Ubaldo Crespi fulminò con lo sguardo il sacerdote e la confusione che si dipinse sul volto di questi, gli confermò i suoi sospetti. Scostando bruscamente il giovane uomo, Ubaldo si diresse a passo deciso verso la camera da letto e ne spalancò la porta prima che Gustavo potesse fermarlo.
"Adriano! Che... che fai tu qui!" fu la prima attonita domanda dell'uomo al figlio.
Questi non era riuscito ancora a rivestirsi, aveva indosso solo i boxer e cercava di districare gli altri abiti dal mucchio che aveva raccolto alla rinfusa dal pavimento quando s'era precipitato in camera. "E che ci fai nudo!" gridò scuotendo violentemente la testa come per risvegliarsi da un brutto sogno.
Sentì la rabbia crescere in lui, socchiuse gli occhi soffiando dal naso come un toro pronto alla carica e con violenza fece volar via gli abiti dalle mani del figlio con una manata. Ormai non aveva più alcun dubbio su cosa stesse facendo il figlio lì! Seminudo nella camera da letto del prete, anche lui seminudo! Pochi secondi dopo il fiero uomo vestito con formale eleganza sembrò dapprima contrarsi, rimpicciolire. Emise un gemito come se avesse ricevuto un pugno in pieno stomaco. Indietreggiò appoggiandosi allo stipite della porta quasi a cercare sostegno, poi lasciò sfuggire dai polmoni un lungo, tremulo sospiro di resa all'evidenza.
Ma presto fu di nuovo padrone di sé, il suo corpo si erse, si gonfiò e con voce fredda disse: "Adriano rivestiti, subito! Esci con me dalla casa di questo... quest'uomo!"
La fredda, quieta, piatta voce di Ubaldo mentre dava ordini al figlio, aveva anche in sé il minaccioso, duro, inflessibile tono che si può cogliere nel ruggito di un leone. Il padre colse negli occhi del figlio un istantaneo sguardo pieno di repulsione, di fredda distanza, di acuto disprezzo. Strinse i pugni chiedendosi irato ma attonito il significato di quell'inatteso sguardo: si era aspettato vergogna, confusione, dispiacere e invece...
Nonostante il panico l'avesse afferrato appena Gustavo gli aveva sussurrato che c'era il padre, Adriano ora capiva che sarebbe stato inutile, e ingiusto, negare l'evidenza. Ma nonostante la confusione e la paura del primo istante, decise di non mentire, di essere forte, e pensò che se c'era un momento in cui doveva chiedere di essere capito, accettato, era quello. Il momento della verità, tanto atteso e temuto al tempo stesso, era arrivato. Perciò tentò.
"Papà, lasciami spiegare..." chiese Adriano in un sussurro roco ma deciso.
Esattamente come aveva fatto da ragazzo quando aveva dovuto affrontare lo scontento di suo padre, Adriano si preparò, anche se sapeva che era inutile, a cercare una possibile via per conciliare quello che provava con la fredda e implacabile logica del padre, e quindi pensò di tentare di spiegare quello che Gustavo e lui provavano l'uno per l'altro. Comunque, proprio come nei suoi inutili sforzi di quando era più giovane, quando difendeva il suo punto di vista riguardo a quello che il padre giudicava come una sua mancanza che a lui non pareva tale, cercando di sfuggire alle cinghiate del padre, sapeva che un simile tentativo non era destinato al successo.
"Ascoltami, papà!" chiese di nuovo con urgenza Adriano leggendo un muro negli occhi del padre. "Vuoi per cortesia starmi a sentire? Io..."
"Ti ho detto di rivestirti, Adriano," Ubaldo sputò le parole con profondo disgusto interrompendo suo figlio prima che aggiungesse altro. Il suo atteggiamento non cambiò di una virgola, né il tono della sua voce, ma il suo viso assunse un colorito minaccioso che faceva prevedere solo tempesta... se non peggio.
Sapendo che sarebbe stato inutile insistere, Adriano si chinò a cercare i propri vestiti nel groviglio di abiti sul pavimento.
Girandosi a fronteggiare Gustavo, l'uomo lo trascinò fuori dalla stanza chiudendosi la porta alle spalle. Dritto al centro dello studio, con voce piena di veleno e disprezzo, quasi sibilando fra i denti, gli disse: "E riguardo a lei... non ha niente da dirmi. Capisce? Non ha assolutamente niente da dire. Non voglio sentirla parlare!"
La mente dell'uomo, superato il primo shock, stava ora girando a pieno regime, come un motore ben oliato tentando di pianificare quanto avrebbe dovuto fare. Mentre valutava le possibilità di un'azione legale e le conseguenze di uno scandalo che avrebbe certamente riempito le testate di tutti i giornali, lentamente alzò lo sguardo su Gustavo. Si chiese perché non gli avesse dato subito un pugno in piena faccia spappolando quel viso da ipocrita. Ma il momento era passato. Ma se non con un pugno, voleva colpirlo con tutta la violenza di cui era capace, e sapeva che ci sono cose che fanno più male di un pugno in viso o nello stomaco.
L'uomo, che non dimenticava mai il più piccolo debito nei suoi confronti, decise di annientare il forte uomo che gli stava di fronte. "Lasciami dire," iniziò passando ad un tu pieno di disprezzo, "che non so come tu possa essere arrivato a questo, ma ho intenzione di scoprirlo." disse Ubaldo in tono minaccioso ancora apparentemente calmo in contrasto con la rabbia che lo divorava e che faceva tremare le sue mani. "Ma anche se non riesco a scoprire i tuoi altarini, per quanto riguarda mio figlio, è finita, capito?"
Ubaldo fece un passo indietro per guardarlo da capo a piedi quasi a misurarne il corpo atletico. Quasi incredulo si rese conto che il prete, che per la prima volta vedeva coperto solo da un corto accappatoio semiaperto sul petto, era molto ben fatto e si disse che era troppo virile, troppo maschio per essere un prete! Troppo poco asessuato! "Buon Dio Onnipotente! non avrei mai immaginato che proprio un prete... un uomo che è stato consacrato... che tu potessi..."
Il gioco della luce pomeridiana attraverso i vetri della finestra dello studio alle spalle di Gustavo ne esaltava l'oro dei capelli e dei peli sui contorni di avambraccia e gambe. Forse era il sole a disturbare gli occhi del padre del ragazzo, ma questi si chiusero come due minacciose fessure. Il sacerdote restava in silenzio, immobile, senza cercare di difendersi, di giustificarsi. Stava semplicemente in piedi in centro alla stanza, in silenzio, fermo. Ma nonostante la prima confusione e preoccupazione, nonostante il timore per le conseguenze per il ragazzo che amava, il giovane sacerdote stava eretto, non abbassava lo sguardo, manteneva la sua dignità e fierezza.
Innamorato per la prima volta in vita sua, il giovane sacerdote avrebbe voluto essere, ora, accanto al ragazzo che amava, nella camera da letto, per confortarlo fra le sue braccia, con un bacio. Ogni cellula del suo corpo lo spingeva a fare esattamente questo. Ed era solo per Adriano, non per se stesso che, con considerevole autocontrollo Gustavo stava fermo e non diceva nulla. Capiva che se avesse parlato, avrebbe solo fatto esplodere l'ira dell'uomo che lo fronteggiava.
La porta della camera si aprì e Adriano, rivestito e in ordine, comparve esitante e fece due lenti passi nello studio verso le due statue di sale del padre e dell'uomo che amava che pareva si affrontassero solo con la potenza dei loro sguardi.
"Andiamo!" disse Ubaldo Crespi senza neppure guardare il figlio, con tono di comando che non ammetteva repliche. Prese per un braccio il figlio e facendolo passare dietro di sé quasi a proteggerlo dal sacerdote, lo sospinse verso l'ingresso.
Non vi furono proteste, non vi furono implorazioni da parte dei due amanti sprofondati nel loro dolore, ma entrambi iniziarono a piangere in lutto nei loro cuori. Per Gustavo ed Adriano il duro ordine del padre decretava la fine di tutto quello che avevano cominciato a vivere assieme. I loro sogni così brevemente coltivati giacevano morti.
Dalla finestra dello studio, attraverso i vetri, Gustavo poté vedere il riflesso del sole sugli scuri capelli ondulati del capo reclinato del suo Adriano. Il capo del suo puro amante brillava debolmente, quasi a mandargli un ultimo messaggio di addio.
Dalla finestra, vide Ubaldo chiudere la portiera dalla parte del figlio, girare attorno all'auto ed entrare, mettere in moto e l'auto scomparì. Pochi secondi più tardi Gustavo era inginocchiato nel bagno davanti alla tazza del cesso e vomitava anche l'anima. Mentre si rialzava, il forte uomo cominciò anche a piangere.
Si stava avvicinando l'ora di cena. Casa Crespi era calda e c'era una atmosfera piacevole sottolineata dall'odore dell'arrosto che veniva dal forno della cucina.
In soggiorno Davide stava guardando un western alla TV, mentre Loredana in cucina teneva d'occhio l'arrosto come le aveva insegnato la madre. Oreste era seduto al tavolo del soggiorno, immerso nella lettura dell'ultimo numero di Topolino.
La porta d'ingresso s'aprì ed i due ragazzi in soggiorno alzarono il capo sorpresi: era troppo presto sia per il ritorno della madre che del padre. Ancora più stupiti furono quando videro entrare Adriano sospinto quasi con violenza dal padre: il fratello maggiore aveva un volto congestionato e il padre un'espressione terribile che i due ragazzini non gli avevano mai visto prima. A bocca aperta, in silenzio, guardarono i due traversare il soggiorno e scomparire senza una parola verso la zona notte dell'appartamento.
In corridoio, il ragazzo fece per entrare in camera sua. "Oh no, signorino, non credere che il tuo spettacolo sia finito!" gli disse il padre afferrandolo per un braccio e facendolo girare. "Abbiamo ancora un sacco di cose da fare, prima di sera. Adesso vieni in camera mia." aggiunse l'uomo chiudendosi la porta alle spalle. In soggiorno Diego ed Oreste si guardarono in silenzio: stava capitando qualcosa di terribile.
Loredana comparve sulla porta della cucina e chiese: "Chi era? Mamma?"
"Sssttt!" le intimarono i due ragazzi pallidi in volto.
"Ma..." cominciò la ragazzina stupita.
I due ragazzi si alzarono, Diego spense la TV e sospinsero la sorella in cucina chiudendosi dietro la porta. Non volevano ascoltare quello che intuivano sarebbe capitato.
"Dentro." intimò l'uomo aprendo la porta. Seguì il figlio e la chiuse dietro di sé, a chiave, mettendosi la chiave in tasca. Adriano si passò nervosamente una mano nei capelli, chiedendosi se sarebbero prima arrivate le cinghiate o le parole: temeva di più queste ultime. Ma non era più disposto a dire sissignore.
"Adriano," iniziò con una voce acuta come un pugnale l'uomo, "ti rendi conto di che cosa quell'uomo stava cercando di farti fare? Ti rendi conto di quello che la gente direbbe, e non solo di te ma di me, se si sapesse una cosa del genere? Capisci che potrebbe danneggiare tutto quello che ho cercato di costruire in tutti questi anni?" Il volto di Ubaldo diventò duro come roccia. "E ti assicuro, io non permetterò che questo succeda!" Il fuoco contenuto a stento fece salire di una nota la sua voce: "Prima ti spacco la testa, garantito."
Pensando che la cosa più importante era evitare uno scandalo, l'uomo assunse un tono leggermente conciliatorio. Si trattava di stabilire un affare col figlio, ora. Di insegnargli quello che doveva fare. Guardando Adriano dall'alto in basso più volte e misurandolo, annuì e disse: "Bene... non sei certamente più un ragazzino, ma sei ancora un po' troppo giovane per sposarti... lo capisco. Voglio dire... sono un uomo e posso capire certe... certe... pulsioni." disse cercando le parole giuste da dire al figlio per averlo dalla sua parte. "Non credere che non ti capisca, tuo padre non è stupido. Ogni uomo ha bisogno di una donna, ma ci sono momenti in cui non è possibile averla." Sì il suo piano era chiaro: doveva avere il figlio dalla sua parte per rovinare il prete. E per dio se l'avrebbe rovinato. Lo avrebbe fatto pentire di aver messo le mani, gli occhi proprio su suo figlio, il pervertito.
"Però... però non vi sono sostituti possibili, è contro la legge di Dio. Bisogna saper aspettare fino al matrimonio. È contro la legge di Dio, per non parlare di quello che la gente timorata e sana direbbe. E poi, anche se non l'avessi scoperto da solo, pensavo che almeno qualche compagno ti avesse spiegato come... come fare quando uno... non resiste. Voglio dire, da solo... con la tua mano. Non è che sia giusto, ma almeno è un peccato meno grave, capisci? O flirtare con una buona ragazza, senza passare i limiti... Io e tua madre siamo arrivati vergini al matrimonio. Prima, si sa, qualche bacetto, qualche carezza, ma niente di più. E mi aspettavo che mio figlio non fosse da meno di me. Non capisco. Ho sempre pensato che tu avessi sale in zucca, e non posso essermi sbagliato. Ma io ti capisco. Tu sei andato da lui, da... dal parroco per chiedere consiglio, e in questo non ti biasimo, anche se avresti dovuto prima parlarne con me. E lui... lui che dovrebbe essere l'uomo di Dio... lui ha approfittato della tua confusione, del tuo desiderio per... Dio! Non potrò mai perdonare una simile sporcizia, una simile ipocrisia, una tale bassezza in un uomo e tanto meno in uno che indossa la talare! Che schifo! Comunque... adesso spiegami, come ha fatto a convincerti di... di fare quelle cose, di cedere alle sue voglie?"
Un po' più calmo, ora, senza neppure aspettare una risposta, parlando più a se stesso che al figlio, continuò: "Quanto al Cirasa... proprio non lo capisco. Non ha nulla di effeminato, è un marcantonio, forte, sportivo... sano... Non avrei mai sospettato che potesse essere un pervertito. Capirei se ci avesse provato con una ragazza... sbagliato per quanto sia... ci sono preti che si sono spretati per la loro debolezza e si sono sposati, e la Chiesa è ormai tanto permissiva da permetterlo e da lasciarli sposare persino col sacramento... Sì, potevo arrivare a capirlo... Anche un prete è un uomo, dopotutto. Ma con un ragazzo... con te! E quanti prima di te? Già, ora che ci penso, era sempre fra i giovani, i ragazzi... chissà quanti ne ha traviati, portati al peccato... deve essere diventato abile..."disse con disprezzo. "Non è che io non sappia che esistono uomini così, se li si può chiamare uomini. Che hanno appetiti contro natura che li fa desiderare di mettere le mani sulle parti intime di un ragazzetto per mungerlo... o fare anche di peggio. Anche sui giornali si legge di..." Ubaldo si fermò come colto da un atroce dubbio: "Ehi, per caso... Adriano, mica con te ha provato anche a..."
Adriano non parlava: aveva ascoltato agghiacciato quello sproloquio sentendo tutto il veleno e il disprezzo del padre e comprendendo attonito che cosa l'uomo stava cercando di fare: scusare il figlio per colpevolizzare l'uomo... E finalmente non riuscì più a tacere.
"Papà, ho fatto con lui tutto quello che desiderava da me... come lui l'ha fatto per me. Io volevo stare con lui, gliel'ho chiesto io, non lui a me!"
Il padre lo guardò troppo sbalordito per riempire il breve silenzio del figlio.
"È la verità." aggiunse Adriano quasi incredulo di aver trovato in sé la forza di essere finalmente pienamente sincero. "Volevo stare con lui."
"Cooosaaa?" gridò il padre più sbalordito che arrabbiato, per il momento.
Una sola lacrima autenticò la confessione di Adriano. Scivolò lentamente sulla guancia del ragazzo come un grano di puro cristallo, lasciando una brillante scia al suo passaggio, mentre il giovane si ergeva con fierezza per affermare il suo punto con maggiore forza.
Questa volta Adriano sostenne direttamente lo sguardo del padre. "Io volevo essere suo." ripeté deciso.
Era passato un attimo prima di questa decisa ripetizione seria e sincera. La pronunciò con voce chiara, non aggressiva o in sfida ma con sincerità completa, senza vergogna. Anche se sapeva che poteva ripeterlo all'infinito senza che il padre potesse minimamente capire, lo ripeté: "Io lo volevo, io!"
L'uomo aspirò rumorosamente mentre il suo torace si sollevava e la sua furia saliva di nuovo a livelli pericolosi alla sfida del figlio nel contraddire quanto aveva detto fino a quel momento: "Zitto! Zitto ti dico! Chiudi quella bocca!" gridò rosso di rabbia stringendo i due pugni sulle orecchie come per non sentire le labbra del suo figlio pronunciare qualcosa di tanto inaccettabile. Poi, afferrando d'impeto il davanti della camicia di lana del figlio lo spinse con violenza lontano da sé. Il ragazzo andò a finire sulla toeletta della madre e cadde a terra mentre bottigliette di plastica e vasetti di terra lo seguivano con un tintinnio disordinato assieme a fiocchi di cotone colorato, fazzolettini di carta, bigodini e la scatola degli ori.
Il ragazzo, che non aveva emesso un solo lamento, restò semisdraiato a terra, immobile, in silenzio, guardando il padre. Questi cercò di calmarsi e di immaginare come allontanare il disonore dalla sua famiglia.
"Tu vorresti farmi credere che tu... tu, il figlio di Ubaldo Crespi, sangue del mio sangue... che tu ti sei lasciato fare... infilare da quell'uomo come una femmina?"
"Sì." rispose tranquillo il ragazzo.
Non rimaneva più nessun appiglio per non credere. Ubaldo Crespi si passò la mano sudata sul fianco dei calzoni quasi a purificarla dal contatto col figlio. Poi gli si accostò e prendendolo di nuovo per la camicia sotto il colletto, lo sollevò su di peso e guardandolo con furia dritto negli occhi, furioso soprattutto perché il figlio non abbassava gli occhi ma sosteneva il suo sguardo, scuotendolo, gridò: "Buon Dio Eterno... tu l'hai fatto! Tu l'hai voluto!" singhiozzò incredulo e questa affermazione accentuò la sua rabbia, il suo disgusto, la sua nausea verso il figlio. "Tu... per davvero... tu ti sei fatto fottere da quell'uomo come una qualsiasi puttana da due soldi!" disse cominciando a schiaffeggiarlo. "Gli hai chiesto di fotterti!" disse con voce bassa ma tranciante come una lama di Toledo continuando a picchiarlo sistematicamente, "Lui dice che lo voleva... dice che gli piace!" disse con sarcasmo smettendo di picchiare il ragazzo che ora tremava da capo a piedi. Poi il volto dell'uomo si contorse in una maschera di disprezzo e con furia gridò: "Io sono un uomo che ha concepito un maschio, non una mezza femmina da strada!"
Ubaldo Crespi dette con la mano libera e tutta la sua rabbia un pugno in pieno volto al ragazzo.
Fori dalla porta si sentì la voce di Clara: "Ubaldo, che sta succedendo, per amor di Dio!" chiese con voce angosciata la donna. Diego, spaventato, le aveva telefonato e lei era corsa a casa dal lavoro.
"Va via, Clara!" tuonò il marito.
"Ubaldo, fammi entrare. Cosa sta succedendo là dentro? Perché hai chiuso a chiave. Perché urli?" chiese la donna scuotendo la porta.
"T'ho detto di andare via!" urlò con rabbia nello scoprire che ora anche la moglie pareva non obbedirgli più.
"Io non vado da nessuna parte. Sono sua madre e ho diritto di sapere che cosa ha fatto Adriano! Ubaldo!" gridò in risposta Clara decisa.
"T'ho detto di tornare in cucina, subito!" urlò l'uomo, le vene del collo gonfie, rosso in volto. Poi con tono glaciale e una strana risata di gola più di ira che di divertimento, aggiunse: "Proprio cosa cavolo hai partorito, non te lo saprei dire, adesso. E quello che è peggio, non avrei mai creduto possibile che questa pattumiera possa essere parte di me! Se lo è davvero!" disse con un ghigno. "Era meglio se mi facevo una sega invece di fottere te, quella notte!" gridò poi.
La moglie fu più colpita dalle parole grossolane, che non aveva mai sentito pronunciare al marito che non dal contenuto della frase.
"Cosa dici? Apri!" chiese ricominciando a scuotere la porta.
Adriano sentiva il sangue colargli dal labbro e da un braccio che s'era ferito con un coccio caduto dalla toeletta della madre. Ma durante tutto il dialogo attraverso la porta fra il padre e la madre, non aveva mai abbassato lo sguardo dagli occhi del padre: avrebbe potuto ucciderlo, ma non togliergli l'amore per il suo uomo, e questo lo faceva sentire forte, terribilmente forte, più forte del padre. Il suo volto era arrossato, più per questa scoperta che per dolore o paura. No, la paura se ne stava andando completamente.
Sollevò lentamente le mani e prese la mano del padre contratta sulla sua camicia, e ne forzò aperte le dita. Il padre lo guardò incredulo, ma le mani del figlio unite erano più forti della sua. Il ragazzo si liberò, arretrò e disse con voce bassa e chiara: "Apri quella porta."
"Cosa?" fu la volta del padre di chiedere sentendosi cascare il mondo addosso.
"Aprila, o la sfondo." ripeté il figlio con una calma che non pensava di avere.
Il padre alzò un pugno ma il figlio lo fermò con una presa di ferro sul polso: "Adesso basta. Non provarti mai più ad alzare le mani su me! O questa volta, lo giuro su Dio, ti faccio a pezzi." disse dimenticando tutti gli insegnamenti di onorare il padre e la madre che gli avevano instillato dentro dal giorno in cui era nato.
Più che la minaccia, fu la voce fredda e controllata del figlio e la forza della sua stretta d'acciaio sul suo polso che convinsero lo sconvolto uomo a tirar fuori dalla tasca la chiave con la mano libera. Adriano la afferrò quasi con rudezza e lasciò il padre avviandosi verso la porta. Con la coda dell'occhio vide il padre avvicinarglisi.
Senza girarsi, con voce fredda, disse: "E non avvicinarti a me. Lasciami solo, lasciami in pace." sibilò a voce bassa.
Aprì la porta e vide l'espressione sbalordita della madre che aveva udito le sue ultime parole e che sembrò quasi non vedere il volto insanguinato del figlio. Il padre, seguendolo, gli sfiorò una spalla con una mano.
Adriano si girò di scatto: "Non mi hai sentito? Se provi ad alzare anche un solo dito su di me di nuovo, te lo giuro su Dio, te lo giuro, che se qualcuno dovrà andarsi a medicare un osso rotto, non sarò io, qui dentro, ma tu, figlio di puttana!"
Ubaldo si fermò impietrito ma Clara afferrò un braccio del figlio e gli disse con durezza: "Adriano! Che succede in questa casa? Stai parlando a tuo padre, ragazzo, te ne rendi conto? È tuo padre!" disse accorata interponendosi fra i due.
"Che hai detto? Padre delle palle!" sbottò l'uomo riprendendosi dalla sorpresa della ribellione prima della moglie poi del figlio. "Clara, io sono un uomo nato in una famiglia sana e che ha sempre vissuto una vita sana e tu lo sai. Come può un uomo sano aver qualcosa a che fare con quel sacco di merda nato per uno sbaglio?" disse pieno di rabbia più per l'umiliazione subita che per altro. Poi, rivolto al figlio gridò: "Fuori di qui! Fuori da casa mia!" ed indicò con il braccio e l'indice teso verso l'ingresso. "Tu sei solo un inutile pezzo di letame! Mi senti? Sei un'abominazione sulla faccia della Terra!"
"Non ti preoccupare, non tornerò in questa casa finché sarà ora di costruire un sepolcro imbiancato per la tua carcassa, ipocrita fariseo!" gli disse con disprezzo Adriano girandosi per uscire.
Ubaldo lo seguì urlando: "Vattene, schifoso! Torna da lui a fare la puttana con quello schifoso uomo!"
"Ma che sta succedendo? In nome di Dio, Ubaldo, di cosa stai parlando?" chiese Clara completamente travolta da quanto stava accadendo sotto i suoi occhi.
Scoppiando in singhiozzi si appoggiò sullo stipite della porta fra soggiorno ed ingresso guardando il figlio che s'infilava il suo giaccone di pelle. Adriano si girò a guardarla con un senso di pena negli occhi, solo per sentire la voce del padre dal soggiorno urlargli di nuovo di scomparire dalla sua vita. Senza indugiare più, aprì la porta di casa ed uscì sbattendosela dietro e corse giù per le scale. Cocenti lagrime gli scorrevano libere ora dagli occhi. Erano le cinque e dieci del pomeriggio.
Ancora stordito, Gustavo sollevò il ricevitore del telefono che suonò alle cinque e trenta ma si accorse che non riusciva a far uscire la voce neppure per dire "pronto". Poco male. Dall'altra parte la voce parlò ugualmente appena cessò il segnale di libero. Anche se distorta da disgusto e velenoso sdegno, il parroco non ebbe problemi a riconoscerla. Era Ubaldo Crespi.
"Bene, schifoso, se trasformare i figli del prossimo in puttane è la cosa che ti piace di più fare, devo ammettere che sei uno specialista. Tutto a posto, te lo cedo, puoi tenertelo." disse e fece una lunga pausa. Poi riprese: "Io sono un uomo timorato di Dio, a differenza di te. Io non ho figli finocchi, non è mio figlio!" queste ultime parole le sputò fuori con la certezza dell'uomo giusto.
La voce ora scherniva: "Al posto tuo andrei alla finestra a guardare. Sospetto che tra non molto quello arrivi da te per farsi fottere come una femmina in calore. Perché non te la sposi? Magari in chiesa, eh? Dice che gli piace farti godere!"
La barriera che tratteneva la sua rabbia si ruppe: "Facci quello che cazzo vuoi con lui. Vestilo da donna, fallo truccare! Basta che non si faccia mai più vedere da me, mai più, assolutamente o lo ammazzo. E purtroppo pare che tu te la possa cavare a buon mercato. Ho sentito i miei avvocati: ormai è maggiorenne e la legge non mi tutela più. Puoi fotterlo finché ne hai voglia, per la legge. Per fortuna ho altri due maschi... e poi è meglio non lavare i panni sporchi in un tribunale. La mia famiglia è una famiglia rispettata da generazioni e non sarete voi a rovinarla. Perciò non sarò io a tirar fuori la storia né in città né in chiesa. Perciò, porco, almeno per il momento, l'unica cosa che devi fare è semplicemente non farti più vedere in chiesa, a partire da oggi. Trova la scusa che vuoi, datti malato. Non farti vedere a messa... scommetto che avresti il coraggio di fare la comunione e di darla con le tue mani sporche di sperma."
"Signor Crespi..."
"Zitto! Ti ho detto che non devi azzardarmi a parlarmi! Stai zitto e sta' a sentire, ho altro ancora da dirti. Risparmiati altri problemi e ascoltami! Non ho tempo da sprecare per sentire scuse o menzogne o dinieghi o richieste di perdono. Tu hai fatto qualcosa di così sporco che non ci può essere perdono. Devi solo ringraziare il cielo che ho problemi più seri che un figlio finocchio e il suo amichetto. Ma non dimenticare quello che sto per dirti, ascoltami bene." disse e fece una pausa quasi a riprendere fiato, o forse ad effetto.
"Ho l'impressione che ti convenga venire lunedì a portar via tutte le tue cose ed andare a cercarti un altro terreno di caccia perché qui in città non c'è più posto per te. E tanto per essere chiaro, per evitare che tu possa andare a far del male in un'altra parrocchia, io domani andrò dal Cardinale a denunciarti, perché ti cacci dalla Chiesa. Perché ti stronchi e ti impedisca anche di andare nelle scuole ad insegnare religione. Scompari lontano, dove non possa trovarti, perché non ti lascerò tirare il respiro. E ricorda a quello se viene a farsi fottere di nuovo da te, che non lo voglio più vedere neppure nei dintorni di casa mia. Non voglio vederne neanche l'ombra."
Queste furono le ultime parole che Gustavo sentì dall'altro capo del telefono e la comunicazione fu interrotta dall'altra parte. L'uomo restò per un attimo a guardare il ricevitore, poi lo posò. Lo rialzò poco dopo e fece un numero.
Attese pochi secondi e disse appena ebbe risposta: "Sono Gustavo Cirasa, Eminenza. Mi scusi... capisco che è tardi, ma domani... potrebbe mandare un altro sacerdote a dire messa nella mia parrocchia?... Sì Eminenza. Le spiegherò... Grazie Eminenza e mi scusi ancora... Certo, verrò per le pratiche, come le avevo chiesto."
Era un quarto alle sei, e Gustavo era da poco uscito dalla doccia, quando finalmente suonò il campanello della porta...