Quando Lorenzo entrò nella propria camera da letto, i lumi erano tutti accesi e il suo giovane servo era già steso sul suo letto, completamente nudo. Quando Poletto vide il padrone, s'aprì in un bel sorriso.
"Vedete, signor padrone, sono qui nel vostro letto come m'avete ordinato ier sera."
"Bravo. E vedo che sei già nudo."
"Non va bene, signor padrone?"
"Certo che sì. Ora mi spoglio anch'io e ti raggiungo."
"Avete passato una buona giornata?"
"Ottima. Ho lavorato molto ed ho anche guadagnato assai bene."
"Spero che non siate troppo stanco..."
"No, stai tranquillo. E credo che non sarò mai troppo stanco per far l'amore con te, ragazzo mio."
Poletto sorrise con aria birichina, mentre guardava il suo padrone denudarsi. Quando l'uomo salì sul grande letto e scivolò a fianco del ragazzo, Poletto ne carezzò il bel corpo virile ed il membro semieretto, portandolo subito a piena vita. Lorenzo strinse a sé il ragazzo e lo baciò profondamente in bocca. Le loro lingue giocarono per un po', gioiosamente.
"Aspettavo questo momento, Poletto mio. Più faccio l'amore con te e più mi piace, lo sai?"
"Ne sono orgoglioso, padrone caro. Ma ho sempre timore che prima o poi vi stanchiate di me..."
"No, non credo proprio. E tu, ti stai stancando di me?"
"Oh no, padrone, proprio per nulla."
"Lavori tutto il giorno in casa, dice il lacchè che non stai mai con le mani in mano. Poi la notte le nostre giostre d'amore. Dormi poche ore. Dove trovi tutta questa energia?"
"In voi, signor padrone. Se anche sono un po' stanco, mi basta far l'amore con voi che mi sento come rigenerato."
"Ah, beata gioventù."
"Perché, a voi stanca far l'amore con me, dopo una giornata di lavoro?"
"No no, è vero. Ma se anche fosse, sarebbe la stanchezza più gradita che un uomo possa avere. Ma adesso smetti di toccarmi così o invece di raccontarti la storia, stasera, mi metto subito a fare l'amore con te."
"Non è che mi dispiacerebbe, ma vi obbedisco. Allora, eravate arrivato a Bagdad ed avevate dato l'addio ad Omar, vero?"
"Sì, hai un'ottima memoria."
"Non ho dimenticato una sola parola di quel che m'avete raccontato, non un solo dettaglio, perché durante il giorno mi ripeto sempre le vostre storie. E questo non fa che infiammarmi sempre più di desiderio di stare di nuovo con voi."
"Bene. Allora continuiamo. Quando mi fermai a Bagdad avevo quasi ventuno anni. Bagdad, caro Poletto, è una città da favola. Bisogna averla vista per capire quanto una città possa essere bella. Mi fermai lì per alcuni mesi, perché i miei commerci stavano andando molto bene.
A Bagdad c'è il Califfo, che teoricamente è sottomesso al Soldano dei turchi, ma di fatto regna e fa quel che vuole. Ora, avevo sentito dire che il Califfo aveva un favorito, un ragazzo di diciassette anni di rara bellezza, di nome Ahddin. Si diceva che il Califfo avesse letteralmente perso la testa per lui.
Incuriosito, mi dissi che dovevo assolutamente vedere questo bellissimo ragazzo. Presi informazioni e seppi che al ragazzo piaceva molto nuotare e che perciò andava spesso a bagnarsi in un tratto del Tigri, che è il fiume che bagna Bagdad, in cui l'acqua scorre dolce e chiara. Ma ogni volta era protetto e guardato a vista da numerosi soldati della guardia del corpo del Califfo che vegliavano che non gli accadesse nulla e che nessuno potesse avvicinarlo.
Andai a studiare il posto. Non c'era modo di nascondersi per vedere da vicino il ragazzo. Eppure, ormai m'aveva preso una tal voglia di vedere questa rara bellezza che quasi non dormivo la notte per pensare a come potessi fare.
Passarono due mesi durante i quali mi spremetti il cervello per escogitare il modo di vedere Ahddin da vicino, parlargli, toccarlo forse, farci l'amore... In quel periodo molti mi decantavano la sua bellezza, facendo così aumentare il mio desiderio. Raccoglievo informazioni sul ragazzo, le vagliavo, cercavo disperatamente un mezzo per poterlo accostare. Era diventata una vera ossessione.
Finalmente ebbi l'idea. Avevo saputo che Ahddin amava collezionare pietre rare, gemme e perle preziose. Allora cominciai a diffondere ad arte la voce che io possedevo la gemma più rara d'oriente, il cui valore era immenso. Per un po' non accadde nulla, ma un pomeriggio venne un uomo a chiedermi se fosse vera la voce che circolava. Avuta conferma, mi chiese di mostrargliela, ma io rifiutai, con la scusa che temevo mi venisse rubata.
Il giorno seguente l'uomo tornò accompagnato da cinque soldati del Califfo. Mi disse che Ahddin voleva comperare la mia gemma, ma che prima voleva vederla. Perciò mi aveva mandato una scorta perché io potessi portarla con me a palazzo senza correre rischi.
Mi ero già preparato, perciò presi un cofanetto, lo avvolsi in un telo e mi dissi pronto a seguirli a palazzo. Qui giunto, di nuovo mi fu chiesto di mostrare la gemma ma io dissi che l'avrei fatta vedere solo ad Ahddin in persona e a nessun altro, e che pertanto non volevo nessuno presente quando gliela avessi mostrata.
Dopo una breve attesa fui accuratamente perquisito, quindi fui finalmente introdotto alla presenza del famoso ragazzo. Era l'essenza stessa della bellezza. Era vestito con una semplice camicia ed un pantalone di purissimo velo bianco fittamente arricciati, con una fusciacca di raso di seta d'oro ai fianchi, un gilè di broccato dorato e babbuccie dello stesso tessuto. Il volto era un ovale perfetto e dolcissimo, con una bocca dritta e sensuale, né fine né carnosa, un naso dritto e finemente cesellato, le narici appena frementi di sensualità, due occhi profondi di un luminoso color bronzo dorato, due sopracciglia nettamente separate, regolari e folte pur essendo sottili, e ciglia lunghe e nere. I capelli erano castano scuri, del colore del mogano, morbidi e lisci, ed incorniciavano quel viso perfetto, proporzionato ed armonico. La pelle era del colore della pesca matura. Le mani snelle ed affusolate, ma decisamente maschili.
Ero rimasto estasiato a guardarlo, la bocca semiaperta, gli occhi spalancati.
Il ragazzo, con una voce calda e sensuale, mi disse sorridendo: "Ebbene, mercante, dov'è questa famosa gemma? Se è bella come si dice, la voglio comprare. Mostramela dunque."
Io, con voce rotta dall'emozione, a fatica dissi: "Signore, questa gemma di cui tanto si parla è più che preziosa, ma non posso vendertela, non mi appartiene, E non c'è tesoro che possa comprarla..."
"Beh, comincia col farmela vedere. Quanto a comprarla, se davvero mi piace, vedrai che l'offerta sarà tale che il proprietario la cederà volentieri."
Allora porsi al ragazzo l'involto con il cofanetto. Lui lo prese, tolse il tessuto che l'avvolgeva, aprì il cofanetto e ne estrasse un involto di magnifico e finissimo broccato. Aprì anche questo secondo involto e trovò un astuccio di legno profumato tutto scolpito a bassorilievo. Aperto anche l'astuccio, trovò una seta finissima di vero e prezioso bisso di mare, che aprì in fretta e finalmente si trovò in mano... un semplicissimo specchio terso e lucido.
Lo guardò, guardò me, poi disse con voce piana: "Mi hai preso in giro? Questo non è altro che un comunissimo specchio."
"Signore, compiaciti di guardare nello specchio..." Il ragazzo vi guardò ed io subito aggiunsi, "Ecco, stai vedendo la gemma più rara e più preziosa di tutto l'oriente e, credo dell'intero creato. Io non ho mai visto in vita mia nulla di più bello. Ma, come ti dissi, non mi appartiene, perciò non posso vendertela, ma solo fartela vedere..."
Il ragazzo mi guardò, dapprima corrucciato, ma poi scoppiò a ridere: "Meriteresti di essere buttato in prigione per tutta la vita! Ma come potrei arrabbiarmi con te per uno scherzo che è in realtà un bellissimo complimento? Ma tu, chi sei? Perché hai fatto questo?"
Gli spiegai chi ero, gli raccontai a grandi tratti la mia vita e gli dissi che, avendo sentito decantare la sua sovrana bellezza, avevo escogitato quel trucco per poterlo contemplare almeno per un attimo.
"Ed ora, signore, se vuoi, puoi anche farmi buttare a marcire in una cella per tutta la vita... sono felice per essere riuscito a vederti così da vicino, per aver potuto parlare con te."
"Te lo meriteresti davvero. Ma sei troppo divertente nella tua romanticheria. Ed ora che mi hai visto?"
"Non ti ho ancora veramente visto, signore. Ho visto solo un riflesso della tua bellezza, solo quel che quegli abiti che indossi permettono di intravedere... Dovrebbe essere proibito celare la tua bellezza con panni sì volgari."
"Non esagerare, adesso. Mi sembra che tu stia osando troppo, non credi? E questi comunque non sono volgari panni, questo è il velo più prezioso che esista."
"Di fronte a te tutto diventa volgare e privo di valore. Mi avevan detto che tu sei bello, ma la realtà supera ogni fantasia."
"Anche tu non sei male, straniero. Sarà forse che sei un tipo esotico, ma mi piaci. Forse anche il tuo corpo non merita di essere coperto..."
"Se è questo che comandi, signore, mi spoglio subito. Ma farò una ben magra figura nell'essere confrontato con te."
"Non lo puoi sapere, non mi hai ancora visto... Qual è già il tuo nome? Lorenzo, non è vero?"
"Sì, mio signore."
"Bene. Dammi un buon motivo per mostrarti il mio corpo."
"Nessuno, signore, se non il mio desiderio e la tua bontà. Negheresti un sorso d'acqua ad un uomo che sta morendo di sete?"
"Che ne sai tu della mia bontà?"
"Un volto tanto splendido non può celare un animo cattivo. Allah non lo permetterebbe di certo."
"Credi che con le tue lusinghe tu possa ottenere ciò che desideri?"
"Oh no, signore. Se così fosse non farei che lodarti e lusingarti senza sosta."
"E... dimmi un po'... ti piacerebbe anche far l'amore con me?"
"Ne dubiti, forse?"
"Preferiresti vedere il mio corpo senza potermi toccare o fare l'amore con me senza potermi vedere?"
"Tu stai chiedendo ad un uomo se preferirebbe restare senza acqua o senza aria: morirebbe in entrambi i casi. Perciò, se devo morire, lascio a te la scelta."
"Le tue pretese aumentano, straniero..."
"No, signore, non ho pretese, non posso averne. Le mie speranze aumentano..."
"E che mi daresti in cambio?"
"Nulla. Potrei dirti che ti do tutti i miei averi, ma sono nulla in confronto alle tue ricchezze. Potrei dirti che ti do il mio corpo, ma che vale paragonato al tuo? Potrei offrirti la mia vita, ma che vale in confronto alla tua compiacenza?"
"Sai parlar bene, mercante. Ma che ci guadagnerei, con te?"
"Nulla, te l'ho detto, signore. Tu non potrai guadagnare mai nulla, perché hai già tutto: bellezza, fama, ricchezza."
"Eppure anche io sono, in un certo senso, un nulla, uno schiavo. Appartengo al Califfo, lo sai bene."
"O non è forse il Califfo il tuo schiavo? Basta che tu esprima un desiderio e lui è lieto di esaudirlo."
"Finché sono fresco e giovane e bello... Ma poi? Mi getterà via."
"Tu sarai sempre bello, signore."
"No, l'età passa, anche per me."
"La bellezza interiore non passa mai. Anzi, se è coltivata, cresce."
"Forse è come dici tu, ma io... io temo il futuro."
"Non devi. Il futuro ancora non esiste, così come il passato non esiste più. Vivi nel presente."
"Ma quando verrà, come sarà?"
"Come ognuno di noi lo vuole, perché allora sarà presente."
"Non è vero. Se io volessi, il tuo presente potrebbe essere orribile."
"Se io cercassi agi e fortuna, o altro, sì, potrei essere deluso dal mio presente. Ma io non cerco nulla... come potresti togliermi il nulla? Vivo questo momento, ed è splendido. Quello che verrà, lo vivrò per quello che sarà, quando verrà."
"Ma tu avevi progettato di vedermi, quindi hai pensato al futuro."
"No, signore, ho vissuto la gioia del presente nel fare ciò che ho fatto per tentare di vederti. Se non vi fossi riuscito, il mio presente sarebbe stato comunque ben speso, piacevole."
"Tu sei un po' troppo filosofo per me. Ed ora, che conti di fare?"
"Nulla, signore. Ora sono finalmente ai tuoi piedi, in attesa che tu decida che fare di me."
"Già... che ne faccio di un mercante che ha avuto l'ardire di prendermi in giro?"
"No, io ho mantenuto la mia promessa."
Ahddin tacque. Mi guardò a lungo, pensieroso, e mi sentii penetrato dal suo sguardo. Infine mi disse: "Sei uno strano tipo, tu, Lorenzo. Vuoi tutto senza darmi in cambio nulla."
"Sta a te vedere se il cambio ti conviene o no."
"Quanti anni hai, Lorenzo?"
"Quasi ventuno."
"Hai molta esperienza, tu, nel fare l'amore?"
"Non poca, non abbastanza."
"E se fossi deluso di te?"
"La mia vita ti appartiene. Ma se invece tu fossi soddisfatto di me?"
"Ti renderei la vita. Ci stai?"
"Senza alcuna esitazione."
"Sei così sicuro della tua bravura a letto?"
"No, signore. Ma varrebbe anche la pena di morire, dopo aver potuto fare l'amore con te."
"Non credi di esagerare?"
"Dopo averti visto? No, mio signore."
"Rischi molto."
"Anche tu."
"Io?"
"Sì, rischi la delusione e la mia morte non ti darebbe, comunque, ciò che non hai avuto da me."
"Allora forse è più saggio che tu ti ritiri, senza sperare di andar oltre."
"Ma io non sono saggio, signore. La mia saggezza è evaporata come rugiada al sole, appena i miei occhi hanno gioito della tua vista."
"Allora, andiamo avanti."
"Come tu vuoi, signore."
Ahddin batté le mani ed entrarono due servi. Con tono di comando, disse: "Preparate il bagno, i profumi ed il mio letto. Il mio ospite si fermerà con me. Voglio anche i musici. Svelti!"
I due s'inchinarono e scomparvero.
Allora Ahddin si alzò dal suo divano e mi venne vicino: "Alzati. Lasciati vedere. Tu sei il primo da che sono qui, da due anni ormai, che mi esprime il suo desiderio. Fino ad ora ero io a scegliere chi portare nel mio letto quando il Califfo non richiede la mia compagnia. Nessuno mai aveva osato esprimermi il suo desiderio. Forse è anche questo che mi attira, in te. Il tuo coraggio o meglio... la tua faccia tosta. E sei il primo straniero con cui posso intrattenermi... Mi incuriosisci, sai? E mi piaci, anche."
Mentre mi diceva queste parole mi girava lentamente attorno, guardandomi da capo a piedi, ma senza neppure sfiorarmi. Entrò un servo per annunciare che il bagno era pronto. Ahddin mi prese per mano e mi guidò, dietro di sé. Traversate alcune bellissime stanze, entrammo in una camera ampia, tutta in marmo, con una bassa vasca quadrata in centro incassata nel pavimento, colma di acqua fumante e profumata.
Due schiavi che indossavano solo uno stretto perizoma ci attendevano. Erano due bei ragazzi, ma non mi interessavano: ero completamente preso e perso in Ahddin. I due ci tolsero gli abiti di dosso, e quando fummo completamente nudi scendemmo in acqua. Gli schiavi iniziarono a lavare i nostri corpi.
Io guardavo affascinato il corpo del ragazzo. Era di una bellezza davvero incredibile, ben fatto, perfettamente proporzionato, dolcissimo eppure non effeminato, anzi, forte. Era in quella fase in cui è ancora un adolescente ma già un uomo. Oppure, in cui non è più un adolescente ma non ancora un uomo. I miei occhi erano completamente catturati da quella visione di sogno. Con piacere notai che anche Ahddin carezzava con gli occhi il mio corpo e pareva compiaciuto da quel che vedeva.
Quella incredibile visione, sommata alle sensazioni che venivano dalle mani esperte dei due schiavi che ci stavano lavando il corpo, mi portarono presto all'eccitazione.
Quando Ahddin notò la mia incipiente erezione, sorrise: "E si dice che noi arabi abbiamo il sangue caldo... Non riesci a contenere la tua eccitazione?"
"Neanche una statua di pietra potrebbe riuscirci, e neppure un essere soprannaturale. Come potrei io?"
Lavati, risciacquati, profumati, uscimmo da quella stanza, nudi, ed entrammo nella camera da letto attigua. Un'ampia alcova circondata di veli campeggiava nel mezzo, ed ai quattro angoli della stanza vi erano bruciatori di incenso. Entrammo nell'alcova ed uno schiavo chiuse accuratamente le tende. Solo il quarto lato restò aperto verso un piccolo e delizioso giardino interno pieno di fiori profumati e con fontanelle di acqua mormorante. Ahddin si stese e mi fece cenno di stendermi accanto a lui.
Subito iniziò una musica dolce che proveniva da dietro le tende. Ahddin carezzò il mio corpo lievemente ed io fui percorso da un fremito di piacere. A mia volta cominciai a carezzare quel corpo di sogno. Finalmente anche Ahddin iniziò ad eccitarsi.
A poco a poco i nostri corpi si accostarono come attratti l'uno dall'altro ed il contatto mi fece provare un'emozione fortissima. Facevamo a gara a dare piacere al corpo dell'altro sì che in breve entrambi eravamo persi nell'estasi dei sensi. Mi piaceva sentire la sua pelle vellutata, le sue mani carezzarmi incessantemente, le sue labbra fresche e calde ad un tempo.
Era un crescendo di emozioni, di desiderio, di piacere che ci circondava e permeava come gli inebrianti profumi e la musica, che ci portava gradualmente in paradiso. Allora Ahddin si sollevò sul letto, s'inginocchiò fra le mie gambe e si chinò... sentii le sue labbra chiudersi dolcemente su uno dei miei capezzoli e fui percorso da un fremito così intenso che il mio corpo si arcuò, le gambe mi si tesero aprendosi ed il mio arnese premette contro il suo ventre teso, mentre sentivo il sangue pulsarmi violentemente nelle tempie. Lui mugolò in risposta e le sue labbra scesero lungo il mio petto, sul mio stomaco, qui si soffermarono e la sua lingua frugò nel mio ombelico, poi scese ancora e baciò il pelo del mio pube. Poi il mio arnese sfiorò una sua guancia e sentii le sue sopracciglia sfiorarmene la punta, infine le sue labbra si posarono sulla mia colonna di carne palpitante e la sua lingua la circondò, finché la sua bocca s'impadronì del mio palo.
Allora mi girai lentamente in modo di arrivare con la mia testa sotto il suo corpo ed a mia volta mi presi cura del suo bell'arnese pendulo, ritto e duro. Ahddin fremette ma non abbandonò la presa con le sue labbra. Le sue gambe ora tremavano e le mie mani salirono a carezzarlo fra le gambe ed a frugare delicatamente fra le sue piccole natiche sode. Anche lui allora mi riservò lo stesso trattamento: sembrava che facessimo a gara nel cercare di compiacere l'altro.
Rotolammo su un fianco, la testa premuta fra le gambe dell'altro, continuando a succhiarci con forte desiderio e piacere. I nostri movimenti accelerarono, tutto il corpo scosso da ondate di piacere. Sentivamo l'estasi aumentare, il culmine avvicinarsi bellissimo e tremendo, inesorabile e desiderato. Finalmente entrambi fummo scossi da violente contrazioni di piacere mentre ognuno di noi due offriva all'altro sorsate dopo sorsate di dolce seme tiepido che entrambi bevemmo golosamente, dissetando la nostra passione alla fonte di eterna vita.
Ma l'eccitazione ed il desiderio non ci aveva ancora abbandonato. Così, dopo esserci baciati a lungo, Ahddin mi si offrì. Io lo preparai con la mia lingua e la mia saliva, finché il delizioso ragazzo iniziò a mugolare per il desiderio. Allora finalmente lo presi, penetrando in lui con forza e dolcezza ad un tempo. Lui si premeva tutto contro di me, incitandomi senza parole. Era come una danza di ardente passione, ci muovevamo all'unisono, e la musica sottolineava ed esaltava la nostra passione. Quando finalmente mi fui di nuovo scaricato in lui, fu la mia volta di offrirmi alla sua passione ancora desta.
Quindi giacemmo, esausti, appagati, avvinghiati l'uno all'altro.
"Sì, ti dono la tua vita, Lorenzo."
"Mi hai donato molto di più, credimi."
"E tu a me. Tu non sei il mio padrone come il Califfo, né uno schiavo che mi deve compiacere. Per la prima volta in vita mia ho fatto l'amore con un mio pari, ed è stato molto bello. Grazie, Lorenzo."
"Io un tuo pari? Chi mai può uguagliarti? Tu sei... un sogno... io solo un comune mortale. Tu un signore, io un semplice mercante..."
"No, tu sei un maschio, come anche io lo sono. Mi hai fatto sentire bene come mai sono stato. Tornerai a trovarmi?"
"Ogni volta che tu lo desidererai."
Così fu. Ma purtroppo Ahddin si stava innamorando di me. Il Califfo se ne accorse e, se anche lo lasciava libero di avere tutte le avventure che voleva, non permetteva certo che il suo favorito si inammorasse di un altro.
Perciò mi ordinò di lasciare la sua terra. Ahddin mi fece avere ricchissimi doni ed una preziosa miniatura che lo ritraeva e che ancora conservo gelosamente.
Così partii con una carovana alla volta della Persia, con l'ordine del Califfo di non passare mai più nelle sue terre, se volevo aver salva la vita. Credo che se non fui ucciso allora fu solo per intercessione di Ahddin. Lasciai dunque Bagdad unendomi ad una carovana di mercanti che andava in Persia."
"Ah, povero Ahddin! È triste non potersi innamorare, vero, padrone?"
"Sì certo. Non sempre essere ricchi e potenti equivale ad essere felici."
"Io, per esempio, sono solo un servo, ma sono felice. E voi, padrone? Siete felice, voi?"
"Sì, lo sono, perché la vita è stata generosa con me. E se tu vuoi, puoi anche aumentare la mia felicità."
"Sono tutto vostro..."
"Tutto mio? Non hai mai più fatto l'amore con Florindo?"
"Signor padrone! Dovreste saperlo che non m'interessa più nessun maschio, da che mi concedete la vostra compagnia e le vostre attenzioni!"
"A volte mi chiedo se non preferiresti stare con un tuo coetaneo, invece che qui con me."
"No e poi no. Nessuno può rivaleggiare con voi."
"Poletto, Poletto, sei davvero dolce."
"E voi... voi siete... siete... l'uomo più straordinario ed eccezionale sulla faccia della terra. E solo a starvi vicino mi fa sentire..."
"Voglia di fare l'amore?"
"Sì, anche..." rispose il ragazzo addossandosi all'uomo ed offrendoglisi in un muto gesto di dedizione.
Smisero di parlare, lasciando esprimere ai loro corpi quel che provavano l'uno per l'altro.
A Lorenzo il ragazzo piaceva sempre più, e non solo per farci l'amore, ma anche per la sua ingenua freschezza, per la sua totale disponibilità, per la serenità che gli donava col suo fresco sorriso sempre pronto. Se all'inizio l'uomo aveva visto in lui solo un giovane corpo desideroso di compiacere, ora lo considerava più un compagno che non uno dei tanti ragazzi con cui potersi divertire.
Poletto stava diventando per lui una persona sempre più preziosa ed insostituibile.