Da dietro il volante della sua auto, Gustavo guardava fuori per accertarsi che nessun passante fosse in vista. Erano passate le undici e la via, dai due lati di dove sedevano lui e Adriano in macchina, pareva deserta. Nonostante un certo nervosismo nel pensare a che cosa avrebbe potuto pensare un eventuale passante nel vedere il giovane parroco fermo al buio in auto con un ragazzo, un senso di gioia, timido ma troppo diffuso per essere nascosto, faceva vibrare la sua voce bassa e calda: "Su, ragazzino... dammi un ultimo bacio prima di lasciarmi!" disse.
Adriano e Gustavo scivolarono leggermente verso il centro della macchina colmando la distanza che li separava. Quasi come se fosse il loro primo bacio, nei petti sodi i loro cuori battevano come tamburi. Sia il bel giovane parroco che l'incredibilmente grazioso giovane passeggero, si chinarono l'uno verso l'altro mentre il pacco di libri sulla gambe del ragazzo scivolava fra loro.
Gustavo incorniciò con riverente dolcezza il volto di Adriano con le sue grandi mani e guidò la bocca vogliosa del giovane verso sé, quasi con la accurata attenzione con cui un sommelier si porta alle labbra una coppa di squisito e raro vino. Provando un desiderio pieno di passione di poter far stendere il giovane lì sul sedile e di addossarglisi, il giovane prete premette la sua bocca contro quella dell'altro e assaggiò le labbra del dolce Adriano per degustare il sapore del loro benvenuto. Le suggette per alcuni minuti, inebriato. "Svelto, adesso," disse, il suo respiro profondo e veloce, dopo aver lasciato il sapore dell'amore con grande esitazione, "è meglio che rientri, ora."
Ma, gli occhi sognanti di Adriano dicevano che il ragazzo ancora non era pronto a lasciare l'automobile. Si abbandonò invece di nuovo contro lo schienale e rovesciò il capo indietro socchiudendo gli occhi. Pensoso, si passò la lingua sulle labbra quasi a ritrovare un residuo del sapore di quelle del suo uomo. Poi, improvvisamente sopraffatto da un'ondata di eccitazione, il bellissimo ragazzo, gli occhi pieni di stelle, rizzò la schiena e disse con entusiasmo: "Domani... passiamo tutta la giornata assieme, eh? Sì, devo andare a scuola alle nove per l'appello, ma poi posso svignarmela e riprendere il tram e venire da te!" disse pieno di esuberante desiderio. Fece schioccare le dita. "Nessuno può..."
Gustavo, scuotendo il capo in un forte gesto di disapprovazione, lo interruppe: "No, è una cosa che non devi fare." Il labbro inferiore del giovane parroco era teso come se fosse scolpito in pietra. Dette un pugno sulla ruota del volante con la sua grande mano e disse deciso: "Ascolta," in un tono fermo che richiedeva tutta l'attenzione del ragazzo, "Non farai niente del genere né domani né nessun altro giorno. Non mi va che cominci a prendere sottogamba le cose così. Non per me, comunque. È stato bello, te lo giuro, molto bello, ogni secondo di tutto quello che mi hai fatto provare stanotte, ma non abbiamo un futuro, la vita non consiste in questo. Amare è qualcosa a cui dobbiamo tendere meglio che possiamo, come possiamo, perché è quello che ci permette di crescere. Ma l'amore, per quanto forte, dovrebbe aiutare a costruire due vite, non a rovinarle." disse l'uomo e tacque, quasi non avesse altro da dire.
L'improvvisa irritazione che aveva scurito il tono della voce del giovane parroco, e rattristato i suoi occhi scuri, sembrò alleviarsi quando l'atletico uomo lesse la confusione e il dolore negli occhi chiari del ragazzo. Gustavo sospirò: "Non dobbiamo giocare con cose che vanno lasciate da parte, che non avremmo neppure dovuto fare." aggiunse con tristezza.
Questa volta Adriano rabbrividì.
Il giovane e bel sacerdote dette con simpatia una lieve stretta alla gamba del giovane seduto accanto a lui: "Dio solo sa, giovanotto, quanto mi piacerebbe mollare tutto e lasciarmi andare a quello che mi piacerebbe fare. Adesso, subito, metterei in moto e fuggirei con te lasciandoci alle spalle tutto e tutti. Senza guardare né semafori né stop. Io e te, soli, lontani, liberi. Avrei solo da premere sull'acceleratore ed andare. Andare. Buffo... ho sempre desiderato vedere a che velocità massima si può spingere questa vecchia carretta," disse Gustavo con melanconico umorismo.
L'umore vero del giovane uomo si rivelò quando questi sprofondò nel sedile, rilassandosi, lasciandosi andare, quasi fosse stanco del peso della vita, del dovere, delle convenzioni. E lasciò libero corso alle sue fantasie.
"Solo io e te, amico mio! Nessun altro che noi due. Arrivare da qualche parte dove nessuno si curi di noi o si chieda chi siamo, che facciamo, da dove veniamo e dove andiamo, che non si scandalizzi se ci baciamo sotto la luce del sole come qualsiasi coppia... Qualche posto lontanissimo da qui, dove nessuno ci trovi mai più. Sì, Adriano, mi piacerebbe poter volar via in un luogo come quello. Il problema è," disse il giovane parroco mentre la luce che per un attimo aveva rischiarato il suo volto iniziava a scomparire, "che, per gente come noi, non credo che esista un simile posto. Pare troppo simile al Paradiso Terrestre per esistere da qualche parte su questa terra. Non posso negare quello che sento. E anche se lo negassi... lo leggeresti sulla mia faccia, nei miei occhi, nel tremito delle mie mani... chiaro come il giorno, dopo quello che c'è stato fra noi..." continuò Gustavo, "ma non posso permettere che tu cominci a giocare con le tue responsabilità come non posso dimenticare le mie. Parlare di amore è una cosa... viverlo è un'altra. Come posso incoraggiarti a marinare la scuola se ho a cuore il tuo futuro? No, non ti preoccupare, ci puoi scommettere tutti i tuoi ultimi soldi, mi troverai a casa ad aspettarti, quando avrai finito le lezioni." All'improvviso un sorriso dolcissimo aleggiò negli occhi tristi dell'uomo che d'un tratto chiese: "Come potrei dimenticarti dopo quanto mi hai dato stasera, ragazzo mio? Come potrei rinunciare a te? Dovrei? Beh... non ne ho la forza, per quanto cerchi di darmela. L'ho avuta per dieci anni... ma prima di incontrare te. Lo so, non dovrei, ma..."
Improvvisamente incurante di ogni pericolo, di ogni prudenza, afferrò il ragazzo dietro il collo e lo tirò a sé e lo baciò di nuovo a piena bocca. "Ma adesso vai," gli ordinò dolcemente, mentre staccava le labbra da quelle del ragazzo che amava...
Euforico e sentendosi folle, grazie alle rivelazioni di quella notte, Adriano uscì dalla vecchia auto parcheggiata ad un isolato da casa sua che erano circa le undici e mezzo. Il bel giovane, diventato romantico nel giro di poche ore, incredibilmente esuberante e con un senso di vertigini indosso, corse verso casa senza neppure avvertire il rigido vento freddo che tagliava la strada. Il ragazzo dalle lunghe gambe aveva la testa troppo ricolma di ingenue ed imprudenti immagini di innumerevoli domani per prestar attenzione al sibilare del vento nelle sue orecchie mentre copriva di corsa la distanza fra l'auto, in cui il parroco sedeva guardandolo per accertarsi che il ritorno fosse sicuro, e il portoncino della casa in cui viveva.
Adriano si fermò solo per qualche secondo per cercare nella tasca del giubbotto la chiave. Girandosi mentre apriva il portoncino, agitò un braccio esuberantemente verso il lontano incrocio...
Dentro, sentendo inserire la chiave nella porta di casa, la madre di Adriano arrivò ad incontrarlo nel soggiorno proprio mentre lui vi entrava.
Cauto, Adriano le rivolse un semplice saluto: "Ciao, mamma," ma nessuna spiegazione per il suo tardo rientro. Istintivamente fece un rapido e timido esame dell'espressione della donna per individuare segni di eventuali problemi.
"Bene, signorino, mi stavo chiedendo a che ora ti sarebbe sembrato opportuno rientrare. Lo sai che domattina devi andare a scuola, no?" disse Clara asciutta incrociando le braccia. Senza perdere un passo, si spostò verso la sinistra, poi di nuovo a destra prevenendo il tentativo del figlio di andare verso la propria camera evitandola. Chiese: "Allora Adriano, si può sapere che cosa c'era di tanto importante da tenerti fuori casa fino a quest'ora di notte?"
Adriano esitò sentendosi in colpa, prima di forgiare la bugia che sentì necessario dire, per la prima volta in tantissimi anni, alla madre. La scossa che sentì in petto assieme al pesante battito del cuore che pareva impazzito, lo resero nervoso. Era sicuro che sua madre avrebbe presto avvertito i suoi sobbalzi anche se erano nascosti dai pesanti abiti invernali e dal giaccone. Comunque si forzò di dare una risposta plausibile: "A scuola ci hanno detto di fare una ricerca sul campo ed abbiamo poco tempo. Così stasera sono dovuto restare in città per andare alla Civica..."
"Adriano, la Biblioteca Civica non resta aperta fino a quest'ora di notte. Chiude alle sette e mezzo." ribatté Clara socchiudendo gli occhi sospettosi.
"Certo, lo so..." rispose Adriano diventando improvvisamente nervoso; mettendosi sulla difensiva, cominciò ad aver paura. Comunque, mentre si chiedeva se la sua espressione lo stesse tradendo o no, il ragazzo innamorato si sentiva disperato e al tempo stesso rassicurato. Il suo cuore lo faceva sentire forte più della madre ed ora doveva solo tenere al sicuro il suo prezioso segreto. Ad ogni costo.
La necessità di ribellarsi ad ogni tentativo di imbrigliarlo di nuovo provocò in Adriano un fenomeno simile al rilascio di endorfine in un corpo ferito. Qualunque bugia per difendere il proprio nuovo amore provocava un'anestesia contro l'insorgere automatico della propria coscienza. Qualunque falsità sarebbe stata accettata dalla sua coscienza retta, pur di proteggere la cosa speciale che aveva vissuto, che voleva vivere.
Senza rimorsi, senza provare vergogna, era pronto a mentire spudoratamente ed una nuova serie di spiegazioni gli si presentò alle labbra, una nuova serie di utili bugie: "Certo ma, ti stavo dicendo, dopo la biblioteca sono passato a casa di un compagno con cui dobbiamo svolgere l'indagine e ho cenato con la sua famiglia."
"Un compagno? Ma fino a quest'ora?" chiese secca la madre, "Primo non si sta a casa d'altri fino a quest'ora, poi domattina devi alzarti presto. Ce l'hai la testa? Misericordia! Se tuo padre sapesse che sei tornato a quest'ora... lo sai no? Se papà..."
"Sì, mamma, sì... Solo che i tram passano di rado a quest'ora, sai com'è..." la interruppe Adriano. "E papà torna tardi di mercoledì, perciò non mi sono preoccupato troppo. E poi, ho diciannove anni ormai, quasi venti e non è così tardi, voglio dire, ancora non è mezzanotte... Però..." aggiunse con un sorriso colpevole, "è meglio che vada subito a letto, no?"
"Già, prima che tuo padre ti veda ancora vestito..."
"Comunque, abbiamo ancora parecchio da fare," aggiunse Adriano forzando la comoda bugia per garantirsi altre sere libere, "Anche domani sera dovrei andare a casa sua. Va bene, no? Voglio dire, mica vado a zonzo, è per la scuola. E poi anche se resto su fino a un po' più tardi, mi restano abbastanza ore di sonno... Mica ogni sera, comunque..."
Adriano era cresciuto in quelle poche ore e si disse che non doveva mettersi a pregare la madre come un adolescente.
La sua storia era troppo vaga per esser bevuta da una donna acuta come la madre. Conscio di questo, si aspettò altre domande da parte della donna. E magari un rifiuto.
La donna stava pensando che in città e di notte c'erano troppi fatti di violenza fra immigrati, giovani, teppisti, drogati... "Speriamo bene..." si disse la donna un po' preoccupata. Poi un altro pensiero inquietante ma difficile da mettere a fuoco si fece luce nella mente di Clara Crespi, per cui stava per rispondere con un no al figlio. Ma non riuscendo a razionalizzarlo, lasciò perdere. "Ma promettimi che arriverai entro le undici, domani sera. Capito?"
"Sissignora." rispose Adriano cercando di non farsi vedere troppo felice per quella concessione. Le dette un lieve bacio sulla guancia.
Pensieri ricorrenti sulla vaghezza degli itinerari di Adriano tenevano desta la curiosità di Clara, quella sera. Comunque, sapendo che suo figlio non aveva mai mentito, decise che non era il caso di indagare, che poteva credergli. Poi le venne in mente un pensiero, in fondo, logico: "Mi chiedo se invece non ha passato la sera con una ragazza..." ma scosse il capo. Fino ad allora non aveva notato che suo figlio facesse il cascamorto con qualche ragazzina in parrocchia o nel vicinato e non parlava mai delle compagne di scuola.
Ancora pensierosa Clara si girò e guardò verso la porta della camera del figlio: "Mah, Signore, mio figlio sta crescendo." pensò. Un velo di malinconia scese sui suoi occhi quando ricordò che solo pochi anni prima il ragazzo le avrebbe raccontato per filo e per segno ogni particolare della giornata passata fuori casa, lontano da lei. Ora invece, almeno i due grandi, si stavano staccando da lei, allontanando, e parlavano sempre meno in casa. Senza nessun motivo, guardò la piccola statuetta di bronzo sul buffet che avevano comprato a Venezia durante il viaggio di nozze: "Buon Dio come passa il tempo, quante cose cambiano..." si disse blandamente stupita. Poi, pensando a come i due più grandi stessero diventando sempre più uomini, si disse con sarcastica ironia: "E come cambiano anche loro!"
Con un sospiro l'asciutta donna si girò avviandosi verso la cucina. "Vieni, ti do qualcosa da mangiare..."
"Ma ho già cenato, mamma..." rispose un po' stupito il ragazzo e si chiese se per caso la madre volesse controllare la sua storia.
"Oh, è vero... ma sai, per me, non vederti mangiare qui con noi... è come se non avessi mangiato."
Adriano dette la buona notte alla madre ed andò in camera sua, sentendosi felice per aver spianato la strada per il prossimo incontro con don Gustavo. Senza far rumore per non svegliare Diego, si spogliò al buio e si stese felice sotto le coperte. Sentì il fratello agitarsi nel lettino, parallelo al suo e diviso solo dai due comodini, e gemere lieve qualcosa di incoerente nel sonno. Adriano si perse nei suoi sogni ad occhi aperti, e si estraniò da quanto lo circondava non meno del fratello profondamente addormentato. Si avvolse strettamente nella coperta per sentirne il calore, ma non era il calore del suo Gustavo...
Faceva rivivere nella memoria tutti gli istanti che avevano seguito il suo primo vero bacio, poche ore prima. Risentì il calore del corpo di Gustavo contro il suo. Il calore sulle sue guance s'accentuò quando ripensò al corpo di Gustavo steso sul suo e la sua grossa e soda lancia di carne che chiedeva di entrare e lui attendeva impaziente di sentirsela finalmente tutta dentro, forte e sicura.
E poi l'intenso dolore, che ancora avvertiva come sordo indolenzimento, mentre finalmente il suo uomo espugnava la sua fortezza e ne prendeva possesso con rude dolcezza. Avrebbe accettato di sottomettersi ancora a quel lancinante dolore, pur di avere tutto il piacere che ne era seguito: piacere non solo fisico, ma di una vera e profonda unione fra la sua anima e quella dell'uomo che aveva scoperto di amare. Come poteva non essersene reso conto fino al momento di quel bacio? Lui amava Gustavo... da sempre, da almeno sei anni... E l'aveva finalmente accolto in sé ed era stato sublime...
A quel pensiero il bel membro di Adriano si sollevò di nuovo, turgido e potente, fremendo. Era stato introdotto all'amore fra uomini, e dall'uomo che amava. E che lo amava. Dall'uomo più bello e più forte del mondo. Dal suo uomo! Adriano sentiva di non essere più un ragazzotto ingenuo, ma un uomo in grado di amare e di ricevere amore.
Ricordò, con febbrile delizia, di come avesse giaciuto saldamente unito a lui, mentre la grande e forte mano dell'uomo, con scivolosa diligenza gli stringeva il membro portando il ragazzo verso il paradiso. Indubbiamente nessun contatto poteva essere paragonabile a quello dell'amato, men che meno quello della propria mano.
Il giovane continuava a carezzare nella sua mente i dolci ricordi del tempo passato assieme su quel letto. Uniti in un'intimità che solo due maschi possono condividere, le molle del letto che cantavano mentre lui si agitava imperniato fra il proprio membro e quello di Gustavo, quella indescrivibile, doppia sensazione, l'incredibilmente intensa esplosione del proprio piacere ed infine il momento in cui aveva ricevuto in sé il caldo crisma dell'uomo che con quel gesto sublime lo consacrava suo. E, fra i baci che si erano nuovamente dati dopo, aveva udito di nuovo quelle magiche parole: "Nessun altro dovrà mai baciare queste tue labbra, Adriano. Nessuno. Mai. Nessuno mai. Ricordalo. Perché tu sei mio!"
Muovendosi sotto le coperte, si carezzava i genitali gonfi attraverso i bianchi boxer di cotone; non aveva bisogno di masturbarsi, ora. Sollevò il bacino per liberarli e sentirne il piacevole calore contro i palmi delle mani. Quel movimento gli fece sentire di nuovo l'indolenzimento che restava fra le sue natiche, nel profondo della stretta valle. Che nella sua resa avesse dovuto soffrire, gli sembrava ora solo giusto, perché aveva permesso l'intensità delle emozioni che erano seguite. Ora nel suo corpo restava solo quella sorda sensazione, pulsante, perché le parti più belle erano racchiuse nel suo cuore.
Le mani spaziavano sul proprio corpo come avevano fatto quelle di Gustavo, i polpastrelli sfregarono i capezzoli come l'uomo aveva fatto... Oh come avrebbe voluto averlo lì, ora, nel suo letto; l'avrebbe invocato di prenderlo di nuovo, di fargli nuovamente sentire che era il suo ragazzo, tutto suo...
La mente piena di voluttuosi ricordi, Adriano si sentiva di nuovo in fiamme. Abbracciò stretto il cuscino di piume, immaginando che il suo calore fosse quello del corpo del suo uomo... oh quanto lo desiderava. Era una sofferenza non potergli essere vicino. Avrebbero mai potuto vivere assieme? No, probabilmente no, come giustificarlo? Gustavo era un prete... la gente avrebbe mormorato, sospettato... Il suo cuore si sentì triste. Ma all'idea che l'avrebbe rivisto l'indomani... anzi, no, oggi stesso visto che era già quasi l'una, fece far capriole di gioia al suo cuore, in petto. Provava la tentazione di toccarsi ancora, di masturbarsi per provare sollievo, ma volle tenersi pronto per il loro incontro, perciò, se pure a fatica, si controllò.
Mormorò dentro di sé il nome dell'uomo amato: Gustavo, Gustavo, Gustavo, come un'invocazione, una preghiera, un inno, una formula magica. E dolcemente scivolò nel sonno.
All'una don Gustavo era ancora sveglio nel proprio letto. Cercava nell'odore dell'imbottita i resti del profumo del corpo che lì sopra aveva amato... Aveva peccato? Gli era difficile ammetterlo, nonostante l'insegnamento della Chiesa fosse chiaro su quel punto. Il loro era stato indubbiamente uno scambio d'amore, pieno, sincero, vero, totale, espresso con tutti e soli i mezzi che la natura aveva fornito loro... Come poteva essere peccato quanto avevano vissuto in quelle poche ore? Il giovane parroco si girò e rigirò nel letto, riflettendo. Non temette di essere eretico, sacrilego quando la sua mente, ispirata dalla sua anima, gli disse che quell'atto era stato sacro, un sacramento... E di due diverranno uno e nessuno separi quanto Dio ha unito... Quelle parole valevano anche per loro, comunque. Che la Chiesa ufficiale lo capisse o no, lo ammettesse o no.
Ma certo, sul piano del diritto canonico, sul piano umano, aveva mancato. Aveva mancato al suo voto e questo era sbagliato. Ma non ne era pentito, perciò non poteva neppure chiedere perdono. Il giovane teologo capiva che era di fronte ad una scelta importante, che doveva riflettere ed agire onestamente. Per se stesso, per Adriano. Il suo ragazzo...
Era stato serio quando gli aveva detto che non voleva che nessun altro baciasse quelle labbra: ormai erano uniti, uniti per sempre. Si erano affidati l'uno all'altro, totalmente, completamente. Sì, avevano celebrato il loro sacramento dell'unione. Che gli altri lo capissero o no. Era molto diverso, questo, da quanto era capitato dieci anni primi, intrinsecamente diverso. Di quello aveva potuto, dovuto chiedere perdono a Dio ed alla Chiesa. Non di quanto aveva vissuto poche ore prima.
L'indomani mattina avrebbe offerto a Dio il suo amore durante la messa. Sarebbe stata una messa di ringraziamento, perché aveva trovato la completezza, la felicità...
Gli era dispiaciuto aver inferto dolore al suo ragazzo, anche se era stato breve ed inevitabile. Anche se dopo l'aveva compensato con il piacere e la gioia che aveva sentito esplodere in Adriano. Avesse avuto la crema adatta, avesse saputo come si faceva. Ma lui non era preparato ad un simile evento. Anche se non esattamente come il ragazzo, in qualche modo anche lui era inesperto e doveva scoprire tutto a poco a poco... L'avrebbero scoperto assieme.
Assieme! Una dolce parola. Il suo Adriano! Una dolcissima frase. "Signore, non sapevo che a questo mondo potesse esistere tanta felicità... Grazie, Signore." pregò brevemente ma intensamente in cuor suo.
Sì, avrebbe dovuto prendere una decisione, per sé, per lui. Ma non ora: ora voleva godersi fino in fondo quell'insospettata felicità che lo avvolgeva come un bozzolo, che lo cullava con braccia amorevoli, che lo faceva sentire pienamente uomo.
Anche il giovane sacerdote, come Adriano, ripercorreva con gli occhi del ricordo le ore passate assieme. Nei minimi dettagli, vividi come se li rivedesse scorrere in un film. La sorpresa di quel bacio e l'esplosione della comprensione. La dolcezza di quel corpo fremente contro di lui, fremente per lui. La scoperta, reciproca, dell'amore. Lui che aveva parlato, dissertato, predicato tanto di amore e che solo ora ne aveva scoperta la chiave di volta. Un amore che non è solo spirituale, un amore che non è solo fisico, ma l'uno e l'altro, indissolubile, non due tipi d'amore, ma l'Amore pienamente umano. Perché anche l'uomo è anima-corpo in un tutt'uno indissolubile.
Sorrise commiserandosi pensando a come aveva tentato di respingere quell'amore pronunciando le parole che gli avevano insegnato, e mentre le pronunciava si rendeva conto di non crederci più... Eppure, ringraziò in cuor suo per quegli anni spesi a tener lontano da sé l'aspetto fisico dell'amore: grazie a quelli aveva trovato ora Adriano. Non erano stati anni persi, ma anni di preparazione.
Che cosa amava di più in Adriano? Lo splendido corpo pieno di passione? Gli occhi, il sorriso, il modo di ragionare... Tutto assieme, era chiaro. Il mistero di un'anima che si esprime attraverso un corpo, di un corpo che comunica attraverso l'anima... La filosofia greca era stata colpevole della scissione fra anima e corpo come due entità contrapposte, scissione che la Chiesa ancora si trascinava dietro e che aveva pagato e pagava a caro prezzo e che a caro prezzo faceva pagare ai suoi fedeli... Paolo aveva detto: lo spirito è forte ma la carne è debole... anche lui contagiato dall'ellenismo. Da soli, tutti e due sono deboli. Uniti, come sono e devono essere, sono fortissimi. Sì, per la prima volta don Gustavo si sentiva forte, perché aveva sanato dentro di sé la dicotomia fra materia e spirito, fra anima e corpo. Grazie a quel ragazzotto che era arrivato a trovarlo con una gran pena nel cuore, con i suoi dolci e grandi occhi pieni di dolore muto.