logoMatt & Andrej Koymasky Home
una storia originale di Andrej Koymasky


pin LO MERCATANTE VENETIANO
ovvero
LE 24 NOTTI DI LORENZO E POLETTO
PRIMA NOTTE
GLI INIZI

Poletto bussò alla porta del padrone ed entrò: "Ho finito a rassettare di sotto... il signore comanda altro?"

"No, niente. Hai sonno, Poletto?"

"No, signore.... Volete che mi fermi un poco qui con voi?"

"Certo, ragazzo. Spogliati e vini nel letto: ho proprio voglia di stare con te, questa notte. Anzi, sai che ti dico? Dopo che abbiamo fatto l'amore, resterai a dormire qui con me, nel mio lettone."

"Come comandate, signor padrone. Ma prima non mi raccontate una delle vostre storie di letto con i maschi?"

"Certo. Ma prima il piacere, poi le chiacchiere. Sai che hai proprio un bel culetto, ragazzo? Una di queste sere me lo devi far godere..."

"Non saprei, signor padrone... Non l'ho mai fatto e ho paura che mi farà male... E poi voi ce l'avete così grosso..."

"Ma no, dai! Le prime volte può anche fare un po' male, ma poi è bello, parola mia!"

"A voi, padrone, la prima volta ha fatto male?"

"Un po' sì... Ma ne è valsa la pena."

"Mi raccontate come fu la prima volta che è successo?"

"La prima volta che l'ho preso in culo? Me la ricordo bene, anche se avevo solo quattordici anni... E fu un giovanotto, di una delle più importanti famiglie della Serenissima, che si prese la mia verginità..."

"Me lo raccontate?"

"Finisci di spogliarti e vieni qui sotto le coperte. I patti sono patti. Prima l'amore e poi le storie."

"Ma se prima mi raccontate la storia, dopo siamo più eccitati ed è anche più bello, no?"

"Sei un furbetto, tu! E va bene, allora prima il racconto... poi però tu mi darai il tuo bel culetto, promesso?"

"Va bene, padrone. Ho un po' paura, ma... ma se l'avete fatto voi... potrò farlo anche io. E poi... c'è sempre una prima volta, no?"

"Sagge parole, Poletto. Ma prima del racconto devo spiegarti quali sono le mie origini e com'è che ho incominciato a far sesso con gli uomini. Dunque...

Mia madre si chiamava Marietta. Abitava in una calle dietro l'Arsenale, che ora non c'è più da quando l'hanno ingrandito l'ultima volta. Guadagnava il pane facendo ricami, ma anche, e direi soprattutto, ricevendo uomini nel suo accogliente letto. Chi le procurava lavoro, in tutti e due i sensi, era quello che chiamavo zio, ma che credo fosse l'amante di mia madre e che viveva alle sue spalle. In realtà non so chi fosse mio padre: non lo sapeva con sicurezza neppure mia madre e quando glielo chiesi mi dette una rosa di cinque o sei nomi: quelli che erano i suoi clienti nel periodo in cui fui concepito. Fra questi c'erano anche nomi importanti e chissà che nelle mie vene non scorra anche sangue nobile.

Sono cresciuto in quella calle, guardato un po' da mia madre, un po' dalle vicine o dai passanti pietosi. Quando infatti riceveva i suoi clienti mi mandava fuori casa per poter concedere tranquillamente le sue grazie a quei signori.

Da piccolo giocavo con i figli delle vicine ai soliti giochi da bambini ed ero assai vivace e rumoroso. Forse avevo bisogno di attirare l'attenzione degli altri, sentendomi un po' trascurato da mia madre. Non è che non mi volesse bene, ma per procurare il pane necesario a se stessa, a me ed allo zio, doveva lavorare parecchio.

Qualche volta, quando il tempo era molto brutto, se mia madre doveva ricevere un ospite, andavo nella stanza dello zio. Lui non pareva molto contento di avermi fra i piedi, almeno finché fui piccino.

Lo zio allora doveva avere sui ventotto anni, più o meno. Lo ricordo come un uomo burbero, quando non aveva bevuto un gotto di troppo, alto alto, magro magro, vestito sempre di marrone e di bianco. Non era né simpatico né antipatico. La sua faccia era ornata da un grande naso aquilino, aveva labbra sottili e una bocca larga, occhi profondi e scuri, orecchie leggermente a sventola: spesso avevo pensato che pareva un po' un gufo... se solo fosse stato un po' più grasso.

Qualche volta lo sentivo discutere con mia madre, animatamente, ma non li ho sentiti mai litigare. A modo loro, penso che si volessero bene. Qualche volta li avevo anche sentiti discutere sul fatto che lui dovesse occuparsi di me quando il tempo era troppo brutto... Fu allora che capii che lo zio non era troppo contento di avermi fra i piedi, così, per paura che una volta o l'altra mi mandasse fuori al freddo o alla pioggia, quando ero con lui cercavo di stare zitto e buono e di obbedirgli in tutto.

Non ne avevo veramente paura, ma certo molta soggezione. Lo zio non mi ha mai picchiato, ma quando qualche volta mi sgridava, ne ero intimorito. Si chiamava Zane Scanforlin, ma era soprannominato "el Taroco" perché gli piaceva molto giocare a carte.

Avevo circa tredici anni, quando in un giorno d'inverno molto freddo, la mamma aveva ricevuto la visita di un distinto signore e come capitava mi disse di andare a tenere compagnia allo zio. Così salii subito al pino di sopra e bussai. Mi gridò di entrare e di chiudere la porta.

Lo zio stava seduto accanto al caminetto in cui bruciava un magro focherello. Nella stanza c'era una leggera penombra ed un forte odore di fumo. Lo zio aveva indosso una specie di vecchia zimarra aperta da cui s'intravedeva la braghetta marrone e le lunghe calze, un tempo bianche come un tempo lo era stata la camisiola abbondantemente arricciata a vita.

Mi fece cenno di sedere accanto al fuoco e mi accoccolai su quello che restava di un vecchio tappeto che forse un tempo aveva conosciuto un qualche fasto. Accanto a sé aveva una brocca di coccio da cui di tanto in tanto beveva un sorso di vino attaccandosi direttamente al beccuccio.

Dopo un po' ruppe il silenzio: "Tua madre si sta facendo di nuovo sbattere, eh? Almeno domani si mangerà qualcosa di buono."

Sapevo bene ormai di che cosa parlasse lo zio e, visto che la sua era un'affermazione e non una domanda, non risposi. Di nuovo cadde il silenzio. Dopo un po' lo zio si grattò fra le gambe: "Bah, vorrei esserci io, adesso, al posto di quel tanghero. Mi sento un pizzicore addosso..." borbottò continuando a sfregarsi lì con la mano.

Dopo un po', con mio sbigottimento, si slacciò la braghetta e vi infilò la mano. Rimestò per un po' mugugnando non so cosa, poi disse: "È brutto star qui da soli a tenersi le voglie quando sai che di sotto si stanno divertendo..."

Io guardavo quelle manovre allibito, chiedendomi che cosa stesse facendo e perché. Lui rimestò ancora un poco, poi fece uscir fuori dalla braghetta un bastone dritto e duro che cominciò ad agitare lentamente su e giù col pugno pieno, sotto i miei occhi increduli, sia perché era la prima volta che gli vedevo fare una cosa del genere, sia per le dimensioni davvero rispettevoli del suo arnese.

Io, nonostante i miei tredici anni, a parte il mostrarcelo fra compagni quando si orinava contro un muro o nel canale, non l'avevo mai visto ad un uomo adulto e non capivo che cosa stesse facendo né perché. I miei occhi erano letteralmente calamitati da quella scena incomprensibile e strana.

Dopo un po' lo zio parve accorgersi della mia presenza, del mio sguardo, fermò la mano poi mi disse: "Che hai da guardare, mona! Mai visto, mai fatto niente tu? Quando non hai una donna sotto, che cosa vuoi fare? Guardalo quanto è grosso e duro, poveretto. Vien qua, toccalo, senti se non pare il batacchio della campana grande!"

Io restai a guardarlo senza muovermi, ma lui disse, secco: "Vien qua, mona. Tocca con mano se dico bugie!"

Allora obbedii e gli scivolai davanti, fra le gambe aperte, sempre stando seduto in terra sul vecchio tappeto. Allungai timidamente una mano e lo sfiorai.

Lui allora guidò la mia mano e me lo fece stringere: "Lo senti? Senti se dico bugie? Dai, adesso muovi la mano come facevo io..."

Obbedii di nuovo.

Lo zio si rilassò contro lo schienale della sedia e mi disse: "Ecco, sì, bravo... Continua così... Hai una mano delicata come quella di una donna... Continua, bravo... Sì, così... Ti piace toccarlo, vero? Questo è il più bel palo del rio, puoi credermi... Beh, che è, hai perso la lingua?"

Io mi fermai e lo guardai interrogativamente negli occhi cercando di immaginare che cosa poteva aspettarsi che io dicessi.

"Non fermarti, mona! Ce l'hai o no, la lingua?"

"Sì, signor zio..." sussurrai io riprendendo a muovere la mano su e giù.

"E allora, se ce l'hai, usala: leccamelo un po' sulla punta mentre me lo agiti. Dai, mona!"

Io lo guardai stupito: mi pareva una richiesta strana, sicuramente stava scherzando, pensai.

Ma lui disse: "Beh, che aspetti? Tua madre me lo fa sempre, le piace leccarmelo, è... golosa. Fallo anche tu, svelto!"

Allora, timidamente mi avvicinai a quel sodo palo di carne e ci provai. Lo sfiorai appena con la punta della lingua: non sapeva di niente, era liscio e caldo. Ci provai ancora.

"Dai, e tirala fuori tutta, 'sta linguetta, lavoramelo bene che ho tanta voglia addosso. Lecca, dai!"

Feci come mi chiedeva e lui parve contento. Poi mi afferrò il capo con entrambe le mani e me lo guidò finché riuscì ad infilarmi il suo arnese in bocca e mi faceva muovere la testa su e giù a ritmo.

"Leva quella mano... Ah, che bello... non farmi sentire i denti, mona! Ecco, così... bravo... ecco, continua così... sei quasi bravo come tua madre, sai? Dai, Renzo, dai che mi piace. Muovi la lingua dentro quella bocca... succhia come se fosse una tettina... succhia, dai, che tra un po' ti do da bere il latte... succhiamelo, dai, succhia più forte... ecco... ecco... sto per venire... bevi ragazzo, bevilo tutto... bevi..."

Uno spruzzo tiepido m'inondò la bocca, poi un altro e un altro ancora e facevo fatica ad ingoiare. Non aveva il gusto del latte, era amarognolo, anzi no, forse un po' salato. Lui mi teneva le mani sulla nuca tenendomi giù la testa e ad ogni spruzzo lo sentivo sussultare e tremare tutto, finché non uscì più niente e si calmò.

Allora mi lasciò ed io mi tolsi. Lui se lo rimise nella braghetta, la allacciò poi mi diede una pacca sulla spalla: "Bravo, Renzino. Sei proprio stato bravo. Tutto figlio di tua madre. Ti meriti un bel tocco di pane fresco."

Si alzò, rovistò nella credenza e mi tirò un pezzo di pane che afferrai al volo e che cominciai a sgranocchiare contento. Poi tornò a sedere davanti al fuoco.

"Se me lo farai di nuovo e se non dici niente a nessuno, ogni volta ti regalerò qualcosa di buono da mangiare. Sei d'accordo, Renzino?"

Annuii continuando a masticare vigorosamente quel buon pane fresco.

Lui mi dette uno scappellotto scherzoso e mi disse: "Sei un ragazzo furbo, tu. Sai quel che ti conviene, vero? Questo sarà il nostro segreto: tu fai contento me e io faccio contento te, in barba agli altri."

Per tutto un anno, quando andavo da lui, non ogni volta ma abbastanza spesso, se lo faceva succhiare da me, specialmente quando la mamma aveva più clienti da contentare e lui non poteva andarci a letto. Ormai avevo imparato a conoscerlo anche sotto quel punto e non aveva più bisogno di dirmi niente: quando vedevo che gli occhi gli brillavano in un certo modo e che si sfiorava col palmo il davanti della braghetta, mi accoccolavo fra le sue gambe, glielo tiravo fuori e lo facevo contento.

Frattanto avevo cominciato a provare anch'io il piacere della mia mano sul mio arnese. L'avevo ancora piccolo, non tanto poi ma piccolo rispetto alla stanga dello zio, però ero già in grado di provare la gioia che si poteva ottenere così facilmente, specialmente quando anche io cominciai ad emettere qualche goccia di seme.

Avevo quattordici anni e stavo crescendo, un po' esile ma ben sviluppato. Gli abiti mi stavano stretti molto in fretta e la mamma me ne cuciva di nuovi solo quando proprio non ci stavo più dentro.

Un pomeriggio di fine novembre, stavo appoggiato alla Colonna del Leone, in Piazza, con le mie braghe di cotone bigio ormai strettissime e guardavo due gondolieri che stavano giocando alla morra poco lontano, quando notai un giovanotto vestito riccamente che mi passò davanti guardandomi fisso. I suoi occhi divoravano ogni particolare del mio aspetto soffermandosi specialmente qui fra le mie gambe e riconobbi subito nell'angolo del suo occhio quel brillare particolare che conoscevo così bene grazie allo zio...

Quel giovanotto alto e snello, così ben vestito con la sua zimarra corta di broccato azzurro e oro, da cui s'intravedeva la calza rossa e gli stivaletti damaschinati, aveva voglia, ne ero sicuro.

Passò oltre, poi si fermò all'improvviso, si girò verso di me e mi guardò di nuovo, uno sguardo dritto, profondo, che mi provocò come un fremito.

Qualcosa in me rispose a quello sguardo: mi immaginai accovacciato fra le sue gambe e la mia carne, per la prima volta, si risvegliò in risposta e quando i suoi occhi scesero di nuovo a guardare fra le mie gambe, fu evidente che si era reso conto del mio stato. I suoi occhi si aprirono di più e cominciò a venire verso di me a passo lento, lo sguardo sempre fisso sulla mia erezione tutt'altro che nascosta, anzi esaltata dalle braghe troppo strette.

Quando mi fu nuovamente davanti mi guardò nuovamente dritto negli occhi e di nuovo vidi quella luce particolare brillarvi dentro.

"Ragazzo, se vieni con me ti regalo qualche moneta." disse con voce calda e profonda.

Io, pur avendo intuito chiaramente che cosa volesse, gli chiesi, tanto per essere sicuro, con voce incerta e bassa: "Per far che, signor padrone?"

"Tutto quello che ti chiederò di fare per compiacermi."

"Mezzo zecchino... me lo darebbe?"

"Sì, se farai tutto come voglio."

"Va bene. Tutto quello che il signor padrone comanda, per mezzo zecchino, lo farò volentieri."

"Seguimi." disse con tono deciso e si avviò svelto. Camminammo in fretta traversando tre rii, finché entrò in una casa che riconobbi subito: era la casa di un nobile famoso, uno dei membri del Gran Consiglio. Quello era il suo secondo figlio."

"È qualcuno che conosco, allora, signor padrone." disse il ragazzo incuriosito.

Lorenzo gli sorrise e rispose: "Sì, Poletto, ma non mi chiedere il nome, è ancora vivo, onorato e rispettato e non mi va di far chiacchiere."

"Comunque, ti dicevo, entrati, disse al servo che ero con lui. Salimmo per una scala di servizio. Immaginavo quello che voleva da me: la stessa cosa di mio zio; la lussuria che avevo letto nei suoi occhi me l'aveva fatto capire. La cosa non mi dispiaceva affatto e in più ci potevo guadagnare mezzo zecchino. Seguendolo per la scala mi sentivo un po' nervoso ma per niente spaventato e anzi mi chiedevo incuriosito come sarebbe stato il suo arnese.

Arrivati in un corridoio mi prese per un braccio guidandomi fino ad una porta. Qui giunti cercò una chiave nella scarsella e mentre apriva la serratura l'altra sua mano si posò sulle mie natiche che palpò. Ancora con la sua mano lì, aperta la porta mi sospinse dentro. Era una ricca camera con un grande letto coperto da un baldacchino: non avevo mai visto in vita mia niente di così lussuoso e bello.

Ma fui lasciato alla mia ammirazione per pochi istanti. Appena entrati aveva richiuso accuratamente la porta, mi era venuto davanti e la sua mano s'era posata ora fra le mie gambe con decisione, cercando i mie genitali e muovendo le dita e appena mi venne duro lui me lo toccò, sottolineandolo, sfregandolo attraverso la stoffa. Nessuno mai mi aveva toccato così, neanche lo zio, e mi piaceva molto.

Poi mi lasciò, le sue mani si mossero impazienti ai miei fianchi e mi sciolsero le braghe che mi calò fino alle ginocchia poi, come preso da una frenesia, mi sollevò il camiciotto facendomi alzare le braccia e sfilandomelo.

Restai così nudo davanti a lui e mi sentii imbarazzato: pensavo che lui se lo sarebbe semplicemente tirato fuori, non che spogliasse me. Le sue mani cominciarono a scivolare sulla mia pelle, sulle mie spalle e sulla mia schiena, sulle braccia e sui fianchi. Sembrava che stesse esplorando ogni parte del mio corpo mentre il suo respiro si faceva più breve e rapido. Le sue mani continuavano a provocare in me scintille di piacere ed il mio arnese cominciava ormai a palpitare forte.

Restai fermo lì, in piedi, lasciandogli fare tutto quel che voleva come era nei patti e il mio paletto era ormai dritto e duro al tocco delle sue dita esperte e fremeva in risposta ad ogni sua sapiente carezza.

Fece due passi indietro senza lasciarmi con lo sguardo e rapidamente, gettando in terra gli abiti, si spogliò completamente esponendo a poco a poco le sue nudità alla mia vista. Era la prima volta che vedevo un maschio adulto completamente nudo e quando visi che anche lui l'aveva dritto e duro mi sentii come un calore dentro e mi eccitai ancora di più.

Allora il giovanotto mi prese fra le sue braccia sollevandomi e sentivo il suo arnese sfregare e pulsare contro il mio fianco, e mi portò di peso fino al letto dove mi depose. Mi finì di sfilare le braghe, s'arrampicò sul letto, mi venne sopra e mi avvolse con le sue forti braccia, stretto. La sua bocca si posò sulla mia e mi succhiò un labbro, poi passò la sua lingua sotto il mio mento, sulla gola, ed esplorò con labbra e lingua il mio petto e strinse appena fra i denti i miei capezzoli e mi sentii andare alle stelle per la delizia e l'eccitazione.

Lui proseguì più in basso e mi frugò con la lingua l'ombelico, poi più giù e prima che mi rendessi conto, mi prese tutto il mio arnese in bocca e provai un tale piacere che sussultai forte: credevo che avrei dovuto farlo io quel servizio e invece lui lo stava facendo a me. Era bellissimo, ora capivo perché lo zio se lo facesse fare da me. Poi scese a leccarmi le palline, poi mi fece allargare le gambe, me le sollevò alte in aria e mi leccò giù giù fino alle chiappette, dardeggiando la lingua e allargandomele con le mani finché la punta della sua lingua raggiunse il mio buchetto.

Allora lo leccò, lo lavorò a lungo ed anche quello era incredibilmente bello. Non si mosse di lì e io credevo che sarei esploso da un momento all'altro per il piacere. Me lo bagnò abbondantemente di saliva e quando sentì che il mio buchetto palpitava ci spinse dentro la punta della lingua ed io mi sentii in fiamme. Cominciai a mugolare per il piacere, ormai incapace di trattenermi, e la mia testa si agitava a destra e a sinistra con forza.

Allora si alzò sulle ginocchia: i suoi occhi erano lucidi di passione, il suo sguardo percorse su e giù il mio corpo ed io ero come ipnotizzato dal desiderio che gli leggevo in volto. Sollevò le mie gambe sulle sue spalle, mi afferrò con una mano l'arnese premendomelo contro il ventre e sfregandomelo appena. Con la mano libera prese un po' di saliva e ci si bagnò la punta del proprio palo ritto e duro e la guidò fino a premere contro il mio buchetto.

All'inizio la pressione fu delicata e lo muoveva pian piano e la sensazione era piacevolissima. Mi rilassai godendo quelle esperienze del tutto nuove, quando sentii che stava forzando un po' di più e che la punta stava scivolando nel buchetto, appena appena. Ma poi spinse di colpo, con forza, e sentii un gran dolore e capii che cosa intendesse fare ed ebbi paura.

Mi irrigidii e gli dissi: "No, per favore, fermatevi signor padrone... Mi fate male, non voglio, no..."

Ma lui continuava a spingere con forza: mi teneva con le gambe premute sul petto, stringendomi con le sue braccia forti e più mi agitavo per sfuggirgli più sembrava che gli facilitassi la penetrazione. Capii che non sarei mai riuscito a liberarmi, era troppo forte per me, allora di colpo mi arresi. Lui di nuovo dette un affondo terribile.

Io di nuovo gridai: "No, non voglio, mi fate troppo male... non mi piace, basta, per pietà..."

"Troppo tardi, ragazzo. Hai detto che facevi tutto quello che voglio, no? E io voglio incularti. E tu addesso te lo prendi tutto dentro questo tuo bel culetto... mi piace, così stretto..."

"No, per pietà... non l'ho mai preso, io... mi fate davvero male..."

"Poi passa. Sei vergine, ecco perché sei così bello stretto. E allora ti darò uno zecchino, ma te lo voglio ficcare tutto dentro... I patti sono patti."

Ricominciò a spingere con forza. Allora mi arresi del tutto all'inevitabile e lui mi scivolò dentro. Lo guardavo torreggiare su di me e mi sembrò bellissimo, tremendo, e mi sentii inerme sotto di lui: ero completamente vinto.

Vedi, Poletto, mi resi conto che più mi rilassavo, meno mi faceva male. E mi lasciai andare. Allora lui cominciò a pompare su e giù, con determinazione ma con una specie di delicatezza, e vedevo la sua espressione cambiare, farsi più intensa, più determinata, e la sua eccitazione crescere e allora il mio affare, che per il dolore s'era ritirato, ricominciò ad indurirmisi ed anche io cominciai a provare un certo piacere.

Lui ora dava colpi ritmici sempre più veloci e lunghi e il piacere in me si stava affiancando al dolore e il primo aumentava e il secondo diminuiva e quando di colpo lui si scaricò in me, io, senza neanche essermelo toccato, venni immediatamente.

Quando tutto fu finito, rivestitomi, uscii dal palazzo col mio zecchino stretto in mano, leggermente dolorante ma felice di aver scoperto quella fonte di piacere fino ad allora insospettata.

Dopo quella volta, oltre a tornare da quel giovane signore, ebbi qualche altra avventura: pian piano avevo imparato a capire l'espressione degli uomini che desideravano aver sesso con me e quando chi mi guardava con quella espressione negli occhi, con quella particolare luce, mi piaceva, spesso trovavo il modo di finire nel suo letto."

Lorenzo tacque, allora Poletto gli chiese incuriosito: "Ma andavate a letto con quegli uomini per danaro, signor padrone?"

"No, quella fu l'unica volta... anzi, no, mi sbaglio: accadde ancora una volta, a dire il vero..."

"Me la raccontate, signor padrone?"

"Adesso no, è tardi. Adesso facciamo l'amore che poi dobbiamo dormire. Domani sera, se vuoi, dopo che abbiamo fatto l'amore ti racconterò qualcos'altro."

Poletto annuì e si tolse di sotto le coperte. Lorenzo allora si sfilò il camicione: erano già tutti e due eccitati.

"Mettiti sulla schiena... così, come quel signore aveva fatto mettere me... ecco, bravo. Allarga le gambe..."

Lorenzo preparò il ragazzo baciandolo e leccandolo, facendolo eccitare ben bene, poi, quando lo sentì pronto, gli spalmò un unguento sul buchetto fremente.

"Adesso te lo infilo dentro, Poletto. Forse all'inizio ti farà un po' male ma tu cerca di resistere e di rilassarti. Se stringi, ti darà solo più dolore, hai capito?"

"Sì, padrone..."

"Hai paura?"

"Un pocolino. Ma se il signor padrone dice che a lui prima faceva male ma poi piaceva... voglio imparare anch'io."

"Sei un tesoro di ragazzo. Rilassati, adesso. Ecco, così... Adesso te lo metto..." disse Lorenzo e lo prese con forza.

Poletto si lasciò sfuggire un grido strozzato ma non si mosse e a poco a poco si accorse che davvero il dolore diminuiva e che il piacere pareva aumentare. Mentre lo montava, Lorenzo lo masturbava aumentando così il piacere del suo giovane servo.

"Ti fa male, Poletto?"

"Sì, signor padrone, ma anche mi piace..."

"Vuoi che smetto?"

"No, signor padrone. Posso resistere."

Lorenzo lo baciò in bocca e lo carezzò, continuando a penetrare il ragazzo con colpi ben calibrati.

Quando tutti e due ebbero raggiunto il godimento e si sentirono soddisfatti, rimessisi sotto le coperte, Lorenzo abbracciò il ragazzo.

"Allora, era tanto brutto?"

"No, padrone. Ma, onestamente, neanche bellissimo. Sento ancora un po' di male..."

"Passerà e ti abituerai, vedrai, e ti piacerà come piace a me... e sarai tu a pregarmi di farlo." disse Lorenzo, poi spense la candela e gli augurò la buona notte.

Ma dopo un po' Poletto disse: "Chissà quanti ragazzini avete inculato voi, padrone, con questa vostra bella verga..."

"Sì, ma anche bei giovanotti e uomini fatti. E non son pochi neanche quelli che l'hanno messo a me."

"A voi, vi piace di più metterlo o farvelo mettere, signor padrone?"

"In tutti e due i modi è bello, Poletto, non ho preferenze. Ma adesso dormi, che se continui a parlare di queste cose, tra un po' rischi di farmi di nuovo venir voglia di prenderti ancora..."

"Vi piace il mio culetto, padrone?"

"Sì, mi piace tutto di te, ragazzo... anche se hai ancora tante cose da imparare."

"Se volete mettermelo di nuovo, adesso..."

"No, sei troppo indolenzito ora. Domani."

"Ma voi, signor padrone, mi insegnerete tutto, vero?"

"Certo, ti insegnerò tutte le arti del piacere fra maschi."

"Così potrò darvi tanto tanto piacere e come e quando volete. E sarete contento di me."

"Ma io sono già contento di te, ragazzo mio. Sono stato fortunato ad averti sorpreso a farlo con Florindo... Ci hai fatto più niente, con lui?"

"No, signor padrone. Lui me lo faceva solo succhiare, come faceva con voi vostro zio. Con voi è molto più bello. Anche stare così come ora. Mi chiamerete spesso nel vostro letto, padrone?"

"Penso proprio di sì, Poletto, penso proprio di sì." rispose Lorenzo carezzandolo lievemente.

Restarono in silenzio, l'uno contro l'altro e a poco a poco cominciarono a scivolare nel sonno tutti e due, appagati e tranquilli, semiabbracciati. Lorenzo era davvero contento di aver scoperto in quel suo bel giovane servo un così compiacente compagno di letto e Poletto era felice di aver trovato qualcuno che lo trattasse con tanta tenerezza e passione, un padrone così bello e disponibile e generoso. Si accucciò contro l'uomo respirandone il buon odore di maschio e sentì come un gran senso di sicurezza pervaderlo, stando accanto a quelle membra forti e virili e così esperte nel dare il piacere.

La mattina dopo Lorenzo si svegliò sentendosi toccare. Poletto aveva tolto le coperte e gli stava carezzando con delicatezza la verga eretta e dura.

"Che bello svegliarsi così..."

"Avevo una gran voglia di prendervelo in bocca... ma avevo paura che vi arrabbiaste..."

"Oh no, anzi, mi sarebbe piaciuto molto."

"Allora, un'altra volta che capita, vi sveglierò così. Siete tanto bello, signor padrone..."

"Anche tu sei molto bello, Poletto."

"Ma via, non mi prendete in giro."

"No no, non ti prendo in giro proprio per niente. Io, di ragazzi, ne ho avuti tanti e tu sei uno dei più belli. Che fortuna aver scoperto che anche a te piacciono i maschi. Adesso dobbiamo alzarci, purtroppo. Ma stasera tornerai qui in camera mia, vero?"

"Certo, signor padrone. E vi penserò tutto il giorno."

"Ma così non farai bene i tuoi lavori." disse scherzoso Lorenzo ammiccando.

"Oh, no signor padrone, al contrario, li farò meglio che mai: io voglio che voi siate completamente soddisfatto di me, e mica solo a letto. Voglio che siate davvero contento di me."

"Per ora lo sono. Dai, dammi un bacio, che poi ci vestiamo."


Pagina precedente
back
Copertina e indice
INDICE
6oScaffale
scaffale 6
Pagina seguente
next


navigation map
recommend
corner
corner
If you can't use the map, use these links.
HALL Lounge Livingroom Memorial
Our Bedroom Guestroom Library Workshop
Links Awards Map
corner
corner


© Matt & Andrej Koymasky, 1997 - 2008