Poletto aiutò il padrone a togliersi gli stivali, poi chiese: "Posso fermarmi qui con voi anche questa notte, signor padrone, vero?"
"Non ti è bastata la notte scorsa?"
"Certo che no, signor padrone. Io sono pronto a rifarlo, tanto ho già recuperato le forze e così mi sento di nuovo voglia di ricominciare..."
"Allora posso continuare con la storia di ieri notte..."
"Se il signor padrone lo desidera, va bene. Devo spogliarmi?"
"Sicuro! Che aspetti? Non lo vedi che io sono già in tiro?"
"Lo vedo, lo vedo sì, signor padrone mio. Eccomi qua, son tutto vostro."
"Anche tu sei già in tiro, monello, a quel che vedo... non vuoi prima la storia, stanotte? Preferisci far prima l'amore?"
"Se devo proprio dire la verità, non saprei decidermi neanche io... Quello che decidete voi, signor padrone, va sempre bene."
"Mah, allora... dove eravamo arrivati ier notte?"
"Che avevate lasciato la nave del vostro focoso capitano, perché non resistevate più al suo ritmo..."
"Già, proprio così. Da una parte mi spiaceva, ma dall'altra rischiavo davvero di ammalarmi... Allora: quando attraccammo al porto di Candia, nell'isola di Creta, avevo dunque lasciato la nave che m'aveva portato via da Venezia. Qui ero riuscito ad avere un posto su una barca di pescatori turchi che andavano alla volta di Istambul. Il figlio del padrone della barca aveva convinto il padre a prendermi a bordo.
L'avevo conosciuto al porto di Candia. Quel giovane turco m'aveva fatto l'occhietto e al mio sorriso di risposta m'aveva palpato il culetto e m'aveva chiesto senza mezzi termini se mi andava di farmi prendere da lui. L'avevo guardato da capo a piedi e non mi dispiaceva affatto: era un giovanotto sui venticinque, trent'anni, un po' massiccio ma non brutto, così accettai.
Lui mi guidò fino ad una casetta in rovina e lì m'aveva fatto calare le braghe e m'aveva preso in piedi, fottendomi con una certa forza, facendomi appoggiare contro un muro. Mentre mi prendeva, mi sfregava con una mano i capezzoli e con l'altra me lo menava, sì che nel complesso fu abbastanza piacevole anche per me. Dopo, parlando, m'aveva detto che stavano tornando a Istambul così gli avevo chiesto se mi portava con sé fino all mitica città dei sultani. Lui aveva subito accettato, ben contento di potermi ancora avere durante il viaggio.
Poletto! Se continui a toccarmi così, smetto di raccontarti la storia e ti prendo proprio come faceva quel pescatore turco con me!"
"Perdonatemi, signor padrone, ma mi piace tanto toccarvi. Siete così bello che non riesco a star fermo, accanto a voi."
"Sei un adulatore, tu."
"No no, signor mio, mi piacete davvero tantissimo. E mi pare ancora un sogno poter stare in letto con voi, con un uomo bello come voi, e farci l'amore..."
Lorenzo abbracciò il ragazzo, lo tirò a sé e cominciò a baciarlo e carezzarlo finché sentì che cominciava ad ansimare per l'eccitazione ed a fremere per il desiderio. Poi di colpo si staccò da lui e gli disse, con finta severità: "Questo per punizione. E se mi fai arrabbiare lo farò di nuovo: farti eccitare ben bene e poi fermarmi. Ti va?"
"Oh no, vi prego, sarebbe una vera tortura..." disse Poletto sorridendogli con aria birichina.
Lorenzo gli dette un buffetto affettuoso, poi disse: "Allora, vuoi o non vuoi sentire il seguito della storia?"
"Sì, certo. Specialmente se c'è un bel ragazzo con cui avete fatto l'amore e se me lo descrivete in tutti i dettagli."
"Certo che c'è. È un bel greco, un pastore. Ma andiamo per ordine. Come ti stavo dicendo, partimmo l'indomani mattina. Poco dopo aver preso il largo si alzò un vento fortissimo. I pescatori erano bravi e per un po' riuscirono a governare il loro fragile guscio. Ma ad un tratto, eravamo poco lontani dall'isola di Polinos, urtammo violentemente contro uno scoglio. Io, che ero sopra coperta cercando di aiutare come potevo, fui sbalzato via, fuori dalla barca.
Caduto in mare, sballottato dalle onde, vidi la barca allontanarsi rapidamente e scomparire tra gli alti flutti. Cercai di nuotare o, per meglio dire, di non farmi sommergere dai marosi e di restare a galla. Non so per quanto tempo rimasi in preda di quelle onde furiose. Ma, quando credevo di non riuscire più a cavarmela, un'onda enorme mi scaraventò su una piccola spiaggia. Riuscii appena a risalire un po' in modo di non essere ghermito di nuovo dal mare e poi, quando capii che ero ormai sicuramente in salvo, persi i sensi.
Quando tornai in me, prima di aprire gli occhi, sentii un suono che non riuscii subito ad identificare. Era come un insieme di tremule voci lontane, querule, lamentose, sottolineate da una specie di melodia flautata, giocata solo su cinque note variamente ripetute.
Aprii gli occhi: sopra di me c'era un intrico di rami formato da più chiome di alberi giovani e non fitti, che mi schermava in parte dai raggi di un sole cocente. Girai il capo e vidi che non ero più sulla spiaggia, ma davanti all'entrata di una capanna di frasche e zolle di terra, semplice ma non rozza.
Mi alzai a sedere e vidi che ero steso su una stuoia di ruvide corde. Poi mi resi conto di essere completamente nudo!
Guardai meglio intorno, fra gli alberi, e vidi che in una radura poco lontana c'era un gregge di pecore e, seduto su un masso, un giovane sui vent'anni che suonava una siringa.
L'avevo appena scorto che si girò nella mia direzione, mi vide, smise di suonare e si alzò, venendo verso di me.
Istintivamente mi coprii i genitali con entrambe le mani, imbarazzato. Il giovane si mise a ridere e indicò qualcosa alle mie spalle. Mi girai e vidi i miei abiti appesi a rami, evidentemente stesi ad asciugare. Mi alzai per andare a prenderli ma il giovane s'era messo tra me e i miei abiti e, sempre col suo sorriso sulle labbra, scosse la testa e mi disse qualcosa che non compresi.
"Lascia che mi rivesta, ti prego..." dissi io.
Il giovane di nuovo scosse la testa dicendo altre parole per me incomprensibili.
Io, sempre coprendomi davanti con entrambe le mani, gli dissi: 'Non ti capisco. Che parli, greco o turco?"
Lui rispose qualcosa e mi si avvicinò.
Io feci un passo indietro e chiesi: "Chi sei? Che vuoi? Lasciami rivestire, per favore." Poi pensai che era inutile continuare quel dialogo fra sordi. Con una mano indicai i miei vestiti, poi il mio corpo.
L'altro s'era fermato e mi guardava, senza perdere il suo sorriso.
Anche io lo guardai. Indossava una specie di casacca aperta sul petto, color canapa, stretta a vita da una fusciacca, da cui spuntava un paio di strette brache della stessa stoffa, un paio di stivaletti di morbida pelle, un corto corpetto senza maniche di pelle di pecora.
La casacca formava una specie di ampio gonnellino a pieghe che gli arrivava fino al ginocchio. Aveva capelli di uno scuro color castano con qualche raro riflesso biondo, fittamente ondulati ma non ricci, a ciocche spesse, quasi disordinate eppure non veramente spettinate.
Il naso era dritto, proporzionato, il volto perfettamente ovale con un mento appena pronunciato, le labbra, né fini né carnose, ben disegnate con un lieve accenno di baffi sul labbro superiore, e occhi luminosi ed allegri, appena appena strabici, sottolineati da un paio di folte e nere sopracciglia. Era, nell'insieme, veramente attraente, anche se non bellissimo. E continuava a guardarmi sorridendo.
I suoi occhi scorrevano su e giù per il mio corpo, soffermandosi di tanto in tanto sulle mie mani ancora ostinatamente tese a coprire le mie nudità. Poi, con voce sommessa, indicando le mie mani, disse di nuovo qualcosa.
Non saprei dire perche mi vergognassi della mia nudità, ma non vedevo l'ora di rivestirmi. Non pensavo che, se ero nudo, era perché lui m'aveva spogliato e perciò aveva avuto modo di vedere tranquillamente ed a suo agio il mio corpo in ogni suo dettaglio. Di nuovo indicai i miei vestiti. Lui si avvicinò ai mie abiti e pensai che me li avrebbe portati, invece li palpò, li strinse fino a farne cadere alcune gocce, poi mi venne davanti mostrandomi la mano bagnata e dicendo qualcosa.
Intuii che mi diceva di aspettare che fossero asciutti, perciò mi decisi a sedere di nuovo sulla stuoia, guardandolo. Lui sedette davanti a me incrociando le gambe poi, sempre continuando a guardarmi dritto negli occhi, allungò una mano, mi prese un polso e scostò la mia mano con dolcezza, scoprendomi, poi indicò i propri occhi e fece di no con il dito.
Capii che mi diceva di star tranquillo che lui non mi avrebbe guardato, così non tornai a coprirmi con le mani.
Allora lui si indicò e disse: "Stephanos."
Era chiaro che era il suo nome, così mi indicai e dissi: "Lorenzo."
Continuammo così, lui mi indicava qualcosa e ne diceva il nome in greco, ed io ripetevo. Poi si alzò, entrò nella capanna e ne uscì con un involto di foglie ed una grossa ciotola di coccio. Aprì le foglie e mi porse un pezzo di formaggio fresco invitandomi a mangiarlo e mi depose davanti la ciotola che conteneva del latte, facendomi cenno di bere e dicendomelo nella sua lingua.
Mi accorsi che avevo fame, così accettai, grato. Lui mi guardava mangiare e bere e continuava a sorridere. Poi riprendemmo quella specie di colloquio in cui lui mi insegnava parole. Dopo un po' avevo completamente dimenticato la mia nudità ed ero tutto proteso ad imparare.
Frattanto guardavo Stephanos e pensavo che era davvero un bel ragazzo e che mi sarebbe piaciuto farci l'amore. Ma lui mi aveva lì davanti, nudo, e non aveva fatto neanche un gesto, non aveva lanciato neanche un'occhiata alla mia nudità. Evidentemente, pensai, non gli interessano i maschi. E pensai che era davvero un peccato.
Fortunatamente quei pensieri non avevano provocato in me nessuna reazione fisica, altrimenti penso che sarei sprofondato dalla vergogna. Può sembrarti strano, ma da sempre, tanto non mi vergogno di star nudo davanti ad un maschio con cui sto per fare o ho appena fatto l'amore, tanto mi vergogno a farmi veder nudo da altri."
"Di me vi vergognate, signor padrone?"
"Adesso non più, certo, perché io e te facciamo l'amore. E tu, Poletto, ti vergogni?"
"Anche per me è così. Ma adesso mi piace se il signor padrone mi guarda quando son nudo. Se potessi starei sempre nudo davanti al mio signor padrone."
"Sarebbe pericoloso, avrei continuamente voglia di fare l'amore con te."
"A me non dispiacerebbe per nulla, però. Ma adesso continuate a raccontarmi la storia, per favore. Mi appassiona."
"Certo. Il suo sguardo, con un certo disappunto da parte mia, devo confessarlo, non era mai sceso sotto le mie spalle.
Restammo seduti così a far lezione di lingua greca, a lungo. Poi io gli indicai la sua siringa e gli feci cenno di suonarla. Lui annuì, sorrise, la portò alle labbra e ricominciò quella specie di nenia semplice ma affascinante che il mio risveglio aveva interrotto.
Il sole cominciò a scendere all'orizzonte. Allora Stephanos mi prese per una mano, mi fece alzare e mi guidò attraverso gli alberi. Essendo scalzo, faticavo a camminare. Quando se ne rese conto, Stephanos si fermò, si girò verso di me e mi prese in braccio, sollevandomi senza nessuna difficoltà e riprese il cammino.
Sentivo le sue forti braccia cingermi sotto la schiena e sotto le ginocchia, sentivo il mio fianco toccare il suo petto nudo attraverso l'apertura della casacca, e immediatamente mi eccitai. Ma il giovanotto parve non accorgersene.
Arrivato sopra una grande roccia che era a picco sul mare, mi depose a terra e mi indicò il sole che stava scendendo specchiandosi sulla distesa del mare, ora quasi liscio. Era davvero una scena di una bellezza unica.
Allora disse: "Agatos."
Capii che voleva dire "bello". Così lo ripetei, davvero incantato.
Restammo lì a guardarlo, immobili, finché il sole scomparve, arrossando tutto l'orizzonte. Quindi Stephanos mi riprese in braccio e mi riportò alla sua capanna.
Andò ancora a toccare i miei vestiti e sentì che erano ancora umidi. Allora entrò nella sua capanna e ne uscì portando con sé una coperta fatta con pellicce di pecora, e me la avvolse addosso dalla parte del pelo, con cura. In effetti cominciava a fare un po' freddo, dato che eravamo ancora all'inizio della primavera.
Portò fuori altro cibo, accese un fuoco e sedette accanto a me. Quando fu buio ammassò un po' di foglie accanto al fuoco e si stese per dormire. Aveva rinunciato alla sua stuoia ed alla sua coperta per me.
Il giorno seguente potei finalmente rivestirmi. Continuò ad insegnarmi il greco. Tutto il giorno non aveva granché da fare: l'isola era piccola e le pecore non potevano scappare, inoltre non c'erano animali predatori, perciò tutto quel che aveva da fare era mungerle, fare i formaggi, raccogliere erbe da mangiare, prendere qualche piccolo animale con le trappole, cucinare il cibo, suonare la sua siringa.
Capii che per lui ero diventato una preziosa compagnia. A poco a poco fui in grado di comunicare con lui. Capii che di lì a due mesi circa sarebbero venuti a riprenderlo e a dargli il cambio. La sua famiglia abitava a Sira, sulla più grande isola di Ermopoli, non lontano dal porto di Atene.
Ero lì da un paio di settimane, quando andammo sulla spiaggia. Stephanos mi invitò a fare il bagno per lavarci e subito si denudò. Per la prima volta lo vidi completamente nudo. Aveva un corpo dolcissimo. Non muscoloso ma liscio e snello, con un po' di pelo solo sugli avambracci e lungo le gambe, ed un folto triangolo di peli col vertice sotto l'ombelico, che si allargava a circondargli gli organi che gli pendevano morbidamente penduli fra le sode cosce. Non li aveva particolarmente grossi ma neppure piccoli, ed erano belli.
Distolsi subito lo sguardo, temendo che si accorgesse del mio interesse, ma a fatica, perché era davvero molto gradevole guardarlo così nudo.
Spogliatomi anch'io, corremmo nell'acqua. Stephanos era un buon nuotatore e presto fu al largo, da dove mi chiamò con grandi gesti. Io non ero granché bravo a nuotare, così preferii restare accanto all riva.
Dopo un po' tornai fuori e lo attesi steso sulla sabbia fine e calda. Non mi andava di rimettermi le braghe, ma neppure di farmi trovar nudo, così mi ero messo prono: infatti non mi vergognavo che mi vedesse il culo.
Lui arrivò dopo poco. Appena sulla spiaggia si passò le mani su tutto il corpo per togliersi l'eccesso d'acqua e scosse il capo facendo schizzar via l'acqua dai capelli. Il mio sguardo era corso di nuovo ad accarezzare la sua nudità, ma di nuovo l'avevo subito distolto, girandomi a guardare ostentatamente altrove.
Lui venne accanto a me, accoccolandosi al mio fianco, e disse: "Bello!"
"Sì, è davvero bello, qui." dissi io, ma lui intendeva altro.
Infatti sentii le sue mani posarsi sulle mie natiche, palpandole appena e ripeté: "Tu sei bello." mentre le sue mani continuavano a palparmi il sedere.
Io restai immobile, come di sasso, poi feci per girarmi ma lui mi bloccò con una mano su una spalla, sospingendomi nuovamente giù, e disse con un tono a metà fra un ordine ed una preghiera: "Non ti muovere, Lorenzo. Io ti voglio. Adesso ti prendo. Non ti faccio male, sono tuo amico. Il mare ti ha portato qui. Io ti ho raccolto e ho pensato: lo voglio. Ma poi ho detto: no, lui forse non vuole. Ma adesso ti prendo. Perché tu sei bello, troppo bello."
Non dissi nulla, restai immobile, emozionato, e sentii un suo dito bagnato di saliva forzare l'entrata fra le mie natiche. Fremetti e lui lo spinse dentro. Emisi come un gemito di piacere che però lui equivocò.
"Non ti faccio male, sono tuo amico." Stephanos ripeté più volte mentre mi si stendeva sopra col suo corpo. Sentii la sua erezione cercare, premere, sfregarsi nella piega fra le mie natiche, farsi strada. Mi rilassai sospirando felice, aspettando di accoglierlo finalmente in me.
Mi afferrò le natiche con entrambe le mani, divaricandomele. La punta del suo arnese fremente, bagnata di saliva, centrò il mio foro pronto e voglioso e si calò giù penetrandomi tutto in un colpo solo, e il giovane uomo emise una specie di rantolo di piacere.
Allora puntò i gomiti ai miei fianchi, passandomi le mani sotto il corpo ed afferrandomi il petto, puntò le ginocchia e cominciò a sfilarsi con estrema lentezza, per poi lasciarsi andar giù di nuovo a corpo morto, e di nuovo e di nuovo.
Era bellissimo, ma ad ogni colpo il mio palo duro, prigioniero fra il mio ventre ed il terreno, sfregava sulla sabbia e mi faceva male. Allora cercai di sollevarmi per diminuire la pressione. Lui disse precipitosamente qualcosa in greco, che non capii, in tono di preghiera. Io continuai a cercare di sollevarmi sulle ginocchia. Lui tentò di impedirmelo, ma nella breve lotta che seguì, io caddi su un fianco e lui, cadendo, si sfilò da me.
Mi girai verso di lui, pensando come fare a spiegargli che volevo soltanto cambiare posizione, ma vidi che mi guardava con un'espressione fra l'irato ed il pentito. Sembrava che non sapesse neppure lui se saltarmi addosso ed obbligarmi a sottostargli, o se chiedermi scusa e lasciar perdere.
Mi fece tenerezza. Guardai fra le sue gambe e vidi che era ancora eccitato. L'aveva ritto, parallelo al ventre e quasi a contatto, che sfiorava l'ombelico. Allungai una mano per carezzarlo ma lui interpretò male il mio gesto e scattò indietro, riparandoselo con entrambe le mani. Allora mi avvicinai a lui pian piano, tesi lentamente una mano verso il suo volto, gli carezzai una guancia, avvicinai il mio volto al suo e lo baciai in bocca.
I suoi occhi incontrarono I miei, si illuminarono, si addolcirono, rispose al mio bacio e mi abbracciò stringendomi a sé e ripetendo con estrema dolcezza, fra un bacio ed un altro, con tono quasi stupito: "Lorenzo... Lorenzo... Lorenzo..."
"Sì Stephanos, io sono tuo..."
La mia mano scese a carezzarlo ed a palparlo fra le gambe. Chiuse gli occhi ed emise un lungo, tremulo sospiro. Allora mi sciolsi dal suo abbraccio e scesi a succhiarglielo.
Lui sussultò e mormorò: "Bello..."
Poi lo feci alzare in piedi, mi inginocchiai di fronte a lui e ripresi a succhiarlo, insalivandolo ben bene, preparandolo a prendermi di nuovo. Lui mi afferrò la testa e me lo spinse fino in gola, chiudendo gli occhi e sospirando per il piacere. Quando sentii che era pienamente eccitato, mi staccai da lui, mi alzai in piedi e mi girai offrendogli il mio culetto. Lui subito mi abbracciò ponendomi le mani una sul petto ed una sul mio palo ritto e, così in piedi, di nuovo entrò in me con foga mentre io stendevo le braccia indietro e gli ponevo le mani a coppa sul suo bel culo sodo e nervoso, tirandolo a me.
Mentre mi inculava con vigore, me lo menava. Era molto bello farlo lì, in pieno giorno, all'aperto, sotto i caldi raggi del sole primaverile, i nostri corpi accarezzati da una lieve brezza. La sua voglia tanto a lungo repressa finalmente si sfogò in me e quasi contemporaneamente anche io irrorai la sabbia col mio seme.
Da allora facemmo l'amore quasi ogni giorno, ed a volte anche più di una volta al giorno, sempre all'aperto. Io gli insegnai a baciare, a carezzare, a succhiarlo ed a fare altre cose. Lui, da ragazzo, aveva conosciuto solo l'inculata pura e semplice, senza tenerezze, senza preliminari, e fino ad allora l'aveva solo preso, essendo il più giovane. Io ero il primo ragazzo che lui prendeva. Ma quando io gli feci capire che mi sarebbe piaciuto molto prenderlo, lui mi si offrì senza la minima esitazione.
Mi raccontò che lui, la prima volta, era stato penetrato da un cugino, anche lui un pastore, proprio lì su quell'isola, e che ora, contrariamente a quanto avevo pensato, ne aveva solo diciassette. Mi spiegò anche che di solito, quando era solo, si sfogava con una pecora...
Quando finalmente arrivarono a dargli il cambio, furono stupiti di non trovarlo solo. Lui spiegò loro che ero un naufrago e, presa la barchetta con cui era arrivato il fratello maggiore, mi portò con sé fino a Sira a casa dei genitori.
Qui mi fermai per pochi giorni, durante i quali continuammo a fare l'amore, ma solo di notte, quando tutti dormivano. Poi Stephanos mi portò in barca fino al Pireo, il porto di Atene. Quando mi salutò, volle regalarmi la sua siringa ed un braccialetto d'argento che aveva cesellato lui stesso, perché no lo dimenticassi."
"Che bella storia, signor padrone. Ancora ce l'avete I regali del bel pastorello greco?"
"Solamente il bracciale. La siringa purtroppo si ruppe. Ma il bracciale lo conservo ancora, come conservo tutti i ricordi dei maschi con cui mi è piaciuto fare l'amore."
"Me lo fate vedere, signor padrone?"
"Domani, forse. Adesso, fammi vedere tu qualcosa di bello, dai!"
Poletto si scoprì e mostrò a Lorenzo la sua erezione.
L'uomo sorrise, gliela carezzò e gli disse: "Alzati in piedi sul letto. Stasera ti voglio prendere in piedi come la prima volta di Stephanos."
"Peccato che non c'è il sole e la brezza a carezzare i nostri corpi, non è vero padrone?"
"Ti carezzo io, non ti basta?"
"Certo, e mi piace. Non dovete aver timore di farmi male, signor padrone. Comincio ad abituarmi e comincia a piacermi sempre più. Aspettate, mi appoggio con le mani alla colonna del baldacchino, così potete spingere con piu forza. Basta con la pomata, ora. Infilatemelo tutto dentro... ho proprio tanta voglia, padrone mio, fatemi vostro anche stasera, vi prego..."
"Sì, caro Poletto, eccomi, lo senti? Ti piace come sta spingendo, sul tuo buchetto?"
"Sì, sì, mi fate morire dal piacere, voi. Oh, signor padrone, spingete con più forza, più forte, vi prego..."
"Non voglio farti male, Poletto mio. Sei ancora così stretto, che fa persino un po' male a me."
"Ma vi piace il mio culetto, vero?"
"Certo che mi piace, te l'ho detto. Mi piace tutto di te. Mi piace fare l'amore con te."
"Anche se non sono ancora così esperto?"
"Ma stai imparando in fretta, Poletto. E mi piace la tua voglia di imparare a darmi piacere."
"Voi siete un maestro eccezionale e spero di sapervi dare sempre più piacere. Ma adesso, signor padrone, spingetemelo tutto dentro, che non resisto più dalla voglia." Disse il ragazzo spingendo le sue natiche contro la fiera erezione di Lorenzo.
L'uomo lo afferrò per la vita e, con pochi movimenti calibrati, puntò di nuovo la sua verga dura contro il buchetto voglioso e ben lubrificato del ragazzo e ricominciò a spingere ed a scivolargli dentro. Quando lo ebbe penetrato completamente, lo tirò a sé e, carezzandogli il petto ed i genitali, senza muovere il suo palo completamente inguainato nel retto del ragazzo, gli leccò il dietro dell'orecchio e il collo. Poi flesse leggermente le gambe, iniziò a stantuffare nel dolce culetto del ragazzo, dapprima lentamente, assaporandolo da vero intenditore, poi con crescente velocità e forza e con crescente piacere.