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una storia originale di Andrej Koymasky


pin LO MERCATANTE VENETIANO
ovvero
LE 24 NOTTI DI LORENZO E POLETTO
DUODECIMA NOTTE
IL TRIONFO FINALE ED IL RIMORSO

"Padrone, come sono stati lunghi questi cinque giorni che siete stato fuori! Non passavano mai!"

"Anche per me, ragazzo mio. Ma quando sono in un'altra città, ospite di qualcuno, anche se ti portassi con me non potremmo dormire assieme, fare l'amore, lo sai bene, no? Lo sai che qui a Venezia vi sono leggi severe per chi fa l'amore con uno del proprio sesso, no? Non possiamo rischiare di essere denunciati..."

"Certo, lo so, me l'avete spiegato. Ma almeno vi potrei vedere ogni giorno, sarebbe meglio di niente."

"Per me sarebbe troppo difficile averti accanto ogni giorno e non poter far nulla con te, però."

Poletto sorrise lusingato e si strinse all'uomo che lo abbracciò e lo carezzò.

Poi, dopo averlo baciato, gli disse: "Lo sai Polo che ti desidero tanto?"

"Lo so, signor padrone, lo sento. E anche io vi desidero."

"Bene, stanotte recupereremo il tempo perso, te lo prometto. Ma prima, immagino, morirai dalla voglia di sapere come andò a finire con i sette fratelli, nevvero?

"Certo, non ho fatto che pensarci in questi giorni. Raccontate..."

"Come sai, mi rimanevano solo due dei sette fratelli da portarmi a letto. Ormai per me, più che non l'oro da vincere, che comunque era parecchio, era la sfida in sé che mi allettava.

Stavo discutendo con Nàdir e Bahram su come fare per riuscire, quando Nàdir mi disse: "Sadìq può aiutarti a riuscire con Hussein!"

"Non mi va di mettere al corrente altra gente oltre voi due. Inoltre non credo davvero che Sadìq farebbe qualcosa per me..."

"Ma no, sarà un complice involontario. Ascoltami: Hussein è molto geloso delle sue mogli, quasi ossessivo. E Sadìq, non credo che abbia ancora digerito la punizione che gli hai data. Se potesse vendicarsi, lo farebbe di sicuro. Perciò, se Sadìq venisse a sapere che tu cercherai di intrufolarti nelle stanze delle mogli di Hussein, sicuramente lo avvertirebbe e gli chiederebbe di punirti nello stesso modo in cui tu hai punito lui."

"Sì... potrebbe funzionare... sempre che Hussein non decida invece di bastonarmi o di castrarmi o addirittura di uccidermi."

"Ma no, interverremmo noi, in caso!" disse Bahram che parve entusiasta dell'idea.

Io ero indeciso, non solo per il pericolo che correvo, ma anche perché c'era il problema di come farlo davanti ai miei compari... I due ragazzi infatti, caro Polo, come t'ho spiegato le altre volte, non sapevano nulla della mia scommessa. Ma poi pensai che forse Sadìq si sarebbe vantato di come mi aveva incastrato e che questa poteva forse essere accettata dai miei compari come prova... Così presi tempo con la scusa che volevo pensarci bene e, riuniti i miei otto compari, chiesi loro se avrebbero accettato come prova la testimonianza di un altro. Erano discordi, alcuni mi dicevano di sì ma altri non ne volevano sapere: doveva esserci almeno uno di loro.

Alla fine, quello di loro che m'aveva chiesto di aver sesso con me, propose: "Io conosco bene Hussein. Se fossi presente io quando ti scopre e ti punisce, penso che la mia testimonianza potrebbe bastare."

Gli altri accettarono. Così, appena incontrai di nuovo i due fratelli, dissi loro che si poteva anche tentare ad eseguire il loro piano. Per prima cosa Nàdir confidò a Sadìq che era venuto a sapere che io m'ero invaghito di una delle mogli di Hussein. Questi, come avevano immaginato i fratelli, vide immediatamente la possibilità di vendicarsi, perciò chiese a Nàdir di incoraggiarmi nel mio tentativo, e con lui andò da Hussein per metterlo in guardia. Quello, saputa la cosa, dapprima reagì molto violentemente: voleva affrontarmi subito.

Ma i due fratelli gli dissero: "Non puoi affrontarlo per qualcosa che non è successo. Se la cosa andasse davanti ad un giudice, saresti tu ad avere il torto. Devi invece sorprenderlo quando cerca di entrare e allora lo puoi punire."

"Sì, certo, e gli farò rompere le ossa dai miei servi, anche prima che possa sfiorare una delle mie donne." disse Hussein truce.

"Ma no, sciocco, un giudice potrebbe ancora dargli ragione se gli fai del male solo per un sospetto. Ricordati inoltre che è uno straniero, e lo sai che i nostri giudici hanno sempre un occhio di riguardo per gli stranieri." disse Nàdir.

Sadìq aggiunse pronto: "Ma se tu per esempio lo umiliassi, in modo che lui si vergogni persino a ricorrere ad un giudice, allora sì che lo potresti punire, non credi fratello mio?"

"Umiliare? Cosa intendi dire?" chiese Hussein senza capire.

"Beh... per esempio... usando lui come una donna, e davanti a testimoni." disse Sadìq pregustando la sua vendetta,

"Vuoi dire che lo dovrei fottere in culo?"

"Certo! Pensa che umiliazione! Non avrebbe di sicuro il coraggio di andare a lamentarsene con un giudice, no?" aggiunse subito Bahram.

Hussein scoppiò a ridere: "Sì, è una buona idea. E di sicuro lo farò davanti a tutta la gente di casa, servi e donne compresi!"

"E... prima... o dopo... potresti fotterlo anche in bocca, per rendere l'umiliazione anche più completa..." suggerì Sadìq deliziato all'idea.

Allora io avvertii il compare dicendogli in quale sera avrei tentato di entrare in casa di Hussein. Questi, proprio quella sera, andò a trovarlo con una scusa. Io allora, recatomi a cavallo fino alla casa di Hussein, scavalcai il muro di cinta del giardino. Sapevo che Hussein, non sapendo esattamente quando e a che ora ci avrei provato, aveva dato ordine alla servitù di stare in guardia e di avvertirlo appena fossi entrato, senza farsi vedere da me e senza tentare di fermarmi finché non fossi entrato in una delle stanze delle donne.

Perciò, entrato nel giardino, finsi di cercare di orientarmi, poi cominciai ad arrampicarmi su un albero che sorgeva vicino alle finestre dell'harem. Di qui saltai dentro una finestra aperta, Ero appena atterrato in una stanza semibuia, quando le persone che erano lì appostate mi saltarono addosso e mi immobilizzarono. Ci fu un gran trambusto, arrivò altra gente con lanterne, infine entrarono nella stanza anche Hussein, seguito dal mio compare, da Nàdir e Bahram. Sadìq non si fece vedere, perché sapeva che l'avrei riconosciuto.

"Che succede qui dentro?" chiese Hussein fingendo sorpresa.

"Padrone, quest'uomo cercava di introdursi nelle stanze delle tue donne e l'abbiamo bloccato."

"Ma è uno straniero! Non sarà per caso un ladro? In questo caso gli faremo tagliare le mani!" disse Hussein.

Io mi sentii male: non avevo pensato a questa possibilità ed ebbi paura.

Ma il mio compare mi si avvicinò, mi annusò e disse: "No, un ladro non si profuma prima di andare a rubare, né indossa abiti così eleganti. E poi per dire che è un ladro avrebbe dovuto rubarti qualcosa. E un ladro non si introduce in una casa piena di gente..."

Gliene fui grato.

Hussein disse: "Sì, credo che tu abbia ragione. Comunque quest'uomo si è introdotto in casa mia di nascosto, come un ladro... e va punito. Che mi proponete?"

La commedia ora si svolgeva secondo il mio copione e mi sentii meglio.

Infatti subito Nàdir disse: "Da come s'è vestito e profumato, direi che sperava di potersi divertire con le tue donne. Perciò propongo che gli sia dato esattamente quello che lui era venuto a dare..."

Hussein scoppiò a ridere forte: "Sì, sì, certo! Lui voleva far scendere il suo secchiello in un pozzo non suo, giusto? Ebbene, allora sarò io a far calare il mio secchiello nel suo pozzo! Che ne dite?"

"Sì, mi pare un'ottima punizione, fratello mio!" disse Bahram.

"Bene, spogliatelo nudo, allora." ordinò Hussein ai suoi servi.

Io finsi di cercare di oppormi, lo scongiurai di desistere, gli promisi soldi, ma ormai tutti erano eccitati all'idea, servi e gente di casa compresa, e tutti lo incitarono a farmi quanto aveva minacciato.

Hussein fece portare in centro alla stanza alcuni tappeti e cuscini, mi denudarono e mi fecero stendere a bocca sotto su questi, tenendomi in cinque: due schiavi mi tenevano per le braccia, uno per la vita e altri due per le gambe, che mi tenevano ben divaricate. Tutti gli altri stavano attorno illuminando la scena con le lampade. Hussein fece anche chiamare le sue donne, quindi si inginocchiò fra le mie gambe, si snudò l'arnese e cercò di infilarmi subito, con veemenza. Ma il suo arnese era solo semieretto, e non ci riusciva. Lo sentii armeggiare inutilmente.

Uno dei servi propose: "Forse si può prepararlo con un po' di unguento, padrone."

Hussein grugnì un assenso e si staccò da me. Dopo un po' il servo tornò e lo sentii spalmarmi qualcosa fra le natiche, con abbondanza, ed anche tentarmi il foro... pensai che forse gli sarebbe piaciuto essere lui a darmi la "punizione". Hussein si rimise in posizione e finalmente riuscì a penetrarmi. Ci fu quasi un "Oooohhh" da parte di tutti, quando capirono che mi era entrato dentro finalmente.

L'uomo cominciò a fottermi con forza, mentre mi insultava con i termini più atroci che conoscesse. Devo dire che il suo arnese non era poi tanto grosso, anche ora che era completamente eretto e duro, per cui non mi faceva male per nulla. Ma io gridavo e mi dimenavo ed imploravo per far scena.

"No, basta... ti prego... ti scongiuro... No... Aaaahi! Mi fai male... smetti ti prego, basta... No, no..."

Le mie grida sembravano eccitarlo così continuò con ancora più forza.

Mi diceva: "Non era questo quel che avresti voluto fare? Eccoti servito! Volevi versare il tuo contributo alla mia casa, vero? E invece sono io che lo verserò a te, non vedi come sono generoso, cane? Ti ripago della tua moneta, non sei contento? Non mi ringrazi?"

"Pietà, ti prego..." mormorai io cercando di tare un tono di angoscia alla mia voce.

"No, straniero, nessuna pietà, Devi imparare che cosa succede qui da noi a cercare di toccare le donne degli altri! Volevi fare il toro, e invece ora ti tocca fare la vacca! Ti piace essere fottuto, straniero? Ti piace il mio palo?"

Vedevo il volto divertito di Bahram osservare le mie presunte smorfie di dolore. Sicuro di non essere visto, perché tutti gli occhi erano fissi su di me, Bahram mi fece l'occhietto.

Infine Hussein, con una specie di ruggito, si scaricò dentro di me. Ansava, talmente era la furia che ci aveva messo nel fottermi. Si tolse di sopra a me e si rimise a posto gli abiti, mandò via le donne, poi dette ordine ai servi di gettarmi in strada nudo come ero.

Io per fortuna avevo previsto una simile possibilità perciò, appena in strada sentii richiudersi la porta alle mie spalle, feci un fischio ed il mio cavallo arrivò. Dalla sacca appesa alla sella tirai fuori una tunica che indossai, risalii a cavallo e tornai soddisfatto a casa mia.

Dopo neanche un'ora bussarono alla mia porta. Era il mio compare che, appena salito, mi disse: "Così ci sei riuscito ancora una volta. Non deve essere stato piacevole, però. E poi la gente parlerà, non ti farai una buona fama, così."

"Ma 32 pezzi d'oro sono piacevoli. E la fama di un uomo che tenta di ottenere i favori della donna di un altro, non è poi così brutta, dopo tutto. Mi rilasci la testimonianza?"

"Certo, ed avrai l'oro domani stesso. Ma stai attento, ti restano solamente due settimane per riuscire con l'ultimo dei sette fratelli. E per quel che ne so io, Riza non sarà facile: non ha mogli, non ha vizi, non ha superstizioni..."

"Non ti preoccupare, riuscirò anche con lui." Risposi io.

Infatti sapevo che in realtà Riza un vizio segreto lo aveva. Era un accanito giocatore di dadi. Era anche molto abile, pochi accettavano di giocare con lui, ma io l'avevo lasciato per ultimo perché avevo avuto bisogno di tempo per esser sicuro di aver ragione di lui. E da due giorni sapevo che ero ormai in grado di riuscire, che l'avevo quasi certamente in pugno.

Prima devo spiegarti due cose, Poletto. La prima è che il gioco di dadi in cui Riza eccelleva non era solo un gioco che dipendeva dalla fortuna, ma in cui bisognava essere abili a fare le puntate e nel realizzare alcune combinazioni. Un gioco piuttosto complesso che però conoscevo discretamente bene. In quel gioco l'unica combinazione sempre vincente, era quella in cui venivano quattro 1. A parte quella, bisognava ottenere alcune combinazioni in un certo ordine per vincere.

Un'altra cosa che ti devo spiegare è che avevo saputo da mercanti indiani che i mercanti chinesi vendevano uno strano metallo. All'apparenza è un comune pezzo di ferro, ma ha la proprietà di attirare a sé altri oggetti di ferro, facendoli spostare per brevi tragitti. Forse ne hai sentito parlare, è anche usato dai navigatori per trovare il settentrione. Bene, io, tramite un amico mercante, avevo ordinato alcuni oggetti. Una massa di quel ferro speciale grossa come il pugno di una mano e quattro dadi truccati, all'apparenza perfettamente normali, ma che avevano inserita una laminetta di ferro sotto la faccia del 6 così che, ponendo la massa sotto il tavolo, questa faccia sarebbe andata a fermarsi sul piano del tavolo ed i dadi avrebbero mostrato l'altra faccia, cioè quella con l'1. Ho ancora questi dadi e se vuoi domani te li farò vedere. Il problema era solo come fare perché i dadi cadessero come volevo io solo quando volevo io, così avevo anche fatto costruire un tavolo tutto intarsiato per giocare a dadi, da un bravo artigiano, con dissimulato un pedale: spingendolo la massa di ferro andava in contatto col piano del tavolo, sotto ad esso, ma lasciando il pedale si allontanava ed i dadi non ne erano influenzati.

Quasi nessuno sapeva ancora dell'esitenza di questo ferro speciale e chi mi aveva preparato i dadi ed il tavolo era un artigiano di un'altra città, così ero tranquillo che nessuno avrebbe potuto sospettare il mio trucco.

Quando ebbi il tavolo, lo provai giocando con Ibrahim. Neppure a lui avevo ancora detto del mio trucco e fu strabiliato quando vide che, ogni volta che annunciavo che avrei fatto un 1, questo puntualmente avveniva.

Verificato il buon funzionamento del mio sistema, dissi a Bahram di combinarmi un appuntamento col fratello Riza per una partita con i dadi. La prima partita che giocammo, a cui assistette solo Bahram, non usai il meccanismo segreto così persi una somma non enorme ma considerevole. Riza era davvero molto bravo in quel gioco, sapeva lanciare i dadi e sapeva come gli conveniva puntare. Quando smettemmo, chiesi a Riza la rivincita. Lui logicamente accettò dandomi appuntamento per la sera seguente.

Quando potemmo vederci da soli, Bahram mi chiese: "Come pensi di vincere Riza? Vedi che è molto bravo."

"Non ti preoccupare, riuscirò. Ma la sera in cui vincerò io, voglio essere solo con lui, perché non accetterà mai di pagarmi la vincita che mi dovrà pagare se immaginerà che altri lo possano venire a sapere."

"Ma sei così sicuro di vincere?"

"Certo."

"Ma come?"

"Ho un... talismano... che viene dalla China."

"E tu credi nei talismani?"

"No, non credo nei talismani, ma in questo sì." risposi io enigmaticamente.

La sera seguente Riza vinse di nuovo, ma poco denaro. Lo sfidai nuovamente e il ragazzo, sicuro di sé, accettò. Avremmo dovuto incontrarci il mercoledì sera. Avvertii i miei compari, che vennero e si nascosero al solito in casa mia. Bahram, avvertito da me che quella era a sera conclusiva, non accompagnò Riza, come gli avevo chiesto. Quando il ragazzo giunse, gli offrii da bere.

Annusò e mi disse: "No, grazie, non ti offendere, ma io sono un buon maomettano e non bevo vini."

"Capisco. Giochiamo, allora?"

"Con piacere. Vediamo a chi va il primo tiro."

Tirammo un dado a testa e vinse lui. Cominciammo a giocare. Pian piano riuscii a fargli puntare somme sempre più alte. All'inizio vinceva più spesso lui, perché non azionavo il meccanismo. Io mi fingevo nervoso. E aumentavo ancora la posta, cosa classica in chi vuole rifarsi delle perdite. Lui accettava. Allora iniziai ad azionare sempre più spesso il meccanismo e ricominciai a vincere io. Ormai l'atmosfera era surriscaldata. Riza voleva vincere a tutti i costi. Quando gli avevo vinto tutto il danaro che aveva portato con sé, ed era una grossa somma, mi chiese se accettavo che puntasse ancora, sulla parola.

Io allora gli misi davanti tutto il danaro, il mio e quello che avevo vinto a lui e gli dissi: "Ecco, prendilo, basta che mi firmi una carta di debito e vi poni il tuo sigillo."

La somma era molto alta ma lui, senza battere ciglio, accettò. Continuammo a giocare finché, dopo alcune lievi vincite, perse di nuovo tutto. A quel punto Riza disse che doveva fermarsi.

Era scosso: "Avrò grossi problemi a pagarti questa cifra... non so come giustificarla con mio padre. Lui non vuole che si giochino soldi... Comunque ti pagherò in un modo o nell'altro, sta tranquillo. Ma ora è meglio che smetta di giocare, purtroppo, non posso rischiare altri soldi. Anche se è un peccato..."

"Sì, è davvero un peccato. Ma tu mi piaci, Riza e ti voglio venire incontro. Non voglio metterti nei guai con tuo padre. Stasera hai solo avuto qualche colpo di sfortuna... Ascolta, io sono disposto a giocare tutto il tuo debito in cambio di una sola cosa. Guarda, ora faccio quattro mucchi del denaro che mi devi e li valuto così: un primo mucchio lo giocherò in cambio dei tuoi abiti, il secondo mucchio in cambio dei tuoi abiti intimi, il terzo mucchio in cambio ti farti carezzare e baciare da me, ed il quarto in cambio di una notte d'amore con te, in cui tu mi farai da donna. Se tu perdessi tutto, dopo la notte d'amore straccerò la tua dichiarazione di debito e non mi dovrai più nulla. Se invece vincerai tu, sarai tu a stracciare la carta di debito e non mi dovrai nulla. Quattro soli tiri con i dadi. Ci stai?"

Riza mi guardò accigliato: "Se perdo, dovrei farmi penetrare da te?"

"Non solo penetrare, ma dovrai compiacermi in letto facendo tutto ciò che ti chiederò, ma solo per una notte."

"Questa notte?"

"Certo."

"Non credo di avere molta scelta, o affrontare sicuramente le ire di mio padre, o rischiare di soggiacere a te."

"Che cosa temi di più? Le ire di tuo padre o un po' di dolore fisico? La scelta è tua."

"Neanche da ragazzino ho mai accettato di permettere ad un maschio di aver sesso con me, di penetrarmi. Anche questo è uno dei motivi per cui sono il preferito di mio padre. Ma se sapesse che ho perso al gioco una somma così alta... sicuramente onorerebbe il mio debito, ma altrettanto sicuramente mi caccerebbe di casa."

"Tuo padre, se accetti la mia proposta, non saprà mai né che hai perso al gioco né, eventualmente, che ti sei fatto prendere da un uomo. E poi non è così terribile, molti lo fanno..."

"Non mi dai altra scelta. Accetto. E poi non è detto che finalmente la fortuna non giri dalla mia parte. Giocando ancora corro il rischio minore. D'accordo, quindi, fai le quattro parti e facciamo i quattro tiri."

Fu breve. Logicamente vinsi tutti e quattro i tiri. Riza era terribilmente abbattuto. Un po' mi dispiaceva ma non mi fermai. Oltre tutto, quando lo vidi finalmente nudo, per la prima volta, mi accorsi che Riza con i suoi diciannove anni era il più bello di tutti e sette i fratelli. Gli indicai il mio letto.

Lui vi si stese e chiese: "Potresti almeno spegnere le lampade?"

"No, Riza. Mi piace guardare, mentre faccio l'amore."

Mi spogliai e lo raggiunsi sul letto. Cominciai subito a carezzarne il bel corpo maschio e dolce al tempo stesso e mi eccitai immediatamente. Lui mi lasciava fare, inerte, immobile. Ma a poco a poco anche lui si eccitò visibilmente. Il suo membro forte e ritto palpitava, allora scesi a succhiarglielo con arte. Spiavo le espressioni del suo volto e vidi che era combattuto fra il piacere e la vergogna.

"Succhiamelo anche tu come sto facendo io." Gli dissi.

Lui obbedì senza fiatare. Era un po' maldestro ma comunque il calore della sua bocca era piacevole. Quando mi sentii pienamente eccitato, lo feci girare e mettere in posizione, a quattro zampe, e cominciai a leccargli l'ano, a lungo, finché sentii che cominciava a fremere per il piacere. Ne tentai l'ingresso alternando la punta della lingua con un dito. Infine, non resistendo più, lo afferrai, gli andai sopra e mi accinsi a penetrarlo. Era molto stretto, logicamente ed anche molto eccitante. Gradualmente, a poco a poco, riuscii a farmi strada in lui, mentre le mie mani lo masturbavano e lo palpavano per tutto il bel corpo sodo e muscoloso, dalla pelle liscia e glabra, fresca come seta pregiata. Quando gli fui completamente immerso dentro, iniziai a prenderlo con lunghi e lenti colpi, gustandomi la sua verginità conquistata, godendomi quell'unione così piacevole. Lui non si muoveva, mi lasciava fare.

Quando mi sentii prossimo all'esplosione, rallentai. Non volevo ancora venire, volevo godermelo il più a lungo possibile. Calmatomi, ripresi a muovermi in lui, godendomelo ma muovendomi in modo tale di dare anche a lui piacere. Il suo respiro sempre più breve ed affannoso mi disse che stavo riuscendo a dargli piacere. Quella piacevole cavalcata durò a lungo finché non fui più capace di controllarmi e finalmente venni in lui. Mentre gli davo gli ultimi colpi scaricando dentro di lui il mio seme, il suo membro ancora stretto nella mia mano cominciò a palpitare con forza e presto si scaricò anche lui.

Allora, soddisfatto, mi staccai da lui. Restò immobile, sempre a quattro zampe.

"Riposiamoci un poco... Siediti, voglio baciarti." gli dissi.

Lui si girò mettendosi a sedere e notai che i suoi occhi erano pieni di lacrime.

"Ti ho fatto male, Riza?" gli chiesi un po' dispiaciuto.

"No, quasi niente."

"Perché quelle lacrime, allora?"

"Perché mi sento umiliato... non mi sento più un uomo, ora. Tu mi hai ucciso."

"Non ti pare di esagerare?"

"NO. Non sono più un uomo."

"Ma nessuno lo saprà mai..." mentii io pensando ai miei compari nascosti lì vicino.

"Lo so io, e tanto basta."

"Ma dove è il problema, Riza, tu sei quello di prima?"

"No."

"Non capisco. Perché?"

"Perché? Perché ho scoperto che... che in fondo mi piaceva quello che mi facevi. Se non mi fosse piaciuto non avrei raggiunto l'orgasmo anche io, capisci? Perciò io non sono un uomo."

"Sciocchezze! Il copro è corpo, e risponde a certe sollecitazioni, è naturale. Io ti ho masturbato, no? per forza sei venuto. No, tu sei lo stesso Riza di prima."

"No, no. Probabilmente non mi accadrà mai più nulla di simile, ma io so che ho anche provato piacere ad essere preso da un maschio, e di questo mi vergognerò per sempre. No, non sono più quello di prima, io."

"Ascolta, se tu ora fottessi me, ti sentiresti meglio? Se fosse così, sono pronto a lasciarmi prendere da te."

"No, grazie. Non cambierebbe nulla."

"Sei in collera con me?"

"No. Se a me è piaciuto non è colpa tua."

"Forse lo è, perché io ho fatto del tutto per rendertelo gradevole. E anche perché sono io che ti ho portato ad accettare il rapporto con un maschio. Mi sento responsabile, ora."

"La notte è lunga. Cosa vuoi che faccia ora? Vuoi prendermi di nuovo? Vuoi che ti dia piacere con la bocca?"

"No, Riza, basta così. Se vorrai fare di nuovo l'amore con me, tornerai un'altra volta, di tua volontà. Ma ora sei libero. Guarda, sto stracciando il foglio con il tuo debito. L'hai pagato. Forse anche più caro di quello che pensavamo."

"Ma... a te piacciono i maschi?"

"Sì. E tu mi piaci molto, moltissimo. Sei uno dei più bei maschi che io abbia mai avuto, uno dei più desiderabili."

"Ne hai avuti molti?"

"Sì, in dieci anni ho avuto moltissime esperienze."

"Se dici che sono libero di andare, vado. Ma vorrei tornare a parlare con te..."

"Quando vuoi, Riza. Vorrei esserti amico... se ti è possibile."

"Ormai fra te e me c'è un legame particolare. Tu mi hai rivelato ciò che veramente sono. E sei l'unico a saperlo."

"Non dire così. Ora sei solo confuso. Domani vedrai le cose sotto una luce diversa. Torna a casa, ora."

Riza si rivestì ed uscì da casa mia. Allora i compari uscirono da dietro la tenda.

Stavano compilando l'ultima ricevuta, quando io dissi: "Mi è dispiaciuto per Riza. Questa vincita mi pesa..."

"E perché mai? E poi ormai quel che è fatto è fatto. Tu hai diritto agli ultimi 64 pezzi d'oro, te li sei guadagnati."

"Non voglio assolutamente che si sappia che Riza ha fatto l'amore con me. Piuttosto rinuncio ai 64 pezzi d'oro."

"Anche se tu rinunciassi non potresti mai essere sicuro che uno di noi non ne parli in giro..."

"Ma se voi me lo giuraste, sì, vi crederei. So che siete tutti uomini d'onore."

"Ehi, non ti sarai mica innamorato di Riza, per caso?"

"No... Ma mi è dispiaciuto molto averlo ferito."

"Anche questo è ormai fatto, Lorenzo. Ognuno di noi si è impegnato già in partenza a non rivelare mai il segreto delle tue conquiste e se vuoi ripeteremo il giuramento anche riguardo a Riza, se questo ti fa stare più tranquillo. Era una cosa solo fra noi, no? ecco, qui c'è la tua ultima ricevuta, con cui domani potrai avere i tuoi 64 pezzi d'oro che ti spettano. Non avremmo mai creduto che tu saresti riuscito in poche settimane a portarti a letto tutti e sette i figli di Ismail Egbal. Invece ci sei riuscito e quindi hai vinto. Non ti prometto che non si racconti questa storia in giro, è troppo bella. Ma ti giuro, in nome di tutti noi, che non saranno mai fatti i nomi dei sette fratelli. Non si daranno mai elementi per far capire chi sono state le tue conquiste o chi sia tu. Ma per anni fra i mercanti si sussurrerà di questa tua incredibile impresa."

"Allora direte che io ero un mercante arabo di nome Khaleb, e che i sette fratelli erano principi, figli di un emiro dell'Arabia. E che tutto accadde molti, molti anni fa, prima che tutti noi o i nostri padri fossero nati. Me lo promettete?"

"Te lo giuriamo, Lorenzo. Addio, e buona fortuna."

Adesso ero ricco, ma non ero soddisfatto.

Due giorni dopo Riza tornò da me. Parlammo a lungo ed io feci del mio meglio per farlo ragionare, per tranquillizzarlo.

Lui mi disse: "Hai detto che ti è piaciuto molto prendermi..."

"Sì. Ma mi è dispiaciuto molto averti fatto del male."

"Perché?"

"Perché... se anche a te piacessero i maschi... credo che potrei innamorarmi di te. Tu sei un uomo splendido, Riza."

"Io non mi sento più un uomo, ora. E tanto meno splendido."

"Posso rimediare in qualche modo?"

"No, quel che è fatto è fatto."

"Ma... ti era piaciuto, vero?"

"Sì e questo è il problema. No, non sono arrabbiato con te, credimi. A te piacciono i maschi ed io ti piaccio. Hai colto l'occasione che ti si è presentata. Probabilmente anche io, al tuo posto, avrei fatto lo stesso. Ma ora... avrei un favore da chiederti."

"Dimmi. Se potrò, farò tutto quello che mi chiedi."

"Io... ogni volta che ti vedessi o che sentissi parlare di te... mi si riaprirebbe questa ferita, capisci? Vorrei... vorrei che tu lasciassi Isfàn e chissà... forse questa ferita si cicatrizzerà un giorno..."

"Sì, volentieri. Lo farò al più presto, se questo ti può essere utile."

"Davvero? Non credevo che avresti accettato... ti ringrazio. Allora, prima che tu vada via... io so che tu mi desideri e... vorrei fare un'ultima volta all'amore con te." disse Riza arrossendo piacevolmente, poi aggiunse: "Anche ora, se vuoi."

Così facemmo l'amore di nuovo, e questa volta per tutta la notte.

Nei giorni seguenti, sistemati gli affari e salutati gli amici, mi unii ad una carovana con tutta la mia mercanzia, dopo aver sistemato quasi tutto il mio oro affidandolo ad un mercante pisano che l'avrebbe fatto arrivare a Venezia per me. Con Ibrahim ed altri due schiavi che avevo comprato ad Isfàn, lasciai la città."

"Peccato che Riza non amasse i maschi, vero signor padrone?"

"Ognuno è com'è. E poi, chissà se saremmo stati veramente bene assieme?"

"Non avete nessun oggetto in ricordo di Riza?"

"Solo i dadi con cui l'ho vinto."

"Quell'ultima notte che Riza si fermò da voi a fare l'amore, fu bella? Ne conservate un bel ricordo?"

"Sì, perché Riza, forse per capire meglio se stesso, forse per gratitudine perché avevo accettato di andarmene, fece l'amore con me senza riserve, con molta spontaneità, fino all'alba del giorno seguente."

"Chissà se ha mai più fatto l'amore con un maschio?"

"Non ne ho idea. Se l'ha fatto, forse ha ritrovato il vero se stesso. Se non l'ha fatto, forse ha ritrovato l'immagine di sé che s'era costruito. Spero solo che, comunque sia andata, ora stia bene."

"Padrone?"

"Sì, Poletto, dimmi."

"Quanto vi piaccio io?"

"Adesso te lo spiego..." rispose con tenerezza Lorenzo abbracciando il ragazzo. La spiegazione durò molto a lungo...

Dopo che ebbero fatto l'amore, pur essendo già notte inoltrata, i due parlarono ancora.

Lorenzo ad un certo punto disse a Poletto: "Vorrei che tu ti divertissi, ragazzo mio."

"Mi diverto, padrone, ogni notte."

"Sciocchino, non far finta di non capire. Durante il giorno, intendo. Dovresti stare un po' con i ragazzi della tua età."

"Specialmente adesso che mi lasciate tanto tempo libero, lo sto facendo, signor padrone."

"Ah, bene, E dimmi, come passi le giornate?"

"Vado nelle chiese a guardare i bei quadri, giro per la città per vedere i bei palazzi o le navi al porto. Mi fermo a guardare i saltimbanchi o i ciarlatani o i venditori ambulanti. Guardo le botteghe e gli artigiani che lavorano o le belle mercanzie che vengono da paesi lontani."

"Tutto questo va bene. Ma non giochi con quelli giovani come te? Non chiacchieri con la gente della tua età?"

"A volte. Ma a me piacerebbe poter raccontare come sono felice con voi, ogni notte, ma capite che non posso. Così, non potendo dire quel che per me è più importante, ho poco da dire a chicchessia. E poi i ragazzi della mia età parlano sempre e solo di soldi o di donne o di gare... tutte cose che a me non interessano affatto e che mi annoiano."

"Ma prima o poi potresti conoscere giovani a cui, come a me e a te, piacciono i maschi. E potresti conoscerne magari uno simpatico e bello, con cui magari fare anche l'amore, no?"

"Può darsi. Ma farci l'amore no, padrone mio. Farlo con altri non mi interessa, ve l'ho già detto."

"Ah, aspetta di trovare quello giusto e vedrai che cambierai idea, credi a me."

"Io... pensavo di aver già trovato l'uomo giusto: voi, mio caro padrone. Vi siete stancato di me, forse?"

"No, sciocchino. Come ci si può stancare di un ragazzo splendido come te, dolce e sincero, affezionato e disponibile, focoso e tenero al tempo stesso?"

"Allora, se siete contento di me, perché cercate sempre di convincermi a fare l'amore con qualcun altro?"

"Per il tuo bene, ragazzo."

"So quale sia il mio bene, signor padrone: siete voi. E non perché siete il mio padrone, o perché siete ricco ed onorato e rispettato. Se anche foste un poverello che chiede l'elemosina, la chiederei con voi, pur di restarvi accanto."

"D'accordo, Poletto. Non ci poniamo più problemi allora e dormiamoci sopra. Buona notte e sogni d'oro."

"Buona notte, padrone mio."


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