"Poletto, oggi non ho fatto che pensare a te: la notte scorsa hai superato te stesso. Lo sai che stai diventando proprio bravo?"
"Con un maestro come voi, signor padrone, è facile diventare bravi allievi."
"Tutto oggi non ho fatto che pensare a ieri sera ed aspettare che venisse questo momento..."
"Anche io, caro padrone mio. Mi siete mancato. E ora che finalmente sto vicino a voi, ho una gran voglia di ricominciare dove abbiamo smesso ieri sera..."
"Senti, per questa sera, perché non cominciamo facendo l'amore? Guarda qua come sono già eccitato... e anche tu lo sei..."
Poletto non rispose ma si chinò su Lorenzo e gli prese fra le labbra un capezzolo, stringendolo e suggendolo, mentre con una mano gli carezzava il bel palo fremente e con l'altra gli sfiorava il corpo nei punti più sensibili.
L'uomo lo lasciò fare per un po', beandosi a quelle attenzioni e carezzando dolcemente i capelli e la schiena del ragazzo. Poi si spostò in modo di portare il capo in grembo a Poletto e con la punta della lingua cominciò a titillargli il membro, a leccarlo, a stringerne la punta fra le sue labbra.
Il ragazzo emise un lungo, tremulo sospiro di piacere e spinse il suo arnese fremente nell'accogliente bocca di Lorenzo che subito iniziò a succhiarlo con passione. Era contento che Polo prendesse così l'iniziativa.
"Che vuoi che ti faccia, mio bel maschietto?" gli chiese dopo un po'.
Poletto non rispose ma si stese sulla schiena e mise le gambe sulle spalle dell'uomo, offrendosi così a lui. Allora Lorenzo scese a leccare il buchetto palpitante e voglioso del ragazzo, insalivandolo ben bene e preparandolo. Quando lo sentì fremere di passione, gli pose le mani sulle piccole e sode natiche, le sollevò un poco divaricandole, vi puntò il suo forte palo duro ed iniziò a spingere con calcolato vigore, con forza trattenuta. Sentì il foro dilatarsi a poco a poco, palpitando, sentì la punta del suo palo iniziare a scivolarvi dentro, con estrema lentezza ma inesorabilmente, millimetro dopo millimetro.
Si trattenne, per non cedere alla tentazione di immergervisi d'un solo tratto e prolungò quella lenta invasione, quella desiderata penetrazione, spiando sul volto del ragazzo le emozioni che questi provava. Quello di Poletto era un viso radioso, luminoso. Gli occhi del ragazzo erano fissi in quelli dell'uomo e gli comunicavano tutto il piacere e la gioia che stava sperimentando nell'essere preso.
Quello sguardo, quell'espressione rapita, estasiata, felice, non facevano che aumentare ed esaltare il piacere e la gioia che Lorenzo stava provando.
"Dimmi, ragazzo mio, ti piace?"
"Oh sì... da morire..." mormorò Polo carezzando l'ampio petto dell'uomo, i suoi fianchi snelli, le natiche dure e nervose. "Mi piace, sì..." mormorò ancora sfiorandogli con le punte delle dita le cosce tese nello sforzo e le braccia muscolose, carezzandogli le mani che lo tenevano per le anche, tornando poi a titillargli i capezzoli duri per l'eccitazione.
Lorenzo continuava ad affondare i quelle calde e tenere carni, a poco a poco, ansimando quasi per lo sforzo di trattenersi, finché la sua asta fu completamente e saldamente immersa nel ragazzo.
Allora Poletto iniziò a far palpitare il suo ano con vigore ed a far ondeggiare leggermente il suo culetto, mentre tirava a sé il torso dell'uomo fino a raggiungerne con le labbra i capezzoli che prese a leccare, succhiare, mordicchiare ad arte.
Lorenzo mosse le mani ponendone una sul petto del ragazzo e l'altra sul suo bel membro infocato, e le mosse in un lento massaggio erotico, ora lieve, ora quasi rude, quindi iniziò a muovere lentamente avanti e dietro il bacino in colpi lenti ma vigorosi, affondando ogni volta con determinazione e ritraendosi lentamente. Poi si fermò, scivolò via lentamente staccandosi dal ragazzo, con le sue forti mani lo sollevò facendolo mettere in ginocchio, gli fece divaricare bene le gambe e gli si inginocchiò dietro scivolando con le sue ginocchia fra le gambe del ragazzo. Gli si addossò abbracciandolo e gli puntò nuovamente il palo duro fra le piccole natiche.
Poletto lo guidò con le mani, protendendo indietro il culetto ad incontrarlo, finché Lorenzo iniziò di nuovo a penetrarlo, a riempirlo. Nuovamente uniti, mentre con una mano Lorenzo massaggiava ad arte i genitali del ragazzo, cominciò a muoverglisi dentro con forti e veloci colpi, baciandolo sul collo e su una spalla, mordicchiandogli un orecchio, mentre Polo, protendendo indietro le mani, gli carezzava i fianchi. Il ritmo della penetrazione aumentò e si fece rapido e quasi affannoso. Tutti e due gemevano per il piacere che si stavano reciprocamente dando.
Poi Lorenzo venne in una frenesia di violenti getti, inondando le interiora del ragazzo. Smise di masturbare Poletto perché non voleva che venisse. Quando ebbe lanciato l'ultimo schizzo di seme, si staccò da lui, lo fece alzare in piedi di fronte a sé, gli pose le mani sui fianchi e schiuse le labbra. Il ragazzo capì al volo cosa l'uomo desiderasse, mosse in avanti il bacino snello ed infilò il suo bel palo di carne dura e fremente in quella bocca ardente; pose le mani sul capo dell'uomo e cominciò a muovere avanti e dietro il bacino in un ritmo veloce. Appena Lorenzo sentì il primo getto del dolce liquore del ragazzo, spinse in avanti il capo con forza in modo di farsi scendere quel palo fino in gola e trattene il respiro finché sentì che Poletto gli aveva versato tutto il suo elisir di vita.
Allora tolse la testa, ingoiò il caldo seme del ragazzo che ancora aveva in bocca, e fece un profondo sospiro di soddisfazione. Tutti e due si abbandonarono appagati sul letto, abbracciandosi, baciandosi e carezzandosi soavemente. Quando furono completamente rilassati, sedettero in capo al letto appoggiandosi alla testiera.
"Ti va se ora ti racconto un altra parte della mia storia, Poletto?"
"Certo, mi piace saper tutto sul mio caro padrone e sulle sue avventure. Eravate partito col vostro schiavo Ibrahim con la carovana che andava... dove?"
"Ad Isfàn, in Persia. Quando la nostra carovana giunse in vista della città, ci fermammo ad una locanda per passare la notte che incombeva, prima di affrontare l'ultima tappa. Infatti non è bene che una carovana arrivi a notte in città, a parte che troverebbe le porte della città chiuse.
Dopo aver cenato con alcuni compagni di carovana, mentre il mio schiavo Ibrahim sceglieva un angolo tranquillo in cui stendere le coperte per la notte e sorvegliare le mie merci, io mi allontanai per andare a svuotarmi. Dopo aver girovagato per un po' per trovare un luogo appartato, visto un folto di cespugli a ridosso di un gruppo di rocce, mi ci infilai. Avevo appena finito i miei bisogni e mi stavo riallacciando le braghe, quando sentii un lieve rumore, come il gemito di qualcuno che sta male.
Stavo per dirigermi verso la fonte di quel gemito pensando che forse qualcuno abbisognasse del mio aiuto, quando il gemito si fece più distinto e chiaro: non era certamente di qualcuno che sta male, anzi, lo riconobbi chiaramente come il mugolio di qualcuno che stava facendo l'amore. Incuriosito, facendo attenzione di non fare rumore, cominciai a spostarmi molto lentamente avvicinandomi all fonte di quei rumori.
Ad un tratto sentii la voce di un uomo sussurrare: "Perché hai smesso? Continua!"
E la voce di un altro uomo rispondere sottovoce: "Mi è sembrato di sentire un rumore, Muhammad!"
"Ma no, continua a succhiarmelo tranquillo Nàdir, dai, che poi te lo schiaffo in culo! Qui stiamo tranquilli, non c'è nessuno."
Due maschi che stavano facendo l'amore! La cosa mi incuriosì e mi eccitò al tempo stesso. Con estrema prudenza m'avvicinai ancora finché, alla luce vaga della luna, mi si presentò agli occhi una scena davvero degna d'essere vista. Un uomo stava appoggiato con le spalle ad una roccia inclinata, stando così semisdraiato contro di essa, i piedi puntati a terra, le gambe larghe. La tunica sollevata fin sul petto ne rivelava il corpo nudo, appena lievemente obeso e non molto bello. Di fronte a lui, inginocchiato in terra, un giovane più o meno della mia età gli succhiava con foga il palo di notevoli dimensioni, muovendo avanti e dietro la testa con vigore, facendolo apparire e sparire nella sua bocca completamente spalancata per contenerlo. Quel membro infatti, che di lunghezza era di un palmo scarso, di diametro era tale che la mano che lo teneva non riusciva a chiudervisi attorno!
Una mano dell'uomo teneva sollevata la propria tunica e l'altra carezzava i capelli del giovane che gli stava alacremente dando piacere. Il giovane uomo inginocchiato con una mano teneva fermo quel fenomenale membro mentre con l'altra, sotto la propria tunica, si stava masturbando velocemente.
Ad un tratto l'uomo disse con voce roca: "Basta così, Nàdir, smetti. Tirati su che ti voglio inculare."
L' uomo si alzò dalla roccia e fece stendere al proprio posto il giovane, a pancia sotto, gli sollevò la tunica rivelando il suo culo nudo, si sputò su una mano e spalmò la saliva sull'ano del giovane. Quindi vi puntò la sua formidabile arma di carne ed iniziò a spingere.
"Piano, Muhammad, mi fai male... Ce l'hai troppo grosso... Ahi, fai piano..."
"Zitto. È proprio perché è grosso che ti piace, no? Stai fermo, lascia fare a me!"
"No, è troppo grosso, mi fai male! Smetti. È meglio che ti faccio venire con la bocca, Muhammad!"
"Stai fermo e zitto e lasciami fare, sennò dico a tuo padre e ai tuoi fratelli che a te piacciono solo i maschi!"
"No, per il profeta! Guai se i miei lo sapessero... ti prego, Muhammad... mettici più saliva, almeno..."
"Le mie donne non fanno tante storie!" rispose l'uomo dando un altro gran colpo con le reni.
Il ragazzo sussultava e potevo vedere il suo bel volto in preda al dolore. Ero eccitato. L'uomo cercava di penetrarlo ma pareva non riuscirci.
Ansimando l'uomo disse: "Non stringere, scemo, rilassati! Dai Nàdir, vedrai che ti piacerà quando te lo sentirai tutto dentro!"
Provavo una gran tentazione di uscire allo scoperto e di unirmi a quei due... Il giovane aveva chiuso gli occhi, ma con le mani tentava di divaricarsi le natiche per favorire l'ingresso a quell'albero di carne, a quell'ariete voglioso di sfondare le sue porte. Ma non sembrava riuscirci. Doveva essere riuscito a penetrare solo per pochi millimetri quando l'uomo cominciò a sussultare in preda all'orgasmo e si scaricò sul sedere del ragazzo.
A questo punto pensai di allontanarmi e mi mossi, ma il mio piede urtò contro qualcosa. Guardai: in terra vi erano i mantelli dei due e sopra questi erano posate anche le loro brache ed i loro turbanti. Uno dei due turbanti aveva un fermaglio di smalto rosso. Lesto, mi chinai, sfilai il fermaglio e rapidamente mi eclissai non visto, protetto dalle rocce.
Ero rientrato da poco nella locanda quando l'uomo chiamato Muhammad rientrò a sua volta. Il suo turbante era in ordine, perciò capii che il fermaglio che avevo sottratto doveva appartenere al giovane a Nàdir. L'uomo stava parlando con altra gente in tono di familiarità e notai che tutti lo trattavano con una certa qual deferenza. Chiesi ad un mercante della mia carovana se sapesse chi era quell'uomo. Seppi così che era l'ex capo dei paggi dello Scià, e che viveva ad Isfàn in una ricca e bella casa, circondato da belle e giovani mogli. Quell'uomo, pur non avendo più alcuna carica ufficiale, ancora aveva un notevole peso politico e la sua protezione era perciò ambita e ricercata.
Stavo ascoltando queste spiegazioni quando rientrò anche il giovane di nome Nàdir. Aveva il turbante in mano. Raggiunse un altro gruppo di persone in un altro punto della locanda. Chiesi allora al mio compagno, con aria indifferente, chi fosse l'ultimo arrivato.
"Non lo conosco, ma penso che possa far parte parte della famiglia di Ismail Egbal, il più ricco mercante di Isfàn, visto che si è unito a loro."
Avute queste notizie, dopo aver chiacchierato ancora un po', quando il locandiere cominciò a spegnere le lanterne mi andai a stendere nel giaciglio che il mio schiavo m'aveva preparato. Al buio ormai completo, attirai a me Ibrahim e, ripensando alla scena a cui avevo assistito la fuori, presi con lui il mio piacere a lungo e con passione. Ibrahim, come al solito, fu un vero artista nel darmi tutto il piacere che desideravo sì che presto dimenticai anche la scena che avevo spiato e mi dedicai totalmente a godere lui.
Giunti ad Isfàn, la città mi piacque talmente che decisi di fermarmici per un po'. Acquistai una botteguccia vicino alla grande moschea, quasi confinante col bazar ma separata da esso, con un magazzino sul retro ed alcuni locali per abitare al primo piano. Con l'aiuto di Ibrahim la risistemai e dopo pochi giorni potevo iniziare la mia attività nel commercio dell'orificeria in cui m'ero specializzato. La mia merce ed il fatto che fossi straniero mi attirarono subito una buona clientela ed i miei affari si avviarono bene.
Presto strinsi buone relazioni anche con gli altri mercanti delle vicinanze e spesso ci si ritrovava la sera per chiacchierare assieme. Ognuno raccontava le sue storie o le sue avventure, o anche leggende del proprio paese, così la mia presenza era sempre gradita.
Una di quelle sere un mercante di nome Jussip si stava vantando delle sue arti amatorie e del fatto che non c'era donna che sapesse resistergli. Altri fecero a gara nel vantare i propri successi in campo amoroso. Così presto nacque una specie di tentativo di stabilire, a suon di racconti, chi fosse il più abile amatore.
Ma ad un certo punto un vecchio mercante di nome Ali Sadr, disse: "Le donne vogliono essere conquistate! Non c'è merito a conquistarne una."
Allora io insinuai: "In effetti è molto più difficile convincere un uomo a far l'amore con un altro uomo, ma..." e raccontai come ero riuscito a far fare l'amore con me ad un egiziano, facendomi passare per sua moglie.
Tutti risero divertiti e uno disse: "Una volta, può essere anche solo fortuna. Ma è vero, per un uomo è molto più difficile conquistare un uomo. Con donne e ragazzini, non c'è merito!"
"Se uno ci sa fare, che sia una donna o un ragazzino o anche un uomo, tutti hanno il loro punto debole, basta scoprirlo e si può portarlo in letto." dissi io.
"Eh no, con gli uomini no, è quasi impossibile, a meno che siano già degli amanti di uomini."
"Qualsiasi uomo, se è preso per il verso giusto e se è sicuro che non lo si venga a sapere, può cedere." insistetti io.
Così, di parola in parola, di smentita in contro-smentita, nacque una specie di sfida.
Allora io dissi: "Certo, ognuno di voi qui presenti, dopo tutti questi discorsi, rifiuterebbe di fare l'amore con me. Ma io sono certo di quel che dico. Indicatemi qualcuno ignaro di questa nostra discussione, datemi un po' di tempo ed io me lo porto a letto e ci faccio l'amore."
Il vecchio Ali allora disse: "Sembri sicuro di te Lorenzo. Bene, ti lancio una sfida. Se tu riesci a far sesso con i sette figli del mercante Egbal, io ti pago 14 pezzi d'oro."
Subito altri aderirono alla sfida. Io ero divertito e dissi che ero tentato di accettare.
Il vecchio Ali, così, alla fine propose: "Ascoltate, siamo esattamente in otto a sfidare Lorenzo. Allora propongo: ognuno di noi mette 14 pezzi d'oro e Lorenzo ne mette 15. In tutto fanno 127 pezzi, una bella somma. Orbene, se Lorenzo riesce a portarsi a letto uno dei figli di Egbal, avrà in premio un pezzo d'oro. Al secondo guadagnerà due pezzi, al terzo quattro pezzi e così via raddoppiando..."
Discutemmo ancora un po' e fissammo le regole: avevo in tutto tre mesi di tempo. Ogni volta dovevo avere almeno due di loro come testimoni che facevo sesso con uno dei sette fratelli. Se uno di loro avesse svelato il mio piano o se avesse cercato di ostacolarmi, avrebbe perso i suoi 14 d'oro pezzi in mio favore. Io potevo usare qualunque mezzo, esclusa la violenza fisica e le droghe, per portarmeli a letto. I sette fratelli dovevano accettare, qualunque ne fosse la ragione, di avere un rapporto sessuale con me. Tutti e otto si impegnavano, con un solenne giuramento, di non rivelare mai a nessuno se e come fossi riuscito ad avere un rapporto sessuale con i sette figli maschi di Egbal e cosa avremmo fatto in letto.
Stendemmo per scritto il contratto della sfida e lo firmammo tutti. Io avevo fatto i miei conti: se fossi riuscito a portarmene a letto quattro, avrei riguadagnato solo il mio oro, ma al quinto avrei già raddoppiato il capitale che rischiavo. Forse un po' da incosciente mi sentivo sicuro di riuscire. A parte il fatto che io sapevo, a differenza dei miei sfidanti, che a Nàdir piacevano i maschi. Ma era solo uno su sette e comunque non era detto che gli sarebbe piaciuto aver sesso con me.
Quando quella notte mi ritirai, Ibrahim mi disse: "Padrone, così rischi di perdere i tuoi 15 pezzi d'oro..."
"No, ragazzo. E tu mi aiuterai a non perderli. E se riuscirò a vincere tutta la somma, ti prometto che ti ridarò la libertà."
"Ma io sto bene con te, padrone. Che me ne faccio della libertà?"
"Comunque mi aiuterai, vero?"
"Certo, dimmi che devo fare."
"Non so ancora... Per prima cosa devo scoprire i punti deboli di ognuno dei sette fratelli. Ogni essere umano ha il suo punto debole e se lo scopro la metà del problema è già risolta."
Pensai che, se giocavo bene le mie carte potevo anche avere in Nàdir un prezioso alleato. Perciò decisi di iniziare da lui. Un venerdì, mentre usciva dalla grande moschea dopo la preghiera del mezzogiorno, lo mandai a chiamare da Ibrahim.
Appena il giovanotto giunse alla mia bottega, lo pregai di seguirmi nel mio magazzino per parlare in pace. Era la prima volta che lo vedevo da vicino. Sotto la luna, forse anche per l'eccitazione della scena, m'era sembrato più bello, comunque non era niente male.
"Nàdir Egbal, è molto tempo che ti osservo e la tua avvenenza mi affascina, sei davvero un bel giovane. Mi piacerebbe offrirti la mia alcova per gioire delle tue grazie." Gli dissi direttamente.
"Non capisco..." rispose lui, allarmato.
"So che anche a te piacciono i maschi, ma stai tranquillo, il tuo segreto è in buone mani. Tu mi piaci, come ti ho detto. Il mio arnese non è grosso come quello di Muhammad, non ti farò male quindi, ma è di rispettabili dimensioni e ti darà piacere."
"Ma di che parli? Che oscene proposte hai l'ardire..."
Allora gli mostrai il fermaglio del suo turbante. Capì ed impallidì. Man mano che gli raccontavo di come avessi assistito a tutta la scena, iniziò a tremare.
"Nàdir, non devi temere nulla da me, io non voglio farti del male. Voglio solo fare l'amore con te."
"Mi prometti che non dirai nulla ai miei familiari?"
"Certo, e ti prometto qualcosa di più. Ti prometto che se anche un giorno i tuoi fratelli venissero a sapere che a te piacciono i maschi adulti, non solo non potranno mai più dirti o farti nulla nulla ma anzi manterranno il segreto. Se tu accetterai di fare l'amore con me, io ti svelerò il mio progetto."
"Sono nelle tue mani, comunque..."
"Fidati e non te ne pentirai."
"Non posso fare altro."
"Bene. Allora saliamo in casa mia... vieni... ho voglia di te, ora..."
Mi seguì docilmente. Ci spogliammo, salimmo sul mio letto, e lui si lasciò prendere da me. Gli affondai dentro senza alcuna difficoltà, essendo già più che abituato a farsi penetrare. Dapprima accettò il rapporto con me passivamente, ma presto mostrò crescente piacere ed iniziò a partecipare, fino a pregarmi di penetrarlo più a fondo, con più forza.
Quando fummo entrambi appagati, Nàdir mi chiese timidamente: "Potremmo incontrarci ancora, Lorenzo?"
"Con vero piacere, Nàdir. Ma ad una condizione. Io voglio fare l'amore anche con tutti e sei gli altri tuoi fratelli. Se tu mi aiuterai a riuscirci, potrai venire a letto con me ogni volta che te ne verrà voglia, te lo prometto."
Non gli dissi nulla riguardo alla scommessa, logicamente. Nàdir mi disse che era quasi impossibile, per quel che ne sapeva lui erano tutti ferocemente contrari all'amore fra due maschi adulti. Solo Sadiq, il fratello di ventiquattro anni, a volte amava portarsi a letto un maschietto, un adolescente, mi disse, ma assolutamente mai un uomo fatto. Parlai con lui a lungo, per scoprire il punto debole di ognuno dei suoi fratelli. Poi ci lasciammo, dandoci appuntamento per il giorno dopo.
Allora mandai Ibrahim a convocare tre dei miei compari.
Il giorno seguente quattro di loro erano nascosti in casa mia, in attesa dell'arrivo di Nàdir, mentre Ibrahim stava di guardia sulla porta.
Nàdir arrivò come promesso. Ibrahim alla porta gli aveva detto, su mia istruzione, di non parlare assolutamente con me se non per rispondere alle mie domande. Nàdir ne fu un po' stupito, ma quando Ibrahim gli disse che il giorno seguente io gli avrei spiegato tutto, annuì e salì da me.
Non so dirti il perché, mio caro Poletto, ma il fatto di far l'amore con lui davanti ai quattro testimoni nascosti, invece di mettermi in imbarazzo, mi eccitava moltissimo.
Appena entrò, gli chiesi: "Nàdir, hai voglia di fare l'amore con me?"
"Sì, certo..." rispose, un po' stupito per la mia domanda.
"Allora spogliati, e per prima cosa succhia per un po' il mio bel palo, per prepararlo ben bene."
Nàdir eseguì prontamente. Completamente nudo si accoccolò di fronte a me e mentre io mi denudavo a mia volta, afferratami l'asta già semieretta la prese fra le labbra e cominciò a succhiarmela mentre con la lingua ne stimolava la punta.
Quando fu ben dura, gli dissi: "Adesso dimmi, dove vuoi che te la metta?"
"Infilamela tutta nel culetto, ti prego!"
"Inginocchiati sul mio letto e preparati. Lì c'è un vasetto di pomata, se vuoi."
Mi misi alle sue spalle, lo afferrai per la vita e cominciai a penetrarlo con gusto. Immaginavo gli occhi dei quattro testimoni che ci stavano spiando da dietro la tenda e questo metteva ancor più piacere in quello che stavo facendo. Mentre io gli battevo dentro, Nàdir si cominciò a masturbare velocemente. Man mano che si avvicinava all'orgasmo, le pulsazioni del suo ano attorno al mio pestello di carne, che stava battendo nel suo sodo mortaio pieno di calore, aumentarono talmente il mio piacere e la mia eccitazione che presto lo inondai del mio seme bollente. Subito anche lui raggiunse l'orgasmo, gemendo a bassa voce per l'intensità del piacere.
Rivestitici, lo accompagnai da basso e sulla porta gli fissai sussurrando un nuovo appuntamento. Tornato su, chiamai i quattro.
"Come hai fatto a convincerlo? Sembrava quasi che tenesse più lui di te!"
"Questi sono i miei segreti. Adesso firmate il foglio che ho fatto l'amore con Nàdir, secondo le regole."
Tutti e quattro firmarono la dichiarazione che io riposi in uno scrignetto. Poi mi consegnarono un pezzo d'oro.
Andati via i quattro io ancora mi sentivo eccitato, Ibrahim se ne accorse e mi si offrì prontamente, con un lieto sorriso. Così, con calma, lungamente, facemmo l'amore in piedi in mezzo alla stanza, finché mi sentii finalmente appagato.
Due giorni dopo Nàdir venne di nuovo in casa mia. Parlammo dei suoi fratelli e così scoprii che suo fratello Sanjar, un florido uomo sui trentacinque anni, aveva ben due punti deboli: era terribilmente superstizioso e si dava a pratiche magiche per arricchire, poiché era estremamente avido di danaro. Allora cominciai a concepire il mio piano per portare Sanjar nel mio letto. Non doveva essere particolarmente difficile. Un uomo superstizioso è facile da manipolare."
"Padrone, non raccontatemi ora di Sanjar. Tutti questi racconti vi hanno fatto di nuovo eccitare, così ora vorrei anche io far di nuovo l'amore con voi, con calma, lungamente, finché sarete appagato..."
Lorenzo rise e gli scompigliò i capelli: "A dir la verità mi pare che tu sia anche più eccitato di me, birichino! Vieni qui che ti preparo il tuo bel paletto, così dopo me lo metti tutto dentro."
"Veramente speravo che lo metteste voi a me..." disse Poletto mogio mogio.
"Una cosa non esclude l'altra, mi pare."
Il ragazzo s'illuminò in un ampio sorriso e cominciò subito a prendersi cura del bel corpo del suo padrone, che ricambiò quelle attenzioni con grande piacere.
Quando sentì che il ragazzo era pronto, Lorenzo si stese sulla schiena e divaricò le gambe. Poletto prontamente s'inginocchiò fra le cosce del padrone, si fece passare le gambe dell'uomo sulle spalle e gli si addossò, penetrandolo con pochi colpi ben diretti. Quando lo sentì ben impiantato dentro di sé, l'uomo allargò ulteriormente le gambe in modo che il ragazzo potesse adagiarsi col petto sul suo, come sapeva che gli piaceva fare, lo abbracciò e prese a baciarlo con passione, mentre Polo iniziava ad ondeggiare il bacino ed a muoverglisi dentro. Il ragazzo stava imparando a muoversi in modo di acuire il piacere sia al padrone che a se stesso ed infatti in breve furono entrambi preda di un fortissimo godimento.
Quando il ragazzo si fu scaricato in lui, Lorenzo, senza cambiare posizione, sempre tenendolo abbracciato contro il proprio petto, infilò le sue gambe fra quelle del ragazzo e fece ripiegare ai suoi fianchi le gambe del ragazzo, ben divaricate. Dirigendo il proprio membro con la mano, infilò Poletto di sotto in su e con forti colpi di reni, senza cambiare posizione, cominciò a sua volta a pompare vigorosamente nell'ano del ragazzo, spalancato ad accoglierlo. Tutto il letto vibrava per quei colpi poderosi ed il corpo di Poletto sobbalzava ad ogni colpo.
Poi Lorenzo cominciò a fremere da capo a piedi, dette pochi altri colpi fortissimi e disordinati e finalmente cominciò a scaricarsi nelle calde profondità del ragazzo con intensi guizzi di piacere, fra i bassi mugolii di passione di entrambi.