"Svelto, ragazzo mio, 'sto freddo accoltella! Non è tempo da passeggiate, questo, corriamo che almeno sentiamo meno il gelo!" gridò il sacerdote dirigendosi a passo svelto verso la sua vecchia carretta, seguito da presso da Adriano.
Per la strada, ridendo mentre si allontanavano dalla chiesa buia, il sodo, atletico prete e il suo ben fatto giovane parrocchiano, corsero a perdifiato i due isolati verso est, dove la vecchissima Fiat del prete era parcheggiata, e brillava fioca sotto gli ultimi raggi del sole al tramonto.
I fianchi di don Gustavo erano scossi dalle risate quando si fermò accanto alla propria auto riprendendo fiato: "Buon Dio, giovanotto, mi chiedo che cosa mi prenda. Forse dovrei riprendere a fare un po' di sport se una corsetta come questa mi da il fiatone! Non ho più gli anni di un seminarista."
Il sorriso di Adriano era enigmatico ma non espresse la propria opinione sulla forma fisica di don Gustavo. Sapeva che il muscoloso giovane parroco era uscito dal seminario solo quattro anni prima, era forse il più giovane parroco della diocesi. E comunque non c'era nessuno, a suo parere, più forte o vitale di don Gustavo.
Questi entrò e subito aprì la portiera dalla parte del viaggiatore: "Non è che mi siano piaciute mai le auto, preferirei una moto, ma pare che i parrocchiani pensino che un'auto, per quanto vecchia, sia più dignitosa per un parroco..." disse sistemandosi e girando la chiavetta dell'accensione. Poi continuò pensieroso: "Forse che sì, forse che no... A me non è che interessi granché ma pare che a questo mondo la gente dia troppo peso alle apparenze. La mia moto mi piaceva..." Immettendosi nella via il giovane parroco disse, quasi soprappensiero: "Come sempre... preferisco guardare all'essenziale."
Mentre don Gustavo guidava verso casa, cercava di mantenere una conversazione spensierata nonostante fosse preoccupato per il volto turbato di Adriano. "Pare che si riesca a fare l'asilo nido, sai? Una ditta mi rimette a posto la vecchia casa dietro la chiesa e la congregazione delle Pie Discepole mi manda un paio di suore... Però niente viceparroco. A volte la solitudine pesa, un po'."
"Lo so," disse Adriano, "mamma me ne ha parlato. Mancano preti..." poi parve esitare ed aggiunse: "Sai, conosci mio padre, lui dice che sarebbe ora che anche il nostro vescovo accetti di ordinare diaconi... Lui vorrebbe diventarlo. Arcidiacono, se si potesse."
Don Gustavo annuì ma volle restare neutro riguardo alla poco velata critica del figlio nei confronti del padre. Si strinse nelle spalle, un po' a disagio perché riconosceva che il signor Crespi era un po' troppo sicuro di sé. Ma non fece commenti. "Ma dimmi, come si sente tua madre ora che ha ripreso a lavorare?" chiese il parroco cambiando argomento.
"Non te lo so dire. Mamma non parla granché del proprio lavoro in casa. Comunque sembra contenta."
"E non ha affatto torto. Ormai che vi ha cresciuti tutti e quattro, le resta poco da fare in casa, si annoiava, in fondo, no? E tua madre è sempre stata una gran lavoratrice. E siete cresciuti proprio bene, mi pare, giovanotto!" disse il parroco e diede una breve pacca sulla coscia del ragazzo. "Sì, e tu ormai sei grande, ti stai facendo un uomo e credo che cominci a sognare in modo più concreto... Noi vecchi dobbiamo farci indietro per voi giovani, no?" disse don Gustavo in tono semiserio. Poi aggiunse più seriamente: "Il mondo a volte è duro, spietato. Devi imparare a continuare ad avere sogni per il tuo futuro, e non inaridirti..."
L'ottimismo tornò a scaldare ogni inflessione della voce profonda del giovane parroco e rifiorì in un ampio sorriso: "Tutti gli occhi sono puntati su di te, in attesa del giorno in cui potrai sedere a capotavola dove vorrai. Hai parecchio talento, tu, giovanotto."
Adriano lo guardò con aria interrogativa e dubbiosa ad un tempo.
"Sì, lo so Adriano, lo so..." disse don Gustavo sorridendo tranquillo, "Dio solo sa quanto le cose possono sembrare brutte a guardare la TV, i telegiornali, come tutto sembra andar peggio giorno dopo giorno. Certo, a uno giovane come te, deve sembrare che il futuro non abbia tante promesse, oggi. Pare che ogni lotta sia inutile, che non resti che star seduti e aspettare... e invece... invece..."
Questa volta fu don Gustavo a guardare verso Adriano. Gli occhi color del caramello chiaro del ragazzo, che ogni domenica dal primo banco lo guardavano senza fallo inviandogli durante le sue prediche il rassicurante conforto di una totale fiducia, non erano a fuoco, non lo guardavano né guardavano nulla. Erano puntati fuori attraverso il parabrezza, verso il cielo che si stava scurendo. Il parroco riportò in fretta il proprio sguardo sulla strada e continuò a guidare, chiedendosi quali risposte Adriano cercasse nell'oscurità incombente del cielo.
Dimentica di tutto ciò che esulava dai confini del suo problema, la mente del giovane passeggero di don Gustavo Cirasa era silenziosamente scivolata via in un'altra dimensione.
Tentato di dargli un'altra breve pacca di conforto, si trattenne pensando: "Sai bene che nessuno parla di qualcosa finché non si sente pronto e forte. Cercare di spingere qualcuno a parlare non aiuta nessuno ad iniziare discorsi seri."
Considerato questo, il sacerdote optò per continuare a parlare sommessamente del più e del meno. Benché non avesse indizi, don Gustavo continuava ad arrovellarsi per cercare di cogliere le radici del problema di Adriano. Poi, ripensando che neppure chiacchiere vuote aiutano a parlare di cose serie, il giovane sacerdote si disse: "Sta calmo, lascia che sia se stesso. Lascialo in pace. Per ogni cosa vi è un tempo..."
E anche don Gustavo si immerse nei suoi pensieri, ricapitolando i cinque anni da cui era stato ordinato sacerdote.
Aspettando che il taxi davanti a lui potesse girare, don Gustavo rifletteva sul fatto che lui e Adriano, in qualche modo, erano cresciuti assieme, dalle due parti dell'altare. In un'amicizia tranquilla e senza particolari manifestazioni di affetto, ma rispettosa, ognuno aveva dato all'altro e dall'altro ottenuto un senso di serenità e di fiducia. Il ragazzetto e il giovane sapevano, senza mai esserselo detto, che potevano contare l'uno sull'altro.
Al semaforo don Gustavo ripensò alla chiara ammirazione che Adriano aveva sempre avuto per lui. E si disse: "Via, non darti arie, non è ammirazione... è solo simpatia... fiducia..." improvvisamente a disagio per i suoi pensieri, "Sì, fiducia, e perciò adesso pensa a come dargli veramente aiuto, è venuto da te proprio per questo..."
Nonostante sembrasse distante, Adriano era separato dall'atletico uomo accanto a lui solo dal silenzio. In quel preciso momento don Gustavo Cirasa era il perno su cui giravano i suoi dubbiosi pensieri. Nonostante lui, come tutti i numerosi parrocchiani, conoscesse bene l'indaffarato giovane parroco, ancora non sapeva che non esiste una vera differenza fra un sacerdote ed un qualsiasi essere umano: come molti, lui tendeva ad idealizzare, a rendere quasi astratta la figura del sacerdote.
"Se ne parlo con lui, rimarrà un segreto. Mamma o papà non lo verranno a sapere. Ma che faccio? Lui vive in un mondo speciale, non ha famiglia... che ne può sapere di queste cose?" si chiedeva Adriano ansioso e nuovamente scettico. "Non c'è la minima possibilità che lui possa capire quello che sto provando. Magari non gli interessa neppure, scommetto." e sospirò, ma il suo sospiro fu perso nel rumore del motore che accelerava.
"Dio mio, Signore... ti prego..." iniziò a pregare dentro di sé il ragazzo disperato. Adriano sentiva le lagrime premere negli occhi, cercare di uscire. "Ho bisogno che almeno lui mi capisca, in qualche modo. Ne ho bisogno, Signore..." pregò accorato. "Dio mio, fammi essere capace di spiegare bene, di aprirmi a lui... E fai che le cose fra noi non cambino. Fai in modo che quando gli dirò la verità lui continui a guardarmi col suo solito sorriso... col suo solito affetto... come sempre..."
Una visione di immagini vivide e conservate con rispetto, sante per alcuni ma non per altri, comparve improvvisa nella mente di Adriano interrompendo la sua preghiera silente. I pensieri di Adriano si staccarono dalla preghiera in cui erano immersi: "Chissà che cosa potrebbe dire se gli confessassi che l'ho nei miei pensieri, e specialmente di notte..." si chiese sentendo calore e timore al tempo stesso.
Il traffico per le viuzze del quartiere, quel giorno, era stranamente pesante ed intenso. Si procedeva lentamente di semaforo in semaforo. Adriano era appena cosciente dell'intensa attività che ferveva per le vie, racchiuso nel caldo bozzolo dell'auto e dei suoi pensieri. La sua mente non voleva abbandonare il ricordo della notte precedente, e l'eccitazione che l'aveva sopraffatto per la seducente apparizione dell'immagine di Gustavo nel suo dormiveglia.
Clacson ed altri rumori dettero una lieve svolta al corso dei ricordi di Adriano. Una silente domanda si formò nella mente del ragazzo. Diego s'era svegliato, si chiese, all'inevitabile ritmico cigolio della sua rete, o al tremulo mugolio che le sue labbra non avevano saputo trattenere quando la sua fantasia era cresciuta a punto tale da prendere il controllo di tutto il suo essere ed alla fine l'aveva sopraffatto con la sua dolce esplosione? Aveva sentito qualcosa, immaginato qualcosa Diego?
A questo punto i pensieri di Adriano svanirono di colpo e si ritrovò immerso nella realtà del presente. La rivisitazione delle fantasie della notte precedente, del suo solitario arrampicarsi verso il piacere, avevano rapidamente fatto eccitare Adriano.
Un generoso rigonfio s'era formato fra le sue forti cosce. Il calore e la dolce pena che emanavano da laggiù, avevano un che in comune anche se diverso e si accompagnavano in qualche modo alla pena che provava nel suo cuore. Una vampata di caldo sangue affluì sul volto di Adriano mentre, semisdraiato sul sedile, tornava alla piena coscienza. Con impacciata fretta strinse le ginocchia e portò una gamba sull'altra. L'imbarazzato ragazzo si morse un labbro ed emise un lieve gemito quando il ginocchio batté contro il cruscotto.
Nervosamente depose i libri sul suo grembo per nascondere la propria erezione, proprio mentre don Gustavo lo guardava in reazione al suo breve gemito. Vergognandosi terribilmente, sperò che il sacerdote non si fosse reso conto del suo stato.
"Adriano?"
Adriano si rizzò sul sedile abbandonando completamente i suoi dolci e conturbanti sogni ad occhi aperti. "Sì, Don?"
"Accendi la radio, dai... se ti va. Qualunque stazione. Con questo traffico ci mettiamo più che a piedi..."
Rilassandosi un po', sollevato dal fatto che apparentemente la sua erezione era passata inosservata, Adriano accese l'autoradio ed iniziò a cercare una stazione. Era un vecchio modello a manopola. Considerando che era in auto con un prete, lì per lì pensò di cercare "Radio Maria". Ma poi, ricordando la sua risoluzione di vivere d'ora in poi solo nella verità, cambiò idea e cercò una stazione che trasmettesse musica adatta a come si sentiva in quel momento.
Le affusolate dita del ragazzo girarono qua e là la manopolina passando attraverso stazioni e stazioni che ascoltava appena tanto per rendersi conto di cosa trasmettessero, finché si fermò udendo parole di una canzone che non conosceva ma che lo colpirono:
"Sì, lo so...
sembra sbagliato...
tutto sbagliato...
Ma ormai è capitato...
sì, capitato...
E io sento dentro al mio cuore...
Che sbagliato non è...
il mio amore.
Il mio amore per te."
La musica continuava, ripetendo queste parole, mentre don Gustavo si fermava all'ennesimo semaforo: pareva che dovesse prenderli tutti rossi. Aspettando il verde, il giovane parroco colse l'immagine di un Adriano dagli occhi sognanti, che pareva scivolare di nuovo via, affondando in un mondo a parte, cullato dalla canzone.
Il giovane sacerdote spostò più volte il suo sguardo dalla strada al ragazzo, ascoltò più attentamente le parole della canzone e infine dette un lieve colpo sul volante col palmo della mano. Don Gustavo sentì di aver finalmente capito: "Ecco di che si tratta! Il ragazzo è innamorato! Chissà chi è lei? Una compagna?" pensò, sorridendo fra sé e sé. "Bene, bene, bene... Direi che era ora, comunque."
Benché penoso, un ricordo si accese improvviso nella mente del giovane prete, un ricordo non così lontano nel tempo, quando era lui un diciannovenne. Strinse il volante. Era in seminario, come don Cesare, ora viceparroco del Duomo, e gli altri... e Daniele... Rabbrividendo don Gustavo scosse il capo quasi a cacciare la dolorosa invasione del passato dalla sua mente... Avrebbe voluto dimenticarlo, ma non poteva.
Il resto del breve viaggio trascorse in silenzio, a parte il sommesso cantare della radio. E finalmente don Gustavo parcheggiò nel cortile di casa sua.
"Eccoci qui!" disse don Gustavo al suo giovane ospite, entrando in casa, mentre riprendeva allegramente in mano le redini della conversazione, "per prima cosa accendo il riscaldamento per toglierci questo gelo di dosso, poi andiamo in cucina a vedere che cosa possiamo farci da mangiare."
L'alto prete bloccò la portiera dalla parte di Adriano, poi uscì e chiuse a chiave dalla sua parte. Gli fece strada su per le scale fino al terzo piano, prese dalla tasca del cappotto la chiave dell'appartamento ed aprì. Il clic dell'interruttore sulla parete accanto alla porta d'ingresso accese diffuse luci nella piccola entrata. Senza togliersi il cappotto, don Gustavo accese il sistema di riscaldamento ed andò in cucina, seguito da Adriano. La luce della stanza rivelava una cucina ampia, simile a quella in casa di Adriano, e il ragazzo sentì il caratteristico odore di basilico, salvia, pepe e altre spezie. Il senso di sicurezza che questi odori consueti risvegliavano in lui ebbe il potere di alleviare parte del nervosismo che Adriano provava. Il ragazzo si guardò attorno lentamente.
"Ehi, adesso che ci penso, è la prima volta che tu metti piede qui in casa mia." si rese conto don Gustavo mentre metteva una mano ancora inguantata sulla spalla del ragazzo. "Tuo padre c'è venuto qualche volta quando doveva parlare con me... anche tua madre, due o tre volte." Si tolse i guanti e li infilò nella tasca del cappotto.
"Bene," riprese a parlare con tono affabile, "benvenuto in casa mia, quindi, messer Crespi." L'alto uomo accompagnò la sua offerta di ospitalità con un breve cenno del capo. Sorridendogli in modo rassicurante come se non vi fosse nulla di cui preoccuparsi, il giovane parroco stese il braccio per sottolineare il benvenuto e mentre si scambiavano una rapida stretta di mano, con l'altra mano dette un'amichevole stretta al collo del ragazzo sotto la nuca.
"Metti i tuoi libri da qualche parte," disse il parroco indicando verso la tavola bianca e la credenza dall'altra parte della stanza, "e levati la giacca, così l'appendo in ingresso col mio cappotto. Comincia a sentirsi un po' di caldo."
Adriano strinse provvisoriamente i libri fra le ginocchia, si tolse la giacca di pelle e porse il suo più amato capo d'abbigliamento a don Gustavo. Il parroco scomparve dalla cucina. Adriano poggiò il libri sul tavolo e sedette stendendovi sotto le lunghe gambe, cercando di non pensare.
Il giovane sacerdote tornò dal suo ospite e si mise a parlare del più e del meno mentre esplorava frigorifero e credenza, prendendo i cibi e le pentole e programmando la cena per loro due.
Guardando in su mentre preparava, don Gustavo lanciò un'occhiata all'orologio sul muro. "Ehi, ragazzo," disse, "Ti va di darmi una mano? Guarda, i piatti sono negli sportelli in basso della credenza, e le posate nel cassetto di destra. Lì c'è anche un servizietto all'americana. E sopra, dietro i vetri, i bicchieri."
Adriano stava seduto pensando a cosa dire, in previsione dell'inizio di un discorso serio. La sua parte più coraggiosa, pronta a volere un cambiamento nella sua vita, aspettava con ansioso desiderio il colloquio; la sua parte più impaurita, aveva cercato di oscurare tutto suggerendogli di non pensare a nulla. E quindi qualcosa da fare diventava per lui una specie di sollievo. Immediatamente il ragazzo si alzò dalla sedia ed iniziò ad apparecchiare. Spostò i libri sulla credenza ed apparecchiò per due. Benché non fosse abituato ad apparecchiare (a casa sua era compito di madre e sorella) lo fece con cura, sentendo che questa era un'occasione speciale: loro due, assieme, da soli.
Terminato s'avvicinò a don Gustavo e gli chiese: "Posso fare altro?"
Don Gustavo gli rivolse il solito ampio sorriso che gli riservava sempre. "Giovanotto, grazie, ma quando si tratta di trafficare con pentole e fornelli preferisco far pasticci da solo. Almeno è solo colpa mia. Comunque non abbiamo fretta, è ancora un po' presto per mangiare."
"A casa mia di solito si mangia presto..." disse Adriano, non perché sentisse fame, ma per conversare.
"Beh, in questo caso, posso preparare tutto in pochi minuti. Così dopo abbiamo tempo per parlare tranquilli..."
Questo accenno al motivo per cui lui era lì, provocò al tempo stesso sollievo e tensione ed Adriano sentì lo stomaco stringerglisi.
Dopo poco erano a tavola davanti ad una ciotola di minestrina e ad un piatto di pollo alla diavola. Entrambi si fecero il segno di croce ed abbassarono il capo, mentre il sacerdote ringraziava Dio per il cibo. Terminata la preghiera don Gustavo gli sorrise "Buon appetito. Datti da fare, giovanotto, fai onore alla mia cucina!"
Adriano rispose con un sorriso. Entrambi pensarono che era come se avessero trovato il compagno di mensa ideale. Chiacchierarono allegramente del più e del meno, mangiando di gusto. Adriano sembrava aver dimenticato i suoi problemi, per il momento.