logoMatt & Andrej Koymasky Home
una storia originale di Andrej Koymasky


pin LO MERCATANTE VENETIANO
ovvero
LE 24 NOTTI DI LORENZO E POLETTO
SECONDA NOTTE
MOZZO DEL CAPITANO

Lorenzo entrò in camera da letto seguito da Poletto e gli disse: "Stasera son proprio stanco. Ho davvero bisogno di farmi una bella dormita."

"Oh, signor padrone... non mi volete qui, allora, per questa notte..."

"Deluso, Poletto?"

"Beh... il padrone siete voi."

"Ma dimmi un po', sei più deluso perché speravi di sentire una seconda storia, o perché speravi di stare in letto con me?"

"Tutt'e due, signor padrone, tutt'e due."

"Ma se dovessi scegliere, che ti piacerebbe fare, stasera?"

"Vorrei che mi raccontaste una storia, signor padrone."

"Ah, allora ti interessano di più le mie storie che non fare l'amore con me!"

"Ma no, no. È che, se facciamo l'amore, poi siete stanco e avete solo voglia di dormire. Se invece mi raccontate la storia poi siete eccitato e così poi fate anche l'amore con me."

Lorenzo scoppiò a ridere e scompigliò i capelli al ragazzo: "Sei un bel furbetto, tu, Polo! E va bene. Prima scherzavo. Spogliamoci ed andiamo a letto, dai!"

Il ragazzo si illuminò e si spogliò veloce come un lampo, poi aiutò l'uomo a liberarsi degli ultimi abiti e, assieme, salirono sul grande letto con baldacchino.

"Cosa mi raccontate stasera, padrone?"

"Ti racconto di come ho lasciato Venezia. Avevo da poco compiuto sedici anni quando accadde questo fatto.

"Da tre anni mio zio si faceva soddisfare da me, e da due avevo anche altre avventure e proprio il fatto di incontrare altri uomini che non cercavano solamente il proprio piacere ma ne procuravano anche a me, mi rese piuttosto insopportabile il continuare a sottostare alle pretese sessuali di mio zio.

"Ero inoltre ormai più grande, e cominciavo a ragionare con la mia testa ed a sentirmi più indipendente, tanto più che facevo anche qualche lavoretto qua e là e guadagnavo così qualche moneta. Così nacque in me, a poco a poco, l'idea di cambiar vita, di andarmene da casa. Però in fondo non ne avevo veramente il coraggio, anche perché non avevo idea di dove andare e soprattutto di che cosa avrei potuto fare per guadagnarmi da vivere.

"Ricordo che era un giorno di nebbia. Venezia è particolarmente seducente quando è avvolta da leggeri veli di bruma: pare una regina ammantata di pizzi e merletti. Qua e là emergono le sue belle chiese e palazzi, come gioielli, ed ogni tanto, quasi per magia, dal nulla appare una nave o una barchetta. Anche i rumori sono attutiti, ovattati, e persino gli odori cambiano, in quell'occasione.

"Ma quel giorno non ero davvero dell'umore giusto per godere tutte queste cose. Anzi, ero piuttosto d'umore nero. Avevo appena litigato con mio zio e di conseguenza con mia madre. Ora ti racconto come era andata.

"Da un po' di giorni evitavo mio zio, ma il giorno prima mia madre mi aveva mandato da lui per aiutarlo in un qualche lavoro che non ricordo. Avevo obbedito, anche se a malincuore. Appena arrivato, come m'aspettavo, lo zio s'era aperta la braga e mi mostrava il suo arnese, aspettando che io gli facessi il solito servizietto. Ma io, quella volta, facendo finta di niente, gli chiesi; "Cosa comandate, signor zio?"

"Lo sai bene quel che voglio, mona! Vieni qui e datti da fare, che ho proprio voglia!"

"Andate giù da mia madre, se vi volete sfogare: adesso non ha clienti."

"Tu lo succhi meglio di lei. Dai, muoviti!"

"No, basta. Mi son rotto io, a fare lo schiavo. Va in mona tu e il tuo maledetto arnese!" risposi io, girandomi per uscire.

Ma lui con un salto mi venne accanto e mi afferrò con forza per un braccio: "Tu adesso me lo succhi, e adesso subito, anche!" sbraitò.

"Né adesso, né dopo, né domani, né mai! Mi sono rotto di questa storia."

"Bada che se non obbedisci, dico a tua madre che sei un busone! Lo so che tu vai con uomini, sai? Ti ho spiato, ho visto tutto: sei proprio un busone, tu!"

"E diglielo, a mia madre, tanto lo sei anche tu, un busone! E poi glielo dico io che sei tu che mi ci hai fatto diventare." Risposi brusco e, divincolandomi, uscii e me ne andai a fare una passeggiata per farmi passare i fumi.

Quando tornai a casa, mia madre mi accolse nera: " Cos'è questa storia, Lorenzo! Lo zio mi ha detto di te delle cose che..."

"Ti ha detto che sono un busone? Lui è un busone, piuttosto: son tre anni che pretende che glielo succhio, ma io mi sono rotto."

"Non contar favole! Lo zio non può essere un busone, te lo garantisco io! Tu, piuttosto, invece di calunniare la gente onesta, spiegami che è questa storia. Lo zio dice che ti fai prendere il culo da uomini..."

"Te l'ho appena spiegata, proprio adesso. Tu credi a chi vuoi."

"Me l'aveva detto lo zio che sei solo un fannullone, che non vuoi mai fare niente, e che tu gli ha detto di non dirmelo o mi avresti raccontato questa storia. Non sono mica scema, io! Se c'è un buso in questa casa, quello non è certo lo zio, te lo garantisco io, sì te lo posso garantire io!"

"Beh, senti senti chi parla, tu che la dai via a chiunque. Non sei davvero tu che mi puoi fare la morale."

"Ma io almeno faccio una cosa naturale, e in più mi ci guadagno la vita e ci mentengo anche a te. Proprio a me doveva capitare un figlio degenerato! Cosa ho fatto io per meritarmelo?"

Capii che sarebbe stato inutile insistere, così uscii di nuovo di casa gridandole: "La puttana, ecco cosa hai fatto!"

Passai la notte a casa di uno degli uomini con cui mi incontravo ogni tanto e feci all'amore con lui. Ma ero proprio nero. La mattina dopo girai per la città, senza meta, così tanto per ammazzare il tempo e prendere una decisione. A casa non volevo tornare, ma non sapevo davvero che fare. Non avevo davvero voglia di tornare a casa perché conoscevo bene mia madre e sapevo che mi avrebbe perseguitato con quella storia che ero un busone.

Era quasi l'ora di pranzo e m'ero seduto sul molo del porto grande, le gambe ciondoloni. La nebbia s'era fatta più fitta e tutto intorno non si vedeva quasi più niente: solo un uniforme lucore di perla ed il rumore ovattato della risacca. Ero proprio incavolato nero, ma ero anche contento di aver rotto con quell'uomo che per anni avevo chiamato zio.

"È proprio così fitta che la si può tagliare col coltello, questa nebbia, vero?" disse all'improvviso una voce bassa e sonora, vicina. Io, che credevo di essere solo, saltai in piedi guardandomi attorno, ma la nebbia era così fitta che non riuscivo a vedere nessuno. Poi, come un'apparizione, una figura si materalizzò accanto a me uscendo dalla nebbia. Era un uomo massiccio, non grasso, ma aveva spalle larghe e braccia e gambe muscolose, ed un torso che finiva in una vita particolarmente snella. Era vestito in una foggia strana, ma inequivocabilmente da marinaio, ed aveva un grosso anello d'oro al lobo dell'orecchio destro.

"Come potevate sapere che ero qui? Con questa nebbia ero invisibile... È così fitta che neanche vi ho visto finché non vi siete avvicinato." Dissi io con un tono di voce stupito e leggermente tremulo per il timore che m'incuteva quella strana ed imprevista presenza.

L'uomo fece un ampio sorriso: "T'ho visto arrivare quando la nebbia era meno fitta. Io ero a bordo della nave che è ancorata qui vicino. Ti ho guardato per un po'... Poi non t'ho visto più, quando la nebbia s'è infittita. Ma sapevo che eri ancora qui: se tu fossi andato via avresti dovuto passare accanto alla mia nave e t'avrei visto, così ero sicuro che tu fossi ancora qui. Ho pensato che forse non ti spiaceva un po' di compagnia, qualcuno con cui parlare. T'ho visto così triste... a volte fa bene parlare con uno sconosciuto, confidarsi. A uno sconosciuto si possono dire cose che non siamo capaci di dire a chi ci conosce..."

La sua voce era profonda e potente, eppure al tempo stesso gentile, ed aveva un lieve accento forestiero, anche se parlava un fluente veneziano. Anche i tratti del suo volto mostravano un misto di tratti difficili da identificare: familiari eppure stranieri ad un tempo.

"Voi non siete veneziano."

"No e sì. Mio padre era un marinaio veneziano, ma era figlio di uno schiavone e di una donna turca. Mia madre era della Marca di Ancona, ma era figlia di un romano e di una spagnola... così non so neppure io che cosa sono..."

"Ma dove vivete?"

"Sulla mia nave e viaggio per tutto il Mediterraneo, anche se soprattutto nel Mar di Venezia. E tu, ragazzo?"

"Io son veneziano, figlio di una veneziana e di mezza Venezia."

L'uomo rise forte: "Come sarebbe a dire, di mezza Venezia?"

"Mia madre fa la puttana e chissà chi è mio padre... uno dei tanti suoi clienti. E io mi sono stufato di stare con lei... La nave è proprio davvero vostra?"

"Sì, ne sono proprietario e capitano."

"E non mi dareste un lavoro a bordo? Voglio andar via di qui, io."

"Se vieni a bordo, ne possiamo parlare. Qui comincia a far freddo: nella mia cabina staremo più comodi e caldi e se ti va potresti farmi compagnia a bere un gotto o due."

Annuii. Allora l'uomo mi prese per un braccio e mi guidò verso la nave, su per l'instabile passerella, fino alla sua cabina. Io mi chiedevo come avesse trovato la strada: quasi non si vedeva dove si poggiavano i piedi, tanto la nebbia era diventata fitta. Ma la sua stretta forte mi dava un senso di sicurezza.

La sua cabina era tutta in legno, logicamente, con una comoda cuccetta da un lato, un tavolo fissato al pavimento, nel centro, con su parecchie carte poggiate alla rinfusa, tre sgabelli, armi su una parete, sportelli chiusi che tradivano la presenza di armadi, un cofano a forziere e nulla altro.

Spinse uno sgabello verso me e da un armadietto tirò fuori due fiasche: "Forse è meglio che tu bevi solo vino, sei ancora un ragazzo." Mi disse porgendomi una delle fiasche. Imitandolo l'aprii e mi ci attaccai bevendone alcuni sorsi: era un vino leggermente aspro, un po' resinato, probabilmente di origine greca.

L'uomo sedette accanto a me: "Io mi chiamo Michele Kurick, e tu ragazzo, come ti chiami e quanti anni hai?"

"Mi chiamo Lorenzo Zorzi ed ho sedici anni compiuti."

"Bel nome Lorenzo. E li porti bene i tuoi anni, te ne davo quasi un paio in più. Hai un corpo proprio ben sviluppato, per la tua età, ragazzo."

Per un attimo nessuno di noi parlò ci guardavamo in faccia, quasi studiandoci a vicenda. Io ero affascinato dai suoi occhi color grigio ferro, eppure non freddi: ne emanava un calore umano davvero piacevole. Poi lui ruppe quello strano silenzio e mi disse, sorridendo: "Così vorresti lavorare sulla mia nave, hai detto?"

"Sì, voglio andar via di qui."

"Hai mai lavorato su una nave?"

"No, mai. Ma per andar via, son disposto a fare qualunque lavoro... qualunque lavoro."

"Non ho bisogno di marinai, sono al completo. Però non mi dispiacerebbe affatto averti con me. Sai, i viaggi sono lunghi ed a volte un po' di compagnia mi farebbe piacere. E tu sei davvero un gran bel ragazzo: ti guardavo quando sei arrivato al molo ed ho pensato che mi sarebbe piaciuto poterti conoscere. Conoscere bene..."

Allora, d'improvviso, vidi quella luce nei suoi occhi e capii cosa intendesse per conoscermi bene. Quell'uomo non mi dispiaceva affatto, anzi mi attraeva. Mi chiesi come potesse essere tutto nudo... perciò, cercando accuratamente le parole, gli dissi: "Io son disposto a fare proprio di tutto. Perché non mi mettete alla prova, adesso, subito?"

L'uomo mi guardò annuendo, poi mi disse, serio: "Si dice spesso che si è disposti a fare di tutto, ma poi, al momento buono, ci si tira indietro..."

"Mettetemi alla prova, allora. Così potete verificare subito quale sarà il mio limite a tutto..."

"Sai quel che dici, ragazzo?"

"Sì, certo."

Allora l'uomo si alzò, mi tolse dalle mani la fiasca di vino e la pose sul tavolo, andò alla porta della cabina e la chiuse col catenaccio, quindi mi disse: " Allora spogliati, ragazzo, voglio vederti."

Mi alzai e mi denudai completamente davanti a lui. Michele non mi perdeva d'occhio e di mano in mano che mi spogliavo, mi osservava attentamente, finché il suo sguardo di fermò fra le mie gambe.

"Sei davvero ben fatto, ragazzo, mi piaci."

"E mi funziona proprio tutto a dovere..." dissi io con un sorrisetto malizioso.

Lui mi si accostò, mi toccò sul petto e sui fianchi, poi iniziò a spogliarsi lentamente. Aveva un corpo che era tutto un fascio di muscoli ben disegnati, diverso da quello dei gentiluomini e dei borghesi con cui m'ero accompagnato fino ad allora. Quando si tolse le braghe, vidi che anche lì aveva un muscolo poderoso, già a metà sollevato. Appena fu nudo mi afferrò per i fianchi e mi sospinse sulla sua cuccetta, mi venne sopra coprendomi per tutta la lunghezza col suo corpo muscoloso. Il contatto con la sua carne calda e forte mi fece provare un fortissimo brivido di emozione: era come essere avvolto da una fiamma guizzante.

Le mie mani si posarono sulla sua schiena e fui sorpreso nel sentire che la sua pelle era liscia come raso di seta, morbida come velluto pregiato, pur coprendo muscoli forti e sodi che guizzavano ad ogni suo movimento. Lui mi pesava addosso e le sue mani carezzavano i miei fianchi e sentivo la sua eccitazione crescere rapidamente.

"Ah, ragazzo, dal primo momento che ti ho visto ho desiderato averti qui, nella mia cuccetta. Tu hai già fatto all'amore con un maschio, prima, non è vero?"

"Si, certo..."

"Ma vedrai che con me sarà diverso. Ti farò impazzire dal piacere, finchè sarai tu a supplicarmi di lasciarti dare piacere a me. Con me scoprirai che cosa sia veramente far sesso con un uomo, con un uomo vero. Lasciami fare: per ora rilassati, ed impara, ragazzo."

Non chiedevo di meglio. Quell'uomo era appassionato, forte, potente e carico di sensualità in un modo incredibile. Il solo timbro della sua voce era sufficiente a farmi fremere tutto, per l'eccitazione.

Inoltre aveva un palo semplicemente favoloso: sarà stato lungo un palmo, grosso tanto che non lo potevi neanche circondare con indice e pollice uniti ad anello. Era perfettamente dritto, liscio e ben tornito, la punta appena coperta dalla pelle del prepuzio faceva capolino lucida ed appena più scura del resto del membro. Sotto pendeva il gonfio sacco dei testicoli, senza neanche un pelo. Il tutto sorgeva glorioso da un folto boschetto di riccio pelo nero.

Quando era in erezione, era perfettamente perpendicolare al corpo e stava fermo, duro come marmo, caldo ed appena fremente. Il solo vederlo mi dava una gran voglia di toccarlo, di baciarlo, di leccarlo golosamente, di succhiarlo e di sentirmelo palpitare fra le labbra... era una vera opera d'arte vivente! E Michele lo sapeva usare da vero artista, come sapeva usare tutto il resto del proprio corpo, dalle labbra alle mani, alla lingua, e le braccia, e le gambe... tutto.

In breve ero in preda ad un piacere intenso. Allora la sua mano si posò sul mio arnese impadronendosene e le punte delle sue dita me lo titillarono fino ai limiti della resistenza. Quindi lo prese a piena mano e cominciò a pomparmelo su e giù, dapprima lentamente poi, man mano che sentiva l'eccitazione in me crescere, più veloce, con metodo, con ritmo, finché mi portò all'ebollizione ed eruttai lava bollente, in una frenesia di gemiti e di contrazioni.

Ma non smise. Continuando a stringermelo con forza, lo raggiunse con la sua lingua ed iniziò a leccarmelo, bagnandone di saliva la punta pulsante, facendomi sentire in fiamme, portandomi ad uno stadio di sensibilità mai provato prima, sì che ora tutto il mio corpo era teso allo spasimo, arcuato a sollevarne il centro quasi in una muta offerta.

Quando mi sentì gemere di nuovo in preda al piacere intenso, quando capì che avevo perso ogni controllo, lo ingollò tutto nella sua bocca calda ed umida, togliendo la mano, e succhiò con veemenza, muovendo svelto su e giù la testa, ogni volta fino a premere il suo viso contro il mio inguine, mentre le sue mani mi sfregavano con forza i capezzoli, finché di nuovo emisi una seconda ondata, che Michele bevve completamente, con chiaro piacere.

"Ti piace, Lorenzo? Ti piace quello che la mia bocca ti ha fatto? Era bello, vero? Ma non ho finito, ancora... c'è di meglio in serbo per te... Non abbiamo nessuna fretta, no? Ti porterò all'estasi pura, credi a me. E poi, toccherà a te fare le stesse cose sul mio corpo, per il mio piacere. Potrai sbizzarrirti, poi... ma non ancora..."

La sua voce aveva un tono di comando, eppure di estrema dolcezza, era roca di passione, di libidine, eppure stranamente controllata al tempo stesso.

Non c'era parte del mio corpo che egli non esplorasse e non usasse. La sua attenzione piena di esperienza era tutta tesa ad innalzarmi fino alle più alte vette del piacere dei sensi e del sesso.

Sentivo il suo corpo, ardente come il sole d'estate, sopra di me, a fianco a me, sotto, dentro, attorno. Il mio arnese era quasi dolorante ma non accennava a tornar molle, anzi, non ricordavo di averlo mai avuto così duro, nonostante mi avesse già portato al godimento per due volte.

Poi iniziò a lecchettare fra le mie palle ed il mio buco, facendomi allargare bene le gambe., Quindi la sua lingua si soffermò sul mio buchetto, me lo lavorò a lungo stuzzicandolo e lisciandolo, provocandolo e penetrandolo, finché lo sentì palpitare e schiudersi in attesa, finché lo invocai di prendermi, di farmi suo. Allora finalmente vi diresse la sua fiera lancia, spinse e la immerse tutta dentro di me, divaricandomi, invadendomi, conquistandomi con un'unica, lenta, inesorabile spinta, finché le sue palle furono fortemente premute fra il mio sedere e le sue poderose cosce.

Cominciò allora a battere la sua poderosa mazza dentro e fuori, a tambureggiare, a tratti con tale forza che mi squassava tutto, a volte con tale dolcezza che mi faceva sciogliere dal piacere, e mi faceva sentire completamente in suo potere, e in un rantolo di intensissimo piacere lo invocavo di continuare, di riempirmi, di proseguire quella dolce violenza, quel dono implacabile... finché lo sentii inondarmi col suo seme. Allora mi strinse forte forte a sé mentre si scaricava in me con potenti colpi dei suoi forti lombi.

E finalmente toccò a me rendergli almeno una parte del godimento che mi aveva donato. Rifeci su di lui tutto quello che aveva fatto a me e provai un piacere feroce e soave ad un tempo nel toccarlo, palparlo, leccarlo, baciarlo, mordicchiarlo, carezzarlo e nel sentire che, ora, era mio!

Mi sentii inebriato quando finalmente ebbi il suo grosso membro palpitante nella mia bocca, ancora insaporito dalla sua prima abbondante esplosione di seme, e finalmente ubriacarmi con un fiume che pareva non smettere più di sgorgare, in fiotti potenti. Ed infine ero fuori di me dal piacere nel sentire il mio arnese affondare nella sua carne bollente, circondato ed imprigionato dal suo ano voglioso, danzargli dentro con gioia selvaggia. Quando mi scaricai in lui, alla fine, ricaddi esausto sulla cuccetta, consumato e felice.

"Ti è bastato, Lorenzo?" chiese la sua voce profonda e sonora.

"No, ma sono completamente esausto, non ho più un briciolo di forza. Mi avete prosciugato. È la prima volta che godo tre volte di fila, sapete?"

"Ma non l'ultima, ragazzo. Ogni giorno, finché resterai su questa nave. Mi piaci, ragazzo, sei giovane, fresco e più caldo di uno stallone in calore."

"Mi prendete con voi, allora?"

"Certo. Nessuno dei miei marinai, dei miei mozzi mi ha mai saputo soddisfare così bene."

"Non ho mai fatto il marinaio o il mozzo, io..."

"E non lo farai. Il tuo lavoro qui a bordo sarà solamente quello di fare l'amore con me."

"Lavoro un po' faticoso, ma stupendo, capitano!" esclamai io ridendo e lui rise con me, abbracciandomi e baciandomi dritto in bocca.

Così cominciò il mio viaggio per mare. Restai sulla nave per circa otto mesi: furono davvero meravigliosi. Ma alla fine dovetti chiedergli di lasciarmi andare, restare a terra, perché mi stavo esaurendo completamente, mentre lui era sempre pieno di voglia di fare all'amore: era un vero toro sempre in calore, instancabile. In certi giorni di bonaccia arrivava a fare all'amore con me fino a tre o quattro volte nella giornata ed ogni volta mi faceva venire diverse volte. Nonostante mangiassi bene e non avessi alcun lavoro da fare oltre tenergli pulita la cabina, mi sentii presto così debole che spesso non mi alzavo dal letto per tutto il giorno."

Poletto dette un sospiro.

Lorenzo gli chiese: "Che c'è, ragazzo, perché sospiri?"

"Perché questa vostra seconda storia m'è piaciuta molto e vi invidio per aver conosciuto un maschio come il vostro capitano. Vorrei anch'io non aver più la forza di alzarmi dal vostro letto a causa del troppo godere!"

"No, Poletto, credimi. Il troppo è sempre troppo. Ma qualche volta, se davvero vuoi, possiamo anche noi due farlo per tre o quattro volte di fila. Anche stanotte, io mi sento piano di voglia. Tu no?"

"Oh, anch'io. Durante il vostro racconto avevo voglia di fare tutte quelle cose che stavate a descrivere. Guardate come sono ancora tutto eccitato!"

Lorenzo scostò la coperta e guardò il ragazzo: "Sì, sei bello così eccitato e mi fai morire dalla voglia. Preparati, Poletto mio, che adesso ti farò godere finché mi pregherai di smettere per non morire dal piacere. Lascia fare a me, mio bel maschietto."

"Sì, sono tutto vostro. Ma poi faro io a voi tutte le cose che mi farete provare, proprio come avete fatto voi col vostro capitano."

"D'accordo, ma solo per questa volta, intesi?" chiese Lorenzo e si stese sul ragazzo cominciando a farci all'amore.

Quando l'alba color di perla rischiarò il cielo dietro le finestre di palazzo Zorzi, i due erano ancora avviluppati nell'estenuante maratona di sesso e quando Poletto schizzò il suo seme per la quarta volata, gemette: "Adesso basta, per carità! È davvero troppo bello, signor padrone. Mi state facendo morire."

"Eppure io ho ancora voglia di te, lo sai?"

"Anch'io ho ancora voglia di voi, signore, ma se non riposo un po', ho paura che perdo i sensi. Se volete mettermelo di nuovo dentro, vi lascio fare, padrone, ma non riesco più neanche a tirar su un braccio per darvi una carezza. Non sapevo che ci si potesse ubriacare anche solo facendo sesso!"

"Ti fa ancora male quando ti prendo, vero?"

"Sì, ma mi abituerò presto, come mi avete spiegato voi, e non voglio che siate scontento di me."

"No, smettiamo qui per ora. E non sono affatto scontento di te, anzi. Vieni, lasciati abbracciare, voglio addormentarmi così."

"Eccomi, signor padrone. È bello dormire fra le vostre braccia, scaldarsi al vostro calore, respirare il vostro odore."

"Il mio odore? Com'è il mio odore?"

"Un buon odore di maschio, signor padrone, un meraviglioso odore di maschio che basta per farmi inebriare..."

Poletto si accucciò fra le braccia e le gambe del padrone che lo trasse a sé e presto tutti e due erano immersi in un profondo sonno ristoratore.


Pagina precedente
back
Copertina e indice
INDICE
6oScaffale
scaffale 6
Pagina seguente
next


navigation map
recommend
corner
corner
If you can't use the map, use these links.
HALL Lounge Livingroom Memorial
Our Bedroom Guestroom Library Workshop
Links Awards Map
corner
corner


© Matt & Andrej Koymasky, 1997 - 2008