Lorenzo entrò in camera e trovò Poletto addormentato nel suo letto. Il ragazzo probabilmente non era riuscito ad aspettarlo sveglio fin così tardi. Già in preda ad un sottile desiderio, l'uomo si spogliò e si infilò sotto le coperte accanto al ragazzo.
Questi si svegliò e, preoccupato, disse: "Perdonatemi signor padrone, mi sono addormentato..."
"Ma adesso sei sveglio, mio bel ragazzo. Ho tanta voglia di te, lo sai?"
Poletto appoggiò la guancia sul braccio di Lorenzo accoccolandoglisi contro soddisfatto. Il contatto dei corpi nudi fece subito eccitare entrambi.
"Allora, signor padrone, ieri sera non m'avete raccontato il seguito della vostra storia, avevamo troppo desiderio tutti e due. Ma stasera, vi va di raccontarmela?"
L'uomo carezzò il dolce corpo nudo del ragazzo, sotto le coperte, e gli chiese, sicuro della risposta: "Prima o dopo?"
"Prima, prima signor padrone. Così dopo faremo quello che mi avete raccontato."
Lorenzo sorrise: "Va bene, mascalzoncello. Ma allora togli la mano di lì o ti prendo subito. Allora vediamo... ti racconto... dove eravamo arrivati la notte prima che dovessi partire?"
"Dopo che eravate riuscito a fare l'amore con tutti e sette i fratelli e che Riza vi chiese di lasciare Isfàn."
"Sì, vero. Allora, avevo ventisei anni e con le mie mercanzie, ed altri tre schiavi che avevo comprato, dopo aver lasciato Isfàn, m'ero unito alla carovana di Abdullà Ramesci, un maomettano nato sulle rive del fiume Indo che avevo conosciuto ad Isfàn e che si stava recando a Kabul. Eravamo carichi di mercanzie ed eravamo anche ben armati perché si temeva sempre l'attacco di predoni lungo la via.
Erano terribili i predoni, sai, Poletto? Comparivano all'improvviso e ti piombavano addosso sui loro veloci cavalli quando meno te l'aspettavi. Ti circondavano e con le scimitarre affilatissime ti tagliavano letteralmente a pezzi, poi prendevano tutta la tua roba, merci, schiavi ed animali, e se ne andavano lasciandoti lì morto. Qualche volta risparmiavano le donne giovani, i ragazzini ed i piccoli che viaggiavano con le carovane, ma non per pietà: solo perché potevano tenerli come schiavi e poi venderli.
La carovana procedeva lentamente snodandosi per un lungo tratto. Abdullà cavalcava al mio fianco e mi raccontava una delle sue interminabili storie. Non sapevo quanto ci fosse di verità e quanto fossero ricamate di fantasia. Sicuramente la base del fatto doveva essere reale, accaduta, ma ogni volta che la raccontava doveva essersi abbellita di mille dettagli aggiunti ed inventati. Comunque il mercante era un buon narratore, come quasi tutti i mercanti, e lo ascoltavo volentieri, anche perché così il tempo del viaggio passava più gradevolmente.
Giunti a Kabul, dapprima decisi di fermarmi lì. I miei commerci andavano bene ed il mio Ibrahim era diventato per me più di uno schiavo. Oltre ad allietare le mie notti con la sua immutata irruenza, l'avevo messo a capo degli altri due schiavi che avevo comprato ed era diventato un po' il mio consigliere e factotum."
"Anche con gli altri schiavi facevate l'amore, padrone?"
"Qualche volta, ma solitamente preferivo Ibrahim. Sai, come carattere ti somigliava un po' e mi piaceva molto, non solo fare l'amore con lui ma anche solo passare il mio tempo con lui."
"Allora... allora anche io vi piaccio, signor padrone?"
"Ne dubiti? Lo sai, no? Dunque, mi fermai per un po' a Kabul ma poi decisi di proseguire il mio viaggio verso oriente."
"Non avete avuto una bella avventura galante a Kabul da raccontarmi?"
"No, niente di speciale. La gente lì è fatta soprattutto di montanari, gente un po' rozza, chiusa, diffidente soprattutto con i forestieri. Non è facile diventare loro amici. Una volta che ci stavo provando con un ragazzo assai carino che aveva accettato la mia corte, sul più bello arrivarono i suoi fratelli e ci riempirono di legnate. Così, saputo che Abdullà aveva deciso di tornare in India, mi unii nuovamente all sua carovana e ripartii.
La strada si snodava in tornanti sempre più stretti e ripidi, inerpicandosi sulle montagne ammantate di boschi. Giunti in un punto in cui la valle si allargava un poco, la carovana fece una sosta.
"Questo è un buon punto in cui passare la notte." disse Ramesci.
"Ma abbiamo ancora almeno un paio d'ore di sole." obiettai io.
"Sì, ma al calar del sole ci troveremmo in un punto in cui non c'è spazio per chiuderci a cerchio e difenderci. Questo è il punto migliore, lungo questo tratto di strada. Qui possiamo accendere fuochi, c'è acqua, e chi tentasse di attaccarci dovrebbe combattere in salita, quindi svantaggiato. La notte è assai fredda in questa valle. Cercati un punto ben riparato e soprattutto tienti stretto il tuo schiavo preferito, questa notte." mi disse Ramesci ridendo.
Annuii sorridendo. Chiamai Ibrahim e gli dissi di preparare assieme agli altri miei schiavi un posto ben riparato per la notte. Come al solito, i miei uomini misero le merci formando un quadrato poco più vasto di questo letto, con gli animali all'esterno ed all'interno stesero i giacigli. Poi sul lato aperto, verso il centro del cerchio della carovana, accesero un fuoco e prepararono da mangiare.
Tutto il campo ferveva di attività. Ramesci controllava che tutto fosse fatto a puntino. Dai molti fuochi presto si levarono invitanti odori. Il sole era appena tramontato quando ci mettemmo a mangiare tutti assieme condividendo, com'era costume, ciò che ogni gruppo aveva preparato. Poi qualcuno tirò fuori gli strumenti e si cominciò a suonare ed a cantare. Dopo poco uno schiavo di Ramesci, un ragazzo assai bello, iniziò a ballare e presto molti si unirono alla danza.
Il giovane ballava in modo molto sensuale e notai che molti occhi ne seguivano le movenze con occhi accesi di libidine. Anche uno dei miei schiavi pareva affascinato dal giovane e pensai divertito che in quel momento doveva avere una fantastica erezione. Più tardi, sentendomi stanco, mi alzai e, salutato Ramesci, feci cenno ad Ibrahim di seguirmi. Il ragazzo venne subito, gli occhi luminosi sapendo perché lo chiamassi.
Appena arrivati ai nostri giacigli, una piacevole scena si presentò ai nostri occhi: uno dei miei schiavi stava seduto a terra, le gambe larghe, la tunica sollevata sulla vita, le braghe aperte, mentre l'altro, sdraiato accanto a lui, il capo poggiato su una sua coscia, gli stava succhiando con foga il grosso arnese turgido. Trattenni con una mano Ibrahim e restammo per un po' a guardarli, mentre i due ignari continuavano. Dopo un po' quello seduto a terra mi vide ed emise un gemito strozzato, allontanando da sé il compagno.
"No, continuate tranquilli, mi piace guardarvi. Dai, tu, continua a succhiarglielo. E spogliatevi, sarà più bello..."
"Ma fa freddo..." obiettò Ibrahim.
"No, ci uniremo a loro, ci scalderemo tutti assieme." risposi io cominciando a spogliarmi.
Così iniziò una vera orgia, anche perché poi arrivarono gli altri tre miei schiavi che si unirono a noi e presto fu tutto un groviglio di membra e di corpi eccitati. L'eccitazione si comunicava da uno all'altro e il desiderio aumentava. Ero circondato da corpi, adagiato su corpi, coperto da corpi. Tante mani mi toccavano, mi palpavano, mi carezzavano, tante bocche mi cercavano, mi succhiavano, mi baciavano dappertutto. Toccavo toraci muscolosi dai capezzoli scuri e turgidi, toccavo gambe forti e pelose o tenere e liscie, ventri piatti e tesi, le mie mani esploravano cespugli fitti di scuri peli, fino a toccare pali tesi di ogni misura ma tutti palpitanti, culi morbidi o sodi, bocche umide e calde...
Ad un certo punto, mentre io stavo prendendo Ibrahim che stava supino sotto di me, le gambe ripiegate sul suo petto, proprio di fianco a noi, alla destra, uno dei miei schiavi stava prendendo un compagno nell'identica posizione. Era un po' come vederci allo specchio e lo trovai molto eccitante. Ibrahim giro il capo e si mise a leccare un orecchio dell'altro steso accanto a lui. Questi girò la testa ed i due si baciarono, mentre le loro mani scesero a masturbarsi reciprocamente, tutti e due scossi dai colpi che ricevevano nei culetti accoglienti.
Poco piu in là, quasi a contatto con noi, lo spazio era poco, c'era un altro dei miei schiavi a quattro zampe che si stava prendendo un palo in culo ed uno in bocca dagli altri miei due schiavi. Ma presto le posizioni cambiarono. Io mi misi ad inculare l'inculatore alla mia destra mentre Ibrahim si stendeva sotto lo schiavo a quattro zampe in un bel sessantanove. Poi sentii il palo duro di uno dei miei uomini frugarmi fra le natiche e mi offrii volentieri a quell'inculata. Quando uno dei ragazzi si alzò in piedi io lo tirai verso di me e mi misi a succhiargli con gusto l'arnese... Continuammo così, finché uno dopo l'altro arrivammo all'orgasmo. Allora, ammassatici tutti vicini e copertici con tutte le nostre coperte, finalmente ci mettemmo a dormire.
Alla prima luce del sole mi risvegliai e sentii che una bocca stava scivolando su e giù sul mio arnese duro. Era il più giovane dei miei schiavi, un nubiano di sedici anni. Mi guardai attorno: gli altri si erano già alzati ed eravamo rimasti solo noi due. Lasciai che il ragazzo portasse a termine quello che aveva iniziato, poi ci alzammo anche noi.
Andatici a lavare al vicino ruscello, ricaricammo le merci sui nostri animali e riformammo la carovana. Presto Ramesci venne a cavalcare accanto a me.
"Lorenzo, hai sentito questa notte che concerto di gemiti e mugolii? Mi son preso il ragazzo che ha ballato per primo: ha un culetto d'oro, te lo garantisco."
"No, non ho sentito nulla, ero troppo occupato ad occuparmi dei miei schiavi..."
"Ti han dato problemi?"
"No, mi han dato il piacere!"
"Tutti?"
"Sì, tutti assieme. Non m'era mai capitato di farlo con tutti in una volta sola, è stato molto piacevole e divertente."
Ramesci scoppiò a ridere: "E io che pensavo di farti invidia! Beh, il mio era uno solo, ma è stato grande, credimi. Beh, non proprio come una delle mie donne, però." aggiunse subito quasi a rimettere le cose a posto.
"Un bravo maschio batte qualsiasi donna." dissi io di rimando.
"Sì, lo so che tu preferisci i maschi. Ognuno i suoi gusti. L'importante è non avere il letto vuoto, giusto?"
Continuammo il viaggio.
Alcuni giorni dopo, stavamo scendendo dai monti verso Pesciavar, ormai in territorio indiano, quando Ramesci si alzò ritto sulle staffe e corse in testa alla carovana. La sua improvvisa partenza mi sorprese, così lo seguii al galoppo. Quando lo raggiunsi era fermo sul ciglio della strada e scrutava giù verso la valle.
"Che c'è, Ramesci?"
"Non so... cavalli al galoppo. Inseguono qualcuno."
"Predoni?" chiesi io allarmato.
"No, mi sembra strano. Vengono verso di noi. È meglio prepararsi, comunque."
"Sì, ora li vedo anche io. Il fuggiasco ha abbastanza vantaggio. Dici che gliela farà a sfuggire ai suoi inseguitori?"
"Cos'è, tieni per lui? Potrebbe essere un criminale..."
"O forse un perseguitato..."
"Comunque prepariamoci. Quello che sia non ci riguarda."
La carovana si fermò e tutti gli uomini in possesso di armi si disposero sul fronte verso valle, in attesa.
Non so che cosa mi prese, ma d'impulso spronai il mio cavallo verso il fuggiasco. Udii appena la voce di Ramesci chiamarmi, le grida degli uomini della carovana, che ero già lontano. In pochi minuti giunsi più vicino al fuggiasco e mi fermai di nuovo a guardare. Stava salendo al galoppo verso di me e sembrava non essersi ancora accorto della mia presenza. Non lo distinguevo ancora bene. Ad un tratto il cavallo del fuggiasco si impennò, ne udii distintamente il nitrito spaventato, ed il cavaliere fu proiettato a terra e qui giacque immobile.
Spronai di nuovo il cavallo ed in breve raggiunsi il caduto. Di lì non si vedevano ancora gli inseguitori. Scesi da cavallo e mi chinai su di lui. Era come un fagotto immobile, riverso sulla strada. Presolo per una spalla lo girai: era un ragazzo sui venti anni, dai tratti fini e delicati, d'una bellezza incredibile. Era svenuto.
Guardarlo e provarne subito una fortissima attrazione fu tutt'uno. Chiunque fosse, sentii che dovevo salvarlo. Forse in seguito avrei potuto pentirmene ma in quel momento non mi importava nulla. Il mio cervello girava a velocità incredibile. Frustai il mio cavallo che subito risalì la strada tornando da solo verso la carovana. Il cavallo del ragazzo non si vedeva più, doveva essersi inerpicato su per le pendici del monte, fra gli alberi della foresta.
Afferrato il ragazzo me lo caricai in spalle come un sacco e mi tuffai verso un folto di cespugli poco lontano, nascondendomici dentro. Il terreno in quel punto scendeva ripido e faticai a non cadere. Ma quando mi girai a guardare verso la strada mi resi conto che era impossibile che di lì ci potessero vedere. Dopo poco udii i cavalli degli inseguitori passare velocemente nel punto in cui poco prima il ragazzo era caduto. Mi inoltrai ancora di più per quella specie di forra selvaggia, sempre col peso morto del ragazzo sulle spalle.
Frattanto Ramesci aveva visto tornare il mio cavallo solo. L'aveva fatto prendere e l'aveva affidato ad Ibrahim. Poi erano giunti gli inseguitori che si erano fermati davanti agli uomini armati della carovana.
"Lasciateci passare." intimò uno di loro.
"Chi siete, e che volete da noi?" chiese Ramesci.
"Siamo uomini del Raja di Rawalpindi. Stiamo inseguendo un fuggiasco."
"Ah, il cavaliere che è passato poco fa? Chi è, che ha fatto?"
"È passato di qui? Perché non l'avete fermato?"
"Che volete che ne sappia io. Era solo, apparentemente disarmato, non ci creava nessun problema, non costituiva un pericolo per noi. L'abbiamo lasciato passare."
"Lasciateci passare, allora, dobbiamo raggiungerlo."
"Ma chi era, che ha fatto?" chiese ancora Ramesci.
"Non vi riguarda. Lasciateci passare o dovremo farci strada con le armi."
"Abbiamo più armi noi, e siamo più numerosi di voi... Ma passate pure, non voglio certo contrariare il Raja di Rawalpindi."
I soldati ripresero la loro corsa. Appena ebbero superato la carovana Ramesci fece riprendere la marcia.
Ibrahim preoccupato gli chiese: "Ma dov'è il mio padrone? Perché è tornato il cavallo da solo? Che gli è successo?"
"Non lo so. Scendiamo e facciamo bene attenzione. Forse lo troveremo appiedato, forse è caduto di cavallo."
Io nel frattempo avevo deposto a terra il mio fardello e stavo controllando che non avesse ossa rotte. Non pareva. Lo stavo esaminando attentamente quando questi aprì gli occhi e mi guardò preoccupato, quasi spaventato. Mi disse qualcosa in un idioma che non conoscevo.
Allora in arabo gli dissi: "Stai tranquillo, non sono tuo nemico. Chi sei, perché stavi fuggendo, e da chi o da che cosa?"
"Dove sono loro?" chiese allora il ragazzo in un arabo abbastanza comprensibile.
"Di chi parli?"
"Loro, quelli che mi inseguono."
"Han continuato verso i monti, non sono più qui."
"Che è successo?"
"Il tuo cavallo s'è imbizzarrito e t'ha disarcionato. Hai perso i sensi. Io ho visto che eri inseguito e t'ho nascosto qui nel bosco, così non ti han visto, e stanno continuando ad inseguirti su a monte."
"Chi sei tu? Perché mi hai nascosto?"
"Sono un mercante di Venezia. Ti ho nascosto perché eri inseguito."
"Venecia? Dov'è, in Mesopotamia?"
"No, molto, molto più lontano. Ma tu chi sei? Perché sei inseguito? Che hai fatto? Chi sono quelli che ti stanno inseguendo?"
"È una storia molto lunga... Non devono trovarmi... Ma non ho fatto nulla di male, te lo giuro."
"Come ti chiami?"
"Hammira Gosvamin. E tu, straniero?"
"Lorenzo Zorzi. Vuoi dirmi perché ti inseguivano?"
Allora mi raccontò che era il figlio maggiore del Raja di Ciacval. Mi disse che lui era l'erede al trono ma che non voleva assolutamente prendere il posto del padre. Così questi l'aveva affidato al Raja di Rawalpindi perché lo convincesse. Il Raja di Rawalpindi era parente alla lontana di suo padre ed era un uomo assai potente. Il Raja lo teneva quasi come un prigioniero e l'aveva sopttoposto ad una scelta: o lui accettava di sposare sua figlia e di prendere il trono di Ciacval alla morte del padre, oppure lui lo avrebbe castrato e venduto come uno schiavo. Così lui aveva deciso di fuggire.
"È così brutta la donna che dovresti sposare?" chiesi io divertito, non credendo ad una sola parola del suo racconto.
"Non lo so, non l'ho mai vista, se non velata. Ma non è questo il problema. Io non voglio diventare Raja. Io voglio vivere la mia vita libero e tranquillo."
"E come mai se sei un principe sei vestito in modo così misero?" gli chiesi indicando l'abito modesto e liso che indossava.
Il ragazzo fece un sorriso di commiserazione: "Per fuggire dal palazzo ho dovuto travestirmi da servo, è chiaro."
"Sai, non credo ad una sola parola di quel che m'hai detto. Non sarai piuttosto un ladro sfuggito alle guardie?"
"Tu puoi pensare quel che vuoi. Mi hai chiesto di dirti la mia storia ed io te l'ho detta." disse il ragazzo con una certa fierezza tentando di alzarsi in piedi, ma con una smorfia di dolore si accasciò di nuovo.
"Che hai? Dove ti fa male?" chiesi io.
"Una caviglia. Devo aver preso una storta, o forse si è rotta."
"Fammi vedere..."
La caviglia destra in effetti stava gonfiando visibilmente.
"Non è rotta, t'ho visitato bene, prima. Ma non potrai camminarci per un po'"
"Sei medico, tu?"
"No, ma queste cose le capisco."
"Ma io devo fuggire, nascondermi. Non voglio che mi riprendano."
"Neanche io, specialmente se rischi di essere castrato. Ma sarà poi vero? Perché non mi dici la verità? Io potrei forse decidere di aiutarti..."
"Te l'ho detta! Perché non mi vuoi credere?"
"Capirai che è una storia abbastanza assurda, fantasiosa, quella che m'hai raccontato. Che prove hai per convincermi?"
"Nessuna."
"Ecco, vedi? Peccato, perché sei un bel ragazzo, mi piaci. Ma non posso fidarmi di te solo perché sei bello."
Il ragazzo tacque, gli occhi bassi. Allora io gli carezzai i capelli che aveva lunghi e raccolti in una crocchia sopra la nuca. Erano fini come seta pregiata.
"C'è una cosa che non mi convince nel tuo racconto. Perché quel Raja avrebbe dovuto castrarti se tu non accetti di sposarti e di regnare?"
"Perché dice che se rifiuto non sono un vero uomo e solo un vero uomo ha bisogno dei suoi organi sessuali."
"È talmente assurdo che pare vero. Ma ancora non capisco, perché tu non vorresti regnare? Quanti ragazzi darebbero un occhio per diventare re!"
"Ho vissuto tutta la mia infanzia per diventare un giorno Raja. Non mi piace. Un raja è in realtà lo schiavo della corte, dei bramini, delle sue donne. Non mi piace. Deve governare con l'astuzia e l'inganno, tradendo l'amico per diventare più potente. Non mi piace. Deve governare con la forza e con il terrore per tenere soggetti i suoi sudditi. Non mi piace. Deve combattere guerre contro i sovrani mussulmani perché hanno abbracciato una religione straniera, ma anche contro quelli indù come lui, per diventare più potente, deve diffidare degli uni e degli altri... E non mi piace!"
"Ma vive nel lusso e nella ricchezza, è potente, onorato , e rispettato."
"Non mi importa."
"E che vorresti fare, invece?"
"Il poeta errante. O forse anche il mercante come te. O magari l'attore, chissà... ma non il Raja, no, non il Raja."
"Senti, non so se la tua storia sia vera o no, ma sembri quasi convincente. Se vuoi, puoi venire con me."
"E fare il mercante?"
"Perché no? hai detto che ti sarebbe piaciuto, no?"
"Dove stai andando, tu?"
"Prima a Pesciavar, poi a Laore, poi a Deli."
"Passerai vicino ai territori di mio padre e poi per Rawalpindi. Io invece voglio allontanarmene."
"Se è vero che ti cercano non penseranno che torni da quelle parti. E poi potresti travestirti anche meglio di così, in modo che non ti riconoscano."
"Forse non hai torto. Ma travestirmi come? Le guardie potrebbero perquisire la tua carovana e riconoscermi."
"Ma se tu fossi vestito come una donna... una donna maomettana, velata... potrei dire che sei mia moglie... non credo che ti metterebbero le mani addosso."
Il ragazzo mi guardò con aria strana: "Potresti aver ragione. Ma non è per caso che speri solo di guadagnare una ricompensa riportandomi indietro?"
"Tu vuoi che io creda a te, ma tu non credi a me?"
"Comunque ora che sono appiedato e azzoppato, ho bisogno del tuo aiuto. Perciò accetto, mi affido a te."
Sentivo ora i rumori della carovana che sfilava lentamente sulla strada, procedendo verso valle. Gli dissi di non muoversi e mi avviai verso i miei compagni in cerca di aiuto.
Chiamato Ibrahim, lo feci venire con me, con due cavalli ed alcuni abiti da donna che avevo fra le mie mercanzie. Avevo deciso di presentare il ragazzo al resto della carovana come una donna. Di ibrahim mi fidavo, sapevo che avrebbe tenuto il segreto, ma temevo che uno degli altri potesse tradirlo, perciò era meglio che tutti credessero che il ragazzo era una donna.
Tornati al nascondiglio, aiutato dal mio fedele schiavo, spogliammo Hammira e dopo avergli fasciato strettamente la caviglia, lo vestimmo da donna, velandogli il volto. Mentre gli toglievo di dosso i vecchi abiti e gli sistemavo i nuovi, ne approfittai per palparlo più volte fra le gambe. La prima volta reagì solo con uno sguardo sorpreso ed un lieve scatto indietro, ma non disse nulla. La seconda volta di nuovo mi guardò e quando io lo continuai a palpare tenendo gli occhi fissi sui suoi, arrossì e distolse lo sguardo, ma senza muoversi. La terza volta sentii che era semieccitato, il suo membro palpitava e sorrisi soddisfatto.
Allora dissi a mezza voce, come parlando a me stesso: "Sì, mi farà da moglie. È una buona idea davvero."
"Spero almeno che serva per salvarmi..." mormorò lui senza guardarmi.
Lo presi a cavallo con me mentre Ibrahim ci seguiva sull'altro cavallo e raggiungemmo la carovana. Ben presto qualche curioso iniziò a porre domande, come mi aspettavo. Risposi che quella era la moglie che mi ero comprato da tempo tramite un intermediario, e che ora ero andato a prendermela. Dato che da quelle parti è comune comprarsi una moglie, nessuno trovò stana la cosa e Maya, così avevo deciso di chiamare il principe, fu accettato da tutti come mia moglie.
Solo Ramesci mi venne accanto e mi disse: "Quella donna, Maya mi pare, è la fuggitiva, e tu ne hai tratto profitto, vero? A me puoi dirlo, io so tenere il segreto..."
"Hai ragione, è fuggita dall'harem del Raja di Rawalpindi, una concubina minore... Ma è così bella che ho deciso di aiutarla. La voglio tenere davvero come moglie."
Ramesci sorrise, annuì e non mi pose altre domande.
Il drappello all'inseguimento del principe presto tornò indietro ma avendoci già incrociati non molto prima, non si fermò ad interrogarci, così proseguimmo tranquillamente. A sera ci fermammo e ci accampammo per l'ultima tappa prima di andare in città. Ibrahim fece preparare un giaciglio appartato per me e "mia moglie", poi ne preparò un altro per sé e per gli altri miei schiavi. Dopo aver mangiato, mi appartai nel mio giaciglio con Hammira.
Il ragazzo mi guardò mentre mi spogliavo e quando mi stesi accanto a lui, mi disse: "Tu vuoi prendermi, vero?"
"Certo Maya moglie mia. È naturale che il marito giaccia con la moglie, no? Preparati, sarà una notte di piacere."
Il ragazzo, sotto la coperta che ci avvolgeva, si liberò degli abiti e subito prese a carezzarmi il membro che presto si erse fremendo.
Allora mi sussurrò: "Dimmi, ti piaccio, mercante, anche se sono un maschio?"
"Sì, non lo senti?"
"L'ho immaginato quando mi hai toccato in quel modo là nel bosco."
"Ti dispiace che io ti voglia?" gli chiesi.
Lui per tutta risposta chiese: "Mi infilerai con tutta questa tua spada?"
"Certo, dopo che l'avrai preparata ben bene con la tua bella bocca sensuale."
"Ti farò godere come non hai mai goduto. Ma tu non mi tradire, lo prometti?"
"Se anche tu manterrai questa tua promessa, sarei un pazzo a tradirti. Bravo, così, dai, continua, datti da fare..."
Il giovanetto, che fino ad allora era sembrato tanto timido ed impacciato, si scatenò. Era davvero bravissimo a dar piacere. Sapeva suscitare in me fuochi di passione, donare paradisi di godimento. Quando si accorse che la mia libidine era ormai scatenata, si impalò da solo sulla mia asta fremente sedendovici sopra e poi muovendosi come un cavaliere che, ad un trotto veloce, sobbalza sulla sella.
Frattanto le sue mani si spostavano sui punti più sensibili del mio corpo, traendone il massimo del piacere. Non s'era vantato a vuoto il bel fuggiasco, stava mantenendo appieno la sua promessa. E a giudicare dall'espressione del suo volto che intravedevo appena, anche lui stava gustando le gioie del paradiso.
Raggiungemmo l'orgasmo all'unisono scaricandoci in lunghi getti appassionati, io dentro di lui e lui irrorandomi tutto il corpo fino a raggiungere anche il mio viso. Alcune gocce si posarono anche sulle mie labbra ed istintivamente le leccai: avevano il sapore dell'acqua di rose! Il ragazzo mi ripulì delicatamente poi si stese su di me ancora ansante.
Mi sussurrò: "Sei contento della moglie che ti sei trovato, mercante?"
"Sì, sei uno dei ragazzi più eccitanti che abbia mai conosciuto. Ma tu, non è certo la prima volta che fai queste cose con un uomo, sei troppo esperto..."
"Uno dei miei schiavi alla corte di mio padre, un ragazzo di Cocincina, il mio massaggiatore privato, il figlio del massaggiatore di mio padre, mi ha insegnato l'amore fra maschi, quando io avevo quindici anni e lui sedici... Con lui ho avuto amplessi infuocati, molto belli. Mi ha insegnato come controllare l'orgasmo e come scatenarlo. Mi ha insegnato quali sono i punti più sensibili del corpo maschile e come toccarli."
"Eri innamorato di lui?"
"No, ma ci stavo molto bene assieme, mi piaceva moltissimo farci l'amore."
"Sei mai stato con una donna?"
"Certo, mio padre m'aveva dato alcune schiave in dono per questo. Mi piaceva, ma non tanto quanto con Tuong-chi. Lui era un vero giardino di delizie. Mi è dispiaciuto perderlo quando mio padre mi ha mandato a Pesciavar. Mi è mancata la sua compagnia, nelle lunghe notti solitarie."
"Allora è per questo che non volevi sposarti? Preferisci i maschi alle femmine?"
"Forse anche per questo."
"E a Pesciavar, non hai avuto nessun maschio?"
"No, in quella corte ero troppo sorvegliato. Tu sei il secondo maschio con cui faccio l'amore in vita mia. Non sei Tuong-chi, ma mi sei piaciuto."
"Più o meno del tuo schiavo?"
"Né più né meno. Tu sei diverso. Lui era un ragazzo come me, tu sei un uomo. Sei molto, molto abile a far l'amore, comunque. Ne avevo davvero bisogno. Grazie."
Quando ci riunimmo alla carovana e riprendemmo la via per la città, Ramesci mi venne accanto col suo cavallo e mi disse: "Dunque, non è che tu disdegni completamente le grazie di una donna come avevo pensato."
"Quando si trova la donna giusta, come disdegnarne le grazie?"
"E questa... moglie che ti sei trovato, è la donna giusta?"
"Oh, sì, sono stato fortunato. Ha il fuoco nelle vene, anche se è ancora giovane. Ed è esperta. Nell'harem del re le hanno insegnato come dare piacere ad un uomo."
"Ah, beato te. Io non vedo l'ora di ritrovare le mie donne!" concluse Ramesci allontanandosi al piccolo trotto."
"Ma, padrone, Ramesci non ha mai sospettato che Hammira fosse un maschio?"
"Né lui né nessun altro. Solo Ibrahim lo sapeva."
"E non faceste più l'amore con Ibrahim?"
"Sì, certo, e qualche volta anche in tre."
"Ma è bello farlo in molti, l'amore?"
"A volte. Se però la persona ti piace molto, è molto meglio farlo solo in due. Voglio dire che è bello fare sesso in tre, ma far l'amore è giusto solo in due, capisci?"
"Vi piacerebbe farlo con me e con altri, assieme?"
"Credo proprio di no, Poletto. E a te?"
"Oh no! A meno che non lo desideraste voi, padrone..."
"No, ragazzo mio, preferisco averti da solo, non dividerti con nessuno!"
"Mi permettete adesso di fare come fece quella prima volta il bell'Hammira?"
"Non hai bisogno di chiedermelo, lo sai che, comunque tu voglia fare l'amore con me, è sempre bellissimo. Lo sai che mi basta pensarti per desiderarti, vederti per eccitarmi, toccarti per volerti, averti per essere felice!"