che credevano che un ragazzino non dovesse conoscere. E, come un ragazzino, il giovane dalle ampie spalle non aveva elementi per misurare e valutare ciò che stava provando nel proprio intimo. La curiosità lo divorava. Ciononostante, come se lo spaventoso, incombente impatto di una scena di suspense che si svolgeva davanti ai suoi occhi potesse in qualche modo essere alleviato, proprio come un bambino seduto in prima fila in un cinema in cui si proiettano scene paurose di un film e che sogguarda di fra le sue piccole, esili dita l'azione che si svolge sullo schermo quasi a renderla meno paurosa, a volte Adriano s'era trovato a spiare, esitante, le proprie pulsioni.
Certamente prendere una decisione è molto più facile che non metterla in pratica. Le paure del ragazzo spesso torreggiavano su di lui in minacciose fiamme, man mano che la giornata di un gelo invernale procedeva lentamente.
Fin da quel mattino, recitava dentro di sé come in un mantra miracoloso la frase evangelica che solo la domenica precedente don Gustavo aveva citato: "La verità vi renderà liberi... solo la verità..." Sì, sarebbe stato il fatto di dire la verità che avrebbe aperto, per il bel ragazzo dalla liscia pelle vellutata, la porta che aveva pensato dovesse restare per sempre chiusa per lui. Ed un'altra frase detta dal suo giovane parroco risuonò in lui: "L'amore è l'unica forza che ci può aiutare a vivere bene..."
Curiosamente, l'ansiosa decisione su dove cercare illuminazione riguardo alle cose che si agitavano in lui e che conosceva bene ma non capiva, aveva prevalso nei pensieri turbati del giovane dagli occhi chiari per parecchie settimane precedenti quel giorno. Fin dall'inizio Adriano aveva riflettuto sulla possibilità di riporre la propria fiducia nel giovane parroco della sua chiesa. Ma poi, un po' per un senso di prudenza e un po' per il codice morale instillatigli dal padre e dalla madre, Adriano aveva ponderato a lungo se fosse più saggio conformarsi alle regole o romperle. Lui era il figlio maggiore e come tale era stato caricato di un forte senso di responsabilità verso la famiglia ed i fratelli in particolare. Lui era quello che un giorno avrebbe dovuto affiancare il padre, prenderne il posto e perciò doveva esserne degno.
Ma Adriano sapeva che non poteva trovare consiglio all'interno della famiglia Crespi; avrebbe sicuramente sollevato l'inferno se avesse fatto intravedere a suo padre Ubaldo anche solo la superficie del suo problema. Quel giorno aveva accuratamente considerato le possibilità ed alla fine era giunto a dirsi: "vai dove ti possono capire..." e quindi aveva preso la decisione, diversa da quella che il padre sicuramente si sarebbe attesa da lui. Si rafforzò in lui l'idea che ora lo sospingeva a camminare verso la fermata del tram, in quel tardo e freddo pomeriggio.
Per Adriano, l'apprensione che provava era come un mosaico di frammenti di paura e dubbio che s'agitavano, quel giorno, sul suo bel volto. Ma era determinato a dimostrare a se stesso di essere ormai abbastanza adulto, abbastanza uomo da affrontare l'infantile disperazione che provava nel cuore, e che sentiva più gelida del vento che lo strapazzava mentre attendeva il tram.
Il tram affollato che andava in periferia imboccò via Malta. La percorse, girò in viale Marina e si fermò davanti al vecchio deposito della Coop. Erano da poco passate le cinque di pomeriggio di quel freddo mercoledì di dicembre.
Adriano, che stava accanto all'uscita, scese con un piede sul primo gradino della scaletta aspettando quasi impaziente che il conducente aprisse la porta. Finalmente questa cigolando si spalancò e lui scese. Altri passeggeri scesero dal tram aggirando impazienti l'alto giovane dalla pelle lievemente olivastra che s'era improvvisamente fermato appena sceso. Il ragazzo stava immobile, il bel volto stranamente privo di espressione.
Benché i suoi pensieri fossero in gran parte assorbiti dalle sue preoccupazioni, lo sguardo di Adriano lentamente seguì il flusso della gente che scompariva lontana. La visione grigia, vuota e triste del corso dagli alberi spogli che si presentò all'alto ragazzo fu sottolineata da un respiro che esalò dalle labbra di Adriano, si alzò e si dileguò in una lieve nuvoletta. La rapida scomparsa del gruppetto di passeggeri scesi con lui accentuò terribilmente l'abisso che sentiva esserci fra sé e il resto dell'umanità.
Nonostante lo sferragliare sulle rotaie, Adriano era appena conscio del tram che alle sue spalle si stava allontanando rapidamente, continuando i suoi interminabili giri. Come intontito, scosse il capo quasi per dipanare il filo ingarbugliato dei suoi pensieri da quella specie di atarassia in cui era caduto mentre osservava il corso. In qualche modo la strada e le case lungo questa, all'improvviso gli parvero estranee e sconosciute benché facessero parte del quartiere in cui da diciannove anni viveva e che conosceva perfettamente. Sentendosi vagamente allarmato per quella strana incapacità di riconoscere il posto, gli ansiosi occhi nocciola del ragazzo girarono veloci di nuovo a destra e a sinistra mentre tentava di ritrovare l'orientamento. Ancora insicuro sulla direzione in cui dovesse muoversi, la scena attorno a lui pareva ritrovare linee familiari, anche se Adriano era ancora come paralizzato dall'improvviso senso di solitudine.
Una forte ed imprevista raffica di gelido vento convinse il ragazzo a muoversi dopo aver risistemato i libri, stretti da una cintura, che teneva sotto il braccio. La sua mano libera rialzò rapidamente il colletto del giubbotto di pelle stringendolo attorno al lungo collo. Poi, per pochi attimi ripensò al perché fosse sceso due fermate prima di casa e finalmente s'incamminò a passo risoluto per la via di fronte a lui, verso la chiesa che distava solo tre isolati: la chiesa che lui e la sua famiglia frequentavano da sempre.
Passo dopo passo, il rumore delle sue scarpe sull'asfalto, ritmico e deciso, pareva quasi quello di un soldato. Adriano sentiva i suoi pensieri vorticare lenti nella propria testa, turbati, accompagnati da visioni preoccupanti, che parevano dense ragnatele impregnate dalla polvere di generazioni di pregiudizi.
Aveva passato tutto il giorno in un senso attanagliante di angoscia, in un umore, se non nero, di un desolante grigio. Ancora stava tentando di lottare per capire quale fosse la decisione migliore ed a tratti gli pareva di affogare. Gli ostacoli gli parevano troppi ed insormontabili.
Il vento gelido carezzava le sue guance che stavano ritrovando un po' di colore. Adriano salì la scala che portava all'ufficio parrocchiale. Bussò.
"Chi è?... Avanti... Avanti!"
Un po' infastidito nel sentire il debole bussare alla porta dell'ufficio mentre si stava preparando per chiudere e tornare a casa, don Gustavo Cirasa si girò verso la porta mentre stava per infilare il cappotto che aveva preso dal vecchio appendiabiti posto accanto alla porta. Comunque l'alto, solido, atletico sacerdote aprì la porta pronto ad ascoltare con pazienza l'ennesimo parrocchiano, ed il suo volto s'illuminò come un giorno di primavera quando riconobbe, inquadrato dagli stipiti, Adriano. Il giovane prete appoggiò il cappotto di tweed carta di zucchero sulla spalliera di una sedia accanto alla porta che spalancò completamente in un istintivo gesto di benvenuto. La sua forte mano si posò sul braccio di Adriano e lo fece entrare sospingendolo poi in centro all'ufficio. Richiuse la porta e lo guardò sorridendogli.
L'ampio sorriso di don Gustavo fece subito nascere un sorriso sul volto di Adriano. Nonostante fosse ancora oppresso dalla sua naturale timidezza, tutte le preoccupazioni del giovane parvero sparire come d'incanto. Il sorriso di Adriano rifulse verso il giovane prete che era diventato parroco di San Mattia solo tre anni prima. Per un momento il calore umano che emanava da questo giovane uomo che per tanto tempo era stato protagonista dei suoi pensieri, divenne una sorgente di protezione sufficiente a fargli dimenticare gli affanni che l'avevano spinto a cercarlo.
"Ehilà, giovanotto, come va?" Le labbra del giovane sacerdote erano aperte in un caldo sorriso pieno di sincera amicizia che irradiava su Adriano mentre il giovane e straordinariamente bel prete prendeva fra le sue la gelida mano del ragazzo e la stringeva calorosamente.
"Non male, Don."
"Bene, amico mio," disse gioiosamente don Gustavo, "pare proprio che le vie del Signore siano misteriose, perché questa è proprio una bella sorpresa. Ne avevo bisogno. Oggi è stata una giornata pesante, sai, prima l'idraulico che per riparare un cesso pare debba rifare mezzo impianto, poi il riscaldamento che non funziona bene, e infine il finanziamento promesso per aiutare gli immigrati, è stato ritirato, chissà perché... ero davvero giù. E invece, eccoti qui, e già mi sento meglio solo a vederti!"
La conversazione lieve ed allegra del giovane prete fu improvvisamente interrotta quando un'acuta espressione di ansia apparve nei chiari occhi del suo giovane parrocchiano. Cautamente e con tono gentilmente neutro, il giovane parroco incrociò la braccia e guardò su e giù Adriano con espressione amichevole: "Da dove stai venendo, da casa?" chiese con voce tranquilla.
"No... dall'Università. Sono sceso prima, per venire qui."
Il sorriso di don Gustavo stava lentamente svanendo, sentendo che doveva esserci qualche problema. Non se n'era reso conto a prima vista, ma ora non poteva non sentire una profonda tristezza negli occhi di Adriano, una pena nei tratti del suo volto, che gli sembrarono troppo grandi per un ragazzo non ancora ventenne. Adriano abbassò il capo. Il cuore dell'uomo si strinse.
"Adriano, che c'è? Dimmi, che ti sta capitando? Vuoi parlarmene? Pare quasi che... che tu abbia visto la morte in faccia... e a lungo, anche!" Il bell'uomo dalla pelle dai riflessi dorati come ricco miele tacque per un secondo poi con la grossa mano prese delicatamente il mento del ragazzo facendolo rialzare con gentile fermezza per poterne di nuovo guardare gli occhi.
Per un lungo istante di silenzio, il parroco esplorò con un senso di pena gli occhi di Adriano tentando di capire che cosa potesse affliggere a tal punto la sua anima e con l'altra mano gli strinse una spalla cercando di rassicurarlo, di fargli sentire che era in buone mani. Poi don Gustavo espresse il suo desiderio di aiutarlo in tono franco e gentile.
"Allora, giovanotto, tira fuori tutto e dimmi che cosa ti sta succedendo. Non importa di che si tratta, perché sono qui per darti una mano, qualunque sia il tuo problema. Non riesco ad immaginare che cosa ti abbia ridotto così, ma... Ma sai che farò il possibile e l'impossibile per esserti vicino, sono qui per questo."
Adriano, silenzioso, ansioso, ancora ritto in centro all'ufficio di fronte al perplesso sacerdote, riabbassò di nuovo il capo e spostò il suo peso da un piede all'altro. Un'amalgama di disperate emozioni, bisogno, paura e colpa, gli calò sulle spalle come un peso immenso che lo rendeva incapace di fare ciò che più desiderava: semplicemente guardare negli occhi il suo alto e forte parroco e sapere che lui avrebbe trovato la soluzione ai suoi problemi.
Gli tremò il mento. "Io... io.... io voglio parlarti, Don." esclamò sentendo una gran voglia di piangere. "Devo parlarti... davvero. È terribilmente importante."
Uno sguardo preoccupato che mostrava una insondabile profondità di sentimenti aleggiò sul volto confuso del giovane parroco. "Sì, ragazzo mio... Me ne rendo conto.... certo... Vedo che dev'essere qualcosa di molto serio."
Adriano tremò da capo a piedi, temendo che se avesse tentato di pronunciare una sola parola, non avrebbe solo aperto le cataratte del suo cuore in un'alluvione di parole, ma avrebbe dato pieno sfogo a un torrente di lagrime incontrollabili. Non voleva piangere. Strinse le labbra ed annuì solamente.
La mano di don Gustavo che sembrava stesse scivolando dalla spalla di Adriano, sembrò ritrovare vita e tornò al mento tremante del ragazzo. Quella mano calda e forte, teneramente gli carezzò una guancia: "Via, ragazzo mio, non essere spaventato così." disse gentilmente, "Vedrai che tutto andrà a posto."
Gli occhi di Adriano erano pieni di dolore.
Don Gustavo lanciò un'occhiata all'orologio appeso alla parete a fianco della scrivania, fra la fotografia di Giovanni Paolo II e quella di Madre Teresa di Calcutta.
"Ascolta, amico mio, la cosa migliore da fare è andarcene di qui assieme prima che arrivi qualcuno e ci interrompa." suggerì il giovane parroco in tono così lieve che immediatamente ebbe il potere di risollevare la fiducia di Adriano. "La cosa migliore credo..." disse don Gustavo senza aspettare la risposta di Adriano, "Sì, vieni a casa con me. Così possiamo parlare tranquilli per tutto il tempo che vuoi, io e tu soli, senza che nessuno ci disturbi. Staccherò il telefono, va bene? E poi..." soggiunse con un sorriso amichevole, "possiamo anche cenare insieme, se ti va. Anche se non è che io valga molto in cucina... ma qualcosa riusciremo a preparare, no? Ti va?"
Adriano lo guardò. I suoi occhi incontrarono quelli di don Gustavo ed il suo sorriso riapparve lentamente. "Sì, certo." disse il ragazzo con la lieve, calma, disponibile sicurezza di chi si fida completamente dell'altro.
"Comunque, tuo padre e tua madre sanno che sei venuto da me?" chiese don Gustavo con prudente tono indagatore.
"Beh, no..." rispose Adriano.
"Allora prima di andare non sarebbe una cattiva idea avvertirli prima che si preoccupino." disse don Gustavo indicando il telefono sulla sua scrivania.
Era un vecchio telefono grigio a disco, che aveva conosciuto le mani di diversi parroci, prima di allora. Don Gustavo non spendeva i soldi della parrocchia per cose futili. I poveri e gli immigrati venivano prima di ogni altra cosa per lui, anche prima dei paramenti sacri.
Sì, un colpo di telefono a casa doveva farlo. Si era a metà settimana, e l'indomani doveva andare a lezione. Un breve cenno di assenso di Adriano indicò che lo capiva. Ciononostante il suo avvicinarsi a passo di lumaca alla scrivania colma di carte, libri e Bibbie del parroco, suggeriva una gran riluttanza. Lo snello giovane guardava fisso le proprie lunghe dita mentre, quasi a fatica e lentamente, faceva girare il disco per sei volte. L'attesa fu di pochi secondi. Adriano volse la schiena a don Gustavo e si chinò sulla scrivania.
"Mamma?... Sì va tutto bene. Ti ho detto che sto bene. Ho chiamato solo per dire che c'è... m'è saltato fuori qualcosa di speciale e che forse faccio tardi... Mah, non ti so dire a che ora... Ma non è niente... qualcosa che devo verificare, è tutto... qualcosa, mamma... No, niente compiti a casa, è l'università, mamma... Certo che sì... No, non me ne dimentico... Eh?... l'affare della TV?... No che non ce l'ho io, mica me lo porto dietro, no?... Mah, chiedi a Diego o Lory, forse l'han messo loro da qualche parte... magari si sono scordati... Sì, mamma... sì, ho le chiavi di casa... Sì... Sì... A dopo..."
Adriano, quando si rizzò e si girò dal telefono, trovò don Gustavo seduto sul bracciolo della poltroncina di ferro.
Il sacerdote aveva passato il tempo della telefonata esaminando i bordi consunti del suo unico cappotto invernale. Ma di tanto in tanto aveva lanciato occhiate verso la scrivania con la coda dell'occhio. Aveva osservato il corpo del ragazzone chinato per tutto il tempo in cui aveva conversato con la madre. L'impressione immediata di don Gustavo fu che il giovane faceva pensare ad un soldato logorato da una troppa permanenza sul campo di battaglia.
Non l'aveva solo sogguardato ma anche ascoltato. Aveva sentito che il suo giovane parrocchiano si era tenuto sul chi vive durante tutta la telefonata.
Don Gustavo scrutò l'espressione vuota che era comparsa sul volto di Adriano cancellando ogni segno di emozione quando aveva posato la cornetta.
"Adriano, posso chiederti qualcosa?"
"Certo, Don. Cosa?
"Non è che voglia ficcare il naso nei tuoi affari, ma... perché non hai semplicemente detto a tua madre che ti fermi a cena da me?"
La risposta di Adriano era troppo penosamente onesta per permettergli di tirar fuori più di un sussurro: "Avrebbe voluto dire una marea di domande, dopo..."
Don Gustavo si alzò girandosi per riprendere il proprio cappotto senza dire né chiedere nulla. Dando ad Adriano una pacca sulla spalla gli disse: "Bene, giovanotto, andiamo ad affrontare il vento, ora." ed uscirono.