Il pallido sole del primo mattino disegnò strisce di luce nella camera di Adriano e Diego, dipingendo sui loro corpi avvolti dalle coperte un effetto tigrato. Girato su un fianco, verso la finestra, Adriano fu disturbato nel suo sonno beato da una striscia di luce che si era spostata sulle sue palpebre chiuse. Stava facendo sogni per metà da adolescente, per metà da uomo maturo, ma in tutti c'era il suo splendido uomo dal corpo dorato. Anche nei sogni lo amava, lo amava profondamente, appassionatamente, teneramente...
Disturbato nel suo sonno anche da altre sensazioni che sorgevano dal suo corpo, il ragazzo si girò sull'altro fianco, verso il muro, mentre una mano scendeva autonomamente a risistemare i genitali gonfi dentro le mutande. Un attimo dopo stava risprofondando in uno dei suoi sogni erotici. Erano stesi su un prato estivo, inondato di sole, Gustavo supino e, sul suo corpo nudo, il nudo Adriano, a contatto stretto, petto contro petto, ventre contro ventre, gambe contro gambe... Il corpo del ragazzo si agitò nel letto e si stese sul ventre, il membro rigido compresso fra ventre e materasso. Emise un mugolio di piacere e sollevò il piccolo sodo culetto e lo riabbassò, in lievi movimenti, sì che il suo membro sfregò circondato di calore. Stava sognando di fare l'amore... Il suo corpo si immobilizzò di nuovo, ma nel sogno continuava la sua dolce danza sopra il corpo dell'amato che l'accoglieva in sé sussurrandogli dolci parole d'amore.
Non sentì il fratello mugolare ed agitarsi nel sonno, né il tubare dei piccioni sul davanzale della loro finestra, né il traffico iniziare nella via. Era completamente assorbito nel mondo dei suoi grati sogni...
Quella mattina, come sempre, Ubaldo Crespi aveva lasciato silenziosamente il letto, e la moglie addormentata, alle sei in punto. Andato in bagno, si rasò accuratamente, poi andò in cucina a fare colazione con la sua solita tazza di muesly e latte, mentre il caffè usciva dalla moka lucida come nuova. Lo versò nella sua tazzina personale di porcellana bianca e blu e lo bevve, lasciando tutto sul tavolo: ci avrebbe pensato la moglie.
Alle sette l'uomo era sotto casa che si dirigeva verso la propria auto parcheggiata poco lontano, e guardando l'orologio pensò che la moglie doveva essere in procinto di alzarsi, ora, come ogni altro giorno. Anche se oggi sarebbe andata al lavoro più tardi, essendo venerdì.
La moglie, Adriano o gli altri figli si sarebbero alzati senza avere la più pallida idea dei piani dell'uomo per la giornata, come al solito. Ubaldo usciva alle sette, rientrava a mezzanotte, tornando a casa solo fra mezzogiorno e le due per il pranzo. Era un uomo metodico, preciso. Un vero uomo d'affari.
Senza dubbio quella mattina tutto era meraviglioso e prezioso per gli occhi del grazioso giovane uomo dalla pelle lievemente olivastra, dono della madre filippina, mentre stava sotto la doccia e lavava il suo alto, snello ma atletico corpo. Ripieno del suo segreto amore, sorridendo da un'orecchia all'altra, si insaponava il corpo sognando che fossero le mani di Gustavo a farlo. Gli aveva detto che il venerdì mattina non aveva corsi a scuola ed erano d'accordo di vedersi. Adriano non vedeva l'ora di uscire dalla doccia, vestirsi e correre da lui.
Il venerdì mattina, di solito, Gustavo andava in palestra a nuotare o fare squash: era un giovane parroco moderno, d'altronde anche il papa andava in montagna e s'era fatto costruire una piscina in Vaticano, no? E in parrocchia giocava spesso a calcio con i suoi giovani, ai campi estivi faceva lunghe passeggiate o scalate in montagna. E il suo corpo era perfetto, atletico, giustamente muscoloso. Non aveva bisogno di sollevare pesi in palestra, aveva abbastanza da sfacchinare in parrocchia, Adriano lo sapeva.
Adriano, se solo avesse potuto, sarebbe corso da lui anche subito, così, nudo, in una veloce maratona da casa sua a casa di Gustavo, traversando tutto il quartiere... Gustavo aveva rinunciato alla palestra per lui, e lo aspettava ed avrebbero fatto di nuovo l'amore... e due, tre volte...
A questo pensiero il viso del ragazzo, sollevato verso il getto d'acqua calda, gli occhi e le labbra serrati mentre si sciacquava i bei capelli scuri per lo shampoo, arrossì piacevolmente, sentendosi più caldo dell'acqua che lo lavava. Pur cercando di controllare i propri pensieri e di indirizzarli verso cose più sobrie, dandosi mentalmente dello sciocco per quei pensieri assurdi ma eccitanti, lo snello giovane non poté fare a meno di rendersi conto di quanto fosse profondamente innamorato... anche quella mattina.
Ci volle un improvvisa stima di che ora fosse per fargli abbandonare quei pensieri romantici e farlo affrettare a terminare la doccia. Non molto prima era saltato giù dal letto vedendo che Diego s'era già alzato per andare a scuola. Aveva visto che erano quasi le nove e si era precipitato in bagno.
In fretta si sciacquò di dosso la schiuma e, chiusa l'acqua, si asciugò sfregandosi vigorosamente e preparandosi all'atteso incontro col suo Gustavo. Per tutta la giornata. Per godersi a vicenda, anima e corpo. Era già da dieci ore che erano separati! pensò il ragazzo mentre infilava la biancheria pulita.
Alle nove Ubaldo Crespi stava osservando con occhio critico Mimmo Digiacomo, l'uomo delle pulizie che l'agenzia gli mandava per contratto una volta alla settimana con un giovane aiutante. Mentre l'irsuto uomo stava seduto alla propria scrivania, sorvegliando di tanto in tanto che i due lavorassero bene, riordinava le carte e preparava il conteggio per le paghe mensili del personale che stava cominciando a lavorare di là, negli altri uffici. E doveva anche riscuotere alcuni crediti in città: erano in ritardo e sapeva di doversene occupare di persona. Con lui i creditori non avevano il coraggio di accampare scuse.
Clara Crespi bloccò il figlio maggiore che stava preparandosi per uscire di casa. "Ehi, tu, dove credi di andare!" lo apostrofò con autorità sollevando un sopracciglio. "Non ti sognare di uscire di qui senza qualcosa nello stomaco! Siediti qui, Adriano e fai colazione, svelto." ordinò spostando la sedia davanti al tavolo in un perentorio invito.
"Ma, mamma..." protestò Adriano impaziente di mettersi in strada.
"Ma mamma niente! Ci vogliono due minuti a tostare il pane e farti un paio di uova in tegamino. Te li faccio io, anche se... versati la spremuta d'arancia e siedi." disse accendendo il gas e rompendo due uova nel padellino. Poi si girò con aria inquisitiva: "E comunque oggi è venerdì, non hai l'università. Dove stai andando così di fretta a quest'ora di mattina? Strano, no?" disse con aria sospettosa, "Di solito ci vuole tutta la mia santa pazienza per tirarti giù dal letto e quando non hai scuola beato chi ti vede in giro prima delle undici e sono solo le nove e un quarto..."
"Beh, è che oggi devo..." iniziò a protestare il ragazzo con tono impaziente mentre cercava di trovare una buona scusa per uscire.
La madre, attratta dallo sfrigolio delle uova si girò senza aspettare una risposta e gli disse di sopra la spalla: "Metti il pane nella tostiera se hai fretta." disse, poi brontolò a mezza voce: "Fretta... all'improvviso ha fretta, lui!"
Nonostante avrebbe voluto precipitarsi, Adriano si impose di far finta di "non" aver fretta per non insospettire ulteriormente la madre. Più che astuzia, era elementare buon senso. Mangiò cercando di masticare lentamente e di non guardare ogni due secondi l'orologio. Ma si sentiva agitato, gli pareva di star perdendo minuti preziosi. Non poteva sfidare la madre, era già un miracolo che non avesse voluto approfondire...
Verso le nove e quarantacinque, dopo una breve telefonata, Ubaldo aveva deciso di andare a riscuotere una cospicua somma che gli doveva un cliente. Gli aveva chiesto di fare due assegni, perché uno aveva intenzione di girarlo e depositarlo nel conto della Chiesa. Per un incauto impegno che aveva preso tre mesi prima col parroco, per l'asilo...
Quella mattina tutto pareva richiedere il doppio del tempo per Adriano. Alle nove e tre quarti era alla fermata dell'autobus che l'avrebbe portato dal suo Gustavo. Quando finalmente arrivò, lo prese e gli sembrò che viaggiasse più piano del solito, che sostasse più a lungo del necessario alle fermate, e che tutti i semafori congiurassero per diventare rossi all'avvicinarsi dell'automezzo. Tutto tempo sottratto al suo incontro con Gustavo. Il giovane uomo innamorato conobbe la tortura del tempo che non passa mai quando attendi e che vola via quando sei con l'amante. Tortura che durò fino alle dieci e quindici, quando scese di corsa e in tre minuti volò fino alla porta dell'appartamentino del suo Gustavo, quasi urtando un vicino del parroco che scendeva le scale e che lo guardò sorpreso. Alle dieci e venti era finalmente fra le braccia del suo uomo dietro la porta d'ingresso appena richiusa alle sue spalle.
Clara Crespi spinse col piede il pulsante dell'aspirapolvere, finalmente sola ora che tutti erano usciti di casa. Doveva sbrigarsi, doveva preparare pranzo per sé e il marito e subito dopo lavati i piatti andare al lavoro. Certo era un po' più pesante, ora, doversi prender cura della casa come prima e in più lavorare. Ma era contenta di non dover stare più solamente in casa, le faceva bene fare altro. Suonò il telefono. Erano le undici. Rispose alla secca domanda del marito tranquillamente. Adriano era fuori casa, lo informò e, per quanto ne sapeva, doveva essere andato in centro, alla biblioteca comunale.
"Sì, sì," acconsentì all'idea del marito che sarebbe stato meglio se l'avesse accompagnato da un cliente a riscuotere; il ragazzo doveva cominciare a vedere tutti i risvolti del lavoro che l'aspettava. "Sì, d'accordo." lo rassicurò. Avrebbe detto al ragazzo di chiamarlo se fosse rientrato prima che lui lasciasse l'ufficio. Sposata con quell'uomo da sufficiente tempo per capire che era irritato, emise un silenzioso sospiro e ricordò all'uomo che comunque c'erano altri venerdì liberi in cui il ragazzo avrebbe potuto accompagnarlo... bastava dirglielo prima e il ragazzo non avrebbe preso altri impegni...
I due begli amanti giacevano nell'ampio letto abbracciati. Le loro braccia e gambe nude erano strettamente intrecciate e i loro sodi corpi maschi erano stretti l'uno contro l'altro. La gioiosa felicità che li aveva colti un attimo prima della vetta del piacere nell'unione, era ora trasformata in placida serenità.
Sia il giovane che il sacerdote s'erano tolti tutti gli abiti lungo il veloce e breve percorso dall'ingresso alla camera da letto. Appena avevano varcato la soglia, già nudi, d'impeto Gustavo aveva sospinto il ragazzo a sedere sul bordo e s'era inginocchiato fra le sue gambe assetato di quel bel membro già orgogliosamente proteso.
Per quanto più breve delle precedenti, la separazione era pesata ad entrambi. Il giovane parroco iniziò a succhiare avidamente la punta del membro di Adriano già pronta. La leccò e la succhiò con vigore quasi volesse estrarne l'anima, se la fece scivolare poi velocemente fino in gola: questa volta senza problemi.
Le sensazioni troppo intense che la bocca frenetica di Gustavo gli stavano procurando portarono Adriano ad un tremito paurosamente violento. Cercò di respingere via da sé il capo dell'uomo che gli pompava veloce su e giù in grembo, implorandolo, mentre si sentiva tutto un sudore ed ansimava: "Fermo... fermo..." Gustavo naturalmente si immobilizzò immediatamente guardandolo di sotto in su, dritto negli occhi con aria interrogativa.
Adriano gli sorrise timidamente ed esalò un lungo sospiro. Nessuno dei due aveva fatto nulla per interrompere il contatto fra la bocca ed il membro, che ora pulsava ritmicamente. Adriano carezzò i capelli dell'uomo. Questi mosse la lingua, dentro la bocca, sul glande teso. Adriano emise un lieve sospiro e chiuse gli occhi. Gustavo allora tuffò il suo capo di nuovo in avanti finché il suo naso fu premuto fra i peli del pube del ragazzo.
Questi mormorò: "Beh, forse puoi farlo ancora per un po'... era piuttosto... piacevole."
In pochi minuti entrambe le mani di Adriano erano piene del capo di Gustavo, scorrendogli fra i capelli, giocando sulle orecchie, carezzandogli la nuca, le guance, la fronte, per comunicargli, oltre al suo piacere, tutto il suo amore.
Improvvisamente con voce rauca emise una richiesta urgente: "Continua... svelto!" e Gustavo capì che tra poco il ragazzo avrebbe iniziato a sussultare ed a dargli la primizia di quella giornata. E la lingua che frullava contro il membro nel caldo nido della bocca, ricevette il primo assaggio della lungamente desiderata bevanda. Il ragazzo chiuse le cosce a morsa attorno al capo dell'uomo, tenendole serrate finché anche l'ultima goccia del suo seme fu da questi golosamente assunta e le sublimi turbolenze dell'orgasmo iniziarono ad abbandonare il suo corpo teso.
Nuovamente calmo e grato, sentendosi come un cavaliere che sia appena sceso da un puledro selvaggio dopo una lunga ed eccitante cavalcata, il ragazzo si stese lussuriosamente sul letto rifatto allargando le braccia mentre il suo membro, ora libero e morbido, si adagiava fra le forti cosce nuovamente spalancate. Gustavo, alzatosi in piedi, lo guardava con muta e devota ammirazione. E gratitudine.
Adriano tese una mano verso l'uomo in un muto invito a raggiungerlo. Questi si chinò sul letto e vi salì con le ginocchia di fianco al ragazzo e scese su di lui. Il ragazzo baciò con voluttà le virili labbra che avevano appena succhiato il suo membro e gustato il suo seme e per la prima volta sentì il proprio gusto nella bocca dell'amante e pensò con lieve stupore che era diverso da quello dell'uomo: ognuno ha il suo sapore? si chiese. Sussurrò sofficemente a Gustavo: "Grazie." e si alzò per far posto al suo amante. Il suo sguardo cadde sulla piccola sveglia elettrica sul comodino e vide che erano le undici: erano volati via in un attimo quei tre quarti d'ora, pensò mentre il suo uomo gli si stendeva a fianco.
Ubaldo all'una uscì di casa dopo aver pranzato con la moglie ed i due figli minori. Prese la sua auto e guidò in città. Parcheggiata la Giulietta, a piedi, andò a ritirare un paio di sue scarpe nere da risuolare, poi comprò nel vicino negozio la frutta e, un po' più in là, sei pacchetti di caffè. Tornando verso la macchina si fermò ad acquistare due salami piccanti come gli aveva chiesto la moglie. Risalito in macchina all'una e mezza, si diresse verso lo studio del suo cliente per ritirare gli assegni, com'erano d'accordo.
La camera da letto era di nuovo festosamente piena dei suoni di un vigoroso amplesso. Gustavo giaceva sull'ampia schiena, piegato in due, mugolando felice sotto i martellanti assalti di Adriano che stava limando veloce ed appassionato il suo sedere girato in su.
Miracolosamente eretto nonostante avesse da poco versato tutto il suo abbondante contributo nell'accogliente e calda bocca del suo ragazzo, la parte posteriore del suo glande era vigorosamente e dolcemente massaggiata dai muscoli tesi e sudati del ventre di Adriano ad ogni suo affondo in lui. Questi accompagnava ogni discesa con un breve e passionale gemito. Il letto ondeggiava e cigolava a ritmo. Gustavo giaceva guardando in su rapito, incredibilmente su di giri per l'eccitazione che leggeva nei chiari occhi di Adriano.
Balbettando un torrente di lodi e apprezzamenti, proprio come un ragazzino innamorato, ma muovendosi nel canale del muscoloso sacerdote proprio come un uomo in calore, le forti mani del bel ragazzo serravano le gambe coperte di lieve pelurie bionda dell'altro contro il proprio petto glabro e liscio. Il veloce lavorio del ragazzo non era vano, infatti il giovane parroco gemeva con forza e ad ogni spinta di Adriano sospingeva il proprio sedere verso l'alto per offrirglisi di più.
Le sue ampie spalle affondate nel materasso e tremanti come se poggiassero su ghiaccio, il sacerdote iniziò a dar voce alla sua gioia con traboccante entusiasmo. Il sincopato dialogo d'amore fra lui e il giovane che lo stava prendendo, iniziò a farsi più serrato. Parole dolci ed infuocate si facevano strada ed interrompevano i lunghi gemiti di indicibile piacere che i due ormai emettevano in continuazione. Quando Adriano si impadronì del suo membro fra i loro corpi, Gustavo sentì vagamente risuonare dalla lontana torre della Cattedrale due rintocchi.
Erano pronti, entrambi, a raggiungere ancora una volta i campi elisi di un nuovo orgasmo, avvinti, ed Adriano sentì contemporaneamente il proprio membro lanciare il suo carico e quello di Gustavo iniziare a vuotarsi ancora, pulsando nella sua mano calda. Non avrebbe potuto dire chi di loro due avesse iniziato per primo e questa simultaneità lo rese pazzamente felice.
Ubaldo Crespi e Vincenzo Danna, il cliente da cui era andato a ritirare i due assegni, non avevano avuto una vera e propria conversazione da mesi. Ubaldo, pur non amando le chiacchiere da salotto, non poteva però negare l'importanza di essere in buoni rapporti con i migliori clienti, così quando arrivò da lui alle due e dieci aveva accettato di buona grazia l'ospitalità del dottor Danna e i suoi gentili apprezzamenti per il lavoro che svolgeva.
La sua sensibilità di uomo d'affari gli faceva capire che la voglia di parlare dell'altro derivava dalla speranza di ottenere migliori polizze per il futuro, ma questo non lo preoccupava affatto. Sapeva maneggiare i propri affari in modo di aumentare i propri guadagni e dare all'altro l'impressione di doverlo ringraziare. Accavallò le lunghe gambe mentre sorbiva il caffè nell'elegante studio del suo cliente.
Pareva che nessuno dei due amanti riuscisse a ricevere o a dare abbastanza all'altro. Dopo aver irrorato col suo seme le profondità del canale del sedere dell'amante in piacevoli e forti convulsioni, Adriano gli si tolse di sopra e stesosi al suo fianco, a sua volta si aprì tutto per Gustavo.
Sentendosi profondamente amato, Adriano giacque sullo stomaco, divaricando le gambe, su di giri e sentendosi felicemente al sicuro sotto il dolce peso di Gustavo per la seconda volta. Anche se i muscoli del suo didietro si tesero involontariamente e provò una lieve fitta di dolore quando il suo uomo dorato, sollevato il suo sedere dal materasso, ne saggiò il forellino con un dito. Il membro duro come roccia, il giovane parroco non vedeva l'ora di essere accolto di nuovo dal dolce ano del ragazzo, ma, preoccupato, decise di non prenderlo per dare ai muscoli stirati il tempo di adattarsi e provare meno pena e più piacere.
Lentamente, quasi a malincuore, ma con amore, gli scivolò via di sopra. "È meglio evitare per un po' questo, ragazzino mio," disse, "non voglio farti sentire più dolore di quello che hai già sopportato. Sono troppo grosso..."
"Ehi, cosa t'avevo detto, di non chiamarmi ragazzino? Ho diciannove anni ormai, sono un giovanotto." gli disse Adriano in giocosa protesta. Poi, continuando a fare l'imbronciato, si alzò e salì su Gustavo, lo afferrò per le spalle spingendolo sul materasso e tenendovelo fermo.
"Va bene! Va bene... mi dispiace, giovanotto... mi dispiace! Ti chiedo perdono, signor Crespi! A dire la verità, non è che pensi a te come a un ragazzino, basterebbe questo!" aggiunse Gustavo dopo aver infilato una mano fra i loro corpi ed aver afferrato e stretto il membro dell'amante. "Sì, basterebbe questo..." ripeté con dolcezza.
La veloce e febbrile discesa delle labbra di Adriano sulle sue gli impedì di continuare qualsiasi discorso.
Baciandolo profondamente, anche Adriano scese con una mano fra i loro corpi ed afferrò il membro bollente dell'amante. Poi con l'altra mano prese la mano libera di Gustavo e la guidò fra le sue natiche premendola nel solco, finché sentì che le dita dell'uomo iniziavano ad esplorare e solleticare di nuovo il suo forellino nascosto. Un lungo bacio soffocò il gemito di piacere di Adriano quando il dito medio di Gustavo scivolò dentro il foro caldo fra le sue natiche muovendosi lieve ma sicuro dentro di lui.
Esplorando più a fondo Gustavo toccò la prostata di Adriano che si sentì pronto di nuovo, pieno di desiderio.
Il ragazzo interruppe il bacio e sollevò il capo a guardare in profondità negli occhi innamorati: "Prendimi di nuovo... ti prego..."
"Non voglio farti male..." protestò debolmente Gustavo.
"Ogni volta va meglio... e ti voglio dentro... ti voglio sopra e dentro di me... ti prego..." disse eccitato e di nuovo scivolò prono accanto all'amante divaricando le gambe, in fiduciosa ed impaziente attesa. Gustavo cedette e salì su di lui, pieno di amore e desiderio. Erano le due e trentacinque...
Lo scopo principale della visita di Ubaldo, la riscossione dei due assegni del dottor Danna, era ottenuto, così fece abilmente in modo di portare a conclusione anche la conversazione. Avrebbe dovuto portare la sua vecchia ma perfettamente mantenuta ed amata Giulietta da Carlo Gerbini, il suo meccanico di fiducia: quella mattina aveva sentito uno strano rumore nel motore che a suo parere non avrebbe dovuto esserci. Ma prima doveva depositare l'assegno per la chiesa. Avrebbe volentieri atteso, ma il giorno dopo era sabato e così avrebbe dovuto aspettare fino a lunedì, facendo perdere alla parrocchia tre giorni di interessi. Da serio professionista e conscio del valore del denaro, non poteva certo permetterselo.
"Va bene, proprio bene. Sta studiando seriamente come ha fatto fino ad ora." rispose con una certa fierezza alla domanda del dottore riguardo al suo primogenito. Poi, guardando l'orologio alle spalle del suo cliente e vedendo che erano le tre in punto, si scusò con gentile fermezza e lo salutò. Sceso finalmente in strada, mise in moto e si diresse verso la casa del parroco per farsi dare il libretto di banca.
Un po' indolenziti ma finalmente appagati, alle tre e dieci i due amanti decisero di sospendere almeno per il momento le passionali evoluzioni, che avevano tanto entusiasticamente proseguito per quasi quattro ore, e di concedersi una pausa. Entrambi avevano dimenticato il pranzo, ma ora provavano un sano appetito. Nudi, si alzarono e tenendosi ancora semiabbracciati, non ancora pronti a separarsi completamente, raggiunsero la cucina ignorando gli abiti sparsi a terra nello studio e nell'ingresso. Benché ormai ognuno conoscesse piuttosto bene ed intimamente il corpo dell'altro, le loro mani ancora si esploravano con un senso di meraviglia mentre giungevano in cucina. E si baciarono a lungo, ritti accanto alla tavola, prima di lasciarsi e preparare qualcosa da mangiare.
Telefonare prima di andare a casa di qualcuno è una buona norma per evitare giri a vuoto o di arrivare in momenti inopportuni, per preparare l'altro ad una visita. Ma Ubaldo, abituato a telefonare solo per riscuotere, non pensò fosse necessario, visto che questa volta stava andando a versare. Avrebbe fatto volentieri a meno di dare quei soldi alla parrocchia, ma ormai l'aveva promesso. Lo sentiva come un ingrato dovere, ma un dovere. E lui non sarebbe mai mancato al proprio dovere.
E poi era talmente vicino alla casa del parroco che scendere per cercare un telefono, sarebbe stata solo un'inutile perdita di tempo. E poi si telefona per chiedere un favore, non per farlo, si disse mentre parcheggiava. Avrebbe potuto telefonare dallo studio del dottor Danna, ma non gli andava di chiedere un favore ad un cliente.
Così si avviò a passo svelto verso la palazzina di appartamenti in cui abitava il parroco. Qui giunto, vide che il portoncino su strada era aperto, perciò salì direttamente, senza suonare per annunciarsi.
Alle tre e venti i due stavano mangiando affiancati, sorridendosi di tanto in tanto in complice piacere per la loro nudità così spontaneamente e naturalmente condivisa. Provavano un senso di dolce libertà e di piacevole intimità. A volte l'uno imboccava giocosamente l'altro, ma in quell'innocente gioco c'era un erotico sottinteso d'amore. Anche se a letto parevano della stessa altezza, in realtà il ragazzo era circa cinque centimetri più alto del giovane e bel sacerdote. E benché entrambi avessero un corpo asciutto e muscoloso, quello dell'uomo era più largo e sodo. Il ragazzo aveva una pelle glabra che pareva lievemente abbronzata, i capelli e il ciuffo fra le gambe e sotto le ascelle castano scuro; il sacerdote una pelle chiara ed il pelo di un biondo luminoso che dava al suo corpo riflessi dorati. Seduti nudi accanto, comunque, formavano una gran bella coppia. E se ne rendevano vagamente conto.
La radio accesa sulla credenza lanciò il segnale delle tre e trenta.
Gustavo posò dolcemente una mano sulla coscia del ragazzo, carezzandola lieve. E subito si eccitò vedendo la pronta risposta sollevarsi fra le muscolose gambe del suo amato. Il corpo maschio accanto a lui, dolce eppure virile, era una festa per gli occhi del sacerdote, ed era una gioia poterlo ammirare senza dover far finta di nulla, apertamente.
In quel momento il campanello squillò imperiosamente facendo fare un soprassalto ai due amanti e richiamandoli in terra.
"Resta qui..." disse Gustavo alzandosi ed andando alla porta. "Chi è?" chiese al citofono.
Da dietro la porta venne l'inattesa, agghiacciante risposta: "Ubaldo Crespi. Apra, ho fretta!"
"Un attimo!" rispose con voce strozzata il sacerdote. Corse in cucina: "Prendi i nostri vestiti e chiuditi in camera, svelto. C'è tuo padre..."
"Mio padre?" chiese con occhi sbarrati il ragazzo e schizzò a fare quanto dettogli. Gustavo entrò in bagno e cinse l'accappatoio di pesante spugna azzurra. Controllò che gli abiti fossero scomparsi ed andò ad aprire appena sentì la porta della camera chiudersi.
"Mi scusi, stavo facendo la doccia..." mentì a disagio il sacerdote all'uomo che, senza essere invitato, entrò nell'appartamento.
"Scusi lei..." disse entrando, ma la sua mente attenta aveva colto segni inquietanti: non si sentiva rumore d'acqua dal bagno, il corpo dell'uomo sotto l'accappatoio era asciutto e, ad un lieve movimento dell'accappatoio, ebbe la precisa sensazione che il sacerdote avesse un'erezione. Poi notò l'aria tesa dell'altro, i suoi capelli scarmigliati ed intuì che il sacerdote doveva avere un'ospite... una donna, pensò subito sentendosi disgustato ed i suoi occhi cercarono una qualsiasi prova della sua intuizione, non sapendo se sperare di trovarla o di non trovarla.
Notò la porta della cucina aperta e vide che era apparecchiato per due! Stava per entrare nello studio, quando i suoi occhi captarono un'altra cosa che gli fece ribollire e montare alla testa il sangue.
Sull'attacapanni all'ingresso riconobbe, senza ombra di dubbio, il giaccone di pelle di Adriano. Gustavo vide dove era diretto lo sguardo dell'uomo, lo vide sbiancare ed intuì che erano persi.