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una storia originale di Andrej Koymasky


pin LA SCELTA CAPITOLO 7
RICORDI

La mattina, quando riaprì gli occhi, passata in parte l'euforia della notte precedente, il giovane e bel corpo del parroco si stirò nel letto. Un'insieme indistinto di odori contrastanti, mescolati assalirono le sue narici mentre pensieri confusi assalivano la sua mente. Odori di spezie che arrivavano dalla cucina attraverso la porta aperta, odore di polvere, doveva decidersi a ripulire a fondo la casa, e infine il maschio odore, ricordo dell'amore che aveva fatto con Adriano.

Il bell'uomo, preoccupato, giaceva come in agonia, incapace di muoversi, di alzarsi come ogni mattina, saltando giù dal letto per farsi la consueta doccia: era come paralizzato. Conoscendosi, il sacerdote capì che non si sarebbe mai permesso di trovare la serenità negando l'esistenza di un problema, chiudendo fuori dalla mente e dal cuore le difficoltà: no, doveva affrontarle.

Niente sarebbe più stato lo stesso, dopo la notte precedente. Gustavo lo sapeva. Non esisteva nessun tipo di colla rapida per rimettere assieme i cocci del suo voto di castità che aveva rotto. Sì, il pentimento, il perdono. Ma lui sapeva, onestamente di essere tutto meno che pentito.

Niente e nessuno avrebbe potuto annullare, o anche solo attenuare la completa devozione d'amore che gioiosamente provava per Adriano. Non voleva perdere Adriano per cui provava vero amore; non avrebbe voluto neppure perdere il suo ufficio sacerdotale per cui provava vera vocazione, ma sapeva che non si può avere la moglie ubriaca e la botte piena. Anche se alcuni colleghi parevano riuscire a conciliare le due cose in qualche modo... ma lui non era il loro giudice, non era nella loro anima.

Dal punto di vista del turbato sacerdote nella calma del mattino dopo, vedeva chiaramente che stava andando incontro ad un periodo duro, difficile. "Verità o menzogna?" si chiese il giovane parroco mentre si chiedeva come affrontare la nuova giornata, la nuova vita. Verità, certo, ma... che significava, concretamente? Dare un calcio a tutto?

Il parroco lanciò ansioso un'occhiata alla sveglia: erano già le otto... Non aveva nulla di urgente, quella mattina, poteva ancora concedere un po' di tempo ai propri pensieri, decise.

L'uomo girò su un fianco il suo grande corpo del colore del miele, e in quella posizione, rivide il corpo di Adriano lì davanti a lui... e le emozioni della notte prima irruppero in lui come una frotta di dolci ma rumorosi ragazzini vociferanti.

Gli era chiaro che non se ne sarebbero andati, e appena chiuse gli occhi rivide con chiarezza il bel volto perfetto del suo Adriano. "È forte come un leone, quel ragazzo! Determinato." si disse in una specie di ammirato stupore. E non si riferiva solo al suo bel corpo atletico. "Quei suoi occhi fermi e penetranti, le labbra dolci e decise... anche qualcosa nel suo naso dritto e ben disegnato, quasi da eroe greco... E la sua fierezza, decisione, tenacia... Un cavaliere errante, un principe... il mio piccolo principe disceso da una stella per capire, per farmi capire..."

Affondando piacevolmente nella propria meditazione, il parroco ricordò anche con precisione gli occhi lievi eppure capaci di confondere del ragazzo e le forti sopracciglia scure che davano una particolare intensità al suo sguardo. Ne ricordò non solo lo sguardo ma anche il loro muto lanciare messaggi quando aveva stretto fra le sue braccia il ragazzo confuso, da uomo a uomo, e questi l'aveva guardato e gli aveva poi donato il primo incredibile bacio. Il cuore di Gustavo iniziò a tambureggiare nel petto a quel ricordo.

All'improvviso sentì un bisogno acuto, di qualcosa... qualsiasi cosa... da stringere a sé ed abbracciò l'imbottita che ancora profumava del seme del ragazzo, e ripensò a quanto dolci fossero le labbra di Adriano, piacevoli da baciare, da assaggiare col loro sapore salato e dolce. Baci profondi tanto da raggiungere l'anima. E quando i loro corpi nudi si erano allacciati, quella mistura di odori e sapori era stata come un tonico per il giovane parroco che fino ad allora aveva messo a tacere il proprio cuore. L'odore muschiato di maschio del giovane corpo di Adriano, del suo corpo sodo, aveva impregnato l'aria mentre lui ne percepiva il calore della pelle contro il suo corpo ed istantaneamente era sorta in lui l'urgenza di sentire con tutto se stesso tutto il corpo del ragazzo.

"Kyrie, eleyson imàs..." mormorò con voce roca don Gustavo mentre un'ondata di emozioni sensuali lo afferrava e gli inviava scariche elettriche per tutto il suo muscoloso corpo, lungo la forte spina dorsale, fino a concentrarsi nei suoi genitali che si stavano ora risvegliano prepotentemente. E la sua mente era invasa da una sensazione di stupore per il piacere che il ragazzo aveva risvegliato in lui.

Era stato pazzamente meraviglioso sentire finalmente, avere finalmente il bel ragazzo dalla pelle olivastra, non solo vivo ed impetuosamente fremente contro il suo corpo, ma anche sentirne la prorompente virilità risvegliarsi nella sua mano, lunga e dura e soda e fremente...

E poi, anzi, prima durante e dopo l'esplosione del ragazzo nella sua mano, i suoi caldi muscoli nascosti che aderivano al membro profondamente infisso in lui, carezzarglielo, massaggiarglielo con intima passione. Sentendo di nuovo una sorda eccitazione impadronirsi di lui, il giovane sacerdote dagli occhi lucidi ricordò come le forti, intense contrazioni del virgineo culetto di Adriano attorno al suo membro gli avessero fatto dimenticare ogni prudente delicatezza e l'avessero spinto ad immergersi completamente nel ragazzo con tutto il proprio virile vigore e a muoversi nell'accogliente, stretto e caldo canale d'amore fino all'esplosione finale.

Tutto questo gli era tornato in mente, ma, a differenza di altre frustranti fantasie, di altre volte, ora Gustavo non fece nulla per resistere alla loro esistenza. Anzi, le accolse con grato calore.

Gustavo all'improvviso tirò via coperte e lenzuola dal suo corpo nudo ed eccitato (era la prima volta che aveva dormito senza nulla indosso) e si alzò dal letto. Si accostò al comò mentre il suo membro pulsava, rigido al massimo, e prese il tubetto di glicerina che la notte prima aveva usato per prendere possesso del dolce culetto di Adriano.

Mentre Gustavo guardava quel tubetto fino a ieri insignificante, perso quasi nella sua grande mano, ripensò con affettuoso piacere alla segreta unione che era avvenuta nel suo letto la notte precedente. Nuovamente incapace di scorgere alcuna profanazione nel proprio pensiero, il giovane e bel sacerdote sentì che la speciale intimità che aveva condiviso con Adriano era stata al contrario una vera benedizione scesa su di lui, un atto sacro compiuto nella verità.

Guardò il proprio membro che pulsava nella sua piena estensione e per la prima volta in vita sua gli sembrò bello e non qualcosa di cui provare imbarazzo o vergogna. Era parte integrante di lui, era la parte che gli aveva permesso di unirsi ad Adriano, di dirgli e dargli tutto il suo amore e, con piena verità e gioia, disse ad alta voce: "benedetto sii tu, mio fratello pene, che sei caldo e forte ed amante." e neppure questo gli sembrò una bestemmia, non gli sembrò affatto profano.

Tornò sul letto, si pose un paio di cuscini sotto il capo per tenerlo sollevato e si guardò il corpo: lo amò, non per narcisismo, ma perché quello era il corpo che Adriano amava, che aveva donato al suo ragazzo. Allargò le gambe e portò la mano, su cui aveva spremuto la glicerina, al proprio membro diritto e ve la spalmò finché lo vide brillare alla luce del mattino che penetrava dalle veneziane nonostante fossero chiuse. Mentre con una mano si stuzzicava pigramente un capezzolo, con l'altra prese a carezzarsi l'asta fieramente eretta, socchiudendo gli occhi e cercando di immaginare che lì ci fosse Adriano a carezzarlo. Aveva fatto bene a dire al ragazzo, ad ingiungergli di non marinare la scuola, certo... ma quanto avrebbe voluto averlo, invece, lì con lui. Si leccò lieve le labbra ed immaginò che fosse la lingua di Adriano a farlo, si sfregò di nuovo i capezzoli e sognò che fossero le dita di Adriano, si carezzò la verga turgida e desiderò che fossero le mani di Adriano...

Proseguì a lungo nella sua fantasia, rilassato e felice: non gli interessava raggiungere l'orgasmo, ma solo sognare il suo ragazzo. Il suo splendido ragazzo che gli aveva fatto dono della propria verginità. Si sentiva fiero di essere stato l'unico a cogliere quel meraviglioso fiore, ad assaggiare quel saporoso frutto maturato per lui. E pensò con una certa meraviglia quanto raro fosse in quei giorni trovare un ragazzo diciannovenne ancora vergine. Lui, che confessava parecchi adolescenti, sapeva quanto fossero precoci e diffusi i rapporti sessuali, sia con il proprio sesso che con l'altro. Ragazzi tredici, quindicenni, fieri e spaventati al tempo stesso per la scoperta del piacere che deriva dalla completa unione sessuale, che cercavano conforto nella confessione. E lui li tranquillizzava dicendo loro che era una cosa bella e naturale, e poi passava subito a parlare dell'importanza dell'amore. E Adriano, a diciannove, quasi venti anni, non aveva mai fatto nulla con nessuno nonostante ne provasse da tempo il desiderio. Si era mantenuto puro per lui, solo per lui. Ed aveva scoperto con lui che sesso ed amore possono e devono essere le due facce di un'unica medaglia.

Si sentì pieno di emozione e profondamente grato: grato al ragazzo, grato alla vita, grato al buon Dio...

Uscì lentamente dalle sue meditazioni, dalle sue sensazioni e, rigenerato e felice, andò a farsi una doccia ed a prepararsi per la nuova giornata, rimanendo sotto l'acqua scrosciante finché il suo membro, insoddisfatto, tornò ad adagiarsi morbido fra le sue forti cosce...

Senza dubbio Gustavo Cirasa, come poteva suggerire anche il suo fisico atletico e robusto, era costituzionalmente un uomo dalle inclinazioni e dai desideri virili, maschio dalla testa ai piedi. Un maschio che provava una fortissima, insopprimibile attrazione verso altri maschi. Una virilità che agognava altre virilità. Sia come sia, nonostante i propri desideri si facessero sentire, l'ordinazione non permetteva al giovane sacerdote di nascondersi dietro a nessuna delle scuse che altri uomini potevano accampare per giustificare i propri fallimenti. Grazie al sacro rito era stato consacrato uomo di Dio e posto al servizio del suo popolo, armato della sola Grazia per affrontare il campo di battaglia della vita.

Aveva combattuto accanitamente e sinceramente per mantenersi fedele in tutto e per tutto alla sua missione, anche a costo di negare gli stimoli della carne. In sincera adesione con la sua vocazione, Gustavo si era forgiato in una decennale serie di battaglie. Nonostante la sua basilare onestà ed autocritica lo rendessero penosamente conscio dei suoi desideri nascosti, il valoroso giovane sacerdote aveva lottato con valore contro qualsiasi tentazione che potesse farlo deviare dalla strada tracciata cedendo ai suoi naturali impulsi indubbiamente reali.

Cercando rifugio da una vita di solitari ardori e frustrazioni, s'era tuffato in un apostolato indefesso, in sostegno del povero, del debole, del discriminato e dell'abbandonato. E si rifugiava nell'intensa preghiera e nei sacramenti.

Per tutti gli anni del seminario maggiore e fino a quella fatale notte con Adriano, Gustavo s'era rinchiuso a forza nel vigoroso esercizio del proprio apostolato, unica evasione lo sport, con piena dedizione e perfetto autocontrollo, sì da attenuare e quindi superare i ricorrenti, febbricitanti impulsi a cercare sollievo nell'attività sessuale. Con determinazione, si proibiva ogni fantasia, ogni manifestazione di desiderio, ogni sogno che potesse allontanarlo dalla via scelta. Sapeva che sarebbe stato un errore lasciarsi andare anche solo per un momento alle seduzioni del piacere.

Circa dieci anni prima, al termine degli studi liceali nel seminario minore, aveva fatto questo errore, ma subito dopo Gustavo aveva riiniziato la sua lotta per rafforzarsi e resistere alle insopprimibili voci del proprio desiderio sessuale.

Non ancora ventenne, durante i suoi studi religiosi, se si fosse potuto aprire il cuore di Gustavo come un libro, nessuno che consultasse le sue pagine avrebbe potuto trovare qualcosa di diverso da quanto detto finora. Grazie alla sua fede, genuina, il ragazzo aveva saputo vincere gli stimoli iniziati durante la pubertà, se non prima, aveva saputo tenere a freno l'attrazione che pure provava per i suoi compagni, per il suo sesso, e non aveva tradito che una sola volta i propositi presi. Solo, ma rare volte da ragazzo, per allentare la tensione che si accumulava nel suo giovane corpo in crescita, si lasciava andare alla pratica solitaria della masturbazione. Un peccato minore per evitarne uno maggiore, come gli aveva detto indulgente il suo confessore.

Fin da ragazzo era stato un uomo d'azione, in ogni campo della propria vita, anche nei problemi di cuore. Così come aveva sempre allenato il proprio corpo in molteplici sport, nello stesso modo aveva allenato il suo spirito. E poiché sia la società che la Chiesa condannavano l'omosessualità, e almeno quest'ultima anche la masturbazione, Gustavo si era mantenuto vergine e puro anche a costo di sofferenze e sacrifici.

Aveva lottato contro ogni manifestazione fisica dei desideri del proprio cuore. Ma da quando era diventato sacerdote a volte Gustavo non riusciva a capacitarsi completamente che quella lotta fosse completamente giusta e giustificata. Nel dubbio, però, l'aveva proseguita. La sua fede nella Chiesa e lo stile di vita che aveva scelto esaltavano l'onestà, ma negavano ad un uomo onesto, per quanto insoddisfatto, la semplice libertà di seguire le più basilari e naturali inclinazioni del proprio cuore.

Comunque, malgrado questi dubbi, aveva avuto fiducia nella dottrina in cui credeva e nei suoi esegeti, che giudicava fossero più saggi, illuminati e lungimiranti di lui. Nonostante non riuscisse ad eliminare ciò che pensava, sentiva, si agitava in lui, il giovane sacerdote aveva messo a tacere i suoi dubbi e si era forzato ad accettare e caricarsi sulle spalle, di sua spontanea volontà, il peso della piena obbedienza alla Chiesa. Ed aveva conservato la sua castità. E sapeva di non essere solo in questa sua battaglia.

Fino a quando aveva incontrato Adriano in quella fatidica sera, don Gustavo Cirasa aveva evitato le tentazioni dell'avventura tenendosi al centro della stretta e retta via, senza concedersi gratificazioni sessuali neppure solitarie. Fino all'incontro con Adriano, don Gustavo aveva seguito di buon cuore tutto ciò che gli era stato insegnato come buono e giusto, e si era creduto contento di questa scelta.

Quando le pulsioni sessuali rischiavano di diventare troppo forti, le sfogava appunto nello sport fino a stancarsi, poi nell'occuparsi degli altri fino a dimenticare se stesso. I suoi sonni erano pacifici e senza problemi. Ma a volte don Gustavo sentiva sorgere in sé un'impellente bisogno di libertà a cui non sapeva dare un nome, a volte si sentiva oppresso da un melanconico senso di solitudine di cui non sapeva dare un'interpretazione. A volte provava una sete di onestà e verità di cui non riusciva a vedere le radici. Almeno fino al lungo sfogo di Adriano che, letteralmente, gli aveva aperto gli occhi a lungo chiusi. S'era improvvisamente risvegliato da un lungo sonno, e non solo fisico.

Non era vergine, Gustavo, quando aveva accettato la richiesta di Adriano, anche se lo era quasi, se dieci anni di completa castità possono ridare una verginità perduta.

Non aveva neppure mai ceduto, in quei dieci anni, alla tentazione della masturbazione solitaria, pure così piccola cosa, ricordando come fosse stata la causa di una più grave caduta, quelle poche volte, con Daniele.

La visione di Daniele, il suo compagno di seminario, sbiadì negli occhi del giovane parroco.

La realtà del desiderio di Adriano per lui sovrastò di nuovo Gustavo mentre si carezzava i turgidi genitali. Una visione di un futuro di amore e gioia anche troppo luminosa per essere oscurata da un qualsiasi ricordo del passato, sorse da dietro le fantasticherie di Gustavo su tempi lontani e finiti e gli apparve davanti agli occhi chiara come il giorno. Cancellò la visione dei pochi susseguenti, piacevolissimi incontri clandestini avuti con Daniele, a cui presto Gustavo però aveva posto fine.

Lampi di calore... squisito calore... sorsero nella sua carne rendendolo bramoso di potersi arrampicare verso il liscio corpo nudo di Adriano che ora brillava chiaro negli occhi della sua fantasia. "Oh, ragazzo mio!" disse improvvisamente a voce alta nella stanza vuota sentendosi sommerso dall'urgenza mentre il suo corpo vibrava spasmodico, "Ooohhh, mio, mio ragazzo!" gridò quasi questa volta invocando il suo Adriano iniziando finalmente a masturbarsi con dolce violenza stringendo il pugno su e giù per tutta la lunghezza della sua cospicua virilità. Ogni martellata del suo pugno batteva con sordo rumore contro il pube coperto di folto pelo color del grano maturo, le escursioni della sua mano erano forti e lunghe abbastanza da far saltar su e giù il sacco contratto dei suoi testicoli, facendoli battere a ritmo contro le forti cosce appena divaricate, le ginocchia leggermente sollevate.

Il giovane parroco era davvero partito. E a differenza della sua unica altra esperienza in seminario, senza alcun rimorso, senza alcun dubbio, godendosi a pieno la gioiosa scoperta di una sessualità non fine a se stessa ma tutta permeata di amore, proiettata verso l'amato.

Il corpo di Gustavo, sudato malgrado il freddo, vibrò sul letto sollevandosi in un fremente arco di muscoli tesi, mentre affondava nel materasso i talloni e le spalle sopraffatto dalle ruggenti sensazioni che finalmente il suo corpo adulto poteva gustare senza restrizioni. Ogni muscolo del suo atletico e bel corpo era perfettamente definito nella potente tensione che s'era impadronita di lui quando invocò per l'ultima volta il suo ragazzo: "Adriano!" E come un geyser, forti zampilli del suo seme si alzarono in verticale in alte e sottili colonne per poi precipitare su lui in calde, viscose, perlacee gocce che gli irrorarono petto e ventre come una calda piacevole pioggia.

Spente le ultime monete della passione fisica, la schiena sudata di Gustavo si abbandonò sul materasso mentre uno strano, ebbro, tremulo e selvatico mugolio usciva dalle belle labbra del magnifico maschio. Le palpebre scesero lentamente a chiudere gli occhi velati di passione come cortine di teatro alla fine della rappresentazione. Gustavo si lasciò trasportare in un sonno lieto, pacifico e profondo, senza sogni, mentre la mattina avanzava sulla città ormai desta.


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