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una storia originale di Andrej Koymasky


pin LO MERCATANTE VENETIANO
ovvero
LE 24 NOTTI DI LORENZO E POLETTO
QUARTA NOTTE
IL GIANNIZZERO INNAMORATO

Quando Lorenzo mandò a chiamare Poletto, questi arrivò immediatamente. Entrò nella camera da letto del padrone e si accostò al letto con aria incerta.

"Poletto, come mai non eri già qui? Ho dovuto mandarti a chiamare..."

"Son tre notti che il padrone non mi chiama. Pensavo che non mi voleste più..."

"Ma lo sai bene che in questi giorni avevo ospiti a palazzo, no? Non potevo, con estranei per casa, farti passare la notte qui con me come mi sarebbe piaciuto, Sarebbe stato assai pericoloso, compromettente, non lo capisci?"

"Ah. Io invece avevo paura che il padrone si fosse stancato di me... Io lo so che ancora non valgo granché, a letto."

"Ma che stupidello! Mi sei mancato, in queste notti, invece. Ma capisci che con quelli nella camera qui dietro la porta... Spogliati, dai, vieni qui da me, ora!"

"Davvero mi volete, signor padrone?" chiese il ragazzo illuminandosi e, al sorriso dell'uomo, cominciò subito a spogliarsi rapidamente.

Lorenzo gli fece posto nel lettone, lo carezzò e gli disse: "Il mio Poletto, il mio bel ragazzo! Che hai fatto in queste tre notti? Te lo sei menato?"

"No, perché speravo sempre che mi chiamaste e non volevo sprecare le mie energie da solo, ma averle tutte per voi, signor padrone."

"Allora stasera sei pieno di energie."

"Di energie e di voglia, signor padrone."

"Vuoi che si faccia all'amore subito?"

"No no, prima il racconto come al solito, se non vi spiace. Avevate lasciato Stefano ed eravate ad Atene, giusto?"

"Sì. Avevo vissuto in Atene per circa un anno e lì avevo conosciuto un mercante rumeno che m'aveva preso a ben volere e che mi aveva avviato all'arte della mercatura."

"Era il vostro nuovo amante?"

"No, Poletto. Col mercante rumeno non avevo rapporti sessuali. Lui amava le femmine, capisci? E per parecchi mesi non ho avuto un amante. Solo qualche volta, quando Stephanos passava per Atene per vendere i suoi formaggi, ci si era rivisti e s'era fatto di nuovo all'amore."

"E basta? Non è stato un anno molto bello, allora, vero signor padrone?"

"Beh, non ho avuto nessun amante fisso, è vero, ma ho avuto diverse avventure, soprattutto con marinai di passaggio o con soldati..."

"E non ce n'è almeno una in particolare che vi ricordate con piacere?"

"No, a parte gli incontri con Stephanos, niente che valga la pena di raccontare o di ricordare. Proprio per questo decisi di lasciare Atene.

Così finalmente, quando avevo diciotto anni, caricate le mie poche merci personali su un mulo, partii deciso di recarmi ad Istambul a tentare la fortuna.

Percorsi circa mille miglia, a piccole tappe, fermandomi qua e là. Lungo la strada ero riuscito a combinare discreti affari, sì che arrivai nella città del Soldano con più merci di quando avevo lasciato Atene.

Il mercante rumeno m'aveva dato consigli ed indicazioni, così quando arrivai ad Istambul andai subito a chiedere ospitalità in una locanda gestita da un genovese, vicino alla torre dei genovesi a Pera. Lì, con poca spesa, potevo avere un letto, un riparo per il mio mulo ed un deposito per le mie poche merci. Ero abbastanza bravo nella mercatura, così dopo neanche sette mesi fui in grado di affittare due stanze con una piccola stalla nella casa di una ricca vedova armena. I miei commerci stavano andando sempre meglio, ma da quando avevo lasciato Atene una cosa mi mancava: non avevo più avuto nessun rapporto fisico di rilievo.

Quando si è abituati bene, è dura adattarsi. Mi mancava un amico maschio, un amante anche non fisso, ma qualcosa di più di una semplice sveltina con qualche sconosciuto. In tutti quei mesi infatti, ti potrà parere strano, avevo solo avuto qualche fugace incontro con qualche soldato turco o qualche marinaio di passaggio, nell'hamam cioè nei bagni pubblici. Ma non ero per nulla soddisfatto. Così stavo già pensando di lasciare Istambul, nonostante gli affari stessero andando bene.

Di tanto in tanto tornavo dal locandiere genovese, per bere qualcosa e per sentir parlare ancora il nostro idioma. Così un giorno vidi un giovane, sui venticinque anni, che subito attrasse la mia attenzione. Stava seduto in un angolo, serio, quasi accigliato, e guardava fisso verso l'ingresso del locale.

Dai tratti del volto pareva venisse dal nord Europa: aveva un gran casco di capelli biondo scuro con occhi di un azzurro intenso come un cielo di mezza estate, un volto fine e delicato, pur con uno sguardo stranamente duro. Dava l'impressione di essere al tempo stesso indifeso ed aggressivo, persino pericoloso. Lo guardai a lungo e me ne sentii terribilmente attratto. Vestiva alla turca, e quando chiese da bere lo fece in un turco perfetto, assolutamente senza alcun accento o inflessione. Incuriosito, quando Giorgio, il padrone della taverna, mi passò accanto, lo chiamai ed indicando discretamente verso il giovanotto, gli chiesi sottovoce chi fosse.

Giorgio fece un sorriso sardonico e sedette al mio tavolo asciugandosi le mani sul grembiule sporco: "Quello? Si chiama Abdul el Mathani, è un giannizzero del Soldano. Pare che sia di origine siciliana."

"Siciliano quello? Biondo così?"

"Sì, di discendenza normanna, evidentemente. È stato rapito da piccolo ed è entrato nei giannizzeri. Ormai vive qui da almeno diciotto o vent'anni ed è più turco di un turco."

"E che ci fa qui quel giannizzero? E perché ha quell'aria? Pare quasi che stia spettando qualcuno..."

"Sì certo. Tre anni fa si innamorò follemente di un marinaio francese, un certo Alano, che conobbe proprio qui da me. Era pazzo per lui, davvero pazzo. Pensa che lo baciava di fronte a tutti... poi mi chiedeva una stanza di sopra e ci passavano la notte. Dovevi sentire il bordello che combinavano là dentro... Durò un anno intero. Ma poi lo scandalo fu così grande che il capitano dei giannizzeri fece espellere il marinaio. Da allora lui viene sempre qui ad aspettare che il suo amante torni. Sta qui ore ed ore, sempre solo, non parla con nessuno... aspetta il suo Alano, il suo amore!"

Giorgio concluse la spiegazione con una risata di scherno, poi proseguì raccontandomi episodi piccanti, a metà fra il divertito ed il disprezzo. Mi disse che non pochi giannizzeri erano dei pervertiti che preferivano gli uomini alle donne, e pareva anche che spesso si accoppiassero fra di loro... ma mai così sfacciatamente come questo Abdul.

L'atteggiamento di Giorgio mi infastidì non poco, ma le notizie che mi aveva date mi avevano fatto rizzare le orecchie. Mi feci descrivere quell'Alano, mi feci raccontare altri particolari e frattanto un piano si stava facendo strada nella mia mente. Seppi che i due si erano spesso incontrati anche nel locale di un ebreo dalle parti del porto, un cero Aaron.

Allora cominciai a frequentare anche io la bettola di Aaron e presto rividi Abdul. Più lo vedevo, più mi invaghivo di lui. Dovevo assolutamente riuscire a farci l'amore!

Ma anche se ormai mi aveva visto da Aaron per diverse sere, Abdul pareva non far caso a me. Continuava a guardare verso la porta, fisso, duro, nero.

Quando usciva per tornare a casa sua, l'avevo discretamente seguito. Era un tipo abitudinario, faceva sempre la stessa strada, sempre alla stessa ora, negli stessi giorni. Allora, una notte, lo attesi in una strada solitamente deserta.

Quando riconobbi di lontano la sua figura, mi stesi a terra in mezzo alla strada. Mi ero stracciato un po' gli abiti e provocato alcune ecchimosi e, steso, cominciai a gemere.

Abdul arrivò vicino a me e, come mi aspettavo e speravo, si fermò e si chinò verso di me e mi chiese: "Che c'è, stai male?"

"No, mi hanno assalito e derubato... ohi, ohi, ohi... non riesco ad alzarmi... aiutami, per favore."

Lui mi prese con un braccio attorno alla vita e mi tirò su. Era molto forte e quel suo mezzo abbraccio mi fece subito venire una forte erezione.

"Riesci a camminare?" chiese lui.

"Non so... fa male qui... m'han dato un calcio..." gli dissi indicando fra le mie gambe.

"Dove abiti?"

Glielo spiegai.

Allora lui disse: "Non è lontano, ti accompagno io a casa. Appoggiati a me."

Gli misi un braccio attorno al collo e, fingendo di zoppicare, mi avviai con lui. Quanto mi piaceva stargli così, semiabbracciato. Attraverso i nostri abiti sentivo il suo corpo forte e caldo e provavo un intenso piacere e desiderio.

Mi portò fino alla casa della vedova e mi aiutò a salire fino alla mia camera. Appena entrati io mi accasciai sul letto gemendo e premendomi le mani sul basso ventre.

"Fa molto male?" mi chiese lui.

"Sì, non resisto..."

"Dovresti farci degli impacchi di acqua fredda." disse lui.

Allora io gli dissi: "C'è acqua in quella brocca sullo scaffale e lì c'è un panno... mi potresti aiutare tu... non credo proprio di riuscirci da solo... mi sento quasi svenire."

Sbuffò, ma prese il panno, lo bagnò poi mi venne accanto, mi aiutò a stendermi bene sul letto e mi sfilo le braghe. Quindi prese il panno bagnato e me lo posò sul mio aggeggio.

"Le palle... sulle palle, per favore... fanno tanto male..." gemetti io allora ansimando penosamente.

Lui sistemò meglio la pezzuola, sollevandomi il membro e manipolandomi gentilmente le palle per sistemare meglio il panno bagnato. Il contatto con la sua mano mi fece provare brividi di emozione, L'arnese iniziò ad indurirmisi di nuovo. Ma lui parve non farci assolutamente caso.

"Adesso devo andare, è tardi. Cerca di dormirci su, e se tutto va bene, domattina non sentirai più nulla." disse brusco e, senza salutare, uscì svelto.

Appena fui solo, mi tolsi la pezzuola di lì, mi asciugai, mi finii di spogliare e mi stesi a dormire. La prima parte del mio piano aveva avuto pieno successo. Ora potevo eseguire la seconda parte e se tutto fosse andato come speravo...

Due sere dopo ero di nuovo da Aaron. Questa volta feci in modo di arrivare un po' più tardi del solito. Quando entrai, lo vidi subito seduto al suo solito posto. Allora mi diressi verso di lui, lo salutai e sedetti al suo tavolo.

"Ti ricordi di me? Volevo ringraziarti per l'aiuto che m'hai dato l'altra notte..."

"Niente. Stai meglio?"

"Sì, ma fanno ancora un po' male..."

"Passerà. Male che ti vada, non potrai più aver figli, ma non è detto."

"Di quello non me ne frega, purché possa usarlo ancora in qualche modo..."

Lui non rispose.

Allora gli chiesi: "Posso offrirti da bere?"

"No." rispose solamente, non in modo rude, ma deciso.

"Volevo solo ringraziarti in qualche modo. Io mi chiamo Lorenzo..."

Lui non disse nulla. Era un osso duro, più di quello che avessi previsto. Ma non avevo alcuna intenzione di mollare, anzi, il fatto che non fosse facile agganciarlo me lo rendeva ancora più desiderabile. Ma non volevo neanche che mi mandasse via. Perciò rimasi lì in silenzio per tutta la sera. Infine, alla solita ora, si alzò senza dire una parola ed uscì.

Arrivava da Aaron tutti i lunedì, mercoledì e giovedì. Io ci tornai puntualmente, ed ogni volta mi sedevo al suo tavolo, gli offrivo da bere, lui rifiutava, poi si stava in silenzio e dopo un po' andava via senza salutare, come al solito.

Questa storia continuò per sette o otto volte, cioè per circa tre settimane. Non cambiava nulla. Allora escogitai un nuovo strattagemma. Andai per parecchi pomeriggi al porto, finché arrivò una nave francese. Studiai i marinai che ne scendevano, e finalmente ne vidi uno che poteva corrispondere grosso modo alla descrizione che avevo di Alano.

Lo abbordai: "Scusa, marinaio, posso offrirti qualcosa da bere?"

Quello dapprima mi guardò un po' sorpreso, poi disse, facendo spallucce ed abbozzando un mezzo sorriso: "E perché no?"

Lo portai in una taverna e gli pagai da bere. Gli chiesi: "Come ti chiami?"

"Guy."

"Quanti anni hai?"

"Ventidue."

"Quanto ti fermi qui a Istambul?"

"Per dieci giorni, il tempo di scaricare le merci e di fare il nuovo carico."

"Senti, dovrei chiederti un favore..."

"Per un pezzo d'argento, ci sto." rispose quello, tranquillo.

Io lo guardai stupito: 'Ma se non sai neppure di che si tratta! Non vuoi prima sapere quel che voglio da te?"

"Non sono mica nato ieri, sai? Tu vuoi portarmi a letto con te, non è così?" disse il marinaio guardandomi dritto negli occhi quasi con aria di sfida.

Allora mi misi a ridere: "Beh, e perché no? vieni da me, staremo tranquilli. Ma il favore che volevo chiederti è un altro..."

"Paghi prima?"

Tirai fuori due pezzi d'argento: "Ecco, uno per scopare con me, ed uno come anticipo per il favore che ti volevo chiedere."

Guy intascò le due monete e mi seguì. Arrivati a casa mia, chiusi la porta e mi girai verso lui, e vidi che si stava già spogliando. Non era niente male quel ragazzo, aveva un'aria da sempliciotto e da furbetto allo stesso tempo. Aveva il corpo robusto di chi è abituato alla fatica, la pelle color bronzo di chi passa molte ore sotto il sole nudo fino alla cintola, e bianca sotto, in un piacevole contrasto.

A parte lì fra le gambe, non aveva neanche un pelo sul corpo e anche lì non erano folti, ma ne sporgeva una mazza di considerevoli dimensioni, soprattutto considerando che era dura solo a metà. Sedette sul mio letto, le gambe larghe.

"Allora che ne dici, ti piace quello che vedi?"

"Sì Guy, mi piace molto..." risposi avvicinandomi a lui e gli passai una mano su quel ben di dio. Allora anche lui mi palpò fra le gambe e sentì la mia erezione.

Sorrise in modo accattivante: "Ce l'hai già duro, tu. Lasciamelo vedere..."

Feci appena a tempo a calarmi le braghe sulle ginocchia che lui si protese, me l'afferrò di sotto le palle e se lo fece scivolare tutto in bocca, cominciando a succhiarmelo con abilità. Io frattanto finii di denudarmi. Mi piaceva guardare il mio palo scomparire ed apparire fra le sue labbra. Lo sospinsi facendolo sdraiare e salii carponi sul letto, prendendoglielo a mia volta in bocca.

Lui mugolò e chiuse gli occhi. Quando il suo bel palo fu ben duro era talmente grande che faticavo a tenerlo in bocca. Dopo un po' Guy mi fece sdraiare. Mi si mise sopra carponi al rovescio, e si unì a me in un fantastico sessantanove.

Dopo averlo succhiato per un po', saggiai la consistenza del suo buco con un dito e quando lo sentii emettere un basso mugolio di piacere, mi tirai un po' su e mi misi a slinguarlo con cura. Infine mi sfilai da sotto a lui, facendolo restare a quattro zampe, mi inginocchai dietro di lui e lo impalai con gusto. Lui gemeva ancor più forte di prima e spingeva indietro col bacino per farsi penetrare più a fondo. Era evidente che Guy non era uno di quei marinai che lo fanno solo per soldi, e che in realtà preferiscono accoppiarsi con le donne: anche lui era un vero amante dei maschi, come me. Ero stato fortunato.

Dopo un po', lo feci stendere sulla schiena in modo di prenderlo da davanti e di poterlo così baciare in bocca. Lui rispose con calore al mio bacio e cominciò a menarsi con vigore la sua enorme e gloriosa mazza. Io lo pistonavo con entusiasmo, finché gli venni dentro ed allora anche lui si scaricò subito, irrorando tutto il mio ed il suo ventre e petto.

Ci ripulimmo ma restammo nudi, stesi uno accanto all'altro, rilassandoci soddisfatti ed appagati.

Dopo un po' lui disse: "M'è piaciuto un sacco, ci sai fare, sei bravo. Ma adesso sentiamo, qual è il favore che volevi chiedermi?"

Allora gli spiegai tutto. Di mano in mano che raccontavo, pareva divertirsi. Mi pose alcune domande e gli spiegai tutto per filo e per segno; alla fine accettò di aiutarmi nel mio piano. Allora, dopo esserci rivestitici, lo portai a vedere dove era il locale dell'ebreo e gli spiegai ancora una volta, accuratamente, che cosa mi aspettavo da lui.

"Dopo ti darò un altro pezzo d'argento e se riesco nel mio piano prima che tu riparta, te ne darò altri due. D'accordo? Ti va bene?"

Fissammo l'appuntamento per la sera seguente. Speravo che venisse davvero. Mi recai da Aaron un po' prima del solito, in modo di giungere lì prima di Abdul. Sedetti al solito tavolo ed attesi. Mi batteva il cuore, speravo che il mio piano potesse funzionare. Dopo poco entrò. Guardò verso di me, si avvicinò e sedette in silenzio al mio stesso tavolo, ed ebbi l'impressione che avesse fatto un lievissimo cenno di saluto in risposta al mio.

Gli portarono il suo solito tè, che sorseggio lentamente. Passò un po' di tempo e già mi chiedevo se Guy non avesse cambiato idea, o se un imprevisto lo avesse trattenuto, quando la porta si aprì ed il marinaio s'affacciò dentro.

In francese, Guy chiese: "Servite del vino, qui?"

Abdul ebbe come un sussulto e guardò intensamente il ragazzo che, pur avendo lanciato un'occhiata verso di noi, fece finta di nulla. Ricevuta risposta affermativa dall'ebreo, Guy venne a sedere al tavolo accanto al nostro. Quando Aaron gli portò un boccale di vino, Guy brindò ad alta voce a tutti i presenti, ed iniziò a sorseggiare il suo vino. Notai che Abdul non lo perdeva d'occhio un solo istante, anche se cercava di non darlo a vedere.

Allora io chiesi: "Tu sei un marinaio di Francia, ragazzo, non è vero?"

"Sì, certo, un marinaio del capitano Maratin."

"Prima volta qui ad Istambul?"

"No, la seconda. La prima volta venni qui circa tre anni fa, quando lavoravo sul battello del capitano Vaucanson."

Abdul, come m'aspettavo, ebbe di nuovo un sussulto, ma ancora non disse nulla. Solo le sue mani, strette l'una nell'altra sul tavolo, mostravano le nocche bianche per la forte tensione.

"Posso offrirti altro vino, marinaio?" chiesi io.

"Grazie, non si rifiuta mai, una simile gentilezza."

"Qual è il tuo nome, ragazzo?"

"Guy."

"Quanti giorni ti fermi, Guy?"

"Qui a Istambul? Una settimana, più o meno."

"Ti piace, Istambul?"

"Sì, è un bel posto, e c'è bella gente. Si possono fare incontri interessanti, qui, penso... o almeno lo spero."

Guy stava recitando molto bene. Parlammo ancora e lui sapientemente infilò nelle sue frasi le parole e gli accenni che gli avevo suggerito. Abdul non perse neanche una parola del nostro colloquio. Guy, secondo le istruzioni che gli avevo dato, fece capire velatamente che gli sarebbe piaciuto incontrare un maschio giovane e piacente con cui divertirsi. Poi si alzò ringraziandomi e mi chiese se avrebbe potuto rivedermi. Gli diedi appuntamento per la sera seguente, lì dall'ebreo. Uscì e finalmente Abdul sembrò rilassarsi un poco. Il ragazzo era stato un vero attore, e ne ero soddisfatto.

Allora io, un po' come parlando a me stesso, un po' rivolto ad Abdul, dissi a mezza voce: "Quel ragazzo mi piace proprio. Spero che domani torni qui e chissà... Ma si sa, i marinai sono tutti uguali: oggi sono qui e domani chissà dove... Non bisognerebbe mai lasciarsi invischiare da un marinaio."

Abdul mi guardò e sembrò che stesse per dire qualcosa, ma tacque e girò il capo a guardare verso la porta. Era un osso duro, ma avevo cominciato a scalfire la sua corazza.

Allora aggiunsi: "Quando t'illudi di aver trovato un amico, ti accorgi che in fondo sei sempre solo. Bisognerebbe essere capaci di non legarsi mai a nessuno. Si vivrebbe meglio..."

Abdul mi guardò un attimo poi, gli occhi fissi sul suo bicchiere di tè, mormorò a voce bassissima: "Chiacchiere. Nessuno può vivere completamente solo."

"Forse è come dici tu. Ma che senso ha legarsi a qualcuno, illudersi, per poi restare delusi? Non è meglio vivere alla giornata? Tanto più poi con un marinaio, no? Con un marinaio, al massimo, un'avventura..."

Abdul mi guardò ma continuò a tacere.

Allora aggiunsi: "Quel marinaio, Guy, per esempio. Mi piace, non posso negarlo, ma sicuramente è una puttana come tutti i marinai. Oggi qui, tra una settimana chissà dove... Perciò tanto vale: se ci riesco me lo porto a casa, lo scopo e poi me lo dimentico. Dopo tutto è solo un marinaio, e i marinai sono tutti uguali, non degni di fiducia."

"Non sono tutti uguali, no..." disse Abdul, secco.

Allora gli chiesi: "Non tutti, dici? Non ho molta esperienza, io, ma mi stupirei davvero di sapere che c'è anche solo un'eccezione. Non ci posso credere."

"Invece... invece c'è. Conoscevo un marinaio. Francese lui pure. Lasciò la sua nave, il suo lavoro e si fermò qui per più di un anno, per me, con me."

"Ma ora ti ha piantato in asso, no? Ti vedo sempre solo..."

"Non per colpa sua. L'han mandato via... l'hanno costretto ad andarsene... per causa mia. Ma tornerà, ne sono sicuro."

Lo guardai nei suoi occhi determinati e duri e, un po' incerto, gli chiesi: "Ne eri... innamorato?"

"Ne sono innamorato."

"Ma lui?"

"Lui anche. Aveva rinunciato a navigare, per me."

"Ti manca?"

"A te non mancherebbe il sole, se si spegnesse?" disse con un accento di profondo dolore.

Gli chiesi: "Ti spice parlarne?"

Scosse la testa, strinse il bicchiere fra le mani con tale forza che temevo lo rompesse, lo sguardo perso dentro. Poi, a voce bassa e lenta, cominciò a raccontarmi. Lo ascoltavo attento. Era davvero perdutamente innamorato del suo Alano. Sentendolo parlare in tono tanto accorato, mi pentii un po' di esser voluto entrare così nella sua vita sentimentale. Ma lui, man mano che parlava, sembrava quasi sollevato nel potersi finalmente aprire e confidare con qualcuno.

"È vero, adesso mi sento terribilmente solo. Ma lo aspetto, so che lui tornerà da me."

"Te lo auguro di cuore. Te lo meriti. Anche io mi sento molto solo. È strano sentirsi soli in mezzo a tanta gente, no? A volte si avrebbe bisogno di qualcuno con cui aprirsi, confidarsi, con cui star bene. Qualcuno che sia qualcosa di più di un semplice amico."

"Già."

Tacemmo per un po', poi gli chiesi: "Torno a casa, ora. Ti trovo qui, domani?"

"Certo."

"Non ci siamo neanche presentati. Io sono Lorenzo."

"Io Abdul."

"Ma tu non sei Turco..."

"Ormai lo sono."

"Bene. A domani, allora, Abdul."

"A domani."

Uscii ed andai a casa. Il giorno dopo andai al porto dove incontrai Guy. Lo ringraziai, gli detti le istruzioni per la sera e gli regalai un'altra moneta. Guy mi chiese se non volevo portarlo a casa mia per fare l'amore di nuovo con lui. Accettai più che volentieri e me lo portai a casa.

Devi sapere, mio caro Poletto, che Guy era la seconda persona a cui lo mettevo nel culo e mi piaceva molto, anche perché mi piaceva sentire come collaborava volentieri, spingendomisi contro e dimenandosi tutto. Quel ragazzo ad ogni porto, ed anche sulla sua nave, aveva avuto un sacco di esperienze ed era perciò molto bravo a fare l'amore."

"Padrone... non vi arrabbiate se vi dico una cosa?"

"Spero di no. Sentiamo."

"A me piace molto questa storia che mi state raccontando, e se domani sera la continuate, ne sarei davvero molto contento. Ma ora..."

"Hai sonno? Vuoi dormire, ora?"

"Che? Scherzate, signor padrone? Ho una gran voglia di sentirvi dentro di me e di spingere contro di voi e di dimenarmi tutto anche io... Sapeste che fatica ho dovuto fare per non interrompervi prima! Ma non resisto proprio più. Ho una gran voglia di prendervelo in bocca e leccarvelo e succhiarvelo ben bene finché è pronto per infilarmi! Vi siete arrabbiato?"

"Sì, piccolo impudente, mi sono arrabbiato moltissimo! E per punizione... vieni qui, ragazzo, e datti da fare, comincia immediatamente a fare quello che avevi progettato di fare."


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